Presentazione


Presentazione

Questo spazio è dedicato agli appunti, alle briciole di recensione irrazionali, che colgo, da lettore appassionato e spesso rapsodico, nei miei viaggi verso la lentezza e la riflessione. Briciole di recensione irrazionali dunque.

Briciole perché sono brevi, a-sistemiche, frammentarie, come un certo spirito moderno pretende. Non sono delle vere recensioni. Queste hanno uno schema e una forma ben precisa, mentre i miei sono più che altro appunti colti sul momento, associazioni d’idee, giudizi dettati dalle impressioni di un istante, da una predisposizione d'animo subitaneo, da un fischio di treno... E perciò li definisco irrazionali. Perché sfuggono da un qualsiasi schema predefinito, perché sono intermittenti, perché nella scelta di un libro, per via di una congenita voracità, spesso non seguo linee e percorsi definiti dalle letture precedenti, ma mi lascio trasportare dagli ammiccamenti o dalle smorfie di sfida che un libro sulla mensola della libreria mi lancia.

E' un modo insomma di coltivare, di giocare, di prendere vanamente in giro la memoria, per conservare, catalogare e archiviare frammenti di ricordi e suggestioni che un giorno, magari, potranno farmi sorridere e, perché no, commuovere.

01/ott/2014

Viaggio in Sicilia - Johann Wolfgang von Goethe (Diario - 1816)

"L'Italia, senza la Sicilia, non lascia alcuna immagine nell'anima: qui è la chiave di tutto. Del clima non si dirà mai bene abbastanza; ora è tempo di acquazzoni, che però non sono mai insistenti; quest'oggi tuona e lampeggia, e il verde si fa sempre più acceso. Il lino in parte mostra i suoi noduli, in parte fiorisce di già. Negli avvallamenti sembra di vedere delle pozze d'acqua, tanto bello è il verde-azzurro del lino sul fondo".

Tratto dal "Viaggio in Italia", scritto quasi trent'anni dopo il tour del poeta tedesco, il capitolo dedicato alla Sicilia è semplicemente appassionato. Queste pagine descrivono un viaggio desiderato, anelato per lungo tempo, e hanno gli occhi della meraviglia. La Sicilia, l'isola preda di conquiste e traboccante di bellezza, è ammirata con la stessa ingordigia di un bambino che scarta il suo regalo.
Affascinato dalla storia che trasuda su ogni pietra della Sicilia, affascinato anche dalla natura selvaggia di questa terra al centro del mondo, Goethe ne rimane incantato. I commenti sono entusiasti, le definizioni sono esaltate, eppure non mancano le descrizioni scientifiche, geologiche in particolare, della natura che incontra. Spicca allora il Goethe geologo, naturalista, fisico; il poeta che quasi prova a rendere e a fissare la bellezza delle meraviglie che osserva in modo oggettivo.
Goethe visita l'isola dai primi di aprile del 1787 alla metà di maggio dello stesso anno, i mesi più belli, quando la primavera esplode con i suoi colori e l'estate con i suoi tormenti non si è ancora scatenata. I monumenti sono incastonati nei paesaggi naturali e Goethe, rapito in estasi, ne assapora le voluttà.
Palermo e le sue feste; Bagheria e la sua sconcertante villa dei mostri; Monreale; Alcamo; Segesta e il suo magnifico tempio; Girgenti e la sua valle; Catania e il suo vulcano; Messina e le sue rovine dopo il terremoto, descrivono una terra e una visione dal carattere sentimentale; un libro felice.

26/set/2014

Giulio Cesare - William Shakespeare (Teatro - 1599)

"Preferireste che Cesare fosse vivo, per morire voi tutti quanti schiavi, o che Cesare fosse morto, per vivere voi tutti quanti liberi? Poiché Cesare mi amava, io piango per lui; poiché gli arrise la fortuna, io ne gioisco; poiché era valoroso, io lo onoro; ma poiché era ambizioso, io l'ho ucciso".

