Presentazione


Presentazione

Questo spazio è dedicato agli appunti, alle briciole di recensione irrazionali, che colgo, da lettore appassionato e spesso rapsodico, nei miei viaggi verso la lentezza e la riflessione. Briciole di recensione irrazionali dunque.

Briciole perché sono brevi, a-sistemiche, frammentarie, come un certo spirito moderno pretende. Non sono delle vere recensioni. Queste hanno uno schema e una forma ben precisa, mentre i miei sono più che altro appunti colti sul momento, associazioni d’idee, giudizi dettati dalle impressioni di un istante, da una predisposizione d'animo subitaneo, da un fischio di treno... E perciò li definisco irrazionali. Perché sfuggono da un qualsiasi schema predefinito, perché sono intermittenti, perché nella scelta di un libro, per via di una congenita voracità, spesso non seguo linee e percorsi definiti dalle letture precedenti, ma mi lascio trasportare dagli ammiccamenti o dalle smorfie di sfida che un libro sulla mensola della libreria mi lancia.

È un modo insomma di coltivare, di giocare, di prendere vanamente in giro la memoria, per conservare, catalogare e archiviare frammenti di ricordi e suggestioni che un giorno, magari, potranno farmi sorridere e, perché no, commuovere.

30 nov 2019

Omeopatia - Roberto Burioni (Saggio - 2019)

"In fondo la prescrizione di una terapia omeopatica è più simile a un oroscopo che a una ricetta medica, e chi vende un preparato omeopatico - anche se ha preso una laurea in Farmacia - non è poi tanto diverso da chi vende un filtro d'amore per recuperare gli affetti perduti. In entrambi i casi quello che vi viene fornito è qualcosa che non ha alcuna dimostrata utilità e il massimo che potrà darvi è serenità e ottimismo dovuti alla suggestione". 

In un mondo sempre più confuso per via delle innumerevoli balle che circolano e in un mondo in cui sembra che lo spirito critico sia sempre meno forte, sono tanti gli argomenti su cui si è costruito un sistema che è poi diventato verità. È il caso dell'omeopatia. Ormai è certo che l'omeopatia sia una bufala, che sia una menzogna costruita nel tempo. Gli studi scientifici lo dimostrano senza ombra di dubbio, eppure ancora si avverte la presenza assillante di quei prodotti miracolosi. Nove milioni di italiani fanno uso di preparati omeopatici, lasciano che i loro portafogli si svuotino senza un perché. Ci sono persino medici che prescrivono tali preparati. Burioni non è nuovo alle battaglia contro l'ignoranza. Bugie, leggende, verità, come recita il sottotitolo, è un libro appassionato e appassionante, è una costellazione di storie e di personaggi. Come quella di Roy, un medico francese che maldestramente ha osservato delle bolle d'aria al microscopio e si è convinto che fossero oscillococchi (batteri inesistenti che però sarebbero nei granuli omeopatici che si usano come cura e profilassi). O come quella di Samuel Hahnemann, il padre dell'omeopatia che guariva senza niente di concreto, in un'epoca in cui curarsi con la medicina ufficiale (quella degli umori e dei salassi) era davvero rischioso. Coinvolgente il capitolo sulla memoria dell'acqua. Sembra che l'acqua abbia una memoria, ci sono studi che lo provano. Il lettore quasi si convince, e poi ecco arrivare la verità: era tutta una menzogna, frutto di manipolazioni e artifici, e l'acqua non possiede alcuna memoria. Il capitolo sui preparati che contengono (non è vero, ma così dicono) diluizioni di raggi solari (generici, d'Inghilterra, d'Australia), lunari, della nota FA, del vuoto cosmico, di luce di Saturno, di acqua diluita in acqua è davvero straordinario. Ma se è davvero tutta magia, si chiede Burioni, perché molti pazienti sostengono di stare bene quando utilizzano i medicinali omeopatici? È quello che si chiama effetto placebo, fenomeno conosciuto sin dalla seconda guerra mondiale, quando ai soldati si faceva credere che una sterile soluzione salina fosse morfina. Una suggestione insomma. 
Ma la scienza non è suggestione, e così il libro è anche un pretesto per parlare di chimica, in modo semplice però, e in questo modo capiamo cosa sia la legge di Avogadro e quindi di quanto la prolungata diluizione di un prodotto, come nei preparati omeopatici, dopo un po' non abbia più alcun effetto.
Eppure possono imparare qualcosa i medici seri dai medici che invece seri non sono? Sì, sostiene Burioni. I medici e i farmacisti che prescrivono medicinali alternativi e pozioni omeopatiche ascoltano i loro pazienti, dedicano loro del tempo, fanno in modo che si instauri un rapporto di simpatia e di empatia. Questo dovrebbero imparare i medici seri, quegli stessi medici che si rimbalzano i loro pazienti, che vanno sempre di fretta e non ascoltano le paure altrui.
In fondo quest'ultimo lavoro di Burioni è un libro di storia della società e della cultura, e quindi un libro sulla nostra società, su come lasciamo che ci ingannino, su come lo spirito critico non sia così presente. Parole che la dicono lunga sulla nostra inclinazione alla superstizione e alle pozioni magiche insomma, ma anche una lezione per ricordarci che, nonostante il progresso e le vittorie della scienza, siamo ancora lontani da un progresso in quanto specie umana.

