Presentazione


Presentazione

Questo spazio è dedicato agli appunti, alle briciole di recensione irrazionali, che colgo, da lettore appassionato e spesso rapsodico, nei miei viaggi verso la lentezza e la riflessione. Briciole di recensione irrazionali dunque.

Briciole perché sono brevi, a-sistemiche, frammentarie, come un certo spirito moderno pretende. Non sono delle vere recensioni. Queste hanno uno schema e una forma ben precisa, mentre i miei sono più che altro appunti colti sul momento, associazioni d’idee, giudizi dettati dalle impressioni di un istante, da una predisposizione d'animo subitaneo, da un fischio di treno... E perciò li definisco irrazionali. Perché sfuggono da un qualsiasi schema predefinito, perché sono intermittenti, perché nella scelta di un libro, per via di una congenita voracità, spesso non seguo linee e percorsi definiti dalle letture precedenti, ma mi lascio trasportare dagli ammiccamenti o dalle smorfie di sfida che un libro sulla mensola della libreria mi lancia.

È un modo insomma di coltivare, di giocare, di prendere vanamente in giro la memoria, per conservare, catalogare e archiviare frammenti di ricordi e suggestioni che un giorno, magari, potranno farmi sorridere e, perché no, commuovere.

04 gen 2016

Classifica: i più belli e il più deludente del 2015

Lo so, da qualche anno, giunto il momento di guardarlo nel suo insieme, continuo a ripetere che i dodici mesi appena trascorsi sono stati pessimi e che ho letto pochi libri. Eppure quest'ultimo anno è stato davvero, nella mia classifica assoluta, il peggiore di sempre. Sono stati, infatti, mesi di putrefazione. Dopo aver trovato nella ferocia della menzogna la verità, dopo aver visto la verità nel nulla (e non nel tutto come pensavo), in questo lungo anno mi sono ritrovato faccia a faccia con la codardia e la macchinazione machiavellica. Mesi di crolli, di disperazioni, di assoluto sfacelo insomma. 
E come si sa, distruggere è così semplice, il difficile è ricostruire, soprattutto se ci si trova in un deserto... Ci provo con i miei libri, con quelle pagine sporche di ebbrezza e inizio lentamente ad assestare le macerie di quella cattedrale gotica fatta di macigni sognanti. Le letture di questo anno (poche, molto poche, solo diciannove!) hanno avuto il merito di analizzare il dolore, le rovine su cui si dovrebbe tentare la ricostruzione; pur nella consapevolezza che certe crepe nelle fondamenta non potranno mai essere riparate. Cioran, Proust, Bufalino su tutti. Capaci di descrivere la sofferenza fino alla sua essenza, di descrivere come sia possibile amare anche quando si odia, di comprendere come ci si preoccupi anche quando si sa che non c'è modo di sapere. Un dolore che, grazie alla bellezza di questi immensi capolavori, alla bellezza vera, all'eleganza vera, si riesce a definire meglio e, allo stesso tempo, come un potente farmaco, in qualche modo a mitigare appena un po'.
Ecco quindi il mio podio:

3. Alla ricerca del tempo perduto (Dalla parte di Swann, All’ombra delle fanciulle in fiore)

Solo un paio i libri illeggibili quest’anno, ma di loro è meglio tacere…

28 dic 2015

Il perturbante - Sigmund Freud (Saggio - 1919)

"Non c'è dubbio che esso appartiene alla sfera dello spaventoso, di ciò che ingenera angoscia e orrore, ed è altrettanto certo che questo termine non viene sempre usato in un senso nettamente definibile, tanto che quasi sempre coincide con ciò che è genericamente angoscioso".

