Presentazione


Presentazione

Questo spazio è dedicato agli appunti, alle briciole di recensione irrazionali, che colgo, da lettore appassionato e spesso rapsodico, nei miei viaggi verso la lentezza e la riflessione. Briciole di recensione irrazionali dunque.

Briciole perché sono brevi, a-sistemiche, frammentarie, come un certo spirito moderno pretende. Non sono delle vere recensioni. Queste hanno uno schema e una forma ben precisa, mentre i miei sono più che altro appunti colti sul momento, associazioni d’idee, giudizi dettati dalle impressioni di un istante, da una predisposizione d'animo subitaneo, da un fischio di treno... E perciò li definisco irrazionali. Perché sfuggono da un qualsiasi schema predefinito, perché sono intermittenti, perché nella scelta di un libro, per via di una congenita voracità, spesso non seguo linee e percorsi definiti dalle letture precedenti, ma mi lascio trasportare dagli ammiccamenti o dalle smorfie di sfida che un libro sulla mensola della libreria mi lancia.

È un modo insomma di coltivare, di giocare, di prendere vanamente in giro la memoria, per conservare, catalogare e archiviare frammenti di ricordi e suggestioni che un giorno, magari, potranno farmi sorridere e, perché no, commuovere.

10 ott 2021

Pittori - Marcel Proust (Saggi - 1895/1898)

"Da Chardin abbiamo imparato che una pera è altrettanto vivente di una donna, che un volgare recipiente è altrettanto bello di una pietra preziosa. Il pittore ha proclamato la divina eguaglianza di tutte le cose davanti allo spirito che le considera, davanti alla luce che le abbellisce. Ci ha fatto uscire da un ideale falso per farci penetrare largamente in una realtà, per farvici ritrovare dappertutto la bellezza, non più prigioniera d'una convenzione o d'un gusto falso, ma libera, forte, universale, schiudendoci il mondo. E ci trascina sul mare di bellezza".


Questa raccolta di saggi di critica d'arte che Proust ha dedicato ad alcuni dei suoi pittori preferiti, Chardin (il saggio più bello), Rembrandt, Watteau, Moreau, Monet, è davvero raffinata. Le immagini che lo scrittore rievoca per mezzo della sua insuperabile penna sono reali; vediamo davvero gli uomini che camminano nelle tele, le foglie che si decompongono, i vestiti che si sgualciscono. La parola proustiana ci fa rivivere l'arte pittorica e ci permette di penetrare un mondo precario e delicato che in fin dei conti è la nostra stessa realtà. Emerge un Proust sorprendente (ma non troppo, se lo si conosce), abilissimo e raffinatissimo osservatore, non solo dell'animo umano, ma anche della bellezza espressa nelle tele dei suoi amati pittori. Ci accompagna dentro al suo museo privato dove le opere sono state selezionate al solo scopo di gustare una realtà quotidiana apparentemente ripugnante e faticosa e allo stesso tempo, invece, piena di bellezza e fascino. Una dimensione che non è solo estetica, ovviamente, ma che si riflette nei nostri sentimenti. 

Senza tecnicismi, questi saggi, oltre che dimostrare ancora una volta l'abissale delicatezza dell'autore, rivelano quanto per lui la passione per la pittura sia stata una formidabile palestra per la sua scrittura. Quando leggiamo Proust, infatti, le immagini di dettagli apparentemente insignificanti diventano il senso stesso del tutto e ogni cosa, oltre che essere ben visibile nella mente del lettore, prende senso e assume le vesti della realtà fissata e immutabile e così diventa opera d'arte, come un dipinto (o una fotografia).

27 set 2021

Politica - Aristotele (Saggio - IV sec. a. C.)

"Ma la città è una comunità di simili che si propone come scopo il raggiungimento della miglior vita possibile. Poiché la felicità è la cosa migliore, e consiste nell'attuazione della virtù e nel suo uso perfetto, ma di essa accade che alcuni uomini possano avere una qualche parte, mentre altri poco o nulla, da questo evidentemente derivano varie specie e forme di città e molteplici costituzioni. Gli uomini perseguono la felicità in modi diversi e con mezzi disparati foggiando modi di vita diversi e diverse costituzioni".