19 nov 2019

Una vita con Cioran - Simone Boué (Saggio -1996)

"C'era una casa dove si poteva mangiare aperta a tutti gli studenti. Ed è lì che incontrai Cioran. Ricordo benissimo, era il 18 novembre 1942. L'avevo già notato, essendo molto diverso dagli altri, e poi era più vecchio della media degli studenti, aveva 31 anni. Ero in coda per andare a pranzo. Occorreva riempire un buono-pasto, segnare la data, il proprio nome e, quando si passava alla cassa, si doveva esibirlo. Lui, invece di attendere, è venuto accanto a me, chiedendomi quale fosse la data. Per questo la ricordo: era il giorno del mio compleanno. Mia madre aveva spedito una torta. Gli dissi il giorno, e poi dopo..."


Simone Boué, compagna di Cioran dal 1942 al 1995, anno di morte del grande filosofo tragico, in questa brevissima intervista rilasciata a Norbert Dodille ripercorre la sua vita insieme all'apolide metafisico. Ecco raccontata la dimensione domestica, concreta di un uomo che ha fatto a pugni con la vita, dello stesso teorico del suicidio come possibilità esistenziale. Scopriamo un Cioran che elogia il riposino pomeridiano, che segue una dieta biologica, che si cimenta in lavori di bricolage in casa, ma lo seguiamo anche nelle sue ossessioni quasi nevrotiche.
Ma in tutto questo emerge anche la figura di Simone, la donna della vita di Cioran, la donna che lo ha sopportato e supportato nelle sue quotidiane discese negli inferi dell'esistenza, che gli è restato vicino in quell'abisso chiamato Alzheimer e che lo ha visto morire. Una bella chicca che per chi in Cioran vede un nuovo Diogene che cerca la morte in un cimitero. 

17 nov 2019

La condizione umana - André Malraux (Romanzo - 1933)

"Sentiva tremare in sé la sofferenza fondamentale, non quella che scaturisce dagli esseri o dalle cose, ma quella che sorge dall'uomo stesso e a cui la vita si sforza di strapparci. Egli poteva sfuggirle, ma solo cessando di pensarla; e vi si tuffava sempre più, come se questa contemplazione atterrita fosse la sola voce che la morte potesse sentire, come se la sofferenza di essere uomo, di cui si impegnava fino in fondo al cuore, fosse la sola preghiera che potesse ascoltare il cadavere del figlio ucciso". 

