Presentazione


Presentazione

Questo spazio è dedicato agli appunti, alle briciole di recensione irrazionali, che colgo, da lettore appassionato e spesso rapsodico, nei miei viaggi verso la lentezza e la riflessione. Briciole di recensione irrazionali dunque.

Briciole perché sono brevi, a-sistemiche, frammentarie, come un certo spirito moderno pretende. Non sono delle vere recensioni. Queste hanno uno schema e una forma ben precisa, mentre i miei sono più che altro appunti colti sul momento, associazioni d’idee, giudizi dettati dalle impressioni di un istante, da una predisposizione d'animo subitaneo, da un fischio di treno... E perciò li definisco irrazionali. Perché sfuggono da un qualsiasi schema predefinito, perché sono intermittenti, perché nella scelta di un libro, per via di una congenita voracità, spesso non seguo linee e percorsi definiti dalle letture precedenti, ma mi lascio trasportare dagli ammiccamenti o dalle smorfie di sfida che un libro sulla mensola della libreria mi lancia.

È un modo insomma di coltivare, di giocare, di prendere vanamente in giro la memoria, per conservare, catalogare e archiviare frammenti di ricordi e suggestioni che un giorno, magari, potranno farmi sorridere e, perché no, commuovere.

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15 feb 2025

Vivere secondo Lucrezio - Michel Onfray (Saggio - 2021)

"Il sostenitore della teoria del progresso aderisce a una filosofia della storia emiplegica, nel senso che le manca la metà capace di dare un senso alla prima parte! Scrive la propria narrazione finzionale su una linea retta, quella del tempo giudaico-cristiano, e orienta la propria freccia verso l'alto, cioè verso il cielo delle idee platoniche che ormai i cristiani hanno trasformato nel luogo del soggiorno di Dio, convinti che quel tratto di senso ascendente raggiungerà, sul principio della parusia cattolica, uno stato di beatitudine assimilabile al paradiso! Il progressismo è un cristianesimo per ritardati"



Michel Onfray offre una riflessione critica sulla modernità, denunciando i veleni della società contemporanea, iniettati dal platonismo e dal cristianesimo. Secondo il filosofo francese, nietzschianamente, queste tradizioni filosofiche e religiose hanno instillato sensi di colpa e illusioni metafisiche che soffocano la ricerca della felicità autentica. Esiste un antidoto? L'epicureismo, nella sua versione più gioiosa e vitale: quella di Lucrezio.

Onfray, come ci ha abituato, intreccia la riflessione filosofica con elementi autobiografici: racconta il suo percorso verso l'ateismo, l'incontro con Nietzsche, la "conversione" esistenziale e la scoperta di Lucrezio durante gli anni universitari. Secondo lui, Lucrezio non è solo un discepolo romano di Epicuro, ma un pensatore originale, più gioioso e vitale, meno monastico del maestro greco.

Utilizzando le armi filosofiche dell’edonismo, Onfray attacca frontalmente la filosofia del progresso incapace di comprendere la realtà nella sua interezza. Contro questa visione lineare e cristiana, Onfray propone il De rerum natura di Lucrezio come un manuale di felicità per l'epoca della decadenza. Il poema didascalico ci ricorda che il mondo è materia, che noi siamo materia, e che non esiste un aldilà. La sessualità, lontana da tabù e sensi di colpa, diventa un potente farmaco per il benessere, mentre il piacere calcolato è sinonimo di saggezza. Il primo passo verso la saggezza è scientifico: comprendere che il mondo è composto da atomi e retto da leggi fisiche, prive di qualsiasi dimensione metafisica. Distrutta l'idea di un oltremondo, si apre la strada a un'etica del sorriso e del piacere. Superata la paura degli dèi e delle superstizioni religiose, diventa possibile una vita di consapevolezza ed edonismo. In questa prospettiva, l'amore non è un incontro di anime ma un'esperienza fisica, corporea, da vivere senza il peso della procreazione, per evitare turbamenti. Lucrezio demistifica religione, amore, morte e aldilà: la morte, in particolare, non è altro che la disgregazione degli atomi, che continuano il loro ciclo vitale generando nuove forme. E così, in un universo ciclico e infinito, non esiste un "progresso" lineare della storia. Tutto nasce, si sviluppa e muore, in un eterno ritorno che rifiuta la visione cristiana della storia come cammino verso una redenzione finale. Le civiltà sorgono per necessità, crescono in conoscenza e tecnologia, ma sono destinate a perire.

Onfray vuole anche rivalutare Lucrezio come filosofo, non solo come poeta che ha tradotto in versi il pensiero di Epicuro. Se il maestro greco è il teorico dei piaceri calcolati e moderati, Lucrezio appare più turbolento e passionale, un pensatore che reinventa e amplia la filosofia epicurea.

Un saggio dal tono polemico e illuministico, che invita a riscoprire Lucrezio come guida per una vita libera da illusioni metafisiche e paure religiose, fondata sulla consapevolezza della nostra natura materiale e sull'abbraccio sereno del piacere e della finitudine.

10 gen 2025

Classifica: i più belli e i più deludenti del 2024

Sì, è vero, ho letto pochissimi libri nel 2024, ma questo non vuol dire che non mi sia dedicato allo studio e all’approfondimento. Tanta astrofotografia ovviamente, filosofia e storia per l'università, tanti confronti. Il 2024 è stato l’anno soprattutto delle foto astronomiche, dell’aurora boreale, di nottate trascorse sotto cieli stellati, di stizza per tutte quelle invece senza stelle. È stato un anno di viaggi: a Roma, a Caprera, ancora in Germania e a Praga (a rivedere luoghi per me non nuovi ma per lei sì), a trovare e a rendere omaggio a Bach e a Nietzsche, alle Cinquantadue gallerie attraversate in piacevole compagnia, a Orvieto, a Civita di Bagnoregio.

Come scrivevo prima, pochi libri però, poco meno di venti, non particolarmente entusiasmanti, tuttavia di questi ne voglio ricordare tre: 

1. Anima - Michel Onfray

2. La filosofia della composizione - Edgar Allan Poe

3. Il dottor Zivago - Boris Pasternak

Il volume di Onfray, un inno all'antimetafisica, sebbene ormai sia ripetitivo nei concetti, è scritto molto bene, la lettura è piacevolissima e insieme coltissima. La lettura del breve saggio di Poe, al di là della sua intrinseca importanza e raffinatezza, è stato per me un ritorno agli anni della giovinezza, quando i suoi scritti notturni illuminavano le mie giornate. Il romanzo di Pasternak, invece, con a tratti una certa pesante prolissità, è stato un'immersione in un tempo e in uno spazio lontani, terrificanti e affascinanti al contempo.

Tra i meno interessanti e noiosi, invece, segnalo: Ermeneutica di Proust di Maurizio Ferraris (troppo platonico e deleuziano per i miei gusti) e Le orecchie lunghe di Alessandro Magno di Federicomaria Muccioli, libro potenzialmente interessante e curioso, eppure retorico e barboso. Anche i libri dedicati all’astronomia hanno i loro demeriti (e altri meriti però).

Da ricordare sempre Proust, lo scrittore più importante per me di cui ho ascoltato i primi tre volumi della Recherche in audio libro; il Somnium, sive astronomia lunaris di Kepler, più per il suo valore storico che letterario; la Storia greca di Bettalli, D’Agata e Magnetto, un manuale accademico molto ben articolato e scritto.

3 apr 2022

I freudiani eretici - Michel Onfray (Saggio - 2013)

"Ecco dunque la soluzione alla crisi della psicoanalisi e più ampiamente a quella del mondo contemporaneo: un Freud rivisto e corretto da Marx, un Marx riletto alla luce della psicologia freudiana, il tutto con l'obiettivo della liberazione degli uomini, la fine dell'alienazione sia psichica che economica. Tesi che solo i sostenitori di un Marx e di un Freud dialettizzati possono avanzare. La psicoanalisi rivisitata permetterà di sviluppare la sua coscienza critica, di denunciare la passione tanatofilica e di mostrarne gli ingranaggi, di lottare contro di essa dopo aver imparato a riconoscerla dappertutto".