Capolavoro della filosofia, il trattato dello Stagira sembra mettere al centro delle sue riflessioni l'uomo. Quest'ultimo, animale per natura politico e razionale che non può essere autosufficiente e che quindi ha bisogno di vivere insieme ad altri uomini, deve trovare una dimensione politica per conseguire il suo obiettivo ultimo: la ricerca della felicità. Suddiviso in otto libri, che trattano delle famiglia e della sua economia, delle costituzioni politiche vigenti e di quelle proposte da filosofi precedenti, delle principali costituzioni (monarchia, aristocrazia, democrazia), delle loro degenerazioni (tirannide, oligarchia, oclocrazia) e della costituzione migliore, il densissimo trattato specula intorno alla condizione che uno Stato deve avere, per cui vivere sia sinonimo di serenità e felicità. Ne risulta, di conseguenza, che la politica è indipendente dalla filosofia, sebbene il politico abbia il compito di assicurare le condizioni per coltivare tutte le attività teoretiche.

Ciò che spicca dalla riflessione aristotelica (impossibile non confrontarla con le quasi coeve tesi platoniche) è l'incredibile capacità analitica e logica, di certo superiore rispetto a quella del maestro. Se stilisticamente Platone rimane insuperabile, Aristotele sviluppa le sue argomentazioni con un'attenzione al dettaglio (anche storico) e all'analisi impressionante, sebbene risulti a tratti persino noioso.

Un bel mattone, da leggere lentamente.

16 lug 2021

In compagnia di Cioran - Mario Andrea Rigoni (Saggio - 2004)

"La denuncia della menzogna filosofica, che egli ha formulato con parole di fuoco, è sicuramente uno dei motivi per cui la sua figura e i suoi scritti possono irritare. Ma proprio per questo Cioran è stato ed è insostituibile per noi; proprio per questo, quando muore qualcuno come lui, c'è un po' più di buio e un po' più di volgarità nel mondo".


Cioran, ormai è chiaro, è uno dei più grandi scrittori e pensatori del secolo scorso. È essenziale, un caposaldo del pensiero novecentesco. Il traduttore e critico Rigoni, in questa raccolta di scritti che manifestano la sua gratitudine verso un'amicizia rara, ci descrive un Cioran dall'aria modesta, timida, che rifiuta le luci della ribalta mediatica e che, invece, apprezza una passeggiata ai Giardini del Lussemburgo. Le pagine raccontano dell'amicizia iniziata negli anni Settanta tra i due; una testimonianza descritta nel resoconto di incontri, di interviste e introduzioni alle opere del filosofo. Risultano particolarmente interessanti, nonostante non siano approfondite, le intuizioni leopardiane dei due amici.

Una raccolta di memorie dal forte sapore di gratitudine.

15 lug 2021

La filosofia politica di Aristotele - Günther Bien (Saggio - 1973)

"L'idea della pluralità delle costituzioni degli Stati e della relatività (da ciò risultante) della virtù e dell'educazione (domestica), si afferma anche qui: poiché la virtù di una parte va determinata in riferimento alla virtù del tutto, è necessario educare i figli e le donne sempre in riferimento alla rispettiva costituzione dello Stato, supposto che per la bontà di uno Stato faccia differenza se i figli e le donne sono buoni; infatti le donne costituiscono pur sempre la metà della gente libera, e i fanciulli diventano uomini, che in seguito, come cittadini, devono prender parte alla guida dello Stato".


Questa imponente ricerca è un classico della storiografia aristotelica. Bien, oltre a raccogliere i principali pareri di chi ha differenziato e ritenuto meno geniale il pensiero politico di Aristotele da quello di Platone, offre, giustifica e recupera, invece, una lettura diversa, sostenendo (e non si può che essere d'accordo con lui) quanto il metodo e l'attenzione dello Stagira sul tema politico sia più coerente e moderno dell'Ateniese. La verità è nel mondo concreto, è qui e adesso, non in un mondo immaginario e ideale, e noi, esseri contingenti e incerti, nelle nostre azioni non siamo perfetti né tanto meno consequenziali ed è quindi importante cercare di ottenere il massimo per vivere felici, utilizzando l'unico strumento che abbiamo a disposizione: la ragione. Ecco, individuando specificità uniche di città, Stati, costituzioni, Aristotele ci invita a riflettere razionalmente per giungere a una condizione e a uno Stato in cui vivere sia sinonimo di serenità e felicità. La politica (al pari dell'etica) è, per Aristotele, una scienza pratica e le indicazioni che suggerisce saranno solo di carattere generico.