Cina, marzo-aprile 1927. Alcuni rivoluzionari, operai guidati da comunisti, organizzano una rivolta a Shanghai prima che arrivi Chiang Kai-Shek del partito del Kuomintag, ancora alleato con i comunisti. Seguiamo quindi le vicende di questi ragazzi nella notte e nelle ore seguenti in cui organizzano la rivolta. Seguiamo specialmente le emozioni estreme di Kio fino al suo suicidio; di Cen e della sua tenerezza di fronte alla morte; di Ferral e della sua idea di donna oggetto; l'indifferenza di Clappique; la sensibilità e la trasformazione di Emmerlich; del russo Katov che offre, in uno slancio di umanità, il suo cianuro a due compagni prima di essere giustiziato. Una situazione storica che si fa esistenziale; la rivolta, la lotta, la morte. Quest'ultima in particolare è vissuta nella sua dimensione più attiva, nella sua ricerca attraverso la ribellione. Morire non vuol dire solo accettare la fine come rassegnazione, significa anche cercarla nella sua essenza, dando significato alla vita stessa. Ne è un esempio Katov che sarà ucciso, ma dopo che aveva dato la sua parte di cianuro a due amici terrorizzati perché era stato detto loro che sarebbero stati bruciati vivi.
È dunque il romanzo in cui l'impossibilità della comunicazione con l'altro diventa condizione esistenziale, di ribellione, che non può che avere un solo esito, la morte. Una tragedia, quella dell'uomo, che si consuma nella storia, come conseguenza dell'incomunicabilità. Anche volendo la semplificazione, anche desiderando la semplicità ogni cosa diventa complessa e complicata. Si ha l'impressione che tutto avvenga, nonostante la volontà di alcuni uomini che desiderano cambiare ciò che è. Non c'è spazio per il dover essere, l'essere è tragicità. Semplificare vorrebbe dire vivere meglio, realizzare un mondo di giustizia, ma realizzare quella semplificazione e quel mondo è impossibile. Tutto è necessariamente complicato e non può che essere così. E in questa condizione, anche se alcuni uomini lottano per il cambiamento, questi stessi uomini non sono in grado di trovare una sintesi che abbia il valore dell’universale, non sono capaci di capirsi...

16 nov 2019

Contro natura - Dario Bressanini, Beatrice Mautino (Saggio - 2015)

"L'intervento umano, che sia di semplice selezione, che sia invece volto a produrre le mutazioni o che, ancora, consiste nel prendere geni e spostarli artificialmente non si discosta poi molto da quello che avviene regolarmente in natura. Non stiamo cercando di dimostrare che questi prodotti siano innocui a prescindere, ma ci piacerebbe che venisse concesso loro il beneficio del dubbio, e che non fossero considerati colpevoli senza un regolare processo". 

I due autori, ormai famosissimi sui social, con questo lavoro sottolineano ancora una volta la discrepanza che c'è tra la scienza e la pseudoscienza, tra la cautela dello scienziato che si pone dubbi e non si esprime categoricamente se non ha prove e il marketing che, invece, senza dati e certezze spinge verso un indirizzo piuttosto che un altro. Come il caso dell'intolleranza al glutine su cui la scienza non si è espressa completamente, mentre c'è chi propone senza distinzione diete gluten-free; oppure il caso del grano Creso che, senza studi scientifici, è diventato il nemico numero uno dei sostenitori di diete naturali e biologiche. Su questa scia leggiamo anche della sciocca e fuorviante distinzione tra grani antichi e grani moderni. Il capitolo sulle carote viola, credute OGM, poi è spassosissimo. Così come il capitolo sulle mele e sui pregiudizi che si hanno sugli organismi geneticamente modificati è esemplare.
In una società in cui è passata l'equazione assoluta secondo cui ciò che è modificato dall'uomo è dannoso per la natura e per l'uomo stesso, un libro come questo offre una prospettiva differente, dell'analisi, dell'approfondimento, della ricerca caso per caso. Ed è solo in questo modo che possiamo districarci tra i semplici e sensazionalistici titoli giornalistici e le descrizioni scientifiche. Una volta si dibatteva tra verità di fede e verità di ragione, oggi si dibatte tra fake news e realtà di fatto. È il solito scontro tra emotività e razionalità.

