Presentazione


Presentazione

Questo spazio è dedicato agli appunti, alle briciole di recensione irrazionali, che colgo, da lettore appassionato e spesso rapsodico, nei miei viaggi verso la lentezza e la riflessione. Briciole di recensione irrazionali dunque.

Briciole perché sono brevi, a-sistemiche, frammentarie, come un certo spirito moderno pretende. Non sono delle vere recensioni. Queste hanno uno schema e una forma ben precisa, mentre i miei sono più che altro appunti colti sul momento, associazioni d’idee, giudizi dettati dalle impressioni di un istante, da una predisposizione d'animo subitaneo, da un fischio di treno... E perciò li definisco irrazionali. Perché sfuggono da un qualsiasi schema predefinito, perché sono intermittenti, perché nella scelta di un libro, per via di una congenita voracità, spesso non seguo linee e percorsi definiti dalle letture precedenti, ma mi lascio trasportare dagli ammiccamenti o dalle smorfie di sfida che un libro sulla mensola della libreria mi lancia.

È un modo insomma di coltivare, di giocare, di prendere vanamente in giro la memoria, per conservare, catalogare e archiviare frammenti di ricordi e suggestioni che un giorno, magari, potranno farmi sorridere e, perché no, commuovere.

23 nov 2016

Perché crediamo in Dio (o meglio, negli dei) - J. Anderson Thomson (Saggio - 2011)

"La religione può offrire conforto in un mondo duro; può promuovere la formazione di comunità; può istigare un conflitto. In breve, può avere la sua utilità, nel bene e nel male. Tuttavia è stata creata dagli esseri umani e il mondo sarebbe migliore se la smettessimo di confonderla con la realtà".

È davanti agli occhi di tutti quanto le credenze religiose abbiano un impatto profondissimo sugli individui e sulla società. Lo psichiatra statunitense, in questa analisi divulgativa ma attento a indicare tutti gli studi che ci stanno dietro, cerca di spiegare come sia la nostra mente a generare le credenze religiose e le affermazioni sul sovrannaturale. Per dimostrare che non c'è nulla di trascendente che dall'alto ci cala la sua verità, mette sotto esame i meccanismi e l'evoluzione del nostro cervello al fine di porre rimedio agli impatti distruttivi che dobbiamo subire dalla religione e dall'idea di un Dio (o di dèi). Perché, quindi, la religione, oggi, riesce ad attecchire negli uomini? Perché alla luce delle nuove scoperte dei meccanismi della mente ancora oggi si dà peso a certe credenze? Sviluppando concetti evoluzionistici, il libro è costellato di illuminanti citazioni darwiniani, Thomson sostiene che la religione sia un sottoprodotto di diverse predisposizioni psicologiche che offrirebbero un vantaggio per la nostra sopravvivenza. Frutti dell'evoluzione, i sistemi di attaccamento (bisogno di qualcuno su cui contare), la scissione tra mente e corpo, la disconnessione cognitiva, l'autoinganno, i neuroni a specchio sono solo alcuni dei processi mentale che spiegano il nostro bisogno di religione.
Dio è dunque un sottoprodotto dei processi cognitivi della nostra mente, un meccanismo del tutto simile a quello che ci spinge ad assumere cibi spazzatura, pur sapendo che ci saranno indigesti.
Un testo divulgativo, ma che di certo può offrire ottimi spunti di riflessione.

17 ott 2016

L'intellettuale senza patria - Emil Mihai Cioran (Saggio - 1983)

"Ad esempio, se io mi fossi completamente identificato con quello che ho scritto, non avrei scritto. Questo è il problema. Cosa avrei dovuto fare? Avrei dovuto essere un saggio, ma non ci sono riuscito, dunque ho scritto libri. Tutto quello che ho fatto è stato il risultato di un fallimento spirituale".

