Presentazione


Presentazione

Questo spazio è dedicato agli appunti, alle briciole di recensione irrazionali, che colgo, da lettore appassionato e spesso rapsodico, nei miei viaggi verso la lentezza e la riflessione. Briciole di recensione irrazionali dunque.

Briciole perché sono brevi, a-sistemiche, frammentarie, come un certo spirito moderno pretende. Non sono delle vere recensioni. Queste hanno uno schema e una forma ben precisa, mentre i miei sono più che altro appunti colti sul momento, associazioni d’idee, giudizi dettati dalle impressioni di un istante, da una predisposizione d'animo subitaneo, da un fischio di treno... E perciò li definisco irrazionali. Perché sfuggono da un qualsiasi schema predefinito, perché sono intermittenti, perché nella scelta di un libro, per via di una congenita voracità, spesso non seguo linee e percorsi definiti dalle letture precedenti, ma mi lascio trasportare dagli ammiccamenti o dalle smorfie di sfida che un libro sulla mensola della libreria mi lancia.

È un modo insomma di coltivare, di giocare, di prendere vanamente in giro la memoria, per conservare, catalogare e archiviare frammenti di ricordi e suggestioni che un giorno, magari, potranno farmi sorridere e, perché no, commuovere.

18 apr 2016

Storia della Shoah - Georges Bensoussan (Saggio - 1997)

"Sfiniti, assetati, terrorizzati, sconcertati dall'estrema rapidità, scientemente voluta dalle SS, di quanto si sta svolgendo davanti ai loro occhi, i deportati sono messi nell'incapacità di reagire.
All'arrivo, in meno di un'ora, la rampa è vuota, le famiglie divise, il mondo normale andato in frantumi".

Con questo saggio, ci troviamo di fronte al racconto della storia dello sterminio nazista degli Ebrei attraverso pagine costellate di numeri e date che danno una percezione ancora più importante dell'assurdità di quanto successo. Passiamo in rassegna tutte le varie fasi che portarono alla "soluzione finale", dalle leggi di Norimberga ai ghetti, dalle deportazioni ai massacri pianificati nei centri di sterminio. Senza dimenticare, inoltre, le responsabilità dei silenzi delle altre Nazioni e, ovviamente, il lungo processo di Norimberga con tutte le sue luci e le sue ombre.
Senza retorica, senza le astuzie delle belle parole, leggiamo uno studio che dà la percezione quantitativa di quanto accaduto, e di fronte ai numeri spaventosi non si può non chiudere il libro e passare almeno una notte insonne.

03 apr 2016

Le Siracusane o le donne alla festa di Adone - Teocrito (Poesia - III sec. a. C.)

"Smettetela, disgraziate, di ciarlare in continuazione, come tortore. Ci uccideranno con la loro pronunzia sguaiata!"

Questo celebre idillio dal carattere tipicamente ellenistico, ci lascia gustare con un tocco di raffinata ironia una quotidianità ancora riconoscibile, anche se di un mondo lontano. Gorgò e Prassinoa, due donne borghesi di origine siracusana, che vivono ad Alessandria, decidono di partecipare alla festa in onore di Adone che si terrà al palazzo reale. La vicenda del mimo, quindi, si snoda velocemente su tre ambienti: la casa di Prassinoa, la strada affollata e il palazzo reale di Tolomeo.
Fatta di frivolezze e di frustrazioni domestiche, tocchiamo con mano la realtà di tutti i giorni delle due donne; così sappiamo dei loro mariti, dei loro figli, della loro attenzione verso la cura dei vestiti. Le due donne, interessate solo ai valori esteriori, fuggono dalla quotidianità, vogliono sentirsi libere di festeggiare, di pettegolare senza pensare alle incombenze della famiglia. Ammirando le cose belle viste durante la passeggiata o al palazzo, dimostrano tutta la loro futilità. Poi, però, il pensiero di un lavoro casalingo irrompe sulla scena di festa e le due donne sono costrette a tornare a casa.