Il saggio, tuttavia, non si concentra solo sulla filosofia politica, ma parte dalla visione etica del filosofo. Sebbene etica e politica siano due discipline diverse in Aristotele (a differenza di Platone), tale distinzione non è assoluta. L'etica, infatti, ha al suo interno problemi che sfociano inevitabilmente nella politica, così come quest'ultima ha implicazioni etiche. Una lunga parte del saggio, infatti, si concentra proprio sull'Etica Nicomachea, individuando tutti quegli elementi che la collegano alla Politica. C'è, insomma, una linea di collegamento tra i due trattati che si intreccia e poi si spiega solo alla luce di questo strettissimo rapporto. I temi come sommo bene, amicizia, felicità, virtù, giustizia, si intersecano tra le due opere e il saggio di Bien non fa che enfatizzare questo aspetto.

Un saggio accademico imprescindibile, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti; un classico insomma.

25 giu 2021

Thomas Hobbes - Norberto Bobbio (Saggio - 1989)

"Pur non essendo mai stato un politico militante, Hobbes scrisse di politica partendo dal problema reale e cruciale del suo tempo: il problema dell'unità dello stato, minacciata, un lato, dalle discordie religiose e dal contrasto delle due potestà, dall'altro, dal dissenso tra corona e parlamento e dalla disputa intorno alla divisione dei poteri. Il pensiero politico di tutti i tempi è dominato da due grandi antitesi: oppressione-libertà, anarchia-unità. Hobbes appartiene decisamente alla schiera di coloro il cui pensiero politico è stato sollecitato dalla seconda antitesi".


Il volume dedicato al grande filosofo inglese raccoglie i principali studi che Norberto Bobbio ha scritto tra il 1948 e il 1982. Secondo il grande e rimpianto filosofo e politologo italiano, la tesi di fondo del pensiero hobbesiano è l'unità dello Stato. Tra l'essere il vero padre del giusnaturalismo e l'anticipatore del positivismo giuridico, Hobbes ha descritto un modello politico da vero realista, e non da ideologo (come invece è stato Rousseau). Autoritario, il suo sovrano però non è un anticipatore dello Stato totalitario, come hanno sostenuto in molti, ma il simbolo della pace, dell'obbedienza e del ragionamento deduttivo. Contro il modello aristotelico secondo cui l'uomo è un animale che naturalmente ha una dimensione sociale, Hobbes descrive l'uomo come un essere malvagio che in natura vive in una condizione di perenne tensione e di paura di morire. L'unico modo per uscire da questa condizione è quello di affidare, attraverso un patto, tutti i suoi diritti a una figura terza che così sarà in grado di garantire con la sua potenza assoluta la pace. Un sistema politico, quindi, fondato su un artificio razionale in grado di calcolare danni e utilità all'interno di una visione realista, antropologicamente pessimista e anti-conflittualista. 

I saggi di Bobbio, con uno stile lineare e chiaro, tratteggiano in modo attento e anche appassionato il modello giusnaturalistico e, ovviamente, la teoria di Hobbes esposta sia nel De cive sia nel Leviatano. Un volume prezioso per chi vuole approfondire quella monumentale quanto affascinante teoria politica dell'assolutismo descritta da Hobbes nel XVII secolo.

22 giu 2021

Leviatano - Thomas Hobbes (Saggio - 1651)

"E patti senza la spada non sono che parole, essendo assolutamente privi della forza di dar sicurezza agli uomini. Pertanto, nonostante le leggi di natura (che in tanto ciascuno rispetta, in quanto ha la volontà di rispettarle quando possa farlo senza rischio), se non c'è alcun potere che sia stato eretto, o [ce n'è uno] non abbastanza grande per [garantirci] la sicurezza, allora ciascuno farà - e potrà legittimamente fare - assegnamento sulla propria forza e sulla propria capacità per premunirsi contro tutti gli altri".


Monumento della filosofia politica, il capolavoro di Hobbes, ritenuto ingiustamente mefistofelico e addirittura precursore dei totalitarismi del Novecento, è semplicemente rivoluzionario. Rispetto alla tradizione politica aristotelica, infatti, il filosofo inglese inserisce l'argomento politico all'interno delle scienze necessarie, non più del possibile. La sua analisi, razionalissima, debitrice del metodo cartesiano, è luminosa, lineare, consequenziale e non c'è molto spazio (se si accettano premesse e metodo) per la confutazione. Il ragionamento è semplice: gli uomini in quanto individui per natura sono egoisti e malvagi, ma allo stesso tempo sono anche razionali e sanno distinguere le leggi della natura, soprattutto quella che li induce a cercare la pace. Quindi per uscire dallo stato naturale di guerra in cui si trovano devono necessariamente rivolgersi a un sovrano che imponga loro la sua autorità e li renda sudditi. Un sovrano che pertanto sarà assoluto, che avrà su di sé ogni potere e sarà superiore a chiunque.  