L'intervista poliedrica rilasciata da Cioran al giornalista statunitense Jason Weiss spazia dalla metafisica alla morale, dalla musica alla filosofia e alla letteratura, abbracciando tutti i temi fondamentali che caratterizzano il pensiero dell'ultimo grande filosofo "tragico": la fatalità dell'esistenza, il tempo e la noia, la storia inesorabilmente diretta verso il peggio, l'insonnia quale artefice del cambiamento di visione filosofica, il suicidio nella sua accezione positiva, Dio come illusorio compagno nei momenti di estrema solitudine, la malvagità insita nell'uomo. In queste pagine, il filosofo crepuscolare confessa la sua ricerca ossessiva e velleitaria dell'atarassia. La filosofia, che si scontra con l'irascibile temperamento dell'essere uomo, diventa quindi atto esistenziale, atto consolatorio nel senso dell'esperienza che non lascia sparire il dolore ma che lo lascia sussistere e lo contempla. Eppure nelle sue parole sempre tragiche emerge chiaramente il disincanto verso la filosofia...
Siamo di fronte a una breve summa del pensiero di Cioran, intima però, costellata di aneddoti divertenti stuzzicati dalle ben predisposte domande di Weiss.

15 ott 2016

Il caso di Charles Dexter Ward - Howard Phillips Lovecraft (Romanzo - 1927)

"Avevano trovato dei sistemi sacrileghi per conservare in vita i propri cervelli, o nello stesso corpo oppure in corpi diversi; ed avevano evidentemente trovato il modo di sfruttare la coscienza dei morti che avevano raccolto".

Charles Dexter Ward è un giovane e appassionato studioso di scienze e di storia. Entusiasta ma mite, riservato ma conosciuto da tutti, durante gli studi si imbatte in documenti che riguardano un suo lontano antenato, Joseph Curwen. Stregone e negromante, il lontano parente diventa un'ossessione per Charles, il quale, in preda a una malata frenesia, si rinchiude nel suo laboratorio e inizia a studiarne i testi e, addirittura, a praticare le arti oscure.
Curwen, alchimista di Providence che, nonostante i decenni, il tempo non lo segnava, era una figura di spicco in città. Eppure, adagio, la stima che aveva da parte dei suoi concittadini fu compromessa. Le visite insolite nei cimiteri, le luci e gli scoppi che si diffondevano dalle finistre del suo palazzo, le superstizioni sul suo conto pregiudicarono infatti la sua reputazione e i suoi affari. Curwen allora, già anziano, decise di sposarsi con una giovane ragazza per rimediare agli occhi dei suoi concittadini. Ma è la sua stranezza a essere considerata causa di alcuni misfatti avvenuti a Providence, e i suoi concittadini, misteriosamente, lo uccisero.
Charles Ward, affascinato da questa figura, si lascia trasportare dalla ricerca ossessiva dei fatti e, soprattutto, dalle scoperte incredibili relative ad alcune evocazioni e ad alcuni esseri generati dall'antico parente. La scoperta della casa di Curwen e di un ritratto che mostra lo stesso Curwen straordinariamente simile alle fattezze del giovane Ward, porteranno quest'ultimo a spingersi più caparbiamente nella ricerca di note e appunti su cui riflettere e su cui lavorare. Un assillo che lo porterà vertiginosamente al limitare della follia.
I suoi genitori, preoccupati nel vederlo sempre più distante dalla realtà, preoccupati perché dal suo laboratorio sentono risate che sembrano provenire dall'inferno, litanie diaboliche mai ascoltate prima e odori di zolfo, preoccupati perché vedono una certa continuità tra Curwen e Ward (quasi come se il primo si fosse reincarnato nel secondo) incaricano il medico di famiglia e loro amico, il dottor Willet, di scoprire le cause della follia del figlio. Ma è solo dopo la follia completa di Ward e la sua conseguente reclusione in manicomio che la ricerca del medico tra le stanze segrete del giovane si fa lucida esplorazione della follia. Le pagine sono veloci, le immagini sono vive, il terrore si insinua nel lettore. Lo scienziato, sebbene sconvolto dal continuo terrore che gemiti raccapriccianti e olezzi nauseabondi gli procurano, persegue nel suo scopo con piglio razionale: scoprire come Ward abbia perso la ragione. Rischiando, però, a sua volta di perdere lui stesso il senno. E nel finale ogni cosa prende il suo posto, alla fine trova la verità, trova come il passato sia tornato e abbia preso il posto del presente...