L'ottavo volume della Controstoria della filosofia è dedicato agli psicoanalisti che si sono allontanati dal pensiero egemonico di Freud e dal suo impianto idealista. Sono psicanalisti di sinistra che, diversamente da Freud, pensano che l'inconscio non sia statico, ma il frutto della storia e delle condizioni materiali degli individui. È l'inconscio degli operai, quindi, quello che analizzano, quello dei disoccupati anche, non quello dei ricchi borghesi (che invece cercava il medico viennese). Freud e Marx in definitiva, che camminano a braccetto. Tuttavia l'inconscio e la società sono intrinsecamente legati tra loro e non indipendenti, come sostenevano ciecamente i due filosofi, ed è in questa nuova dimensione che si muovono Otto Gross, Wilhelm Reich, Erich Fromm; psicanalisti pratici che guardano alla cura dei meno abbienti e alla sua efficacia.

Otto Gross, passato alla storia come primo freudiano di sinistra, nietzschianamente condanna i dettami della morale ebraico-cristiana e, contro Freud e Jung, suggerisce una rivoluzione sessuale e politica. Lo psicanalista propone il libero amore, la sessualità senza vincoli, l'esaltazione del libertino contro la bigotta morale comune, monogamica, paolina, repressiva. Mette insieme Nietzsche e Freud per deflagrare nella rivoluzione sostenuta da bolscevichi atipici, come Lunacarskij e Kropotkin. 

Dentro questa cornice che esalta l'amore carnale, si trova William Reich, il bergsoniano padre del fantomatico argone (una forma di energia che permea tutto l'universo). Per lui l'equilibrio psichico e fisico si assicura con un rapporto sessuale soddisfacente fatto di preliminari crescenti, desideri, eccitazioni diffuse. Ma non bisogna guarire il singolo, ma l'intera comunità, adesso malata dal veleno dell'ipocrisia.  

Erich Fromm, invece, lo psicanalista umanista anti lacaniano che crede nella psicanalisi come tecnica esistenziale, si prefigge di cogliere il meglio dell'individuo conoscendo se stessi e i sui meccanismi inconsci. La psicanalisi diventa strumento per la liberazione e la realizzazione di sé.

Sotto la lente di questi autori (e di Onfray), il Novecento con le sue idee trascendenti, i suoi totalitarismi, i suoi massacri, i suoi genocidi, le sue guerre e i milioni di morti è un secolo platonico. È il secolo dell'autorità, dell'ordine, della famiglia, della monogamia, della religione, del capitalismo e del padre. I rimedi si devono trovare perciò nell'amore, nell'affetto della madre. Il patriarcato infernale e capitalistico è da distruggere a favore del paradisiaco, comunista libertario matriarcato.

È un secondo capitolo de Il Crepuscolo di un idolo, insomma, per riaffermare ferocemente le critiche già mosse a Freud.

16 gen 2022

Classifica: i più belli e i più deludenti del 2021

L'anno appena passato, che disgraziatamente e storicamente si è caricato il peso del precedente, per me è stato sì povero di viaggi veri e concreti, ma allo stesso tempo è stato intenso dal punto di vista intellettuale. È vero, non sono tantissimi i libri che ho letto (solo 30), tuttavia c'è stato dietro un impegno di studi accademici che, in fin dei conti, mi fanno sorridere. Così ho ripreso in mano, tra gli altri, volumi di estetica, di morale, di filosofia antica, di politica, ricordandomi che c'è sempre da imparare con entusiasmo. Che si è sempre, se lo si vuole, giovani appassionati studenti che si meravigliano di fronte alla conoscenza... Oltre agli studi, non posso dimenticare Proust (che è diventato quasi un'ossessione), Bufalino, Cioran, Nietzsche, che mi hanno accompagnato fedelmente durante l'anno con la loro profonda dolcezza mista a feroce sofferenza.

Ma ecco la mia classifica del 2021:

1. Niente di nuovo sul fronte occidentale

2. Proust a Grjazovec 

3. La letteratura e il male

4. Contro la memoria 

5. Vita di Beethoven 

Il romanzo di Remarque l'ho trovato strepitoso, da leggere a scuola per l'intensità del messaggio e dello stile, così come ho trovato esaltante, e direi vitale, l'idea che ha Czapski di Proust. Un Proust che nelle originali pagine di Piperno affronta il senso e l'importanza del ricordo e quello dell'oblio. Il tema del male per affermare la volontà e la libertà nel saggio di Bataille è motivo di ulteriore riflessione per me, mentre la biografia di Rolland merita un posto in classifica per la passione con cui è scritta.

Qualche libro deludente c'è stato; nulla di illeggibile però, sebbene il manuale di Douglas Mortimer sia solo didascalico, il romanzo di Ilaria Tuti non abbia climax e i quaderni di Rilke siano lenti e a tratti noiosi.

29 mar 2021

Contro la memoria - Alessandro Piperno (Saggio - 2012)

"Queste parole testimoniano una visione del mondo disperata: neanche il dolore, neanche le opere degli uomini hanno una loro dignità solenne; tutto si sperde nella più assoluta indifferenza del divenire. Proust distrugge qualsiasi concezione antropocentrica: gli uomini sono piccoli esseri insignificanti e l'umanità potrebbe essere da un momento all'altro spazzata via da un non nulla, senza che della sua storia e della sua letteratura rimanga alcuna traccia visibile. Il cielo è vuoto di stelle come in una costellazione pascoliana".


Sebbene il titolo sembri condannare in modo estremo la memoria, l'autore invece provoca il lettore e cerca di salvarla da tutti quei fattori naturali che la distorcono. I limiti cognitivi umani, il tempo che scorre, la retorica celebrativa tanto in voga oggi sono fattori che inevitabilmente tendono allo sfacelo della memoria stessa. È l'inesauribile lotta sullo sfondo del tempo, tra la memoria e l'oblio, quella che cerca di analizzare l'autore. In questo scontro è innegabile quanta fatica faccia la memoria stessa a sopravvivere, sia quella personale sia quella collettiva. Nel tempo e con il tempo scivola inesorabilmente verso l'oblio. Per dimostrare la sua tesi, Piperno utilizza le pagine di grandi scrittori del Novecento (Primo Levi, Nabokov, Beckett e soprattutto Proust che sul tema ha costruito una delle opere più belle mai scritte), che hanno definito quanto il ricordo sia gravido di un Oblio che ha come scopo quello della sopravvivenza.

Il saggio inizia con una riflessione sulla Shoah e sulla sua centralità nella coscienza letteraria del Novecento. Un episodio epocale della nostra storia umana che lentamente tende, anche per colpa della retorica, a perdere consistenza nei nostri pensieri. Un evento, però, che in qualche modo, secondo l’autore, è stato profetizzato dai grandi della letteratura di fine Ottocento e dei primi del Novecento. Proust, per esempio, è per metà ebreo, ma ripudia la sua origine (così come la sua omosessualità) alla ricerca di un'autenticità che lo avvicinasse alla società. E tutta la Recherche è costellata di ebrei e omosessuali che cercano di nascondersi, di mimetizzarsi. Swann, celebre personaggio proustiano, è un ebreo che si sforza tutta la vita di dimenticarsene, anche se in punto di morte non può rinnegare la sua origine. Per Piperno, in Proust è l'oblio il sinonimo di vita di felicità, mentre il ricordo è sempre fonte di dolore. Nietzsche e Leopardi sono dietro l'angolo…

Il saggio è spiazzante e allo stesso tempo originale soprattutto quando cerca nel carattere dei vari personaggi della Recherche le tracce della memoria e dell'oblio. Chi tradisce, chi dimentica è vuoto, ma vive serenamente, si veda il caso di Odette, di Madame Verdurin, di Oriane Germantes o quello, un esempio su tutti, di Gilberte e del suo tradimento nei confronti del padre e del suo cognome. Mimetizzarsi dunque per conformarsi agli altri, alla società, peccando così di autenticità, di decisione. È ciò che fanno i personaggi ebrei in Proust (e Proust stesso). Piccole mutazioni epidermiche per difendersi dagli attacchi di antisemiti e belve feroci in una società contraddittoria come quella della Belle Époque. Per sopravvivere in società, insomma, bisogna mascherarsi e ciò coincide nei personaggi proustiani con la dimenticanza di chi si è realmente. Ecco perché la Recherche e la questione ebraica in essa trattata profetizzano, secondo l'autore, quello che sarà l'antisemitismo novecentesco culminato con la Shoah e con Auschwitz.