Tragedia storico - politica, questo gioiello shakespeariano rievoca lo scontro tra due schieramenti politici, repubblicano e monarchico, incarnati il primo da Cassio e Bruto e il secondo da Cesare. La politica dunque al centro di tutto. Ma che cos'è la politica - ecco la geniale intuizione di Shakespeare - se non una recita? Se non persuasione? Se non retorica?
La storia ha inizio con la celebrazione del trionfo di Cesare per la vittoria ottenuta a Munda; una vittoria che ne esalta le ambizioni e le presunzioni. Cassio e Bruto, amici dell’uomo e insieme di Roma, si contrappongono a Cesare sentendosi del tutto simili a lui, forse pure superiori, e, invidiosi, non si capacitano del perché il loro amico tirannico è osannato dal popolo. Decidono, nonostante i tormenti dell'animo, di ucciderlo nelle idi di marzo. E in una continua ricerca del consenso (è una tragedia politica come si scriveva prima) i due assassini, partigiani della libertà, affrontano le loro contraddizioni pur di vedere Roma scevra da ogni despota. Eppure giungerà anche per loro la vendetta della storia; e finiranno uccisi.

Bruto e Cassio sono i personaggi più presenti e vivi nella tragedia e, nonostante la sconfitta finale contro Ottaviano e Marc'Antonio, sono sempre rispettati come uomini d'onore. Cesare, invece, è solo un'ombra sullo sfondo, anche se è il protagonista delle loro speculazioni, e appare umano, debole seppur ambizioso, quanto meno non superiore agli altri. 

12/set/2014

Venere in pelliccia - Leopold von Sacher-Masoch (Romanzo - 1878)

"Così era il mondo degli antichi, in cui piacere e crudeltà, libertà e schiavitù andavano a braccetto; coloro che vogliono vivere come dei dell'Olimpo devono avere schiavi da gettare nei loro vivai e gladiatori da far lottare durante i loro sontuosi banchetti, e non turbarsi se poi uno schizzo di sangue li colpisce".

Il capolavoro di Masoch è un libro che disorienta. È un compendio dell'amore, di quello sottomesso però, quello dove la donna è spietata, despota, dominatrice, e l'uomo, invece, lo schiavo, la vittima. Sarà per l’atrocità del racconto, sarà per l’eleganza dello stile, il romanzo è una sintesi equilibrata dei contrasti, delle contraddizioni dell’amore e, anche, delle incoerenze della storia della cultura. L'io narrante - dietro cui si cela lo stesso autore - si confronta (e subisce) con il pensiero disarmante e feroce di una donna bellissima, una Venere appunto, che si scalda con una suadente pelliccia. Ma in tale atroce sottomissione si può leggere, paradossalmente, il racconto di un amore libero, senza freni, pagano, antico, anticristiano. È l'amore che vive solo di felicità, di passione, che non è, invece, abitudine, scelta ripetuta. La Venere, tra la pioggia e i raggi di luna filtrati nei boschi, avvolta da un mantello onirico, appare senza virtù, senza alcuna pietà. L'amore così intenso e i suoi derivati, quali i dolori e i tormenti, diventano estremi. E se all'inizio l'assoggettamento è solo psicologico, il gioco crudele di Wanda (la Venere in pelliccia) si spingerà oltre, fino ai lidi ultimi del dolore fisico inferto con la frusta. La vittima, Severin, più è maltrattata, più si innamora, tanto da firmare dei contratti in cui si dichiara schiavo, pronto, addirittura, al suicidio.
L’uomo è in balìa incondizionata della donna, la sofferenza del protagonista è assoluta, pur tuttavia sentita come necessaria. Eppure è soprattutto la gelosia a distruggere Severin, più delle frustate. Wanda, infatti, colpita dalla bellezza di un giovane greco, costringe il suo schiavo, d’amore e nei fatti, allo spasimo della gelosia. Fino a quando la tiranna Wanda non abbandonerà a se stesso il fragile Severin.

Un libro ricco di cultura, finemente eclettico, quasi un'opera teatrale per via dei continui dialoghi, in questa edizione arricchita con un interessante quanto acuto scritto di Gilles Deleuze.

06/set/2014

Ausmerzen - Marco Paolini (Saggio - 2012)

"Con la chimica e la genetica potremo certamente fare molto nel futuro prossimo per la salute degli individui, ma non per quella della società. Bisogna investire nell'educazione. Non è un vaccino, l'educazione. È come una profilassi contro certe infezioni coraggiose".

