Presentazione


Presentazione

Questo spazio è dedicato agli appunti, alle briciole di recensione irrazionali, che colgo, da lettore appassionato e spesso rapsodico, nei miei viaggi verso la lentezza e la riflessione. Briciole di recensione irrazionali dunque.

Briciole perché sono brevi, a-sistemiche, frammentarie, come un certo spirito moderno pretende. Non sono delle vere recensioni. Queste hanno uno schema e una forma ben precisa, mentre i miei sono più che altro appunti colti sul momento, associazioni d’idee, giudizi dettati dalle impressioni di un istante, da una predisposizione d'animo subitaneo, da un fischio di treno... E perciò li definisco irrazionali. Perché sfuggono da un qualsiasi schema predefinito, perché sono intermittenti, perché nella scelta di un libro, per via di una congenita voracità, spesso non seguo linee e percorsi definiti dalle letture precedenti, ma mi lascio trasportare dagli ammiccamenti o dalle smorfie di sfida che un libro sulla mensola della libreria mi lancia.

E' un modo insomma di coltivare, di giocare, di prendere vanamente in giro la memoria, per conservare, catalogare e archiviare frammenti di ricordi e suggestioni che un giorno, magari, potranno farmi sorridere e, perché no, commuovere.

05 apr 2015

Melchiorre Gioia - Nicola Pionetti (Saggio - 2015)

"Mentre Gioia era ancora in carcere arrivò l'importante duplice notizia: la sua dissertazione aveva vinto il concorso prevalendo su altre 52, e il filosofo poteva tornare libero: era il novembre 1797 e aveva trascorso in carcere 8 mesi. Con grande fretta riparò a Milano, dove fu accolto dalla Municipalità locale con tutti gli onori".


Melchiorre Gioia, precursore e fautore di un'Italia veramente moderna, è pensatore ai più sconosciuto. Il lavoro di Pionetti, il cui sottotitolo recita "Il progetto politico del 1796 per un'Italia unita e repubblicana”, ci offre la preziosa possibilità di conoscere la figura di un intellettuale ingiustamente trascurato. Un uomo dedito alla conoscenza, curioso, analitico, attento a non cadere nella rete dei dogmi, un estremista per l'epoca, polemista, eclettico; un uomo per il quale la filosofia deve avere un fine: l'impegno civile.
Nel libro non leggiamo solo dei fatti storici che hanno coinvolto la persona Gioia, leggiamo soprattutto il suo pensiero politico sviscerato nella Dissertazione che vinse il primo premio al concorso, bandito dall’Amministrazione Generale della Lombardia, che chiedeva “Quale dei Governi Liberi meglio convenga alla felicità d'Italia”. Fortemente influenzato dalle idee illuminate dei vicini francesi (interessanti i capitoli che mettono a confronto il piacentino con l’inglese Locke e il francese Montesquieu), secondo il radicalissimo Gioia, la Repubblica è l'unica forma di governo in grado di assicurare l'uguaglianza tra tutti i cittadini. L’Italia, inoltre, frammentata e debole, dovrà essere unita, ispirandosi alla Costituzione francese del 1795.
Il libro è ben scritto, ordinato e ben strutturato. Seguiamo il Gioia nella sua biografia e l'analisi della sua Dissertazione, testo appassionato, carico di ambizione e fervore giovanile, è attenta e chiarificatrice. Sullo sfondo si può cogliere l’occasione, anche, per scoprire la variegata Italia giacobina che si confrontava dopo le speranze seguenti la discesa di Napoleone (1796) con tutto il suo carico di idee rivoluzionarie che avevano già incendiato la Francia.

È un modo per ripercorrere i fermenti che ribollivano nell'Italia colta negli anni precedenti il Risorgimento, ma anche la Piacenza viva e letterata che dava possibilità culturali di notevole importanza. Insomma, un tentativo prezioso di far riemergere dall'oblio un pensatore già avanti per il suo tempo, ma oggi quanto mai moderno e attuale.

02 mar 2015

La malora - Beppe Fenoglio (Romanzo - 1954)

"Passo più passo meno, decisi allora d'entrare in un boschetto d'arbusti di rovere, così serrato che sembrava d'entrare in uno stanzino, e schivato i primi rami mi vidi contro lo stomaco i piedi di Costantino. Era lui, anche se non ce la feci a guardarlo in faccia, il più su che arrivai con gli occhi fu il petto, dove aveva appuntato un foglietto tutto scritto".