14 ott 2019

Marcel Proust - Céleste Albaret (Saggio - 1973)

"Lo rivedo a letto, con la piccola luce verde sulle pagine che scriveva o correggeva, mentre i maglioni gli si ammucchiavano dietro la schiena via via che scivolavano giù, e lui mi chiedeva di dargliene un altro per gettarselo sulle spalle. E non un lamento, niente".


Céleste Albaret è stata la domestica di Marcel Proust dal 1913 al 1922; gli ultimi della vita dell'immenso scrittore. Solo cinquant'anni dopo la morte di Proust, dopo che diverse menzogne sono state dette sulla sua vita, Céleste si è decisa a raccontare la sua versione dei fatti allo scrittore e traduttore letterario Georges Belmont. E così ci regala una storia straordinaria, in cui è celebrata la stanchezza che via via ha esaurito il corpo dell'autore della Recherche, ma allo stesso tempo la volontà tenace di ultimare la sua opera, il libro di una vita.
Scrivere, per Proust, è stata una ragione esistenziale. Quegli ultimi anni (o forse tutta una vita) li ha dedicati unicamente alla stesura della sua opera. Un'ossessione, splendida e atroce assieme. Ogni cosa doveva servire al suo libro: dalle confidenze a Céleste, alle uscite notturne, ai ricordi rivissuti, agli incontri con gli amici, tutto ruotava attorno al romanzo. La ricerca dei dettagli, il ritratto dei suoi personaggi si definiscono nella vita reale e poi si tramutano in quella letteraria.
Ma in questo bellissimo ed emozionante ricordo, sono raccontate soprattutto le abitudini dello scrittore, la monotonia dei suoi ritmi, l'ossessione per il silenzio. Ogni fastidio doveva essere evitato e non era facile relazionarsi con lui, malgrado la sua estrema gentilezza e dolcezza. È stato così anche per la giovanissima Céleste che però, con il passare del tempo, è riuscita a diventare la confidente e sincera amica di un uomo raffinatissimo, fragile e geniale allo stesso tempo. La malattia, le ossessioni, la reclusione, la dedizione assoluta nei confronti della sua opera: Céleste richiama tutti questi temi, non vuole infatti fare alcun torto alla memoria di Proust e racconta ogni cosa con la genuinità e la semplicità di chi è veramente affezionato.
Naturalmente affiora anche la grandezza di una donna, Céleste appunto, che con gli occhi di una ragazza ingenua e inesperta ha ben compreso la nobiltà di Proust, il suo senso. Ed è per questo che si è dedicata a lui anima e corpo, divenendo indispensabile, accompagnandolo in quel lungo viaggio che l'ha portato a mettere la parola fine al suo incommensurabile capolavoro.
Struggente il capitolo sulla morte, da rileggere ancora una volta con le lacrime agli occhi.

27 set 2019

Il lutto della malinconia - Michel Onfray (Saggio 2018)

"Vivere non significa prendersi cura di sé stessi, questa è una faccenda da infermeria, da ricovero, siamo in una morale da ambulatorio; vivere significa prendersi cura di quelli che si amano...
Cosa vuol dire prendersi cura di sé quando, in procinto di uscire dall'ospedale, ci facciamo superare nel corridoio da un lettino d'acciaio sul quale la morte si è presa perfettamente cura del defunto, e per il resto dei suoi giorni? Una volta fuori, siamo ancora dentro, perché la malattia non l'abbiamo lasciata al bancone delle dimissioni..."