Racconto storico non molto conosciuto, Paolini ci descrive la storia di uno sterminio di massa in età nazista, quello di trecento mila persone di quelle che furono definite "vite indegne di essere vissute" (sottotitolo anche del libro). Lo scopo dell'Aktion T4, il nome del programma, era l'eliminazione fisica delle persone, adulti e bambini, affette da malattie genetiche e comportamentali, i più deboli insomma, soprattutto per un risparmio di natura economica.
Il libro, corredato di documenti preziosi, è scritto con il ritmo di un romanzo, il racconto è appassionato, carico di sdegno e di vergogna. È un testo feroce; è il racconto di come un'idea aberrante si sia tramutata in azione, sia diventata artefice di pratiche agghiaccianti.

Un libro per educare, un libro sulla tolleranza, un libro sull'essere uomini.

31/ago/2014

La giara - Luigi Pirandello (Racconti - 1928)

"Temi che Dio, perché io bestemmio, come dici tu, ti mandi un fulmine? C'è il parafulmine, sciocca. Vedi dond'è nato il vostro Dio? Da codesta paura. Ma sul serio potete credere, pretendere che un'idea o un sentimento nati in questo niente pieno di paura che si chiama uomo debba essere il Dio, debba essere quello che ha formato l'Universo infinito?"

Protagoniste assolute di queste quindici novelle sono le situazioni paradossali, le fissazioni maniacali dei personaggi, le strepitose soluzioni umoristiche. Leggiamo, tra gli altri, di un uomo incastrato dentro una giara che deve riparare; di un altro che, risposatosi, scopre che la prima moglie, sorella dell'altra, non è morta; di un anziano catturato per i suoi soldi, ma al quale i rapitori si affezionano; delle minacce di un anziano che cerca di sistemare la giovane moglie con un altro giovane; di un giovane che si sposa per tenere lontano il pericolo di prendere moglie; di un onorevole che prima di morire immagina il suo pomposo funerale, ma che puntualmente non si verificherà perché saranno scambiati i feretri; di un vedovo e una vedova che si sposano, ma non sanno se seppellirsi con i primi sposi.
Resiste ancora il Verga della "roba", tema onnipresente, di certo però condito sapientemente dall'arguzia dell'umorismo tipicamente pirandelliano. Umorismo generato da situazioni stravaganti per cui non possiamo non aspettarci che finali paradossali. I personaggi di questa raccolta sono quasi tutti testardi, ostinati, incuranti delle ragioni altrui, spesso sofisti, quasi sempre egoisti. È per questo essere egocentrici, fissati su posizioni che non lasciano spazio al relativo, che i vari personaggi non riescono a trovare un'identità sicura, assoluta. La loro ricerca di un'identità definibile rimane inesaudibile; essere se stessi equivale a essere doppi, tripli, indefiniti appunto.
Da notare anche quanto la dimensione del palcoscenico sia ben evidente. Quasi tutte le storie hanno un loro pubblico, il privato, infatti, è alla mercé dei compaesani, tutti sanno tutto e l’apparenza che deve restare sempre convenzionale è smentita dalle vicissitudini interiori e formali che la vita ci impone.
È un’analisi del relativismo che Pirandello svolge, amara però. I molteplici punti di vista si fissano, non si ammorbidiscono con le posizioni degli altri e non lasciano spazio alla tolleranza e all’accettazione della verità… 

Su tutti: la giara, la cattura, la morta e la viva, pallottoline!.

30/ago/2014

Il vicolo blu - Giuseppe Bonaviri - (Romanzo - 2003)

"Così noi maschi, ci mettemmo sotto il ballatoio di donna Letterina e cercammo di individuare, di là dai cespi di rose borraccine, le gambe e le anche, e là là là là in alto, le mutandine color zafferano di Dardania. Turi Simili toccandoci ci disse - Vedete? Vedete le gambe di Dardania? Sono fiori di mandorlo".