28 mar 2016

L'ordine naturale delle cose - António Lobo Antunes (Romanzo - 1992)

"[...] e io, mentre sentivo un sassolino nella vescica e pensavo a Esposende e al mare e alla sabbia e all'erba che avevano bevuto il liquore del mio corpo accostato al tendone del cinema, che avevano bevuto il sangue di quello che si sa di avere solo nell'istante in cui si perde, io che, mentre pensavo a Esposende e ai pini e al vento e all'uomo che si alzava, si scuoteva gli aghi di pino, si accendeva la sigaretta, se ne andava via, decisi che tornando ad Alcântara sarei andata senza dire niente a nessuno, senza che nessuno se ne accorgesse, senza che nessuno lo sospettasse, a prendere il piccone in camera di mio fratello, a prendere il casco e la lampada e le corde, sarei uscita nel giardino sul retro dove il noce scampanacciava, e avrei cominciato a scavare in un'aiuola, fino a trecento metri di profondità, dove i vagoni stridevano sui binari, per volare sottoterra, in mezzo ai negri, vicino alle onde, per riacquistare di nuovo quello che un venerdì, trentasei anni prima, mi avevano rubato".

Straordinario romanzo polifonico in cui, nell'intrigo magistrale di inesorabili esistenze, ogni personaggio, spinto da desideri, sogni, amore e rabbia, definisce l'ordine della natura, delle leggi dell'universo. Leggiamo e viviamo le impressioni di un quarantanovenne che vive con una diciottenne diabetica in un misero appartamento di Lisbona insieme al padre e alla zia della ragazza. Sogna, ricorda, si avvicina alla lussureggiante carne della ragazza, respira la notte e le sue contraddizioni; le parla mentre dorme, si racconta malinconicamente. Abbiamo a che fare anche con un uomo che aiuta uno scrittore a cercare un fantasma, che vive vendendo per corrispondenza corsi di ipnotismo, mentre pensa a quando era un agente dei servizi segreti anticomunista. E nel farlo Lisbona diventa protagonista del suo racconto. Un altro uomo, invece, che ha sempre volato sottoterra, ritornato a Lisbona con la figlia avuta in Mozambico nel tentativo di lasciarsi alle spalle anni di agonizzante apatia. Una donna, la sorella dell’uomo rientrato dall’Africa (e quindi la zia della ragazza diabetica che vive con il cinquantenne), che ci svela la follia del fratello, e la sua preoccupazione per l’imminente morte a causa di un tumore ai reni. Leggiamo il racconto di un ufficiale rivoluzionario arrestato dalla polizia politica di Salazar, che sotto tortura rivive un passato lontano che freneticamente si interseca con le sue confessioni. Un’altra donna, poi, con un tumore al cervello che sopravvive di ricordi che risalgono all'infanzia. E Lisbona ancora, sullo sfondo, come un archè da cui tutto ha origine, sempre la stessa, immutabile, unica e immobile.
Sono racconti di vinti, di sconfitti, come lo siamo tutti del resto (basta solo accorgersene), ma in loro c'è un’inquieta rassegnazione. Sembra tutto ingarbugliarsi: il passato con il presente, le vite dei singoli protagonisti con gli altri, la fantasia con la verità, eppure, lentamente, tristemente, tutto si ricompone. E non è questa la vita in fondo? Una matassa di filo spinato che nel tempo si ingarbuglia e poi adagio si ricompone? Tutto scorre lentamente, inesorabilmente, e non c'è nulla che possa fermare questo dipanarsi lento del tempo e dell'universo. Non c'è soluzione al divenire; si ha l'impressione che tutto sia tragico, come è nella natura delle cose…
Il flusso di ricordi lontani, che si appallottolano ancora e ancora, che si affogano nei dettagli del tempo, ha un sapore nostalgico, andante. E poi, quando questi racconti così lontani tra loro, ad un certo punto, si intersecano, i diversi personaggi si incontrano, si osservano ed esplodono nella loro poesia malinconica, nella loro (e nostra) tristezza di esseri alla mercé delle leggi naturali dell’esistenza. E nella carnalità delle parole, delle splendide descrizioni che lo scrittore portoghese ci lascia, non possiamo far altro che respirare la complessità del nostro essere e della nostra piccolezza.
La lettura, ovviamente, è faticosa; non è per tutti. È come essere di fronte a migliaia di tasselli di un mosaico che messi insieme rappresentano un pianeta sospeso tra miliardi di stelle. Un virtuosismo strutturale dal sapore intellettuale, ma non solo di mero esercizio. Il virtuosismo, la complessità sono la struttura del romanzo, della sua poetica, della vita. Ogni cosa, e non poteva essere diverso, trabocca, però, di sentimenti e di emozioni. Un’oscillazione tra il barocchismo e il romanticismo dunque, che celebra la dolce inquietudine dell’esistenza.
Un romanzo di racconti postmoderno; immenso; superbo.