La storia di Agostino Braida, un giovane ragazzo che lotta contro la sfortuna, è la storia della malora in cui molte famiglie si sono ritrovate dopo i disastri della guerra. Ma è anche la storia delle Langhe, i luoghi che Agostino (e lo stesso autore) vive fuori e dentro di sé. Il romanzo breve, senza capitoli e intervalli, racconta gli avvenimenti tragici che segnano, ma non vincono, Agostino: la morte del padre, la malattia del fratello, la lotta velleitaria della sua famiglia per emergere dalla povertà. Qualche speranza, è vero: l'amore per Fede (amore deluso però, quando la ragazza è promessa in matrimonio a un altro uomo), il desiderio, poi conquistato, di tornare a lavorare la terra che era del padre. Eppure è tutto vano, persino tornato a casa, Agostino sente la madre pregare che possa morire dopo la morte del figlio Emilio malato di tisi. 

Racconto di povertà, di rabbia, di rassegnazione anche; un libro semplice, con uno stile che potrebbe fare storcere il naso, che mette in risalto la difficile condizione delle famiglie contadine italiane negli anni del secondo dopoguerra.

19 feb 2015

Il vento urla rosso - Maria Luisa Giaccone (Romanzo - 2014)

"Ma tutte erano belle a guardarsi, perché tutte erano giovani e aspettavano il futuro. Era il futuro che alitava nella stanza come un vento leggero di primavera, il futuro che accendeva i colori dei ritagli di stoffa sul pavimento e faceva sembrare il gusto di un confetto donato da una qualsiasi sposa un'ambrosia, perché c'erano dentro speranze inespresse, gioiose.
Illusioni destinate ad essere tradite presto, per lo più".

Romanzo di ricordi camuffati dai veli della finzione, sullo sfondo di un '900 italiano difficile, crocianamente malato, si concentra, nella polifonia iniziale dei personaggi, sulla figura di Sunta. Se i primi capitoli, infatti, possono sembrare corali, dal sapore verghiano, i successivi si assottigliano, diventano più raffinati e i diversi personaggi via via si nascondono dietro un orizzonte traslucido, lasciando spazio a un unico protagonista: il sentimento sconfinato e senza filtri di Sunta. 
E Sunta, nell'arco della sua vita, mostra sempre più il suo essere fragile, il suo disagio psichico, il profondo turbamento della sua anima. Ma è una ragazza, poi una donna, che vive dentro di sé sensazioni, emozioni e amori sterminati. Come l'amore verso Giulia, sua nipote: puro, incondizionato, viscerale.

Un romanzo ben scritto, dolce. Una scrittura delicata e setosa che non si conquista con il solo esercizio. 

18 gen 2015

Classifica: i più belli e il più deludente del 2014

Dei libri letti lo scorso anno – dodici mesi poverissimi di ozio e di ventitré libri, di rarissimi momenti d'emozione, ma ricchissimi di speranze sempre deluse - la scoperta più importante l'ho trovata in Bonaviri. Tra alti e bassi, le sue pagine mi hanno affascinato, ma non sempre convinto totalmente. Il vicolo blu, invece, una rivelazione. Poesia, immaginazione, realismo, stile: uno dei tanti esempi di grande scrittura siciliana. E poi, il libro riletto, il più bello dell’anno: Uno, nessuno e centomila. Era prevedibile…
Da ricordare, tra gli altri e per diversi motivi, il libro del mio carissimo amico Barucco, quello di Singer, di Aristofane, quelli di Paolini.
Comunque, ecco il podio: 


1. Uno, nessuno e centomila
2. Il vicolo blu
3. Il funesto demiurgo

Tra libri irritanti e fastidiosi (e quest’anno ne ho letti diversi), il Diario di un parroco di campagna di Bernanos. Non un cattivo romanzo, ma vecchio, lamentoso e a tratti maleodorante di falsità.

10 gen 2015

Il sarto della stradalunga - Giuseppe Bonaviri (Romanzo - 1954)

"La luna sorgeva sul filo nero delle cime dei monti e piena di sangue restava a lungo sull'orizzonte, in un vapore sanguigno che non voleva diradarsi. Sul ballatoio ci arrivava quella luce rosse che tingeva i muri e mi colorava bizzarramente i capelli".