L'estetica, almeno fino al XIX secolo, non si era mai interessata al tema dell’angoscia e quando la psicoanalisi ne invade il territorio rischia di perdere la battaglia. Eppure, qui, Freud riesce a tenere la testa alta scrivendo un’opera di grande spessore con estrema raffinatezza, nonostante sia poco conosciuta. Affascinato da ciò che può spaventare e angosciare, cerca di spiegare come tali sensazioni possano avere un’origine che risale all’infanzia.
Il perturbante è qualcosa di non definito, che suscita insicurezza, inquietudine, turbamento; è quel moto d’angoscia e di terrore che ci coglie in certi momenti e che risalirebbe a qualcosa di familiare.
Il saggio si sviluppa su due strade: l'uso linguistico della parola stessa e la ricerca su singoli casi. Nella prima, condizione necessaria ma non sufficiente del perturbante sarebbe l'inconsueto, la novità. Ciò che è familiare e fidato, in tedesco avrebbe anche significato opposto come nascosto e segreto; il perturbante è ciò che dà fiducia ma anche ciò che può essere pericoloso, sinistro. Dunque lo studio del senso ambivalente del termine darebbe già alcune risposte. Passando al problema estetico, Freud analizza con occhio fine e ammirato il racconto "Il mago sabbiolino” (“L’uomo della sabbia”) di E. T. A. Hoffmann, il quale sarebbe il genio indiscusso del perturbante. Nelle sue opere, infatti, il tema del doppio, le favole e i ricordi labili dell’infanzia susciterebbero nei suoi protagonisti e nel lettore quel senso di disagio che appunto definiamo perturbante. Anche qui, come è bene evidenziato, ritorna la sfera dell’infanzia e del focolare familiare che, da adulti, si collegherebbe attraverso i ricordi a desideri rimossi e a condizioni sorpassate.

Saggio breve ma molto intenso. Una piccola perla freudiana.

28 nov 2015

Lacrime e santi - Emil Mihai Cioran (Saggio - 1937)

"Al giudizio finale verranno pesate soltanto le lacrime".

"Quando, dopo aver inghiottito il mondo, restiamo soli, fieri della nostra impresa, Dio, rivale del Niente, ci appare come un'ultima tentazione".

"Quando ripenso alle mie notti, a tante solitudini e a tanti supplizi in quelle solitudini, desidero di andar via, di abbandonare i sentieri battuti. Ma dove andare? Vi sono fuori di noi abissi non meno profondi di quelli dell'anima".

In questo sofferto libretto di aforismi, il giovane Cioran si interroga sulla teoretica delle lacrime e sull'idea mistica e di sofferenza che sta dietro la santità. Incuriosito dal delirio dei santi, dalla loro furia e dai loro cieli di temporali, ne esalta il viaggio. Avrebbero il merito, secondo il filosofo, di sapere e quindi di spingersi fino a Dio. Le lacrime che hanno versato diventano un metro di giudizio: più un uomo - o un santo - ha lacrimato (non necessariamente lacrime reali, esteriori) più è vero, più ha colto il senso del tutto e quindi del nulla. Le disperazioni, quindi, sarebbero la verità... E poi ci sono gli aforismi sulla musica, su quella di Bach in particolare, l'unico strumento scientifico in grado di congiungerci al pianto e di conseguenza alla verità.
Sebbene il dubbio e l'ironia del Cioran maturo siano quasi del tutto assenti, in quest'opera, però, le sue osservazioni e le sue manie sono onnipresenti. È un suo libro, non c'è dubbio: dolore, desolazione, rassegnazione sono tra i suoi temi principali, ma quanto è distante per i toni, la maturità e gli argomenti dalle altre opere piene del dolore dell'insonnia e del suo personale essere nella solitudine della notte. Ancora troppo vicino ai mistici, ancora lontano dalla filosofia...

25 nov 2015

I Guermantes - Marcel Proust (Romanzo - 1920/21)

"Come ai tempi lontani in cui i suoi genitori le avevano scelto uno sposo, ora i suoi lineamenti erano delicatamente segnati dalla purezza e dalla sottomissione, le guance illuminate da una casta speranza, d'un sogno di felicità, addirittura da un'innocente gaiezza che gli anni avevano a poco poco distrutto. La vita ritirandosi trascinava via le delusioni della vita. Un sorriso sembrava posato sulle labbra della nonna. La morte, come uno scultore del Medio Evo, l'aveva adagiata sul suo letto con l'aspetto di una ragazza".