Il saggio di Onfray nasce da una serie di tragiche esperienze personali. Un ictus subito nel 2018 ha trasformato l'autore nel corpo, nella materia; la morte della moglie dopo una lunga malattia; la morte del padre. Avvenimenti che gli hanno permesso di ragionare sulla vita, e allo stesso tempo e inevitabilmente sulla morte. Nasce così un breve racconto biografico che cerca di spiegare come siano il lutto e il dolore a elaborare noi e la nostra vita, e non viceversa. Lui, il filosofo, è vivo, è un sopravvissuto, ed è suo compito navigare nei pensieri più tragici per apprezzare la vita, i giorni vissuti e sottratti al nulla della morte. Un capitolo è un vero e proprio diario scritto mentre Onfray si trovava in ospedale e in cui racconta giorno per giorno ciò che gli è accaduto. Colmo di rabbia contro medici incapaci e contro falsi amici, elabora un pensiero filosofico partendo da un'esperienza tragica ma decisiva: ogni giorno di luce è un giorno sottratto al nulla. 
Toccanti le bellissime pagine dedicate alla moglie e alla sua morte dopo un tumore durato diciassette anni. Un lutto travolgente, sconquassante, che però deve essere abbandonato, messo in parentesi. Si deve andare avanti, sconfiggere la malinconia. Ecco, un libro vitalista. 

22 set 2019

Un mese con Montalbano - Andrea Camilleri (Racconti - 1998)

"Sul tavolinetto tra di loro due c'erano un portasigarette e un accendino colossale d'argento massiccio. Lei si chinò, pigliò il portasigarette, lo raprì, lo tese verso il commissario. Nel movimento perfettamente calcolato la parte superiore della vestaglia s'allentò mettendo completamente allo scoperto due minne piccole ma all'apparenza tanto sode che Montalbano stabilì che ci si potevano agevolmente schiacciare le noci".

Il commissario Salvo Montalbano, con la sua cultura e i suoi sentimenti focosi, è un tutt'uno con la lingua raffinata, colta e allo stesso tempo sanguigna dello scrittore di Porto Empedocle. Una miscela, quella dell'italiano e del siciliano, nobilissima, capace di dare al ritmo dei racconti una velocità notevolissima.
I racconti sono quasi tutti ambientati a Vigata, l'ormai leggendario paesino siciliano in cui il commissario svolge le sue indagini. La dimensione è paesana, il barbiere, il farmacista, il preside del liceo, la vedova, il pensionato. Tutti si conoscono, sanno i segreti di ognuno e il commissario ci sguazza in questa forma di conoscenza. Le sue indagini si svolgono a istinto più che con l'ausilio di tecnologie. Basta uno sguardo, un gesto, un lapsus e Montalbano, usando spesso il bluff come strumento logico, trova il bandolo della matassa.
Sono trenta i racconti, uno al giorno, secondo le indicazioni dello stesso Camilleri. Eppure sono leggeri, scattanti e se ne possono leggere d'un fiato molti di più. È vero, dopo un po' si ha l'impressione che si ripetano, ma se letti d'estate e per puro svago non diventano mai noiosi.
Mi chiedo, però: per un siciliano, la lingua di Montalbano, e dello stesso Camilleri, è divertente e musicale. Ma come fanno i non isolani a comprenderla fino in fondo e quindi ad apprezzarne le sfumature e le strutture di senso che si caricano di originalità e profondità?

14 set 2019

Il concetto di Dio dopo Auschwitz - Hans Jonas (Saggio - 1987)

"Solo con la creazione dal Nulla possiamo avere l'unicità del principio divino in uno con la sua autolimitazione, che dà spazio all'esistenza e all'autonomia di un mondo. La creazione fu l'atto di assoluta sovranità, con cui la Divinità ha consentito a non essere più, per lungo tempo, assoluta - una opzione radicale a tutto vantaggio dell'esistenza di un essere finito capace di autodeterminare se stesso - un atto infine di autoalienzione divina".