Il romanzo è ossessivo, nella trama e nella ricchezza dei particolari, e nulla è lasciato al caso. È la storia di una metamorfosi incredibile, il passaggio da un individuo eccentrico sì, eppure del tutto normale, a un uomo con tendenze omicide da essere persino rinchiuso in una clinica psichiatrica; è il racconto della genesi della follia, tema fortemente ispiratore per Lovecraft; è la storia di una passione anche, verso il mistero e la conoscenza. Una passione che ha del metodo però, sottile e snervante, che non mette tuttavia in conto le possibili conseguenze che lo svelamento di una verità così estrema possa avere. Sembra di leggere nella passione di Ward la stessa del dottor Frankenstein...

11 ago 2016

Elogio della follia - Erasmo da Rotterdam (Saggio - 1509)

"Insomma non c'è rapporto sociale, non c'è legame di convivenza che possa essere piacevole o duraturo senza di me: il popolo non potrebbe più sopportare il principe, il padrone il servo, l'ancella la padrona, il precettore l'allievo, l'amico l'amico, la moglie il marito, il proprietario l'inquilino, il compagno di alloggio l'altro compagno, il commensale l'altro commensale, se non entrassero in gioco ora errori di giudizio, ora una certa adulazione, ora la volontà di chiudere un occhio, ora il miele della follia nei loro rapporti reciproci".

Originale e fresco, nonostante l’età e i continui rimandi mitologici, il capolavoro di Erasmo segna nettamente un confine: tra il Medioevo e il Rinascimento, tra una visione seria ma scevra di ironia e di autoanalisi e una ironica e allo stesso tempo profondissima. Attraverso il paradosso, l’atteggiamento umoristico e beffardo, la Follia, la protagonista del monologo, studia l'uomo e le sue passioni, ne individua le maschere, i desideri di felicità conquistabili attraverso la menzogna e l'ignoranza, ne coglie l’intera sua miseria. 
Tutto inizia quando, durante una festa, la Follia arriva bardata come un giullare davanti a un pubblico non precisato (tutti noi in fondo). Appena apparsa, mette allegria e la Follia sa che gli uomini in sala sono predisposti ad ascoltarla e a lodarla, anche se finora nessuno l'aveva mai fatto. L'elogio allora è fatto da se stessa, iniziando a elencare i benefici che distribuisce all'umanità: la vita, il matrimonio, il parto, la giovinezza, la vecchiaia; perché solo un folle potrebbe ritenerli accettabili. Poi è la volta dei piaceri, e della nostra disposizione a lasciarci ingannare, che sono tali solo perché c'è la pazzia. Anche la guerra e la politica, nobili arti, deriverebbero dalla follia. Persino il filosofo, emblema della saggezza, per vivere in un mondo di apparenze deve vivere di pazzia. Non mancano quindi pagine satireggianti sugli uomini di cultura, sugli uomini di fede, sui laici. Infine, dopo aver discusso di beatitudine, dell'estasi e di Dio, la Follia si congeda e ritorna ad essere una dea pagana.
Nell’analizzare il rapporto tra l'illusione e la verità, tra la sapienza e la follia, tra la saggezza e l'ignoranza (quanto Platone…), la Follia non fa nient’altro che leggere l’ordine e allo stesso tempo la finzione che abbracciano quell’essere presuntuoso e limitato che è l’uomo. In questa visione inquietante, pessimista e irrazionale emerge una verità agghiacciante: solamente nella follia e nella inconsapevolezza può esserci la felicità.

30 lug 2016

La notte - Elie Wiesel (Romanzo - 1958)

La notte - Elie Wiesel (Romanzo - 1958)

"Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata. Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia Fede. Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l'eternità il desiderio di vivere. Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto. Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai".