Sebbene a tratti disorientante, un bel libro, un'interessante interpretazione.

21 gen 2021

La presenza degli dèi - Francesco Cattaneo (Saggio - 2019)

"Nietzsche rimane per Otto un punto di riferimento e un interlocutore costante. Ad accomunarli è il tentativo di trovare un accesso consono alla Grecia classica - tentativo che presuppone una messa a fuoco e una messa in discussione dei presupposti fondamentali del cristianesimo e della filosofia moderna".


Nietzsche, filologo passato alla filosofia, ispirato dalla civiltà greca antica, sin dalla sua prima opera ha trovato specialmente in Dioniso una figura determinante sia per la sua costruzione filosofica e sia per la sua fase distruttiva del pensiero moderno. Dioniso è quindi allegoria, impulso che diventa fondamento dell'esistere, del dire di sì alla vita, del divenire, dell'affermazione della volontà di potenza, contro tutte quelle millenarie menzogne che, da Socrate in poi, hanno edificato la civiltà moderna.

Otto, anche lui filologo sui generis, anche lui ispirato dai greci, anche lui critico verso la soggettività e l'individualismo moderno, si colloca però in una prospettiva ermeneutica diametralmente opposta a quella del filosofo di Röcken. Suo presupposto fondamentale diventa la religione e l'idea secondo cui gli dei sono, sono sostanza, in una teofania che abbraccia gli dei e gli uomini, in una stretta che li afferra vicendevolmente e li fonde con il mondo, con la natura. Uomo e mondo discenderebbero dalla stessa manifestazione divina, la realtà più reale entro cui tutto organicisticamente si colloca. La cultura di un popolo, quindi, si coglie dalla sua esperienza del divino; e la religione greca, con il suo politeismo, è quella in cui la teofania si è rivelata in modo sublime.

L'autore, ricercatore di Estetica, nel mostrare dapprima come la figura di Dioniso in Nietzsche si sia evoluta e trasformata (da schopenhaueriana ipotesi metafisica a carne), pone il filosofo tedesco dentro una cornice romantica e moderna che occorre distruggere. In un secondo momento, Cattaneo confronta il pensiero di Walter F. Otto con quello di Nietzsche sempre sul terreno della civiltà greca, sul terreno del mito, su quello della verità e della bellezza. Descritti gli approcci molto simili tra i due particolarissimi filologi, l'attenzione poi si sposta soprattutto nel rimarcare le profonde differenze. Se Nietzsche è il filosofo antimetafisico che guarda alla volontà, la stessa che ritrova nelle tragedie attiche, che grazie ad essa supera il pessimismo con consapevolezza e con vero disprezzo verso le menzogne che da Socrate, passando per il cristianesimo, sono ancora fertili nella cultura occidentale, Otto è il filosofo della sostanzialità degli dei, dell'immanente, un mistico sui generis, che trova nella cultura occidentale, della trascendenza giudaico-cristiana e delle scienze moderne, quelle ragioni soggettivistiche che sorgono dal momento in cui l'uomo si fa volontà e si distacca sempre più dalla natura e quindi dal divino che in essa si colloca. Una cultura in cui lo stesso Nietzsche con la sua volontà di potenza diventa protagonista e che deve essere superato da un ritorno alla sostanzialità degli dei e al riconoscimento della bellezza della forma intrinseca nella natura stessa.

Un libro accademico, di attenta analisi, ma anche di efficace sintesi. Un modo per approfondire ancora l’opera di Nietzsche e per conoscere il pensiero, se pur poco originale, di un nuovo e quasi sconosciuto intellettuale.

7 lug 2020

La filosofia non è una barba - Matteo Saudino (Saggio - 2020)

"Tutti gli sguardi si concentrarono sul volto di Diogene, il quale restava impassibile, stringendo i denti, immobile come una statua di marmo. Anche la folla pareva trattenere il respiro. Dopo alcuni interminabili minuti, il corpo del filosofo si accasciò a terra privo di vita. Con una forza di volontà disumana era riuscito a trattenere il respiro fino a morire, lasciando tutti i suoi detrattori ancora una volta a bocca aperta. Per un'ultima volta che nessuno avrebbe mai dimenticato".


A proposito della condivisibile tesi secondo cui tra biografia e pensiero esiste un legame molto stretto e la morte spesso ne è una prova, in questo volume sono raccontate le memorabili morti di filosofi del calibro di Talete, Pitagora, Eraclito, Empedocle, Democrito, Socrate, Diogene di Sinope, Pomponazzi, More, Bruno, Cartesio, Fichte, Schopenhauer, Kierkegaard e Nietzsche. Lo schema del libro è semplice: si inizia con il racconto aneddotico della morte del filosofo e dopo si spiega il suo pensiero, cercando di giustificarne la morte stessa. È il modo migliore per dimostrare che nella morte, nel modo di morire, c'è in fondo tutta l'essenza della filosofia seguita in vita.
Chiaro, consequenziale, curioso, senza note né riferimenti bibliografici, è un libro per tutti, soprattutto per chi si vuole approcciare alla filosofia in modo leggero e semplice.

21 giu 2020

Ricordando Cioran - Mario Andrea Rigoni (Saggio - 2011)

"Quando venne a trovarmi a Padova, prendendo alloggio in una semplice locanda così come aveva fatto a Venezia, la prima cosa che volle vedere non fu uno dei tanti monumenti storici o artistici della città, ma la Basilica di S. Antonio, con il sorprendente corteo di pellegrini che da sempre vi affluiscono da tutte le parti del mondo. Commentò, mi pare, che questa forma di devozione assolveva i medesimi compiti della psicanalisi. Visitando il Giotto degli Scrovegni, si soffermò un momento sulla rappresentazione dei Vizi e delle Virtù, osservando sarcasticamente che gli uni erano la verità e le altre la menzogna".


Un'amicizia lunga, quella tra l'italiano Rigoni e il filosofo franco-rumeno. E in questo brevissimo opuscolo sono raccolti pensieri personali, ricordi commoventi e aneddoti deliziosi del loro rapporto. L'autore spiega anche perché Cioran non era di moda negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso (un anti-Sartre, un anti-Heidegger non poteva avere spazio nel panorama intellettuale di quei decenni). Insiste sulla figura di un uomo che ha vissuto la filosofia sulla sua pelle: un pensiero, quello di Cioran, che nasce autenticamente e che inevitabilmente lo ha portato a ripristinare lo stile intenso, diretto e lucido della superba tradizione persa dopo Schopenhauer e Nietzsche.
Un ricordo genuino.