Il trattato, sulla materia, la forma e il potere di uno Stato ecclesiastico e civile come recita il sottotitolo, è diviso in quattro parti: il primo dedicato all'uomo e sono esposti i principi filosofici (baconiani) e antropologici (pessimisti) che portano alla sua teoria politica. Il secondo, il più celebre, è relativo allo Stato e ai modi in cui deve essere costituito. Nella terza parte, invece, Hobbes analizza e commenta le Sacre Scritture (anticipando in qualche modo Spinoza) individuando la natura e i diritti dello Stato cristiano, che dipendono dalle rivelazioni sovrannaturali della Volontà di Dio. La quarta e ultima parte, infine, è dedicato al regno delle tenebre descritto come una confederazione di ingannatori (leggi Chiesa di Roma) che, per ottenere il dominio, si sforzano, con dottrine oscure ed erronee che risalgono alla tradizione filosofica greca, di oscurare la vera luce della natura e dell'insegnamento biblico.

Opera significativa, sebbene lontana dalla nostra concezione politica, ha un peso storico che non possiamo trascurare. Descrive un modello che realmente è esistito e ci aiuta a capirne meglio la sua natura e il suo successo nei secoli prerivoluzionari.

27 mag 2021

La guerra e le false notizie - Marc Bloch (Saggio - 1914/15 - 1921)

"Una falsa notizia nasce sempre da rappresentazioni collettive che preesistono alla sua nascita; essa solo apparentemente è fortuita o, più precisamente, tutto ciò che in essa vi è di fortuito è l'incidente iniziale, assolutamente insignificante, che fa scattare il lavoro dell'immaginazione; ma questa messa in moto ha luogo soltanto perché le immaginazioni sono già preparate e in silenzioso fermento".


Durante i primi mesi di guerra, il sergente Bloch, poi promosso maresciallo, tiene quasi sempre aggiornato un taccuino: la fonte del suo racconto. Il volume raccoglie quegli appunti rivisti in un momento di convalescenza ne I ricordi di guerra 1914/15 e comprende anche le Riflessioni di uno storico sulle false notizie della guerra. Il primo scritto è il resoconto di un uomo, di un soldato che vive l'esperienza della guerra in prima persona. Un vero e proprio diario di guerra che annota i fatti salienti vissuti sul fronte orientale. La partenza al fronte, le tratte compiute, i villaggi attraversati marciando, le lunghe attese, la prima durissima battaglia sul Marna, il seguente egoistico sentimento di gioia alla notizia della vittoria. Tra ufficiali miopi e tragicamente incapaci e giovani soldati coraggiosi e silenziosi, l'esperienza della trincea segna un punto di svolta per Bloch, sia come uomo, sia come storico. Capisce davvero cosa vuol dire stare a contatto con la morte e con soldati che condividono gli stessi sentimenti, ma capisce anche che la storia è fatta da uomini di tutte le culture, di tutti gli strati sociali; è fatta di psicologia, soprattutto. Scoperta questa che lo proietterà verso quella storia che guarda all'interdisciplinarietà, che è in effetti il suo marchio di fabbrica. 

Il secondo scritto, invece, è dello storico che riflette sul suo mestiere, sulla guerra come fenomeno umano e psicologico, fattori che giustificano la creazione e la diffusione di false notizie circolanti nelle trincee. La storia, si sa, è costellata di falsi racconti creduti veri e la psicologia della testimonianza, però, non soddisfa completamente le richieste dello storico. Nelle testimonianze, naturalmente, si mescolano vero e falso. Lo studioso deve, quindi, essere sempre scettico e poi metodicamente verificare quanto raccolto. Durante la Grande Guerra, quella micidiale e massacrante esperienza di disumanità, i giornali, la censura, la penuria di informazioni, le emozioni, la fatica e soprattutto l'immaginazione degli uomini turbati e quindi ben disposti emotivamente preparano la creazione di false notizie, di leggende. 

I due scritti, nella sostanza, tratteggiano la Prima Guerra Mondiale (emblema di tutte le esperienze belliche) come un esperimento di psicologia sociale che lo storico moderno ha il compito di sviscerare in tutti i suoi aspetti.