Ci sono libri che lasciano il segno, che sanno di educazione, quella vera. Questo romanzo, autobiografico, che dunque racconta un’esperienza reale, ne è un esempio. Amaro fino al disgusto e alla vergogna, estremo fino agli angoli più bui dell’animo umano, è un libro che, nel silenzio assoluto della riflessione, non può non lasciare nel petto dei brividi agghiaccianti.
Siamo in un villaggio della Transilvania durante la seconda guerra mondiale. Le angherie che subiscono gli Ebrei sono ancora accettabili e non potranno mai avere esiti peggiori, passerà in fretta la farsa organizzata solo per mettere paura, tutto si risolverà in un nulla di fatto; queste sono le sensazioni che gli abitanti del villaggio hanno; prima del disastro... Un senso di ottimismo attraversa gli animi degli uomini e delle donne, e del giovanissimo Eliezer, il narratore e protagonista. Eppure, velocemente, pesantemente, gli eventi si susseguono fino alla tragedia. Il giovane narratore, lentamente, perde quel sentimento di fiducia che si ha quando si è terrorizzati, lentamente raggiunge consapevolezza, lentamente perde la Fede in quel Dio che tanto desiderava conoscere. Quindi, raccontati con gli occhi di un quattordicenne, le leggi razziali dopo l'arrivo dei Tedeschi nel villaggio, il ghetto, la deportazione, Auschwitz. Poi il trasferimento in un campo di lavoro, a Buma, il lavoro, la fame, le botte, le impiccagioni, la morte di Dio, le selezioni, il fumo del camino, l'evacuazione, l'interminabile viaggio in treno fino a Buchenwald. Racconti, questi, che conosciamo, che abbiamo affrontato, tuttavia la testimonianza diretta lascia sempre un segno più profondo.
Il racconto è schietto, preciso. Le immagini che le parole trasmettono sono nette. Si vedono i volti affamati di questi che sono dei fantasmi più che degli uomini, si legge la crudeltà degli uomini tutti (vittime e carnefici), si cerca un Dio senza mai trovarlo se non nel corpo penzolante di un bambino impiccato... 
Bellissima la relazione con il padre del narratore, sempre vicino al giovane figlio, sempre premuroso, ma le circostanze, con una velocità spaventosa, capovolgono il loro rapporto e il figlio diventa il padre. Una relazione onnipresente nel racconto, ma che alla fine si tinge di cattiveria e di vergogna. Stremati, prossimi alla fine di ogni speranza, è lo stesso Eliezer che sente tutto il peso del padre e, alla morte di quest’ultimo, sente il peso della liberazione.
Romanzo senza retorica (a parte alcuni momenti di esaltante consapevolezza), genuino nel suo sentimento. Commovente. Un libro, nella sua notte, educativo.

22 lug 2016

Fascinazione della cenere - Emil Mihai Cioran (Saggio - 2005)

"Vegliare vuol dire essere coscienti al di là del sopportabile, non poter dimenticare, subire la continuità dell'intollerabile. Mentre quelli che dormono incominciano ogni mattina un altro giorno, per l'insonne l'oblio non è possibile, poiché giorno e notte egli affronta incessantemente lo stesso inferno".

Gli scritti raccolti in questo volume, composti tra il 1954 e il 1991, sono per intelligenza e prontezza critica senz'altro di Cioran. Sotto forma di ritratti e di saggi brevi, questi scritti arricchiscono gli 'Esercizi di ammirazione' e analizzano, tra gli altri, le figure di Machiavelli, Leopardi, Heidegger, Beckett. Ciò che invece non sembra essere di Cioran è lo stile. Molto asciutto, manca la poesia e lo slancio raffinato a cui il pensatore francese ci ha abituato.
Restano comunque pagine ingegnose, che denunciano ancora una volta un profondissimo spirito di osservazione nelle cose degli uomini e del mondo.

15 lug 2016

Cosmo - Michel Onfray (Saggio - 2015)

"Mentre i pagani guardavano al cielo per vivere bene, per vivere meglio, per vivere in armonia con il cosmo, i cristiani lo hanno scrutato per desiderarlo e per aspirare a perdervi la propria carne fino a trasformarsi nella pura virtualità di un corpo glorioso, di un anticorpo, di un corpo senza carne, senza desideri, senza passioni, senza vitalità e senza pulsioni. Il cielo dei contadini era disseminato di segni concreti che potevano essere decifrati: bagliori, aloni, lucentezze, luminosità, nembi, scintillii, iridescenze, quarti di luna, movimenti di costellazioni, nuvolosità. Il cielo dei cristiani si è, invece, colmato di finzioni destinate a trasformare le vite dei credenti in altrettante finzioni".