È l'aurora; i colori, i profumi della primavera, il viaggio su un carro trainato da un asino accompagnano la famiglia Bonaviri verso il loro paese, Mineo. Inizia così questa storia della memoria. Il piccolo paese siciliano, le sue campagne, i suoi cieli, le sue vie, agli occhi del protagonista sono incantati. La natura è magica; ombre, spiriti, anime antiche, forze divine e santi partecipano alla nascita di quelle tinte, di quelle fragranze. Sembra di leggere di antiche leggende mitologiche greche, dove la poesia delle parole e delle immagini ci scagliano in un mondo di favole mediterranee. Gli occhi sono quelli di un bambino incantato dalla bellezza dei colori, dalle semioscurità, dagli aromi di una terra unica al mondo. E la sua vita è magica, di dormiveglia; fatta di piccole cose, di giochi di immaginazione. Sono i suoi sogni e i suoi ricordi da bambino che Bonaviri rievoca.
È un libro di malinconie, di forte realismo ma allo stesso tempo magico, dove i ricordi, le figure dei fratelli e degli amici ormai defunti ritornano a vivere, a curiosare, a rendergli omaggio. Sono le voci lontane di una terra che nel suo DNA possiede l'amaro confronto con la morte, con il suo sentimento.
Si può definire come il racconto di un viaggio a Mineo, nelle case e nelle abitudini di una via, di un vicolo, dove ogni cosa si veste di poesia e magia, e tutto si colora di blu, il colore dei primi accenni di chiarore del giorno.
Insomma, un graditissimo regalo. Grazie!

19/ago/2014

Uno, nessuno e centomila - Luigi Pirandello (Romanzo - 1926)

"Lei non può conoscersi che atteggiata: statua: non viva. Quando uno vive, vive e non si vede. Conoscersi è morire. Lei sta tanto a mirarsi in codesto specchio, in tutti gli specchi, perché non vive; non sa, non può o non vuol vivere. Vuole troppo conoscersi, e non vive".

Di certe opere si sa tutto, si legge di tutto e si potrebbe anche non aggiungere altro; sono immortali. L'ultimo romanzo di Pirandello, questo gigante del Novecento, è una di queste, assoluta, immortale appunto.
Della trama sono a conoscenza tutti. Vitangelo Moscarda, una mattina, sente dalla moglie che il suo naso pende verso destra. Da questa scoperta, all'apparenza innocua, si scatenano valanghe di riflessioni sulla condizione dell'esistenza. Inizia a scavare dentro di sé, a cercare negli altri gli innumerevoli altri sé, ad annientarli, ad autoannientarsi. Fino a quando, dopo i tormenti con la moglie e i colleghi e un tentativo di omicidio da parte di Anna Rosa, Moscarda diventa ogni cosa, diventa l’universo, si fonda in un tutt'uno con la natura.
Vitangelo è un naufrago in balìa delle onde marine che lo inghiottono tra centomila scoperte e nessuna certezza, nella follia come spiaggia su cui approdare per avere un attimo di consolazione e per avere coscienza di quanto possiede l'universo, il tutto e il nulla. Capisce che l'io esteriore con addosso una maschera, nasconde il vero volto, segreto, in continuo fluire; passa dal corpo allo spirito, dalla scoperta del relativo alla ricerca di un'introvabile identità certa, assoluta, ferma; vive nell'umorismo con i suoi contrari tragicomici (e quante risate). La storia del protagonista è il racconto della transizione dalla malattia, dalle false certezze, al distacco totale, all'immersione nel flusso della vita. È il racconto di una liberazione, di una vittoria dunque, ma dal sapore aspro, anzi amarissimo. All'apparenza può apparire un trionfo, l'essere riuscito a vincere contro le maschere, contro i centomila Moscarda, ma è di una sconfitta che leggiamo.

Capolavoro indiscusso - con i continui dialoghi con il lettore (questa complicità ricercata, quasi che il lettore sapesse già l'esito delle speculazioni del protagonista) -, a tratti esilarante sebbene dal retrogusto acre, in ogni pagina, in ogni frase risiede la carica di un senso fuori dal comune, universale, straordinaria. 
E letta l'ultima pagina non si può che fare un lungo sospiro e dire a fior di labbra "sublime".