3 mag 2021

I quaderni di Malte Laurids Brigge - Rainer Maria Rilke (Romanzo – 1910)

"E non si ha più nulla e nessuno, e si va per il mondo con una valigia e una cassa di libri, in fondo senza curiosità. Che vita è questa, in fondo, senza casa, senza oggetti ereditati, senza cani. Si avessero almeno ricordi. Ma chi li ha? Ci fosse l'infanzia, almeno: ma è come sepolta. Forse bisogna essere vecchi per poter arrivare a tutto questo. Penso sia bello, essere vecchi".


Il ventottenne Malte, in una Parigi alle soglie di quella che sarà la Grande Guerra, scrive il suo quaderno di ricordi, di inquietudini, del suo male di vivere. Parigi è città rumorosa, confusionaria, caotica, brulicante di persone e di autovetture, disorientante come i pensieri e i ricordi del giovane poeta. Tutto sembra contemporaneamente vivo e morto, vitale e decadente e Malte insegue impetuosamente e senza sosta, come spesso segue diversi personaggi nella folla parigina, quei ricordi di infanzia alla ricerca di sé e del suo significato. Nel suo diario di viaggio, di appunti e di riflessione le emozioni sono tradotte in parole che cercano di fissare meglio possibile quei ricordi che con il tempo si stanno scolorendo. Malte, fondamentalmente, riflette sul senso della vita e quindi sul senso della morte e la sua riflessione gli serve per essere vivo. Nel vedere la morte degli altri prova la paura della morte stessa, una fase della vita che cerchiamo sempre di dimenticare e a cui non pensare. Malte invece, tra realtà e surrealtà, ci pensa e così sembra scivolare nella paranoia, sembra dissociato, spaventato dal nulla e dalla mancanza di identità. L'esperienza delle cose, anche delle più insignificanti (dai momenti legati alla madre, alle vacanze in Europa settentrionale, agli oggetti ricordati) è sempre schopenhauerianamente una sua rappresentazione. Non esiste una realtà misurabile, ma questa è una verità solo se siamo noi a dargliela. 

Lo stile è spesso poetico, esistenziale, febbrile, così come febbricitanti sono i ricordi raccontati. È un libro dai tratti autobiografici, ma in fondo lento e noioso. 

20 apr 2021

Uguaglianza - Riccardo Caporali (Saggio - 2012)

"Uguale e disuguale trascorrono il moderno e si sporgono oltre di esso. E allora, forse, passa di qui anche l'attuale longevità di quelle categorie che su questa endiadi hanno costruito la forma e la sostanza politica di un'epoca. Il discorso filosofico sull'uguaglianza (e sulla disuguaglianza) non conclude: non finisce nelle sue dialettiche moderne".


Il concetto di uguaglianza (con il suo corrispettivo dialettico di disuguaglianza) è sempre stato centrale nelle speculazioni filosofiche dell'occidente. Così, dall'antichità a oggi, la definizione stessa di uguaglianza si è accompagnata imprescindibilmente a quella di libertà (e di schiavitù), di diritto (e di esclusione), di morale e di giustizia. Il saggio, ben scritto e fluente, non fa altro che raccontare cronologicamente la storia di un'idea, cercando di coglierne il carattere problematico attraverso cui ha proceduto lungo tutta la nostra cultura. Così l'autore inizia ad analizzare il concetto di uguaglianza nel mondo greco e romano, quello gerarchico, in cui naturalmente si riconoscono i liberi dagli schiavi. Segue il mondo cristiano-medievale, quello della fratellanza universale ma anche della subordinazione, dei sensi di colpa e dell'innocenza perduta. Contraddizioni che, sebbene siano senza riferimenti teologici, contraddistinguono il mondo moderno, in cui sono l'artificio e il superamento di precarie condizioni naturali a tradursi in diritto e uguaglianza politica. Si scrivono quindi dichiarazioni e costituzioni dal forte sapore universalistico, ma che, di fatto, si concretizzano in aperte contraddizioni contro le donne, gli schiavi, gli ultimi. Ulteriore prova della difficoltà a raggiungere una sostanziale e non solo formale uguaglianza tra tutti i diversi si osserva nelle continue oscillazioni del Novecento, tra dittature e democrazie, e infine nell'attuale crisi della modernità dettata dalla globalizzazione che sfonda gli spazi e le culture e sfida continuamente l'idea stessa di uguaglianza.