20 feb 2016

Annibale - Paolo Rumiz (Saggio - 2008)

"Gli stranieri vagano nell'isola, folgorati dal luogo; mollano felici gli ormeggi e sicilianizzano con rapidità stupefacente, ripudiano all'istante il produttivismo calvinista in cui sono cresciuti. Ortigia è il loro posto: qui si drogano di lentezza senza nemmeno quell'ombra di ritegno mostrata dagli indigeni. Kali Jones, un canadese, viene a tuffarsi a ora di cena dagli scogli sotto le muraglie d'Oriente, e mi spiega che non chiede altro dalla vita. I tetti, le rondini, il mare e il rumore di stoviglie nella sera".

In questo diario di "Un viaggio", come da sottotitolo, l'autore si confronta con Annibale e le sue imprese. Lo cerca nei dettagli dei nomi, nella storia, nel mito (suggestiva l'affinità tra le scelte di Annibale e i viaggi di Ercole). Deciso a intraprendere un viaggio alla ricerca delle tracce di Annibale, segnate lungo il cammino che dall'Africa l'ha portato all'invasione dell'Italia, Rumiz, giornalista e scrittore, passa dalle Alpi alla Sardegna, dalla Tunisia alla Spagna, dalla Francia all'Italia, da Torino e Piacenza a Siracusa, dalla Calabria di nuovo alla Tunisia, per poi finire a Creta  e infine in Armenia. Un lungo pellegrinaggio durato un mese (e non possiamo fare altro che invidiare questa impresa) in cui si legge il racconto reverenziale che si può provare di fronte a uno dei più grandi personaggi storici mai esistiti. Ma è anche il confronto tra la storia antica e il presente, tra l'eco che rimbomba da lontano eppure ancora udibile ai nostri giorni. Così, lungo tutto il racconto, la riflessione è inevitabile sul contemporaneo, sui fatti che coinvolgono l'Italia nel cammino dell'autore; quasi a voler sottolineare la continuità del passato con l'attualità (in quest'ottica allora la figura di Annibale diventa solo un pretesto).
Il libro richiama spesso i classici (Polibio e Livio soprattutto), i resoconti più vicini alle imprese del condottiero africano. E sono scelte sempre efficaci. In queste parole dal sapore antico, infatti, Annibale appare in tutta la sua genialità, nella sua solitudine, nella sua tragicità.  
Un bel racconto, a tratti anche stilisticamente elegante; un bel regalo insomma.

12 feb 2016

Squartamento – E. M. Cioran (Saggio – 1979)

"Rinunciamo dunque alle profezie, ipotesi folli, smettiamo di lasciarci lusingare dall'immagine di un avvenire lontano e improbabile, arrestiamoci alle nostre certezze, ai nostri indubitabili abissi".