19/lug/2014

Nietzsche e la costruzione del superuomo - Michel Onfray (Saggio - 2011)

"Da Platone a Schopenhauer, è tutta la tradizione filosofica che il pensatore fustiga e scredita. Ironicamente, si augura che questi prestigiatori si levino di torno, facciano seguire alle parole i fatti, e dicano addio al proprio corpo diventando muti. Che il dispregiatore del corpo cominci dunque col denigrare il proprio, tacendo e smettendo in questo modo di insegnare le proprie nefaste sciocchezze".

Il protagonista del VII volume della "Controstoria" è, evidentemente, Friedrich Nietzsche, un maestro, un gigante, un rivoluzionario del pensiero da cui partire. Ma non è il solo. Un capitolo importante, infatti, è dedicato al filosofo francese Jean-Marie Guyau. Questo giovane tubercoloso, che sa che dovrà morire presto (ci lascerà a soli trentatré anni), dedica la sua giovinezza allo studio, si misura con la malattia, con la morte, e si fa genio precoce. Filosofo del vitalismo - che Onfray non contrappone al materialismo, anzi fonde i due movimenti nel 'materialismo vitalista’ -, Guyau individua in tutta la natura uno sforzo vitale che, appunto, genera vita. Anticipatore di Bergson, il francese non pensa, però, che tale sforzo sia di natura metafisica, bensì ontologica. È insomma uno di quei filosofi sconfitti che la storiografia accademica cerca di dimenticare. Un epicureista a modo suo, un utilitarista a modo suo, che nella malattia cerca la potenza, avverte la forza della vita. Tuttavia è un filosofo che oscilla tra edonismo e bigottismo, tra natura e costrizione, tra amore universale e teorie razziste; Guyau è un pensatore, tutto sommato, un po' sporco di acqua santa.
Pensatore e uomo che, invece, non puzza di incenso, semmai di zolfo, è Nietzsche. Sappiamo del tedesco, del suo pensiero, del suo essere immenso, del suo essere oltre. Onfray ci mostra come i concetti chiave di Volontà di potenza, morte di Dio, Superuomo, Amor fati, Eterno Ritorno dell'uguale, siano strettamente inscindibili con la sua vita, con i suoi fatti biografici. Nietzsche e la sua opera in relazione agli eventi biografici capitali, dunque. Perché è dal corpo, anche dalla sua malattia, che si produce il pensiero; in fin dei conti è il racconto dell’esperienza che si fa filosofia. Aneddoti succulenti e polposi sono riportati, con lo stile prezioso cui Onfray ci ha abituato, al solo scopo di confermarci i dettami nietzschiani: ama il tuo destino, diventa ciò che sei, fai della tua vita un'opera d'arte. In questa chiave di lettura romantico-esistenziale, Onfray instrada il pensatore tedesco sul sentiero dell'epicureismo. La prospettiva, come sappiamo, è edonista; la ricerca della felicità attraverso il piacere. E sotto questa luce, l’insegnamento epicureo si concretizza nella figura del superuomo…

In questo VII volume, Onfray cerca di andare oltre i testi pubblicati dei filosofi, cerca di vivisezionare le loro biografie, le loro abitudini, le loro malattie, le loro sofferenze, perché è da lì, dalla loro esperienza, dal loro corpo che nasce il loro pensiero. Guyau e Nietzsche sono figli di Epicuro e Spinoza, sono pensatori epicurei, tanto da seguire gli insegnamenti del filosofo greco per poi partire verso un viaggio ancora inattuale. Qui, però, si tratta di come sia possibile, anche se le difficoltà non mancano, essere felici, creare felicità, essere degli oltreuomini.

18/lug/2014

La voglia di colore parla per me - Pierpaolo Perotti (Poesia - 2014)

"Navigatore  aperto nella barca a vela, / uomo srotolato  gestore di relazioni  di fiducia, / piccolo volto, / nome  importante di aiuto perpetuo al prossimo".