Dal primo volume sappiamo che da Combray si dipanano due diversi sentieri, due pianeti misteriosi e ammalianti su cui il bambino protagonista fantastica: la parte di Méséglise e quella di Guermantes. Se il primo mondo è quello della borghesia e dell'infanzia, di Swann, Odette e Gilbert, il secondo è quello della maturità e della superficiale aristocrazia. Sovrana assoluta di questo universo è Madame de Guermantes, donna tanto sognata e immaginata dal giovane narratore che si materializza in tutta la sua leggerezza nelle due parti in cui è diviso il terzo capitolo della Recherche.
Il recupero nella memoria dei ricordi legati ai Guermantes si ha quando il giovane, con la sua famiglia, si trasferisce in un loro appartamento. Appena dopo, per la seconda volta, il giovane rivede la Berma al teatro e, senza però quel trasporto e quell'ansia della prima volta, riesce a cogliere il genio dell'attrice. Ma non è lei il centro della sua ammirazione quella sera; rimane folgorato dalla bellezza della principessa di Sassonia, amica di Madame de Guermantes; e, in qualche modo, se ne innamora. Dopo diversi tentativi per farsi notare, decide quindi di andare a trovare Saint-Loup, nipote di Madame de Guermantes, nella caserma dove presta il servizio militare. Qui, tra arte militare, manovre da organizzare e piacevoli conversazioni con ufficiali, si discuterà, ma solo per accenni, dell'affare Dreyfus, e anche e soprattutto il giovane cercherà un pretesto per vedere il suo nuovo oggetto d'amore e frequentare assiduamente casa Guermantes. Tornato a Parigi, descritto un mondo di incontri snob nel salotto di Madame de Villeparisis, passate alcune giornate con un Saint-Loup nervoso e geloso per Rachel (la sua donna da un passato e un presente non certi lindi), divenuto amico di Oriane (Madame di Guermantes), il protagonista si trova su uno sfondo di aristocratica superficialità dove si susseguiranno valzer di incontri altolocati.
Sebbene siano pagine lente, invero abbastanza noiose, pennellano una classe sociale dal profumo di antico e di curioso.
Dopo il lungo racconto di mille e asfissianti pettegolezzi, di incontri patetici e apparentemente insignificanti, le pagine però si colorano di nero, il nero dell'agonia e del lutto. Il giovane, di rientro a casa da un incontro da Madame de Guermantes, trova la nonna sofferente. Deciderà di portarla agli Champs-Élysées, ma è qui che avrà un attacco di cuore e da lì a poco morirà. È questo il momento in cui esplode la bravura di Proust nel descrivere il dolore per il lutto.
Chiuso il capitolo dedicato alla nonna, riappare fugacemente Albertine. Un'Albertine diversa da quella superficiale di Balbec, più posata, più istruita, più arguta. È inevitabile: il protagonista ci ricasca e ricomincia a sentire qualcosa per lei. Ma Albertine sparisce e il racconto ritorna agli incontri melliflui con l'aristocrazia parigina. Le pagine si tingono di fantasticherie e di sogni ad occhi aperti che il narratore immagina, deliziandoci con le sue intermittenze del cuore a rivedere luoghi e visi già conosciuti nei volumi precedenti.
Nel finale, tra principesse, duchesse e viscontesse monotone e fastidiose, spicca in quanto a stranezza del personaggio l'incontro tra il protagonista e il barone M. de Charlus. Da segnalare anche le ultime pagine con l'episodio delle scarpe rosse sotto un vestito nero di Oriane, quando, dopo l'annuncio della malattia di Swann e della sua imminente morte, i coniugi Guermantes mostrano tutta la loro superficialità e insensibilità.