Per il credente, il problema del male è un tema sempre aperto. E ciò che è avvenuto ad Auschwitz (sintesi tragica della Shoah) rappresenta lo spartiacque della storia e della teologia; si può infatti parlare di un prima e di un dopo Auschwitz.
Jonas, filosofo di origine ebraica, in questo denso opuscolo dal sottotitolo "Una voce ebraica", si pone e aggiorna la stessa domanda che si era posta Giobbe nell'Antico Testamento: quale Dio ha potuto permettere ciò che accadde al suo popolo eletto ad Auschwitz? E il tentativo di risposta porta il filosofo a declinare una nuova lettura del racconto biblico della creazione. Un Dio, in questa nuova prospettiva, che si evolve, che via via prende consapevolezza di sé, che partecipa al divenire, che soffre. Un Dio più vero direi, più umano, ma diversissimo dal tradizionale mito greco-ebraico-cristiano, che, quindi, non è più perfezione e puro atto. Abbiamo così la rappresentazione di un Dio sofferente, che creando il mondo e l'uomo diviene. Da ciò ne consegue che gli attribuiti di bontà assoluta, onnipotenza e comprensibilità di Dio insieme non possano coesistere; almeno uno deve essere escluso. E Jonas estromette la proprietà dell'assoluta Potenza, giustificandosi con il silenzio di Dio ad Auschwitz. Dunque, il male senza colpa e senza peccato subito dal popolo ebraico, dal popolo eletto, non può ammettere tale qualità. Il silenzio del Padre, inoltre, si spiegherebbe con il libero arbitrio degli uomini. Dio, anche potendo, non può intervenire nelle cose del mondo, perché ha concesso agli uomini la libertà. Ne conseguirebbe che Dio sia impotente di fronte al male, e la sola responsabilità sia degli uomini, anche ad Auschwitz... È un nuovo messaggio religioso quello di Auschwitz, un evento sacro che, secondo Jonas, ci permette di conoscere sempre meglio il Creatore. 

A me sembra, nonostante alcuni spunti originali come quello di un Dio che nel tempo cresce in consapevolezza, un modo malcerto di giustificare il problema della teodicea. Soprattutto in relazione al concetto di libertà. Una soluzione, quella del libero arbitrio, che non spiega gli attributi di bontà e potenza (anche se, è utile ribadirlo, per Jonas quest'ultima non è totale) che vengono affibbiati a Dio. Un creatore che in questo modo diventa minore e ambiguo; un artefice impotente a corrente alterna, che può scatenare la sua ira e punire il suo popolo quando e con la potenza che vuole, ma che non può salvarlo neanche quando è innocente di fronte alla storia.
L'opuscolo si chiude con un brevissimo discorso dal titolo "Il razzismo", importante solo perché l'ultimo pronunciato dal filosofo ormai novantenne e che pochi giorni dopo morì.

1 set 2019

Pet Sematary - Stephen King (Romanzo - 1983)

"Louis si girò e si trovò davanti sua moglie, alla quale una volta lui aveva portato una rosa, tenendola tra i denti: giaceva là verso la metà del corridoio, morta. Giaceva a gambe scomposte, proprio come Jud. La schiena e la testa erano appoggiate alla parete, in posa un po' contorta. Faceva pensare a una donna che si fosse addormentata mentre leggeva a letto." 