"Cerco di combattere l'interesse che ho per lei, mi figuro i suoi occhi, le sue guance, il suo naso, le sue labbra in piena putrefazione. Non serve a nulla: l'indefinibile che ella emana persiste. È in momenti come questi che si comprende perché la vita è riuscita a conservarsi, a dispetto della Conoscenza".

I pensieri e gli aforismi, che in questo volume squarciano le certezze della storia e dell’Occidente, continuano il viaggio verso la conoscenza del terribile, della malattia insanabile… Eppure con Cioran si ha la possibilità di prendere atto e coscienza della rassegnazione. Con le sue parole, infatti, si compie il miracolo: l’uomo si rivela nella sua essenza negativa, immerso nell’oceano della storia. L’uomo per forza di cose è nella storia, l’uomo determina la storia, ma è anche determinato da essa, in una spirale che in fin dei conti descrive unicamente il tragico e l’insanabilità di quell’errore della materia che è l’esistenza. Siamo di fronte alla Storia legata all’Essere dunque; due elementi destinati a soccombere. E la misantropia agghiacciante che trasuda in questo libro non è altro che un giustificato atto di consapevolezza. Attraverso il tempo, Cioran cerca e auspica la fine di una decadenza insita nella storia stessa, nella nostra contemporaneità. Si avverte il bisogno di rovina, di distruzione (tra l’altro imminente secondo il filosofo), ma con la cognizione che possa esserci un respiro vitale appena dopo. Non è un caso che Cioran dedichi molte pagine alla Francia e all’età della Rivoluzione; momento di declino e di rinascita allo stesso tempo. Sembra quasi di leggere le parole di un oltreuomo pessimista…

Il respiro è sempre mistico, eccessivo (è questo il Cioran che amo di meno), ma quando il pensiero si fa corpo, si fa vita concreta calata nella quotidianità il respiro diventa sublime nella sua agonia.

04 gen 2016

Classifica: i più belli e il più deludente del 2015

Lo so, da qualche anno, giunto il momento di guardarlo nel suo insieme, continuo a ripetere che i dodici mesi appena trascorsi sono stati pessimi e che ho letto pochi libri. Eppure quest'ultimo anno è stato davvero, nella mia classifica assoluta, il peggiore di sempre. Sono stati, infatti, mesi di putrefazione. Dopo aver trovato nella ferocia della menzogna la verità, dopo aver visto la verità nel nulla (e non nel tutto come pensavo), in questo lungo anno mi sono ritrovato faccia a faccia con la codardia e la macchinazione machiavellica. Mesi di crolli, di disperazioni, di assoluto sfacelo insomma. 
E come si sa, distruggere è così semplice, il difficile è ricostruire, soprattutto se ci si trova in un deserto... Ci provo con i miei libri, con quelle pagine sporche di ebbrezza e inizio lentamente ad assestare le macerie di quella cattedrale gotica fatta di macigni sognanti. Le letture di questo anno (poche, molto poche, solo diciannove!) hanno avuto il merito di analizzare il dolore, le rovine su cui si dovrebbe tentare la ricostruzione; pur nella consapevolezza che certe crepe nelle fondamenta non potranno mai essere riparate. Cioran, Proust, Bufalino su tutti. Capaci di descrivere la sofferenza fino alla sua essenza, di descrivere come sia possibile amare anche quando si odia, di comprendere come ci si preoccupi anche quando si sa che non c'è modo di sapere. Un dolore che, grazie alla bellezza di questi immensi capolavori, alla bellezza vera, all'eleganza vera, si riesce a definire meglio e, allo stesso tempo, come un potente farmaco, in qualche modo a mitigare appena un po'.
Ecco quindi il mio podio:

3. Alla ricerca del tempo perduto (Dalla parte di Swann, All’ombra delle fanciulle in fiore)

Solo un paio i libri illeggibili quest’anno, ma di loro è meglio tacere…

28 dic 2015

Il perturbante - Sigmund Freud (Saggio - 1919)

"Non c'è dubbio che esso appartiene alla sfera dello spaventoso, di ciò che ingenera angoscia e orrore, ed è altrettanto certo che questo termine non viene sempre usato in un senso nettamente definibile, tanto che quasi sempre coincide con ciò che è genericamente angoscioso".