Capitolo dell'aristocrazia e delle affettate quanto ipocrite discussioni tra insensibili personaggi, seguiamo il giovane protagonista nella sua crescita che si scioglie, attraverso l'impellente necessità di distrazione, nell'elaborazione del dolore verso la perdita di un amore e verso il dolore del lutto. 

08 nov 2015

I ragazzi terribili - Jean Cocteau (Romanzo - 1929)

"Le sue lacrime non erano più quelle che versava sull'amicizia distrutta, e non rassomigliavano alle lacrime di Agathe. Si formavano tra le ciglia, si ingrossavano, traboccavano e scendevano a lunghi intervalli, raggiungendo dopo una deviazione la bocca socchiusa, dove si arrestavano e da dove ripartivano come se fossero nuove lacrime".

Tutto inizia durante una battaglia di neve nel cortile della scuola. Dargelos colpisce e stordisce Paul con una palla di neve, ragazzo infatuato della sua bellezza e intraprendenza. Gerard, compagno di scuola e amico di quest'ultimo, lo accompagna a casa dalla sorella Elisabeth. I tre ragazzi sono inseparabili nella loro camera di gioco e di sogno e, dopo la morte della madre dei fratelli, decidono di fare un viaggio. Il treno, l'albergo, il mare, i negozi, diventano luoghi di gioco, di smorfie, di litigi infantili. Poi di nuovo la camera, questo palcoscenico dove gli attori recitano una parte senza saperlo, dove le zuffe continuano senza sosta. Ed è solo lì, nel disordine della loro stanza, di notte, che i ragazzi possono essere veri. Quando non stanno insieme, quando non vivono in quella camera-teatro, di giorno, i tre sono relitti in balia di placide onde. Quando Elisabeth conosce Agathe la conduce nella camera, sicura di fare un torto al fratello. Agathe, però, che somiglia a Dargelos, è accettata da Paul e si aggiunge al gruppo, alla compagna di attori. Il gruppo cresce, come crescono i ragazzi, si definiscono i ruoli, mentre le lotte in quella camera assumono le vesti della normalità e della loro essenza di desiderio misto a gelosia. Persino quando Elisabeth conosce e si sposa con Michael, tutto, velocemente, si risolve con la morte di quest'ultimo a seguito di un incidente stradale. I quattro sono ancora uniti e si trasferiscono nella casa ereditata da Michael. Qui Agathe e Paul capiscono di amarsi. Ma non fanno in tempo a dichiararsi... Inizia il dramma. Elisabeth, gelosa del fratello, come un ragno che tesse la sua tela attira machiavellicamente le sue prede e, intrecciando bugie su bugie, porterà a far sposare Gerard con Agathe, e il fratello alla disperazione e alla malattia. Poi la tragedia: Paul, affranto, si avvelena e un attimo prima di morire scopre la verità da Agathe e dalla stessa sorella. Ha solo il tempo di vedere Elisabeth uccidersi con una rivoltella.

Più che a un romanzo siamo di fronte a una tragedia greca in cui i conflitti che vi stanno alla base sono i conflitti stessi della società. Infanzia, sogno, desiderio, gioco sono i temi di fondo su cui il pathos si costruisce fino alla sciagura. Si legge quasi d'un fiato; con uno stile teatrale c'è poco spazio per la riflessione pacata e attuale, ogni cosa si svolge velocemente ed emergono solo questi ragazzi nella loro terribile, incontrollata nudità.

03 nov 2015

La menzogna del cinema - Giuseppe Tornatore (Saggio - 2011)

"Ma in tutta questa Babele di adulterazioni e imposture interpretative che il mondo impone e sempre di più imporrà al film, resta fortunatamente nascosto, magari frantumato nelle mille tessere di un mosaico che nessuno vorrà mai comporre, il sentimento dell'antica idea che aveva innescato in origine la genesi del film”. 