Il primo volume della trilogia ancora non completa, dal titolo 'Breve enciclopedia del mondo', è un libro scritto per il padre dell'autore, scomparso da poco tempo, per ricordare l'eredità morale che gli ha consegnato. La riflessione del filosofo francese, sentita e vissuta, nasce dunque dal pensiero della morte. Vivere la morte dell'altro e la successiva elaborazione del lutto sono i pretesti per sopravvivere filosoficamente e cercare un ordine all'interno della natura. Tuttavia senza cercare soluzioni fantasiose e sofistiche propinate per millenni dalle religioni e dalle filosofie idealiste. E allora Onfray cerca, nell'esempio della vita del padre (uomo religioso ma non bigotto), di tramandare un'eredità costituita di virtù laiche e di dolcezza. Un'ontologia materialista, appunto, come recita il sottotitolo. Lo scopo è di mostrare come sia possibile un'etica senza religione, una vita filosofica degna e alta, una vita empirista, pragmatica, utilitarista, seguace di ciò che vuole la natura.
Quindi l'analisi si rivolge al tempo della quotidianità, scandita dal lavoro dei campi e da un ritmo pacato e dolce. È il tempo del vino dunque, il tempo da dedicare all'agricoltura (e quindi alla cultura); il tempo e la libertà degli zingari; delle cicale; delle piante; dello scienziato che si rinchiude in una grotta, al buio, per mesi; il controtempo del filosofo e dell'artista che si contrappone al tempo morto da riempire nei ritmi sempre uguali della quotidiana inciviltà.
Dopo, la riflessione si rivolge al concetto di vita come forza unica, che non conosce il bene e il male, che si realizza nella morte. E allora si illustra, scegliendo il Sipo Matador come archetipo, il concetto di volontà di potenza nietzschiano, o la millenaria e sempre uguale vita di un'anguilla lucifuga, o i parassiti che perseverano e trionfano per spiegare la favola del libero arbitrio. Non mancano le note di stizza contro le assurdità del pensiero antroposofico di Rudolf Steiner, o contro la moda europea di rubare e decontestualizzare l'arte africana.
Successivamente, invece, a essere preso in esame è l'evoluzionismo di Darwin e la tesi secondo cui tra gli uomini e gli animali esiste solo una differenza di grado. Qui il discorso si manifesta nello scontro tra specisti e antispecisti, tra la visione verticale giudaico-cristiana e quella che vede l'uomo animale tra gli animali. Una lotta tra una visione, quella giudaico-cristiana, che prosegue con Cartesio e l'occasionalismo di Malebranche, e una visione, quella antispecista, che si concretizza con la rivoluzione di Darwin preceduta dalle osservazioni di Meslier e Montaigne. Non potevano mancare, inoltre, considerazioni sulle teorie e gli estremismi di Peter Singer e sulle definizioni di vegetariano e vegano, sulle tauromachie e sul culto reso alla morte. 
Ecco il momento dedicato all'universo, il luogo della saggezza dove tutto risiede e ritorna. Quindi l'importanza della luce nelle religioni pagane, i richiami di questi culti nel cristianesimo, il dualismo tra la visione immateriale e inconsistente del cosmo e quella materialista e della scienza. 
E infine, Onfray rivolge un invito alla bellezza, al sublime e al confronto pascaliano tra noi e il cosmo attraverso la visione poetica degli haiku giapponesi, o la visione panteistica di Arcimboldo, della Land Art e di Friedrich, o della musica dionisiaca di Orfeo.

Un libro che definirei di autobiografia filosofica, in cui dai racconti della sua vita, nel ricordo del padre, si cerca di cogliere l'esistenza filosofica, l'applicazione di un pensiero pagano, fatto di terra e sentimento. In questa prospettiva, ancora una volta, nelle pagine del filosofo francese, la filosofia dualista, idealista, giudaico-cristiana che ha decretato l'inferiorità degli animali rispetto all'uomo, si scontra con la filosofia monista, materialista e atea che invece vede gli animali del tutto simili all'uomo e, spesso, moralmente, addirittura superiori.
Con uno stile avvincente, non ci si stanca di leggere e di gustare parole e racconti. Conosciamo, però, il pensiero del filosofo e, a parte qualche lampo di originalità, non si trova molto di nuovo.