Da sottolineare l'attenzione che è rivolta all'emancipazione femminile e al ruolo della donna in questa continua lotta dialettica che ancora oggi, dopo duemila e cinquecento anni di riflessioni e di lotte, non è completa.


6 apr 2021

La letteratura e il male - George Albert Maurice Victor Battaille (Saggio - 1957)

"Il vero odio della menzogna ammette, non senza il superamento dell'orrore, che si corra il rischio di una data menzogna. L'indifferenza di fronte al rischio ne mette in evidenza la leggerezza. È l'opposto dell'erotismo, che accetta la condanna, senza la quale sarebbe insipido. Il concetto d'intangibilità delle leggi sottrae forza alla verità morale cui noi dobbiamo aderire senza legarci. Nell'eccesso erotico, invece, noi veneriamo proprio la regola che infrangiamo. Un gioco di opposizioni rimbalzanti si trova alla base di un moto alternato di fedeltà e di rivolta, che costituisce l'essenza dell'uomo. Fuori di questo gioco, noi soffochiamo nella logica delle leggi".


La letteratura più autentica, secondo Bataille (e credo che sia difficile dargli torto), è quella che mette in discussione le regole, le norme della prudenza assodate dalla società e sedimentate nel senso comune. Ne consegue che il vero scrittore è colui il quale, consapevolmente, sa di essere colpevole, di essersi macchiato di un peccato, ma allo stesso tempo non prova un vero pentimento verso la sua colpa, in quanto coglie una verità che è tale solo dentro quelle volute peccaminose. Perciò la letteratura, quella più pura, è intrinsecamente legata al male, al senso di colpa, alla trasgressione che si manifesta come parziale riprovazione verso di sé. E tutto ciò equivale al coraggio, alla forza che induce a trasvalutare i vecchi valori morali. La letteratura, dunque, non è innocente, ma di certo è creazione, è ricerca di una verità più profonda e abissale che si nasconde dietro le pieghe del Male. Per dimostrare la sua tesi, il filosofo francese analizza la poetica di otto autori che del male hanno avuto una vera esperienza. 

Nell'opera di Emily Brontë, donna maledetta, infelice conoscitrice del male, la trasgressione delle leggi, la perfidia, l'erotismo distruttivo, il sadismo velato, la violenza sono le vere caratteristiche. C'è nei suoi personaggi una sincera rivolta dei maledetti contro il bene. In Charles Baudelaire, il poeta della rivolta, del male, della follia, di Satana (Bataille più volte si scaglia e correggere la lettura che ne dà Sartre), sarebbe l'eterna insoddisfazione il motore della ribellione. Lo storico Jules Michelet, invece, smarrito nell'abisso del male, vede quest'ultimo come volontà di libertà anche contro il proprio interesse, e si esprime nelle messe nere e nelle streghe. Il visionario William Blake, descrivendo la violenza del caos e il mondo del sogno, non fa altro che parlare del male puro, quello vicino al limitare della follia. Non potevano mancare le pagine dedicate al mostruoso e distruttivo marchese de Sade, furioso e appassionato di una libertà impossibile; lui che ha trascorso metà della sua vita in carcere, che ha cercato di autodistruggersi e che ha stilato morbosamente e freneticamente elenchi sulle infinite possibilità di distruzione dell'essere umano. Poi è la volta del sadico Marcel Proust. Con il suo profondissimo senso di giustizia e di amore per la verità è costretto a trasgredire le leggi morali e a mentire per vivere, trasvalutando così ciò che è bene e ciò che è male. Il capriccioso Franz Kafka, invece, con il suo voler essere dannatamente infantile contro il mondo degli adulti, del padre, della società, si rifugia nell'infelicità e nell'angoscia alla ricerca di una felicità quasi erotica e in attesa della morte. Il ladro Jean Genet, infine, con la sua spiccata antisocialità è scrittore che ha ricercato e rivendicato il male, l’amico di Sartre in cui l'omoerotismo è espresso in personaggi violenti votati al male.

Autori e personaggi, dunque, che rivendicano il male per affermare la loro volontà e la loro libertà. Perché mentre il bene è sottomissione, obbedienza, il male si rivela nella libertà, nella ricerca spasmodica di essa che dialetticamente consiste nella rivolta, nella prevaricazione. E tale coraggio, tale sovversione è più consapevole nella letteratura che in qualsiasi altra forma di ricerca. Credo che lo stesso Bataille, con i suoi romanzi, possa benissimo avere un capitolo intero dedicato nella storia che collega la letteratura con il male.

Archivio blog