In questo breve scritto, introdotto gustosamente da Gianni Canova, è riportato il discorso che il grande regista siciliano ha tenuto allo IULM di Milano durante la consegna della laurea honoris causa in Televisione, cinema e new media nel 2009. Qui Tornatore spiega l'insuperabile, e finora proficua, difficoltà di definire l'essenza del cinema. La sua riflessione si concentra dunque sull'imprevedibilità della produzione artistica, sulla sua autonomia. Perché dopo che l'idea per il film si manifesta, una volta che questa idea è incubata e sviluppata nella testa del regista, una volta che prende forma nella scrittura (che non è fatta solo di parole letterarie), il film è perennemente riscritto. In tutte le sue fasi. Nemmeno quando è ormai opera del pubblico l'opera è definitivamente compiuta. Non è, infatti, un caso che il sottotitolo del saggio sia "Il film, una riscrittura senza fine".
Di Tornatore amo la bellezza e le emozioni che suscita nei suoi film, la capacità raffinatissima di fondere immagini, musica, narrazione tanto quanto intelligenza, sentimento, realtà e fantasia, e in questo scritto apprezzo anche la sua modestia e onestà intellettuale.

30 ott 2015

L'amore è un cane che viene dall'inferno - Charles Bukowski (Poesie - 1977)

"non spogliare il mio amore/ potresti trovare un manichino;/ non spogliare il manichino/ potresti trovare/ il mio amore.// lei mi ha dimenticato/ tanto tempo fa"

I versi di Bukowski, liberi, senza artifici retorici, lasciano trasparire l'assoluta sincerità del poeta. In continua lotta contro il mondo, messo ai margini da esso (e per scelta), il suo turbamento è esasperato, quasi parossistico. La sua sofferenza, dunque, nasce da un rapporto sempre distaccato con il mondo, ma al tempo stesso osservato con gli occhi di uno scienziato ubriaco e autocommiserato. Tutto sembra in superficie, a tratti fastidioso, eppure c'è qualcosa tra questi versi che nasconde brandelli di verità...
I personaggi sono sempre gli stessi, prostitute, alcolizzati, giocatori d'azzardo senza un quattrino, se stesso. Sono, in verità, brevissimi racconti, piccoli spaccati di vita quotidiana che puzzano di alcol e di sperma, fatti di erezioni e ossessioni.

25 ott 2015

La tentazione di esistere - Emil Mihai Cioran (Saggio - 1956)

"Coloro che non sanno trarre beneficio dalle loro possibilità di non-essere, restano estranei a se stessi: dei fantocci, degli oggetti provvisti di un io, assopiti in un tempo neutro, né durata né eternità. Esistere significa mettere a profitto la nostra parte d'irrealtà, significa vibrare al contatto del vuoto che è in noi. Al suo vuoto il fantoccio resta insensibile, lo abbandona, lo lascia consumarsi..."