30 giu 2016

Sodoma e Gomorra - Marcel Proust (Romanzo - 1921/22)

"Non avevo più alcun dubbio circa il suo vizio. La luce del sole che stava per sorgere, modificando le cose intorno a me, mi fece prendere, come se mi spostasse un istante in rapporto ad essa, ancora più crudelmente coscienza della mia sofferenza. Non avevo mai visto un mattino con un inizio così bello e così doloroso. E pensando a tutti i paesaggi indifferenti che fra poco si sarebbero illuminati e che, ancora il giorno prima, mi avrebbero riempito soltanto del desiderio di visitarli, non potei trattenere un singhiozzo, quando in un gesto d'offertorio, meccanicamente compiuto e che mi parve simbolizzare il sanguinante sacrificio che avrei dovuto fare di ogni mia gioia, ogni mattino, fino alla fine della mia vita, rinnovamento solennemente celebrato ad ogni aurora del mio dolore quotidiano e del sangue della mia piaga, l'uovo d'oro del sole, espulso dal rompersi dell'equilibrio che un cambiamento di densità avrebbe recato al momento della coagulazione, orlato di fiamme come nei quadri, squarciò di colpo le tende dietro le quali da qualche istante lo sentivo fremere, pronto a entrare in scena, a slanciarsi, e di cui cancellò, sotto fiotti di luce, la porpora misteriosa e coagulata. Mi sentii io stesso piangere".


Dopo una lunga pausa, ritorno a riflettere sulle parole di Proust, e inevitabilmente mi trovo di fronte alle squisite descrizioni dei mille animi dell'uomo, scandagliato nella sua essenza, in tutto il suo spettro che va dal superficiale e insensibile al profondo e delicato. 
L'ultimo volume pubblicato in vita - il quarto della Recherche -, con la bellissima analogia tra gli insetti e i fiori, si apre con la scoperta da parte del narratore della relazione omosessuale tra M. de Charlus e il gilettiere Jupien. Poi il segreto che viene interiorizzato (ma sempre vivo e onnipresente in tutto il volume quando osserva i movimenti del barone) e il successivo incontro mondano in casa Guermantes tra pettegolezzi, civetterie, invidie, gelosie, superficialità. Qui, mentre leggiamo con un pizzico di malinconia il ricordo dell'ultima apparizione pubblica di Swann, come in una galleria di ritratti vediamo tratteggiare i segni caratteriali dei vari personaggi che il narratore incontra. Sono pagine lente che si trascinano senza ritmo, nelle quali sono quasi assenti i guizzi stilistici, sublimi e raffinatissimi, tipici dello stile proustiano. È il mondo dell'apparenza, dove ciò che conta è il superfluo, il pettegolezzo. Non c'è spazio per la profondità, ogni cosa è serva del vano e della parvenza. I vari personaggi che circondano il narratore non sono che vanagloriosi scevri di ogni consapevolezza; pensano solo a ben figurare, ben vestirsi, sorridere e dietro denigrare; ecco le regole per stare dalla parte di Guermantes.
Finita la festa, quella fiera di vanità, il racconto si tinge del colore della gelosia. Il narratore, infatti, che avrebbe avuto un appuntamento con la sua Albertine, non riesce a incontrarla. La sente nel cuore della notte, al telefono, e subito dopo la vede, giocando con la rabbia e la gelosia il gioco dell'amore non limpido, il gioco delle menzogne, il cui olezzo nauseabondo si percepisce tra le parole di lei. Eppure, si sa, si fa di tutto per tapparsi il naso... E allora le pagine si illuminano di sofferenza.
Poi la partenza per la normanna Balbec, il luogo delle intermittenze del cuore, il luogo dei ricordi improvvisi della nonna, del sogno della nonna morta che aspetta una visita del nipote al cimitero; pagine meravigliosamente struggenti. A Balbec, d'estate, il narratore recupera e capisce il dolore della morte della sua amatissima nonna. Il dolce e allo stesso tempo affranto ricordo di quest'ultima, però, lo condurrà, tra un incontro aristocratico e un altro, ad abbandonarsi totalmente ad Albertine. La storia d'amore quindi esplode, diventa sublime, anche se colma di dubbi e di incertezze. E mentre cresce il suo amore contraddittorio per Albertine, il dubbio che questa possa aver avuto rapporti saffici lo tormenta. La gelosia per Albertine quindi cresce, dilaga, e il protagonista oscilla tra la decisione di lasciarla e quella di sposarla. In Normandia, però, l'amore angosciante del narratore per Albertine non è l'unico. Tra altri incontri, pettegolezzi, partite a carte, leggiamo infatti degli ammiccamenti omosessuali tra M.de Charlus e il violinista Morel. Amore che sfocerà in una lite che culminerà con un finto duello architettato dal barone stesso per avere ancora vicino a sé l'amato Morel.
Il volume si chiude con la scoperta, durante un viaggio in treno, mentre il narratore ha deciso dentro di sé che non ha più intenzione di sposare Albertine, che quest'ultima avrebbe avuto rapporti lesbici con Madame de Villeparisis e che, forse, quando non stavano insieme in quelle giornate estive, avrebbe continuato a tradirlo con altre donne. La gelosia, la sofferenza, la disperazione e le lacrime si infiammano e le ultime pagine si tingono del buio interiore di una notte che volge al termine. Sconfortato e negli abissi più neri, il narratore decide di lasciare Balbec e rientrare a Parigi insieme ad Albertine.