26 apr 2020

Le lacrime di Nietzsche - Irvin David Yalom (Romanzo - 1992)

"È strano, ma nel momento stesso in cui, per la prima volta in vita mia, rivelo la mia solitudine in tutta la sua profondità, in tutta la sua disperazione, in quel preciso momento la solitudine si squaglia! L'istante in cui ti ho detto che nessuno mi ha mai toccato è stato esattamente quello in cui mi sono lasciato toccare. Un istante straordinario, come se un'enorme crosta intima di ghiaccio si fosse improvvisamente riempita di crepe, andando in frantumi"

Ottobre 1882, Venezia, caffè Sorrento. Joseph Breuer, noto medico viennese incontra Lou Salomé, una bellissima donna che teme per la vita del suo carissimo amico Friedrich Nietzsche. Il grande filosofo ancora sconosciuto, infatti, soffre di emicrania, nausea, insonnia, depressione, assume dosi massicce di morfina e minaccia di suicidarsi dopo la rottura con Salomé stessa. Breuer, in quegli anni turbato dalle convenzioni sociali e soprattutto dalla sua paziente Bertha, affascinato dalla bellezza e dalla volontà di Lou Salomé, decide di incontrare il filosofo, a patto di non rivelargli mai dell'incontro avvenuto a Venezia. Architettata la prima seduta a Vienna, Breuer è già convinto che la cura del corpo passi attraverso la cura dell'anima, recuperando lì la radice dei mali. La storia si costella quindi di incontri tra il filosofo Nietzsche, solitario risoluto, orgoglioso, sprezzante di tutto e di tutti e lo psichiatra Breuer, uomo non troppo sereno, sposato ma affascinato dalla paziente Bertha, un po' insicuro (è lui il vero protagonista del romanzo). Più che di incontri leggiamo di scontri tra due modi di pensare opposti, sottili partite a scacchi tra due intelligenze spiccate ed eccezionali. Breuer è anche amico di un giovane Freud assetato di sapere e con delle strane idee sui sogni e sulla non unitarietà dell'io. Con lui Breuer si confida sulle sedute che tiene con il riottoso Nietzsche. Per non farsi scappare l'opportunità di curarlo, Breuer decide di farsi a sua volta analizzare filosoficamente da quest'ultimo, di diventare un filosofo lui stesso, di voler essere se stesso fino in fondo e fino in fondo libero. Una proposta che il padre dell'oltreuomo accetta volentieri. Nei loro dialoghi ricolmi di citazioni, sembra di assistere alla nascita della psicoanalisi. Nietzsche cerca di liberare Breuer dalle sue ossessioni per Berta e utilizza le associazioni libere, l'interpretazione dei sogni; le ossessioni sono analizzate alla ricerca dell'origine, sono ricercate le relazioni edipiche; insomma l'inconscio è sondato nei suoi meandri più profondi. I due, che in un primo momento erano diffidenti l'uno con l'altro, diventano amici. Ed è qui che si ha una svolta: Breuer capisce l'origine dei suoi disagi, dei suoi turbamenti e si sente libero di confessare ogni cosa. Una consapevolezza che acquisisce alla fine anche lo stesso Nietzsche, quando compresa l'origine dei suoi mali, decide di dedicarsi unicamente a Zarathustra.
Sebbene i personaggi siano realmente vissuti, i loro rapporti e gli avvenimenti raccontanti sono inventati. Nel gioco letterario, mentre i verosimili intrecci emotivi e sentimentali si dipanano, emerge l'uomo con le sue malattie, la sua quotidianità, la sua solitudine. È un bell'esercizio che cerca di mostrare Nietzsche e Breuer nelle loro debolezze, nelle sofferenze che porteranno soprattutto il filosofo a svettare sulle più alte cime del pensiero. Una lettura decisamente spassosa.

31 mar 2020

Apologia dell'ateismo - Giuseppe Rensi (Saggio - 1925)

"L'inesistenza di Dio è dunque un ovvio principio di logica elementare; una questione di semplice logica. Chi la impugna è fuori della logica, fuori della ragione, fuori della sanità mentale. Non capisce nemmeno con precisione cosa vuol dire, è, o se l'ha capito, non sa tener fermo a ciò che ha capito, e, con incredibile confusione mentale, ritorna a dire è di ciò che non è, ad affermare l'Essere di ciò che egli stesso sa non possedere quelli che ha poc'anzi scorto come i soliti carattere dell'Essere".


In queste settimane di quarantena in cui si sente tanto invocare l'intervento e la benedizione di Dio (ma quindi si è rifiutato di intervenire prima del virus e, di conseguenza, ci avrebbe maledetto?), in cui i riti apotropaici si moltiplicano, in cui le inutili preghiere e le superstizioni sono fomentate dalla paura, in cui assistiamo a un atteggiamento di fuga dalla realtà (mentre adesso abbiamo bisogno di capire che anche i timori e le speranze, sentimenti umani, devono essere compresi per capirci, per affrontare le paure e gestire meglio la speranza), l'unica arma che a me sembra corretta usare è quella della conoscenza di sé e della realtà vera. Una realtà che sì definisce i nostri limiti e ci atterrisce, ma che, anziché scappare da essa con rituali magici o danze della pioggia, sarebbe meglio capirla e quindi combatterla con le armi della ragione, con la scienza, con la tecnologia. E leggere un libro del genere, oggi, è un toccasana per la mente.
In un'Italia culturalmente dominata dal neoidealismo e dall'influenza massiccia del clericalismo sostenuto dal fascismo, il discusso filosofo italiano, nella sua fase scettica e materialistica, scrive un saggio sull'irrazionalità dei credenti. Rensi sostiene che la fede è follia ed è contrapposta all'ateismo, che rappresenta l'unico bastione della ragione. Con uno stile polemico e un rigore argomentativo di stampo illuministico-kantiano, il filosofo antifascista giunge a definire il Dio delle religioni come il Nulla, il non-Essere. La vera religione, quindi, non è quella che riflette sul Nulla, ma quella che ricerca insopprimibilmente di interpretare il mondo, l'Essere concreto. Anche gli attributi di Dio come personalità, mente, bontà, eternità, onnipotenza cadono nella illogicità, nella follia. Così come l'idea di un Dio impersonale, quello di Spinoza, di Fichte, di Hegel, risulta essere assurdo.
Accennando a un percorso genealogico già intrapreso da Schopenhauer e Nietzsche, Rensi anticipa pure alcune conclusioni freudiane. Se la religione è pazzia, è malattia, è menzogna, l'ateismo dunque diventa superamento delle nevrosi, cura, realtà. Ateismo che si traduce anche in filosofia morale, in etica della responsabilità. L'ateo, infatti, è l'uomo che non può far ricadere le sue colpe nelle scelte originarie di un essere fittizio, ma è lui che in prima persona si impegna a evitare i pericoli della colpa.
Il saggio si conclude, come conseguenza logica, affermando che l'ateismo è da considerarsi una religione, la più pura e la più vera. Come le religioni si spinge ad interpretare il mondo, con la differenza che questa ricerca è razionale e sana.

Il saggio è spassoso, il tono è polemico e a tratti irrisorio. Più che di una difesa, di un'apologia, siamo di fronte a un vero e proprio attacco contro l'irrazionalità. Da menzionare l'importante prefazione di Nicola Emery che contestualizza storicamente il saggio e ne rende più semplice la comprensione del fine per cui è stato scritto.

24 feb 2020

Nietzsche e la filosofia del Novecento - Maurizio Ferraris (Saggio - 1989)

"Nietzsche ripete con Lou e con Paul Rée lo schema affettivo di Dioniso, Arianna e Teseo; progetta di fondare una sorta di cenobio laico con Lou e Rée. Questi complicati propositi naufragano anche per l'intervento di madre e sorella. Verso fine anno, Nietzsche cade in una profonda depressione, ha progetti suicidi, abusa di sonniferi, mentre la salute ha un ulteriore tracollo".


Dopo aver ripercorso con arguzia e scioltezza la biografia e il pensiero filosofico di Nietzsche, Ferraris racconta la sua altalenante fortuna. Un pensatore difficile che ha espresso un messaggio straordinario che, già prima e dopo la sua morte, influenzerà tutto il secolo scorso, e non solo. Dalle prime interpretazioni sul ruolo del filosofo-artista, passando per gli sviluppi morali alle mistificazioni fasciste e naziste del pensiero superomistico, fino alla Rinascita e alla fortuna nella Francia esistenzialista degli anni Sessanta del '900, Nietzsche ha rappresentato il ruolo del filosofo imprescindibile, necessario. Pensiero che diventa fondamento per intellettuali del calibro di Löwith, Jaspers, Bataille e Heidegger, ma anche per Deleuze, Vattimo, Ricoeur.
Il libro si conclude con un breve saggio dello stesso Ferraris dal tono quasi confessionale, in cui spiega il rapporto conflittuale che da sempre ha avuto con il pensiero del grande filosofo tedesco. 
Un saggio di storia della pensiero, chiaro, generale, che racconta la fortuna di una dottrina che, tra alti e bassi, ha segnato indubbiamente e prepotentemente il secolo breve.