L'estetica, almeno fino al XIX secolo, non si era mai interessata al tema dell’angoscia e quando la psicoanalisi ne invade il territorio rischia di perdere la battaglia. Eppure, qui, Freud riesce a tenere la testa alta scrivendo un’opera di grande spessore con estrema raffinatezza, nonostante sia poco conosciuta. Affascinato da ciò che può spaventare e angosciare, cerca di spiegare come tali sensazioni possano avere un’origine che risale all’infanzia.
Il perturbante è qualcosa di non definito, che suscita insicurezza, inquietudine, turbamento; è quel moto d’angoscia e di terrore che ci coglie in certi momenti e che risalirebbe a qualcosa di familiare.
Il saggio si sviluppa su due strade: l'uso linguistico della parola stessa e la ricerca su singoli casi. Nella prima, condizione necessaria ma non sufficiente del perturbante sarebbe l'inconsueto, la novità. Ciò che è familiare e fidato, in tedesco avrebbe anche significato opposto come nascosto e segreto; il perturbante è ciò che dà fiducia ma anche ciò che può essere pericoloso, sinistro. Dunque lo studio del senso ambivalente del termine darebbe già alcune risposte. Passando al problema estetico, Freud analizza con occhio fine e ammirato il racconto "Il mago sabbiolino” (“L’uomo della sabbia”) di E. T. A. Hoffmann, il quale sarebbe il genio indiscusso del perturbante. Nelle sue opere, infatti, il tema del doppio, le favole e i ricordi labili dell’infanzia susciterebbero nei suoi protagonisti e nel lettore quel senso di disagio che appunto definiamo perturbante. Anche qui, come è bene evidenziato, ritorna la sfera dell’infanzia e del focolare familiare che, da adulti, si collegherebbe attraverso i ricordi a desideri rimossi e a condizioni sorpassate.

Saggio breve ma molto intenso. Una piccola perla freudiana.

28 nov 2015

Lacrime e santi - Emil Mihai Cioran (Saggio - 1937)

"Al giudizio finale verranno pesate soltanto le lacrime".

"Quando, dopo aver inghiottito il mondo, restiamo soli, fieri della nostra impresa, Dio, rivale del Niente, ci appare come un'ultima tentazione".

"Quando ripenso alle mie notti, a tante solitudini e a tanti supplizi in quelle solitudini, desidero di andar via, di abbandonare i sentieri battuti. Ma dove andare? Vi sono fuori di noi abissi non meno profondi di quelli dell'anima".

In questo sofferto libretto di aforismi, il giovane Cioran si interroga sulla teoretica delle lacrime e sull'idea mistica e di sofferenza che sta dietro la santità. Incuriosito dal delirio dei santi, dalla loro furia e dai loro cieli di temporali, ne esalta il viaggio. Avrebbero il merito, secondo il filosofo, di sapere e quindi di spingersi fino a Dio. Le lacrime che hanno versato diventano un metro di giudizio: più un uomo - o un santo - ha lacrimato (non necessariamente lacrime reali, esteriori) più è vero, più ha colto il senso del tutto e quindi del nulla. Le disperazioni, quindi, sarebbero la verità... E poi ci sono gli aforismi sulla musica, su quella di Bach in particolare, l'unico strumento scientifico in grado di congiungerci al pianto e di conseguenza alla verità.
Sebbene il dubbio e l'ironia del Cioran maturo siano quasi del tutto assenti, in quest'opera, però, le sue osservazioni e le sue manie sono onnipresenti. È un suo libro, non c'è dubbio: dolore, desolazione, rassegnazione sono tra i suoi temi principali, ma quanto è distante per i toni, la maturità e gli argomenti dalle altre opere piene del dolore dell'insonnia e del suo personale essere nella solitudine della notte. Ancora troppo vicino ai mistici, ancora lontano dalla filosofia...