Siamo di fronte al capitolo dell'omosessualità; il tema, già evidente nel titolo, è centrale. Ma, in fin dei conti, è tutto lo spettro dell'amore, omosessuale ed eterosessuale, a essere preso in esame. E in qualsiasi forma si esprime, l'amore per Proust, evidentemente, è egoismo, è unilaterale, è crudele.

03 giu 2016

Franz Kafka e Praga - Harald Salfellner (Saggio - 2014)

"Il modo migliore per avvicinarsi ai luoghi e alle stazioni della vita di Kafka a Praga consiste nel partire dalla Piazza della Città Vecchia o Piazza dell'Orologio: il centro della città è anche il centro del mondo in cui ha vissuto Kafka".

L'autore di questo saggio, ricco di immagini e di didascalie curiose (unici elementi degni di cattura), concentra la sua attenzione sulla vita del grande scrittore ceco, partendo dalla città in cui ha vissuto. Praga, la bellissima capitale ceca, è il centro del mondo, il mondo magico e brulicante di novità che ha visto tra i suoi figli un Kafka descritto in tutta la sua semplicità. Alla ricerca continua di pace e di silenzi, seguiamo gli spostamenti del giovane scrittore tra le vie e i quartieri della sua città; lo seguiamo nelle diverse abitazioni che ha continuamente cambiato, e così si legge del contesto cittadino e storico in cui visse.

Libro non indispensabile a onor del vero, scevro di emozioni da fissare nella memoria. Resta, tuttavia, il ricordo di un volume comprato in via degli Alchimisti, in una delle case più semplici, silenziose e amate da Kafka.

08 mag 2016

Note invernali su impressioni estive - Fëdor Michajlovic Dostoevskij (Saggio - 1863)

"Cercate di capirmi: il sacrificio di tutto se stesso a beneficio degli altri, il sacrificio volontario, assolutamente cosciente e non costretto in alcun modo, è a parer mio il segno della massima evoluzione della personalità, della sua massima potenza, del suo massimo autocontrollo, della massima libertà della propria volontà".

Il diario scritto pensando al primo viaggio all'estero del grandissimo scrittore russo è l'occasione per riflettere sull'Europa, sull'uomo, su se stesso. Dostoevskij sente la necessità di un confronto, di capire la dicotomia tra Russia ed Europa, di vedere l'Occidente come luogo del futuro, per poi scoprire che questa terra nuova, tanto cantata dai suoi concittadini, è luogo di materialismo e decadenza morale. Un Dostoevskij prevenuto dunque, che ha già un suo pensiero, che vede nell'Europa un simbolo di perdizione. 
Visita la Germania, la Francia, l'Inghilterra, la Svizzera, l'Italia (della quale dà spazio ad alcune riflessioni su Garibaldi), ma non racconta delle sue impressioni di fronte a un monumento, a un paesaggio; si dedica quasi unicamente a descrivere le sue riflessioni su Londra - frenetica, in ebollizione, popolata da masse indecenti - e Parigi - ipocrita, convinta che tutto sia ordinato, razionale.
Il resoconto di una delusione annunciata quindi, un pretesto che diventa spunto di riflessione per contrapporre la verità del popolo russo all'elitè russa europeizzata. 
Potrebbe sembrare solo lo sfogo di un pensatore che vede nei successi della borghesia, e quindi della Francia e dell'Inghilterra, i limiti dell'uomo egoista e distaccato. Eppure, nell'osservare il popolo russo dei contadini come un modello da seguire in quanto devozione e umanità, allo stesso tempo potrebbe sembrare un uomo dal desiderio rivoluzionario. Un Dostoevskij polemico insomma, forse colmo di pregiudizi, ma anche di raffinate intuizioni.

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