9 gen 2020

Classifica: i più belli e i più deludenti del 2019

Eccomi all'inizio del nuovo decennio a commentare, come d'abitudine, l'anno ormai vecchio. Scivolato via velocemente, il 2019 è stato un anno senza scossoni particolari: lavoro, viaggi, qualche lettura in più, ritrovata e confermata serenità, uno sbandamento a la Stendhal vissuto a Berlino di fronte ai miei quadri preferiti; tutto come dovrebbe essere. Sì, è vero, qualche lettura in più rispetto agli ultimi anni scorsi, ho letto 27 libri, ma devo dire però senza scoperte particolari. Le letture belle ci sono state, penso ai testi su Proust, a Delitto e castigo, a Camus, eppure non sono state letture nuove. Mi è mancato il brivido della novità, l'eccitazione dell'inaspettato, dell'autore da approfondire, del racconto imprevisto e spiazzante. Speriamo nell'anno appena iniziato. Intanto, qui di seguito, l'elenco dei più belli che ho letto nel 2019:


Continuano le letture proustiane e inaspettatamente emozionante è stato il racconto degli ultimi anni di vita di Proust nei toccanti ricordi della sua governante Albaret. Dostoevskij e la sua profondità rappresentano il vertice dell'analisi psicologica dei personaggi, di quelli che toccano il fondo dell'infelicità e che con uno sforzo sovrumano tentano di risalire e di non soffocare. Ancora una volta devo citare in classifica Onfray e il suo libro dedicato allo scrittore e pensatore Camus. Con la sua penna e le sue posizioni, Onfray tratteggia un autore gigantesco. Immenso come La caduta, il romanzo sull'assurdo e sulla assurdità della vita, in cui Camus ci rivela un uomo senza scampo...

Non ci sono stati scritti veramente pessimi quest'anno da menzionare, anche se ho trovato un po' ripetitivi i saggi di Bressanini, nonostante lo ammiri molto come divulgatore scientifico. Una lettura lenta e a tratti noiosa, sebbene ne condivida il pensiero, è stata quella di Benatar, Meglio non essere mai nati, così come Morti favolose degli antichi di Baldi, malgrado la bellissima idea di fondo.

Ma il 2019 segna anche dieci anni di blog. E non posso non spendere qualche parola sul decennio passato. Sono stati anni di cambiamenti radicali, di rivoluzioni, di crepuscoli e di aurore, di atrofie, di scoperte anche. E in tutto questo tempo, oltre ai soliti Bufalino, Nietzsche, Onfray, sono due gli autori che mi hanno tenuto per mano, costantemente, caparbiamente. Devo molto a loro, a Proust, a Cioran, due fratelli spirituali che mi hanno permesso di decifrare il senso del dolore, il senso del non senso. Due autori che di certo anche per il 2020 frequenterò.

9 gen 2019

L'ordine libertario - Michel Onfray (Saggio - 2012)

"Rientrato a casa, appoggia il libro sulla tela cerata della tavola in cucina, lo sistema sotto il cerchio di luce della lampada a petrolio, lo apre e comincia a leggere. Mentre intorno il mondo scompare, lui entra direttamente in un universo che lo salva. Il libro raccoglie il mondo degli antimondi.
Quando legge, il bambino si tuffa nelle acque lustrali della cultura. Quando rialza la testa, alla madre mostra uno sguardo strano, stravolto, come quello d'un intossicato che ritorna alla luce, all'aria del mondo, alla vita, alla superficie".


"Vita filosofica di Albert Camus", come recita il sottotitolo, è un racconto che oscilla tra elementi di vita comune e pensieri straordinari, che fanno di Camus un modello perfetto di coerenza. Nietzschiano di sinistra, intollerante verso ogni forma di ingiustizia, edonista, esistenziale più che esistenzialista, libertario, anarchico, ferocemente contrario alla pena di morte, antitotalitario, il Camus di Onfray ci appare in tutta la sua squisita figura. Onfray, lontano da ogni pretesa freudiana, rivive negli eventi biografici il senso del pensatore francese, così legato alla terra e alla vita. Un filosofo che ha tratto la sua filosofia dall'esperienza diretta, praticando il mondo, rimanendo fedele all'infanzia, al padre morto in guerra, alla madre muta, alla miseria in cui ha trascorso la giovinezza. Camus è il pensatore che è, perché del suo essere concreto ne ha tratto insegnamenti filosofici veri.
Nell'analisi della sua vita e delle sue opere, la malattia (del corpo e dello spirito) e l'edonismo stanno a braccetto, si stuzzicano a vicenda in una dialettica felice e creatrice. Deciso e coerente, legato al reale e non all'idea, Camus si configura così come il giusto modello filosofico e politico da contrapporre a Sartre, il filosofo dell'opportunità e dell'ideologia.
In una prospettiva politica postnazionale e internazionalista, con il suo essere dionisiaco, esaltatore del corpo e del mondo, epicureo, mediterraneo, Camus vive con profondo dolore gli anni della guerra, dei lager e dei fascismi, ma allo stesso tempo, e con la stessa forza, odia i gulag sovietici e i massacri dettati dalla penna di Marx. Ecco perché è diventato il nemico di tutti, delle destre e delle sinistre.
In questa poderosa e brillante biografia filosofica, si ripercorre non solo la straordinaria forza di un uomo decisivo per il Novecento, ma anche una storia che ha abbracciato gli anni più tragici e turbolenti del secolo scorso. E dentro questa storia di contraddizioni, di brutture, di tragedie, Camus è riuscito a rimanere coerente con le sue idee e con la sua realtà, e a guardare al futuro proponendo soluzioni umane, concrete, ma purtroppo ancora lontane dall'essere realizzate.

12 set 2018

La filosofia del marchese de Sade - a cura di Natale Sansone (Saggio - 2014)

"La sua filosofia è un invito a pensare l'essere umano senza reticenze, a ciò che è stato finora e a quel che potrebbe divenire. Per la nostra epoca Sade è quasi un monito, oppure uno sprone verso soluzioni diverse di quei problemi che egli aveva posto in rilievo. Cosicché mantiene ancora tutta la sua attualità l'esortazione di Blanchot a non sottovalutare e a non trascurare il pensiero di Sade, il quale, seppur originatosi da un personaggio camaleontico, imprevedibile e insopportabile, rappresenta pur sempre un vertice del pensiero moderno".


Il volume, che raccoglie diversi saggi di autori italiani sulla figura e sull'opera tanto controverse del marchese de Sade, cerca di dare, ancora una volta, dignità filosofica al pensiero del filosofo francese. L'opera dello scrittore e dell'illuminista è spesso considerata come mera pornografia, una bizzarria pseudoartistica figlia di un tempo in cui l'originale e la perversione erano sinonimi di moda. Ma, in verità, non è così. E questa raccolta cerca di dare una dimensione filosofica e di spessore a un autore che si è trovato di fronte a temi di assoluta profondità esistenziale. Ripercorrendo attentamente la sfortuna e la fortuna delle interpretazioni sul divin marchese, emerge un Sade estremo che ha portato ai limiti l'esaltazione della natura, la polemica antireligiosa e il sovvertimento politico. In queste pagine si cerca di capirne la filosofia prescindendo dalla biografia, per evitare di cadere negli stessi errori interpretativi che hanno segnato la disgrazia del senso filosofico del marchese.
Autore di un catechismo ribaltato, di una pedagogia mascherata, in cui la materia non lascia spazio allo spirito, in cui il vizio è inevitabilmente più attento alla felicità che all'infelicità  della virtù, in cui non esiste alcun Dio, Sade si propone dunque come un antesignano dell'opera nietzscheiana. Un filosofo esistenziale pessimista ante litteram (anticipatore di Heidegger) nonostante l'ottimismo illuministico, che oscilla tra contraddizioni e verità. Ma in questa dimensione nichilista, che cerca di distruggere con lo strumento più estremo che possiede, la ragione, ogni valore che mortifica il corpo e il piacere, Sade cerca anche di costruire un nuovo modello in grado di capovolgere i vecchi schemi morali e facendo professione di fede di immoralità.

Un libro che restituisce dignità al pensiero sadiano, nonostante alcune contraddizioni, alcuni paradossi, molte sue pagine sgradevoli e noiose, ma anche estreme nella loro dimensione esistenziale.