25 nov 2015

I Guermantes - Marcel Proust (Romanzo - 1920/21)

"Come ai tempi lontani in cui i suoi genitori le avevano scelto uno sposo, ora i suoi lineamenti erano delicatamente segnati dalla purezza e dalla sottomissione, le guance illuminate da una casta speranza, d'un sogno di felicità, addirittura da un'innocente gaiezza che gli anni avevano a poco poco distrutto. La vita ritirandosi trascinava via le delusioni della vita. Un sorriso sembrava posato sulle labbra della nonna. La morte, come uno scultore del Medio Evo, l'aveva adagiata sul suo letto con l'aspetto di una ragazza".

Dal primo volume sappiamo che da Combray si dipanano due diversi sentieri, due pianeti misteriosi e ammalianti su cui il bambino protagonista fantastica: la parte di Méséglise e quella di Guermantes. Se il primo mondo è quello della borghesia e dell'infanzia, di Swann, Odette e Gilbert, il secondo è quello della maturità e della superficiale aristocrazia. Sovrana assoluta di questo universo è Madame de Guermantes, donna tanto sognata e immaginata dal giovane narratore che si materializza in tutta la sua leggerezza nelle due parti in cui è diviso il terzo capitolo della Recherche.
Il recupero nella memoria dei ricordi legati ai Guermantes si ha quando il giovane, con la sua famiglia, si trasferisce in un loro appartamento. Appena dopo, per la seconda volta, il giovane rivede la Berma al teatro e, senza però quel trasporto e quell'ansia della prima volta, riesce a cogliere il genio dell'attrice. Ma non è lei il centro della sua ammirazione quella sera; rimane folgorato dalla bellezza della principessa di Sassonia, amica di Madame de Guermantes; e, in qualche modo, se ne innamora. Dopo diversi tentativi per farsi notare, decide quindi di andare a trovare Saint-Loup, nipote di Madame de Guermantes, nella caserma dove presta il servizio militare. Qui, tra arte militare, manovre da organizzare e piacevoli conversazioni con ufficiali, si discuterà, ma solo per accenni, dell'affare Dreyfus, e anche e soprattutto il giovane cercherà un pretesto per vedere il suo nuovo oggetto d'amore e frequentare assiduamente casa Guermantes. Tornato a Parigi, descritto un mondo di incontri snob nel salotto di Madame de Villeparisis, passate alcune giornate con un Saint-Loup nervoso e geloso per Rachel (la sua donna da un passato e un presente non certi lindi), divenuto amico di Oriane (Madame di Guermantes), il protagonista si trova su uno sfondo di aristocratica superficialità dove si susseguiranno valzer di incontri altolocati.
Sebbene siano pagine lente, invero abbastanza noiose, pennellano una classe sociale dal profumo di antico e di curioso.
Dopo il lungo racconto di mille e asfissianti pettegolezzi, di incontri patetici e apparentemente insignificanti, le pagine però si colorano di nero, il nero dell'agonia e del lutto. Il giovane, di rientro a casa da un incontro da Madame de Guermantes, trova la nonna sofferente. Deciderà di portarla agli Champs-Élysées, ma è qui che avrà un attacco di cuore e da lì a poco morirà. È questo il momento in cui esplode la bravura di Proust nel descrivere il dolore per il lutto.
Chiuso il capitolo dedicato alla nonna, riappare fugacemente Albertine. Un'Albertine diversa da quella superficiale di Balbec, più posata, più istruita, più arguta. È inevitabile: il protagonista ci ricasca e ricomincia a sentire qualcosa per lei. Ma Albertine sparisce e il racconto ritorna agli incontri melliflui con l'aristocrazia parigina. Le pagine si tingono di fantasticherie e di sogni ad occhi aperti che il narratore immagina, deliziandoci con le sue intermittenze del cuore a rivedere luoghi e visi già conosciuti nei volumi precedenti.
Nel finale, tra principesse, duchesse e viscontesse monotone e fastidiose, spicca in quanto a stranezza del personaggio l'incontro tra il protagonista e il barone M. de Charlus. Da segnalare anche le ultime pagine con l'episodio delle scarpe rosse sotto un vestito nero di Oriane, quando, dopo l'annuncio della malattia di Swann e della sua imminente morte, i coniugi Guermantes mostrano tutta la loro superficialità e insensibilità.