I Creed e il loro gatto, una normale famiglia di Chicago, sono costretti a trasferirsi in una cittadina del Maine. Non lontano dalla loro nuova abitazione si trova Pet Sematary, un cimitero per cuccioli usato dai ragazzi del luogo per seppellire i propri animali. Ne vengono a conoscenza da Judson Crandall, un anziano signore loro vicino, che già dal loro primo incontro diventa un punto di riferimento per la famiglia. Sin dalla loro prima visita al cimitero, i Creed avvertono un senso di malessere generale. Solo Louis Creed, medico e capofamiglia, sembra reagire al disagio vissuto con razionalità. Ma la vita inizia a trascorrere regolarmente e con soddisfazione di tutti. Rimane un'ombra, però, quel cimitero lassù e quella catasta di alberi morti che ne delimitano il confine. Poi l'evento che scardina la tranquillità acquisita. Mentre Louis è rimasto da solo in casa per una settimana senza moglie e senza figli, il loro gatto, Church, muore, probabilmente ucciso da un camion mentre attraversava la statale Quindici di fronte casa. E subito il vecchio ma arzillo Jud porta Louis su, oltre il cimitero degli animali, superando ammassi di alberi morti e sentieri paludosi. Qui, su un terreno sacro agli indiani, Louis seppellisce il corpo senza vita di Church. E, non inaspettatamente, il giorno dopo il gatto morto ritorna a farsi accarezzare da un impaurito Louis. Nonostante l'evidente diversità comportamentale di Church - barcolla, soffia, uccide animali, l'insolita puzza cadaverica -, tutto procede nelle pagine regolarmente. I Creed sono felici. Fino a quando la loro felicità si disintegra in un attimo: il piccolo Gage, il loro figlio più piccolo, è ucciso come Church da un camion in corsa sulla maledetta statale Quindici. Com'è prevedibile, nelle pagine più belle del romanzo, il padre, posseduto dal dolore ma anche da una strana energia proveniente dal cimitero degli animali, decide di riesumare dal cimitero della città il martoriato corpicino del figlio e di portarlo nel luogo sacro agli indiani, il luogo magico che gli aveva già portato in vita il gatto Church. Poi il ritorno di Gage, la sua strana alleanza con Church, la furia omicida contro Jud e contro la madre. Solo Louis riesce a bloccare Church e Gage, riesce ad ucciderli di nuovo e a bruciare la casa di Jud. Salva dall'incendio solo il corpo di Rachel, la moglie, e, intuita nella velocità d'azione la soluzione per evitare che i resuscitati tornassero violenti e assassini, ritorna di nuovo oltre il cimitero degli animali a far rivivere la moglie…

Se la prima parte del romanzo è particolarmente barbosa e lenta, la seconda, invece, risulta più avvincente e conturbante. La scrittura è veloce, leggera e accattivante. Belle le pagine che raccontano dei cimiteri e delle sepolture, ma sono poche, piccole gemme in un deserto di pagine eccessivamente ricche di aneddoti e di dettagli pedissequi e noiosi. È una buona lettura estiva, una storia che si segue senza grosse difficoltà.

19 lug 2019

Morti favolose degli antichi - Dino Baldi (Saggio - 2010)

"Luciano racconta che Empedocle, dopo essersi buttato nell'Etna, fu trascinato in un vortice di fumo fin sulla luna. Qui, nero come un carbonaio, coperto di cenere e abbrustolito, passeggiava per l'etere nutrendosi di rugiada".

Con lo scopo di suggerirci un insegnamento di vita, nel volume sono raccolti alcuni dei più straordinari casi di morti celebri del mondo classico. Poeti, filosofi, sovrani, eroi famosi e non solo sono visti quando si sono trovati davanti alla morte. Sono tutti esempi di vita da ammirare, perché la morte è dentro la vita e bisogna prepararsi ad essa, per morire lasciando qualcosa da ricordare. Una enciclopedia dunque, una tanatografia che ci insegna a dialogare con la morte, in un'epoca in cui, invece, la morte è da considerare come aspetto secondario della vita, un pensiero infelice da non trattenere, da subire semmai. Oggi soltanto la vita è sacra, è un dono...
Incredibili le morti (ma anche le vite) di personaggi del calibro di Epimenide di Creta, morto estremamente vecchio dopo aver dormito per 57 anni; o di Mausolo di Alicarnasso le cui ceneri furono volontariamente bevute dalla innamoratissima moglie Artemisia; oppure quelle celeberrime di Empedocle, di Seneca, di Archimede, di Cesare, di Plinio il Vecchio, di Ipazia. Un libro ricolmo di aneddoti e curiosità, ma anche di insegnamenti.

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