11 feb 2018

Decadenza - Michel Onfray (Saggio - 2017)

"L'annuncio nietzschiano della morte di Dio nell'Europa dell'Ottocento coincide con quello dell'inizio della fine della civiltà giudaico-cristiana. La traballante fede del XXI secolo non può più ottenere quello che, ai tempi di Guglielmo il Conquistatore, otteneva facendo costruire cattedrali e abbazie, chiese e basiliche. Le impalcature che stringono la Sagrada Familia come una protesi di contenimento simbolizzano perfettamente il punto esatto toccato dalla religione cristiana: una secca ontologica".

Il secondo volume della trilogia, annunciata dal precedente "Cosmo", è una riflessione complessiva sul movimento della Storia; un movimento che, secondo Onfray, è diametralmente opposto ai falsi schemi a prioristici di matrice hegeliana, per esempio. Un movimento vicino, invece, a quello schopenhaueriano o nietzschiano che contempla una forza irrazionale, alogica e vitale al suo fondamento. Nulla può sfuggire all'entropia, così come gli uomini e gli esseri viventi sono destinati a morire, anche le civiltà, nel tempo, subiscono la stessa sorte. Senza ottimismi, senza pessimismi, l'analisi del filosofo francese è reale, è tragica nella sua constatazione: la decadenza che porta alla fine, in un regno thanatocratico, è inevitabile. Più in particolare la sua indagine si sofferma sulla nostra civiltà, quella giudaico-cristiana, come recita l'esplicito sottotitolo: "Vita e morte della civiltà giudaico-cristiana".
Nella storia, nuove potenze si sono succedute a vecchie potenze in decadenza, e tali civiltà hanno sempre avuto dalla loro la forza, ma non quella della verità, piuttosto quella militare. E così si sono imposte, sono diventate uniche e assolute, per poi esplodere e cancellarsi dietro l'irresistibile forza del tempo. Anche la millenaria civiltà giudaico-cristiana, dopo la feroce ascesa e il monopolio assoluto della forza, sta sparendo ed è destinata a perire. In effetti, secondo Onfray, questo processo è già evidente: la nostra civiltà è in agonia, si appresta alla morte, per essere sostituita da un'altra altrettanto forza che presto o tardi sarà anch'essa destinata a scomparire; e così a seguire.
Il volume, quindi, ripercorre tutte le fasi, dalla nascita, alla prepotenza e alla decadenza, della civiltà giudaico-cristiana. Le origini mitiche su cui si è costruita sono lette nella prospettiva di un'illusione: Gesù, infatti, da cui tutta la nostra civiltà ha origine, è solo un personaggio mitologico su cui, per mezzo di sofismi e di violenza, si è costruita una nuova società destinata a regnare per millenni. Da questa evidente assurdità, dalla favola di Gesù, di un anticorpo fatto solo di parole, di allegorie e di simboli, la trasformazione in corpo, in materia concreta si ha con Paolo di Tarso, il quale opera una rivoluzione interpretativa e Gesù diventa Chiesa, spada, istituzione, politica, sangue, fuoco. Ecco allora il turno dell'oceano caotico della patristica e dei loro concili, dei loro sofismi, della loro ferocia antisemita a contribuire alla potenza di questa nuova civiltà in ascesa. E la nascente civiltà giudaico-cristiana, facendosi antisemita, si trasforma unicamente in cristiana. Nei primissimi secoli di sviluppo, in una condizioni di crisi (politica, economica, sociale, culturale), non è stato difficile per le prime sette cristiane inculcare nelle deboli menti di uomini incolti le loro strambe idee mitologiche. Fino a quando, Costantino ha usato la nuova religione come strumento per regnare...
Quando, però, sulle rive del Mediterraneo si formerà un'altra civiltà, quella islamica, violenta anch'essa, vendicativa anch'essa, delirante anch'essa, allora lo scontro risulterà inevitabile. E sarà feroce, come la Scolastica con le sue insensate sofisticherie, i santi ideologi delle Crociate, l'Inquisizione, i processi agli animali, alle streghe. Saranno l'Umanesimo e la riscoperta di Epicuro e Lucrezio, la scoperta delle Americhe e di altre civiltà, a far rinascere una filosofia nuova, a spiegare il mondo che ci circonda usando le armi della ragione e il metodo scientifico. Saranno le prime cannonate a fare scricchiolare la vecchia civiltà. Ecco dunque che Dio si eclissa, e il suo intervento nelle spiegazioni delle cose naturali, lentamente, diventa inutile. Mito che però è presto sostituito. La Rivoluzione francese e i suoi massacri dettati dalla penna del filosofo Rousseau, infatti, prendono il posto del cristianesimo con un'altra nuova e altrettanto pericolosa religione, quella dello Stato (etico). Idea che presto si incarna pienamente nel pensiero hegeliano il quale recupera Dio e ne fa il motore della storia (con tutti i suoi orrori razionali...). E da Hegel il passo verso Marx è immediato, così come quello verso il totalitarismo comunista. Entriamo dunque nel Novecento. Il fascismo, ovviamente, si inserisce dentro questo sentiero, di orrori e massacri in nome dello Stato, recuperando persino il cristianesimo che durante la rivoluzione francese e quella bolscevica era stato sostituito con la religione dell'ateismo. Poi Franco, naturalmente, Hitler, Pétain, il Concilio Vaticano II, il '68, lo strutturalismo, tutti frammenti che segnano l'agonia della civiltà.
Oggi l'Islam e la teocrazia imposta in alcune regioni del mondo non provocano nessuna decisa reazione nel mondo giudaico-cristiano, la nuova società meccanizzata e robotizzata che si sta delineando offre nuovi spunti di riflessione sul futuro con cui presto avremo a che fare; in ogni caso, inevitabilmente, è il nulla il nostro destino.

Ci troviamo di fronte a un volume di quasi 700 pagine che condensa duemila anni di storia; ricco, polemico, tragico. Qui Onfray ci suggerisce di leggere la storia, quella umana, quella mossa dal risentimento, partendo dalle sovrastrutture più che dalla struttura economica e in quest'ottica il fiato della nostra civiltà sembra davvero corto. Per riflettere sui grandi sistemi, per cercare di capire da dove nasciamo, chi siamo e quali sfide dovremo affrontare...

15 lug 2016

Cosmo - Michel Onfray (Saggio - 2015)

"Mentre i pagani guardavano al cielo per vivere bene, per vivere meglio, per vivere in armonia con il cosmo, i cristiani lo hanno scrutato per desiderarlo e per aspirare a perdervi la propria carne fino a trasformarsi nella pura virtualità di un corpo glorioso, di un anticorpo, di un corpo senza carne, senza desideri, senza passioni, senza vitalità e senza pulsioni. Il cielo dei contadini era disseminato di segni concreti che potevano essere decifrati: bagliori, aloni, lucentezze, luminosità, nembi, scintillii, iridescenze, quarti di luna, movimenti di costellazioni, nuvolosità. Il cielo dei cristiani si è, invece, colmato di finzioni destinate a trasformare le vite dei credenti in altrettante finzioni".