Capitolo dell'aristocrazia e delle affettate quanto ipocrite discussioni tra insensibili personaggi, seguiamo il giovane protagonista nella sua crescita che si scioglie, attraverso l'impellente necessità di distrazione, nell'elaborazione del dolore verso la perdita di un amore e verso il dolore del lutto. 

08 nov 2015

I ragazzi terribili - Jean Cocteau (Romanzo - 1929)

"Le sue lacrime non erano più quelle che versava sull'amicizia distrutta, e non rassomigliavano alle lacrime di Agathe. Si formavano tra le ciglia, si ingrossavano, traboccavano e scendevano a lunghi intervalli, raggiungendo dopo una deviazione la bocca socchiusa, dove si arrestavano e da dove ripartivano come se fossero nuove lacrime".

Tutto inizia durante una battaglia di neve nel cortile della scuola. Dargelos colpisce e stordisce Paul con una palla di neve, ragazzo infatuato della sua bellezza e intraprendenza. Gerard, compagno di scuola e amico di quest'ultimo, lo accompagna a casa dalla sorella Elisabeth. I tre ragazzi sono inseparabili nella loro camera di gioco e di sogno e, dopo la morte della madre dei fratelli, decidono di fare un viaggio. Il treno, l'albergo, il mare, i negozi, diventano luoghi di gioco, di smorfie, di litigi infantili. Poi di nuovo la camera, questo palcoscenico dove gli attori recitano una parte senza saperlo, dove le zuffe continuano senza sosta. Ed è solo lì, nel disordine della loro stanza, di notte, che i ragazzi possono essere veri. Quando non stanno insieme, quando non vivono in quella camera-teatro, di giorno, i tre sono relitti in balia di placide onde. Quando Elisabeth conosce Agathe la conduce nella camera, sicura di fare un torto al fratello. Agathe, però, che somiglia a Dargelos, è accettata da Paul e si aggiunge al gruppo, alla compagna di attori. Il gruppo cresce, come crescono i ragazzi, si definiscono i ruoli, mentre le lotte in quella camera assumono le vesti della normalità e della loro essenza di desiderio misto a gelosia. Persino quando Elisabeth conosce e si sposa con Michael, tutto, velocemente, si risolve con la morte di quest'ultimo a seguito di un incidente stradale. I quattro sono ancora uniti e si trasferiscono nella casa ereditata da Michael. Qui Agathe e Paul capiscono di amarsi. Ma non fanno in tempo a dichiararsi... Inizia il dramma. Elisabeth, gelosa del fratello, come un ragno che tesse la sua tela attira machiavellicamente le sue prede e, intrecciando bugie su bugie, porterà a far sposare Gerard con Agathe, e il fratello alla disperazione e alla malattia. Poi la tragedia: Paul, affranto, si avvelena e un attimo prima di morire scopre la verità da Agathe e dalla stessa sorella. Ha solo il tempo di vedere Elisabeth uccidersi con una rivoltella.

Più che a un romanzo siamo di fronte a una tragedia greca in cui i conflitti che vi stanno alla base sono i conflitti stessi della società. Infanzia, sogno, desiderio, gioco sono i temi di fondo su cui il pathos si costruisce fino alla sciagura. Si legge quasi d'un fiato; con uno stile teatrale c'è poco spazio per la riflessione pacata e attuale, ogni cosa si svolge velocemente ed emergono solo questi ragazzi nella loro terribile, incontrollata nudità.

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