La considerevole produzione poetica di Pierpaolo (che si arricchisce recentemente anche di quella narrativa) ha una tensione filosofica oltre che poetica e, aggiungerei, ha un che di didascalico. Sembra quasi che Pierpaolo desideri insegnare qualcosa, che voglia dire qualcosa che possiede fin dentro l’animo e sente la necessità di condividerlo con gli altri. Come se avesse nella sua esperienza, nella sua diversità di individuo già adulto, il desiderio incombente di dichiarare il suo pensiero. Sembra che Pierpaolo abbia colto quanto il disordine sia disturbante, quanto possa arrecare turbamento e infelicità. Ecco dunque che emerge il pensiero di un ragazzo che sogna di mettere ordine in un mondo caotico, di dare un senso. Trova gli strumenti dentro di sé, ma anche nelle persone che gli stanno accanto, che lo accompagnano in quel difficilissimo sentiero che è la vita. Spicca in questi scritti una profonda capacità di osservazione, del mondo e degli altri, fuori dal comune. E grazie a questo spirito osservativo, lentamente e dolcemente, afferra le essenze delle cose e dei suoi compagni di vita. 
Lo stile è sempre ricercato, mai banale; l’ermetismo può apparire ostico a una lettura superficiale, ma alla fine, come in un gioco di specchi, traspare un pensiero sempre raffinato. Solo il tempo, la costanza e la dedizione con cui Pierpaolo si applica (sue peculiarità) di certo lo aiuteranno a perseguire una strada che nelle parole nasconde l’ambizione di vincere il tumulto dell’esistenza.
Questi scritti sono un omaggio alla sensibilità, alla profondità di un ragazzo non ancora ventenne, ma già pieno di quelle idee di solidarietà, di spirito d’osservazione e di lettura d’animo umano già distintamente profondissimi.

08/lug/2014

Dio non è grande - Christopher Hitchens (Saggio - 2007)

"Violente, irrazionali, intolleranti, alleate al razzismo e al tribalismo e alla bigotteria, gravide di ignoranza e ostili alla libera ricerca, spregiatrici delle donne e coercitive con i bambini: le religioni organizzate dovrebbero avere molto sulla coscienza".

L'uomo, ormai è risaputo, ha bisogno di credere, di avere delle certezze; non riesce a farne a meno. È troppo insicuro, troppo svogliato, ha troppa paura dell'ignoto, della morte soprattutto, e quindi ha bisogno di rifugiarsi sotto le ali della credenza, in qualcosa che, appunto, lo rassicuri. E dal nulla, da questo sentimento di vuoto, quindi, l'uomo di fede si abbandona all'oscurantismo, alla superstizione, ai laceranti sensi di colpa, alla frenesia dell'intolleranza, al terrore verso il piacere e in particolare verso il godimento sessuale. Hitchens, giornalista inglese famoso in tutto il mondo, contro questi assurdi valori propone un ritorno alle idee illuministiche, alla ragione quale guida per far fronte alle nostre paure. 
Secondo l’autore, la religione è come un veleno in circolo, diffuso in ogni organo della società, manifesta persino nella nostra vita quotidiana. E, avvelenati, lasciamo che la ragione agonizzi. Nel saggio, l'analisi su "come la religione avvelena ogni cosa" (il sottotitolo) è ricca di esempi di evidente intolleranza, di inconcepibile irrazionalità. Ne scaturisce, con un tono fortemente polemico, un’idea di religione criminale.
Nel mostrare le incoerenze e le contraddizioni di quelli che dovrebbero essere testi sacri ispirati da Dio, e quindi per definizione infallibili, Hitchens si avvale in continuazione del celebre rasoio di Occam. E le conclusioni sono ovvie: racconti fantastici, presunti miracoli spiegabili senza sforzo; insomma un colabrodo di illogicità che costella tutti i testi religiosi. Testi scritti da uomini incolti, e intimoriti, bisognosi come si diceva di certezze, costruttori di menzogne che agli occhi di oggi possono essere facilmente smascherati. Eppure il veleno resiste, ammala, uccide. Non è un caso che l'interesse delle religioni sui bambini si fa ossessivo. L'indottrinamento dei bambini, il loro lavaggio del cervello con quelle storie assurde quanto ridicole, l’imposizione forzata e meschina della fede hanno un solo fine: educare legioni di menti pigre e genuflesse.
Ci vuole un contravveleno. L'antidoto è la ragione; l'augurio dell’avvento di un nuovo illuminismo deve continuare a debellare questa cancrena che danneggia sin dalla fanciullezza gli uomini e la società.