Il primo volume della trilogia ancora non completa, dal titolo 'Breve enciclopedia del mondo', è un libro scritto per il padre dell'autore, scomparso da poco tempo, per ricordare l'eredità morale che gli ha consegnato. La riflessione del filosofo francese, sentita e vissuta, nasce dunque dal pensiero della morte. Vivere la morte dell'altro e la successiva elaborazione del lutto sono i pretesti per sopravvivere filosoficamente e cercare un ordine all'interno della natura. Tuttavia senza cercare soluzioni fantasiose e sofistiche propinate per millenni dalle religioni e dalle filosofie idealiste. E allora Onfray cerca, nell'esempio della vita del padre (uomo religioso ma non bigotto), di tramandare un'eredità costituita di virtù laiche e di dolcezza. Un'ontologia materialista, appunto, come recita il sottotitolo. Lo scopo è di mostrare come sia possibile un'etica senza religione, una vita filosofica degna e alta, una vita empirista, pragmatica, utilitarista, seguace di ciò che vuole la natura.
Quindi l'analisi si rivolge al tempo della quotidianità, scandita dal lavoro dei campi e da un ritmo pacato e dolce. È il tempo del vino dunque, il tempo da dedicare all'agricoltura (e quindi alla cultura); il tempo e la libertà degli zingari; delle cicale; delle piante; dello scienziato che si rinchiude in una grotta, al buio, per mesi; il controtempo del filosofo e dell'artista che si contrappone al tempo morto da riempire nei ritmi sempre uguali della quotidiana inciviltà.
Dopo, la riflessione si rivolge al concetto di vita come forza unica, che non conosce il bene e il male, che si realizza nella morte. E allora si illustra, scegliendo il Sipo Matador come archetipo, il concetto di volontà di potenza nietzschiano, o la millenaria e sempre uguale vita di un'anguilla lucifuga, o i parassiti che perseverano e trionfano per spiegare la favola del libero arbitrio. Non mancano le note di stizza contro le assurdità del pensiero antroposofico di Rudolf Steiner, o contro la moda europea di rubare e decontestualizzare l'arte africana.
Successivamente, invece, a essere preso in esame è l'evoluzionismo di Darwin e la tesi secondo cui tra gli uomini e gli animali esiste solo una differenza di grado. Qui il discorso si manifesta nello scontro tra specisti e antispecisti, tra la visione verticale giudaico-cristiana e quella che vede l'uomo animale tra gli animali. Una lotta tra una visione, quella giudaico-cristiana, che prosegue con Cartesio e l'occasionalismo di Malebranche, e una visione, quella antispecista, che si concretizza con la rivoluzione di Darwin preceduta dalle osservazioni di Meslier e Montaigne. Non potevano mancare, inoltre, considerazioni sulle teorie e gli estremismi di Peter Singer e sulle definizioni di vegetariano e vegano, sulle tauromachie e sul culto reso alla morte. 
Ecco il momento dedicato all'universo, il luogo della saggezza dove tutto risiede e ritorna. Quindi l'importanza della luce nelle religioni pagane, i richiami di questi culti nel cristianesimo, il dualismo tra la visione immateriale e inconsistente del cosmo e quella materialista e della scienza. 
E infine, Onfray rivolge un invito alla bellezza, al sublime e al confronto pascaliano tra noi e il cosmo attraverso la visione poetica degli haiku giapponesi, o la visione panteistica di Arcimboldo, della Land Art e di Friedrich, o della musica dionisiaca di Orfeo.

Un libro che definirei di autobiografia filosofica, in cui dai racconti della sua vita, nel ricordo del padre, si cerca di cogliere l'esistenza filosofica, l'applicazione di un pensiero pagano, fatto di terra e sentimento. In questa prospettiva, ancora una volta, nelle pagine del filosofo francese, la filosofia dualista, idealista, giudaico-cristiana che ha decretato l'inferiorità degli animali rispetto all'uomo, si scontra con la filosofia monista, materialista e atea che invece vede gli animali del tutto simili all'uomo e, spesso, moralmente, addirittura superiori.
Con uno stile avvincente, non ci si stanca di leggere e di gustare parole e racconti. Conosciamo, però, il pensiero del filosofo e, a parte qualche lampo di originalità, non si trova molto di nuovo.

1 giu 2015

Sommario di decomposizione - Emil Mihai Cioran (Saggio - 1949)

"L'essere davvero solo non è quello abbandonato dagli uomini, bensì quello che soffre in mezzo a loro, che si porta dietro il suo deserto nelle fiere e sfoggia i suoi talenti di lebbroso sorridente, di commediante dell'irreparabile. I grandi solitari di una volta erano felici, non conoscevano la duplicità, non avevano nulla da nascondere: si intrattenevano soltanto con la propria solitudine..."

Libro travolgente, forse il più bello, quest’altro capolavoro di Cioran è un inno alla pace: alla rassegnazione. Stato da ricercare in modo totalmente differente rispetto a quanto finora quotidianamente e inautenticamente si fa, attraverso il dubbio e la negazione. In effetti, più leggo questo genio della sofferenza e della solitudine e più mi accorgo che il suo pensiero non sia originalissimo (ma a parte i greci chi può esserlo?), eppure le sue parole, il suo nichilismo, il suo spessore nascono dal supplizio, dagli abissi più profondi che un uomo possa provare: dal pensiero che nasce dall'inquietudine di trovarsi da solo di fronte al Nulla. Cioran ha vissuto ciò che scrive, ha bevuto fino all'ultima goccia la verità della realtà, della tristezza e del tormento. E il suo sentire esplode in autentica poesia filosofica, il suo pensiero ha provato la decomposizione, la putrefazione, ha toccato i suoi vermi con le dita. Allora tutto diventa chiaro nel paradosso: abbiamo solo il nostro lutto, la morte a consolarci. Ogni cosa si riduce a vanto, a vanità, l'uomo così diventa un essere infido, da tenere lontano, da emarginare. Il disincanto dovrebbe essere il futuro, l'uomo non merita di essere che spettro e insieme carogna. La soluzione pertanto si trova nella solitudine, nella sua pienezza, nella grevità del silenzio. Diogene è il modello, il cane; altro che la religione nata dalla croce! Tutto si riduce alla negazione dell'esistenza. Il pensiero della possibilità del suicidio si fa idea di salvezza, di stimolo per la vita. È in questa ottica che il nuovo installatore di dubbi elogia la malattia, l'apatia, l’inazione, l’indifferenza; gli strumenti che permettono di cogliere il vero, l'illusione, gli strumenti vitali e di resistenza nell'attesa del Nulla.
Contro i profeti, contro chi crede che la verità sia unica (la loro), è un libro di accuse, che nasconde però un certo tono da predicatore. Ma l'alternativa sarebbe stato il silenzio... Controcorrente, scettico, disincantato, notturno, distruttivo, il pensiero di questo figlio nietzschiano si scaglia contro ogni fanatismo, contro ogni volontà di vanità. L'umanità quindi, vanesia e invasata, è dipinta come bestialità; insostenibile. 
Cioran è un distruttore di certezze, un nuovo maestro del sospetto che analizzando se stesso rischia di essere un Montaigne contemporaneo. Ha scritto poemi in prosa lucidissimi, dove analisi e furia, oggettività e confessione si mescolano e l'universo si dispiega. Un vangelo prezioso, uno di quei libri da recitare a memoria davanti a uno specchio, da respirare lentamente, pagina dopo pagina, da inalare in ogni bacillo e contagiarsi della putrefazione che emana. E in questa devastante bellezza, è interessante notare quanto splendore ci sia nelle parole scritte di chi soffre, di chi vive in profondità la vertigine della tristezza. Quanta potenza nelle parole, nei sensi; anche se mitigate dall'ironia, Cioran sfiora e alle volte sfora le vette più alte della prepotenza.

Un pensiero difficilissimo da capire, perché difficilissimo da sopportare, come quando si fa carico del peso di tutto l'universo e allo stesso tempo si ha dolore alle spalle.

19 lug 2014

Nietzsche e la costruzione del superuomo - Michel Onfray (Saggio - 2011)

"Da Platone a Schopenhauer, è tutta la tradizione filosofica che il pensatore fustiga e scredita. Ironicamente, si augura che questi prestigiatori si levino di torno, facciano seguire alle parole i fatti, e dicano addio al proprio corpo diventando muti. Che il dispregiatore del corpo cominci dunque col denigrare il proprio, tacendo e smettendo in questo modo di insegnare le proprie nefaste sciocchezze".