Questi pensieri, più o meno lunghi e articolati, mostrano, e confermano, la lucidissima analisi che Cioran riesce a raggiungere nelle sue speculazioni. L'uomo, e il pensatore lo sa bene, non riesce a rassegnarsi. Naturalmente ha bisogno della rivolta; anche se si accorge che dietro i paraventi della vita c'è l'inutilità, c'è il non senso (e quindi sarebbe meglio rassegnarsi e beatamente dormire), l’uomo lotta e si rivolta, convinto che le proprie idee abbiano un velleitario fine. Siamo prigionieri del Tempo, non siamo capaci di saltare e liberarci, come se vivessimo nel delirio di un'attesa che ci spossa. Ecco che la storia diventa protagonista. Qui, o nel tentativo disperato di esserci dentro, anche gli stati e i loro spiriti nazionali vivono nelle pagine del libro. Francia e Inghilterra da una parte, già seduti nella storia, Russia e Spagna dall'altra, smaniosi di trovarvi posto; per esempio. Anche religioni come quelle cristiana ed ebraica hanno il loro cantuccio nella storia... Non mancano, infatti, le parole da dedicare ai divulgatori del cristianesimo. E se condanna san Paolo con espressioni feroci e schifate, esalta la figura di un Lutero che ha cercato di umanizzare una religione disumana.
Costellato di richiami alla filosofia orientale che predica la stasi e l'annullamento di sé, in questo gioiello di filosofia esistenziale (ma non diciamolo all'autore, magari l'etichetta non gli piace), Cioran sa quanto contraddittorio sia l'uomo. Oscillante tra la lucidità e la rassegnazione, tra la stasi e l'azione, l'uomo è figlio di un pendolo che detta rumorosamente il tempo e ha a disposizione solo un modo per vivere pienamente: nella sofferenza. Soffrire quindi, l'unico mezzo per rimediare al tempo e cogliere l'eterno.
Contro il romanzo e la sua verbosità, affascinato dalla solitudine dei mistici, Cioran si rassegna e scrive... E ci descrive un mondo, il mondo che abbiamo creato, grossolano, mostruoso. Allora le parole per raccontarlo si fanno amare, demolitrici. Ecco lo stile di questo libro.
Nell'esaltazione del nulla, del no, della solitudine, temi tanto cari quanto intimi, troviamo il vissuto del filosofo. Esistere veramente è saper dire di no, è assumersi la responsabilità del nulla, della morte, insomma della terribile ricerca di verità.

20 set 2015

All'ombra delle fanciulle in fiore - Marcel Proust (Romanzo - 1919)

"Avrei sorriso di compassione se un filosofo avesse formulato l'idea che un giorno, sia pur lontano, avrei dovuto morire, che le forze eterne della natura mi sarebbero sopravvissute, le forze di quella natura sotto i cui piedi divini non ero che un granello di polvere; che dopo di me ci sarebbero ancora state quelle scogliere arrotondate e convesse, quel mare, quel chiaro di luna, quel cielo! Ma come sarebbe stato possibile, come il mondo avrebbe potuto durare più di me, dal momento che non ero perduto in lui, poiché era lui ad essere chiuso in me, in me che era ben lontano da riempire, in me dove, sentendo lo spazio per ammassarvi tanti altri tesori, gettavo sdegnosamente in un angolo cielo, mare e scogliere?"

Il secondo volume della "Ricerca del tempo perduto" è suddiviso in due lunghi paragrafi: "Intorno alla signora Swann" e "Nomi di paesi: il paese". La prima parte vede come protagonista ancora una volta Odette de Crécy, la moglie di Charles Swann e madre di Gilberte Swann, personaggi già  nel primo volume. Qui, l'arte, o meglio la tensione verso essa, lo porta a scontrarsi con le diverse personalità che incontra nel suo cammino di aspirante scrittore. Così il deludente spettacolo della Berma, tanto osannato da tutti, le insoddisfazioni provocate dagli incontri con l'intellettuale M. de Norpois, sebbene in un primo momento lo avviliscano, saranno importanti per la sua crescita.
L'altro aspetto che campeggia è quello amoroso. Il racconto, infatti, continua la storia adolescenziale, ma non per questo meno preziosa, tra il narratore stesso e Gilberte, la figlia di Swann. Il giovane ottiene di frequentare a suo piacere casa Swann, di stare vicino a Gilberte, di osservare le abitudini di Odette. Conosce lo scrittore Bergotte, ammirato per i suoi romanzi, e assapora il gusto della creazione artistica. Ma è anche il momento della scoperta del dolore per un amore non corrisposto. L'incontro con Bergotte, il seguente stimolo alla scrittura, il distacco doloroso, progressivo ed estenuante da Gilberte, sono motivo per cogliere quanta raffinatezza analitica possiede Proust nello studio delle passioni umane.
Nella seconda parte, ormai quasi guarito dalla sofferenza per la rottura con Gilberte, il giovane decide di visitare, insieme alla nonna, Balbec, il paese tanto immaginato e desiderato nel volume precedente. Qui, però, il luogo dei suoi sogni, la sua cattedrale in particolare, non rispetterà le attese, e la delusione sarà forte. La sera si sposta a Rivebelle con il marchese Saint-Loup e frequenta il barone di Charlus (fratello del duca di Guermantes). Vede e conosce delle bellissime ragazze, diventano quasi un'ossessione. Fa di tutto per incontrarle e per conquistarle, fa di tutto per innamorarsi. Avverte questo bisogno d'amore, bisogno dettato dalla bellezza... Saranno le fanciulle in fiore che distrarranno il narratore dalle sue attenzioni verso l'arte; lo sviano persino dalle gioie intellettuali che il pittore Elstir gli sa procurare con il genio e la sensibilità artistica. Lentamente, con un processo quasi meccanicistico, il protagonista si innamora di Albertine, una ragazza un po' civetta, attenta ai modi e agli abiti degli altri, bella, con un neo sopra il labbro superiore. La quale, almeno per adesso, non lo corrisponde.
Come è facile notare, tra le due parti si apre una frattura e, allo stesso tempo, si coglie una ciclicità dei fatti. Persino nella luce descritta: se nella prima parte ci troviamo impregnati di spazi freddi e isolati, nella seconda, invece, siamo catapultati tra spiagge, caldo e confusione. E poi l'estate finisce.