Il protagonista del VII volume della "Controstoria" è, evidentemente, Friedrich Nietzsche, un maestro, un gigante, un rivoluzionario del pensiero da cui partire. Ma non è il solo. Un capitolo importante, infatti, è dedicato al filosofo francese Jean-Marie Guyau. Questo giovane tubercoloso, che sa che dovrà morire presto (ci lascerà a soli trentatré anni), dedica la sua giovinezza allo studio, si misura con la malattia, con la morte, e si fa genio precoce. Filosofo del vitalismo - che Onfray non contrappone al materialismo, anzi fonde i due movimenti nel 'materialismo vitalista’ -, Guyau individua in tutta la natura uno sforzo vitale che, appunto, genera vita. Anticipatore di Bergson, il francese non pensa, però, che tale sforzo sia di natura metafisica, bensì ontologica. È insomma uno di quei filosofi sconfitti che la storiografia accademica cerca di dimenticare. Un epicureista a modo suo, un utilitarista a modo suo, che nella malattia cerca la potenza, avverte la forza della vita. Tuttavia è un filosofo che oscilla tra edonismo e bigottismo, tra natura e costrizione, tra amore universale e teorie razziste; Guyau è un pensatore, tutto sommato, un po' sporco di acqua santa.
Pensatore e uomo che, invece, non puzza di incenso, semmai di zolfo, è Nietzsche. Sappiamo del tedesco, del suo pensiero, del suo essere immenso, del suo essere oltre. Onfray ci mostra come i concetti chiave di Volontà di potenza, morte di Dio, Superuomo, Amor fati, Eterno Ritorno dell'uguale, siano strettamente inscindibili con la sua vita, con i suoi fatti biografici. Nietzsche e la sua opera in relazione agli eventi biografici capitali, dunque. Perché è dal corpo, anche dalla sua malattia, che si produce il pensiero; in fin dei conti è il racconto dell’esperienza che si fa filosofia. Aneddoti succulenti e polposi sono riportati, con lo stile prezioso cui Onfray ci ha abituato, al solo scopo di confermarci i dettami nietzschiani: ama il tuo destino, diventa ciò che sei, fai della tua vita un'opera d'arte. In questa chiave di lettura romantico-esistenziale, Onfray instrada il pensatore tedesco sul sentiero dell'epicureismo. La prospettiva, come sappiamo, è edonista; la ricerca della felicità attraverso il piacere. E sotto questa luce, l’insegnamento epicureo si concretizza nella figura del superuomo…

In questo VII volume, Onfray cerca di andare oltre i testi pubblicati dei filosofi, cerca di vivisezionare le loro biografie, le loro abitudini, le loro malattie, le loro sofferenze, perché è da lì, dalla loro esperienza, dal loro corpo che nasce il loro pensiero. Guyau e Nietzsche sono figli di Epicuro e Spinoza, sono pensatori epicurei, tanto da seguire gli insegnamenti del filosofo greco per poi partire verso un viaggio ancora inattuale. Qui, però, si tratta di come sia possibile, anche se le difficoltà non mancano, essere felici, creare felicità, essere degli oltreuomini.

9 gen 2014

Classifica: i più belli e i più deludenti del 2013

Un altro anno se n’è andato, e come quando finisce qualcosa ci si volta indietro e si tiranno le somme, si cercano ragioni, sentimenti e si tende a organizzare i ricordi. Per molti versi è stato un annus horribilis quello appena passato, un anno dal sapore amaro, ma sono stati anche dodici mesi di libri, pochi in verità, e non sono mancate le chicche, le scoperte intriganti…
Come scrivevo, pochi libri letti quest’anno, soltanto 48; il tempo è stato tiranno, si scrive così quando si cerca una giustificazione. Ecco, come solito ormai, i cinque titoli più esaltanti dei dodici mesi appena trascorsi.

1. La confessione
2. Tonio Kröger
3. Nei mari estremi
4. Lettera di una sconosciuta
5. Il maestro di Vigevano

Dovrei inserire nella cinquina dei più apprezzati, ex equo, i soliti Nietzsche, Bukowski, Schopenhauer, Saramago; mi accontento di citarli qui. E non posso non provare riconoscenza verso Louÿs, Viganò, Frisch, capaci di regalarmi momenti preziosi.
È il turno, adesso, dei meno piaciuti. Seppur pochi, i libri del 2013 sono stati quasi tutti gustosi, per palati capaci di apprezzare i sapori forti. E non riesco a trovare titoli deludenti, inappaganti. Menziono solo Moby Dick quale capolavoro verso cui mi aspettavo molto di più e Il codice dell'anima, un testo assurdo quanto però leggibile e quindi pericoloso.
Insomma un anno povero di letture, ma di un certo spessore.

9 dic 2013

Tonio Kröger - Thomas Mann (Racconto - 1903)

"Lavorava muto, chiuso, invisibile e pieno di disprezzo per quei piccoli spiriti il cui talento è una sorta di ornamento sociale, i quali, sia che fossero ricchi sia che fossero poveri, se ne andavano in giro sporchi e laceri oppure sfoggiavano il lusso mediante eccentriche cravatte, in primo luogo felici, intenti a vivere amabilmente e artisticamente, ignari che le opere buone sorgono soltanto sotto la pressione di una vita grama, che chi vive non lavora, e che bisogna essere morti per essere veramente creatori".

Tonio, figlio di una famiglia borghese, già a quattordici anni si diletta a scrivere versi. E in questi, nella sua tensione artistica, avverte la diversità rispetto ai coetanei e agli insegnanti; rispetto ad Hans Hansen -  l'amico verso cui nutriva un affetto quasi morboso - e Ingeborg Holm - la bellissima ragazza della quale era innamorato senza esserne corrisposto. Il ragazzo si fa adulto, viaggia, conosce il mondo, le varie forme di bellezze artistiche, e avverte dentro se stesso una sempre più robusta forma di disagio, di peccato, di disperazione, eppure non può fare a meno di dedicarsi all'arte, alla creazione. Soffre, vive in un limbo, perché, seppur in estasi, non riesce a condividere la sua passione per la bellezza, per l'amore della creazione. Poi il viaggio in Danimarca, il ritorno alle origini, la ricerca disperata di un'arte pura, profonda, lontana dalla formalità della bellezza italiana che gli è venuta a noia. Quindi il ritorno nella sua città natale, il tuffo nella malinconia dei ricordi, la forza della solitudine, e, durante le soste tra le località danesi, ecco che in un albergo incontra Hans e Ingeborg che si tengono la mano... E allora le pagine si fanno sublimi, altissime e la contrapposizione tra il dolore dell'arte e della conoscenza e tra la realtà della vita ordinaria e inconsapevole esplode in tutta la sua veemenza e sontuosità.

Racconto lungo o romanzo breve, è un'opera autobiografica; di nostalgia. Nostalgia verso un mondo, quello dell'adolescenza, ormai lontanissimo, in cui solo il ricordo di un'esistenza resta felicemente impresso. Ma è di nostalgia - quasi di rimpianto - anche perché Tonio più sa, e più è consapevole del suo essere creatore, più è diverso, distante dall’heideggeriana quotidianità media, e ciò lo rende triste. Gli altri sono felici, lui no, non può esserlo! Nutre invidia verso quelli come Hans e Indeborg, belli, biondi, con gli occhi azzurri, che vivono una vita senza tormento; addomesticati e conformisti. Tonio si accorge che la sua contraddizione non potrà essere risolta, che non potrà mai essere diversamente da com’è, che è destinato all’insoddisfazione, al turbamento, all’essere il prototipo della sofferenza dell’uomo moderno. Il protagonista non vuole vivere un'esistenza in cui la dignità della ricerca dell'essere sia perduta. Tonio-l'artista-Mann sente il bisogno di vivere la vita in piena coscienza, di autoaffermarsi nella dignità della ricerca del senso, nella disciplina di un'esistenza di perenne e contraddittoria tensione morale verso l'eroicità. Ma si è macchiato di una colpa mortale: durante il viaggio in Danimarca si abbandona alla vita media, e allora l’irrequietezza, la turbolenza, l’insoddisfazione dell’animo irrompono e lo sconvolgono ancora di più. E che finale; quella confessione di invidia, di bisogno di normalità…

Alcune pagine sono di straordinaria bellezza, così come le riflessioni sull'arte sono esemplari. È un piccolo ma eccezionale capolavoro (uno dei tanti del gigantesco scrittore tedesco), un poema sinfonico post-romantico in cui, su uno sfondo amletico, si nascondono vistosamente percettibili Nietzsche, Schopenhauer, Leopardi.

Un racconto riscoperto; a chi lo sa, un riconoscente pensiero…

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