È il grande capitolo della Recherche nel quale si scopre la passione verso l'arte e verso l'altro sesso;  la scoperta della sessualità, dell'erotismo, ma anche della fascinazione artistica, del brivido di fronte alla creazione. Capitolo immenso, dal sapore del meraviglioso, in grado di lasciare a bocca aperta innanzi all'ineffabile capacità di Proust di descrivere il dolore, l'amore e i ricordi.

12 ago 2015

Metamorfosi - Publio Ovidio Nasone (Poesia - 8 d. C.)

"Fuggii così com'ero, senza vesti: le vesti erano rimaste sull'altra sponda. Tanto di più lui mi incalzava e s'infiammava, e poiché ero nuda, gli sembravo più pronta. Così io correvo, così lui mi inseguiva spietato, come le colombe fuggono con ali trepidanti davanti allo sparviero, e come lo sparviero si avventa contro le trepidanti colombe".

Nel suo poema epico mitologico, tra i più belli che siano mai stati scritti, Ovidio ha raccolto quasi enciclopedicamente i racconti mitici dell'antichità greca e romana. I quindici libri dell’opera raccontano di miti che vanno dal Caos primigenio ai tempi di Cesare e Augusto. In questa suggestiva sequenza cronologica tutto è in movimento, tutto si trasforma. L'amore, la rabbia, l’invidia, la paura, la brama di conoscenza sono i motori che spingono dei e uomini all'azione, alla metamorfosi e, spesso, alla tragedia. La concupiscenza, in particolare, è la prima protagonista. È, se vogliamo, un'analisi delle passioni quella che fa Ovidio. Feroci passioni umane che ritroviamo identiche negli dei, e i vertiginosi amori o le furenti battaglie raccontate coinvolgono tutti i personaggi dai nomi di favole antiche. Così Euridice, Dafne, Alfeo, Aretusa, Ciane, Aci si possono senza troppa fatica accostare a Giove, Giunone, Bacco, Apollo, Venere, tutti sconvolti dagli stessi brucianti tormenti.
La forza delle immagini che Ovidio riesce a evocare luccica di luce soffusa, la natura descritta è meravigliosa, rigogliosa, colma di ninfe e di cacciatori. Un luogo incantato, un palcoscenico dove innamoramenti, odi, vendette trovano la loro dimensione metamorfica e mitica. Il mito quindi che spiega la natura, il nome di un fiore, di un fiume, di un albero... Ogni cosa è viva, lussureggiante, bisognosa di raccontare la propria storia, e allo stesso tempo, spesso, vittima della vendetta.

Un libro da sorseggiare, da assaporare lentamente per sentirne sulla lingua il gusto vellutato di ogni singola storia.

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