Mineo, il paese siciliano dove si svolge il racconto, e la stradalunga, la via più lunga del paese, nella fantasia dei protagonisti e dell'autore sono un luogo di tesori e di incanti. A scrivere della sua vita è don Pietro Scirè, il sarto che, in un ozio forzato dall'inverno, decide di scrivere della sua vita. Divide il racconto in tre parti: la prima (la più raffinata) dove è lui stesso a scrivere di sé, la seconda dove a scrivere è sua sorella Pina e l'ultima parte dove a raccontare è suo figlio Peppino (lo stesso autore) ancora undicenne.
Le storie sono quotidiane, eppure hanno un che di straordinario: la morte della madre non vissuta pienamente, il tutto mentre le estati scorrono, i raccolti delle olive che non sempre abbondano, un'estate con la sua festa patronale trascorsa a lavorare con un amico, la morte di uno dei figli, il matrimonio mancato della sorella. Sono momenti amari, eppure alcune pagine sono di rara bellezza, come quando il vento si anima, come quando Mineo si trasforma in ombelico del mondo…
La riscrittura favolosa della vita quotidiana, povera e di fiele e di spiriti, paradossalmente rende il racconto molto vicino alla realtà. L’ironia è amara, e il libro diventa malinconico, come è nella natura dei sogni. Un libro di ricordi, dunque, in quelli del sarto, dedito al lavoro e alle fatiche dell’ozio; in quelli della sorella in cui si legge di una vita reale trascorsa quasi senza significato, ma pur sempre vera; in quelli del figlio Peppi dietro cui si nasconde una vita di miseria e di difficoltà, ma piena di affetti, di gioco, di immaginazione, di tutta la magia dell'infanzia, e anche la fatica di vivere in un mondo di povertà e di speranza.

14 dic 2014

Chiacchiere filosofiche tra Medioevo e modernità - Francesco Rizzi, Sabrina Gallinari (Saggio - 2014)

"Mi sembra inoltre superfluo ribadire che da una natura inorganica, soggetta deterministicamente a leggi fisico-chimiche, non può affatto scaturire, neanche dopo miliardi di anni, la libertà dell'uomo che è in grado di vincere queste leggi; dei gas continueranno a seguire per sempre quelle regole ferree".

La prospettiva di questo primo volume è cristiana; le soluzioni sono infatti da lì definite.
Ci troviamo di fronte a tre dialoghi tra filosofi diversi. Nel primo, a discutere sono un tomista e un cartesiano, si dibatte sull'anima degli animali; nel secondo il problema è centrato sui pericolosi spostamenti esoterici della medicina orientale nel mondo occidentale - qui un seguace di Spinoza si confronta con lo stesso tomista del dialogo precedente -; e nell'ultimo si discute sul terremoto che ha colpito l'Emilia nel 2012 in cui un voltaireiano e un leibniziano si scontrano sulla presenza del male nel mondo.

Un modo diverso per ripassare il pensiero di alcuni filosofi, anche se le conclusioni sono settariamente sbilanciate verso il pensiero tomista.

23 nov 2014

Diario di un parroco di campagna - Georges Bernanos (Romanzo - 1936)

"Certo, dovunque l'uomo è nemico di se stesso, il suo segreto e subdolo nemico. Il male sparso non importa dove quasi sicuramente germoglia. Mentre il più piccolo seme di bene ha bisogno, per non essere soffocato, di circostanze straordinarie, di una prodigiosa fortuna".

Bernanos, scrittore cattolico e tradizionalista, ci lascia un romanzo intriso di religiosità. L'io narrante, il parroco di Ambricourt, piccolo e annoiato paesino francese, attraverso le pagine di un diario, annota le sue riflessioni sulla noia, sulla chiesa, sulla religione, sulla semplicità, sulla sua malattia, su se stesso.
Il giovane curato, pieno di dubbi sulle sue capacità di uomo di chiesa, si confronta con la stantia tradizione della chiesa, con i suoi uomini di fede più attenti a comandare e a imporre le loro idee che a insegnare ad amare e a gioire. Il diario, un colloquio con Dio nelle intenzioni, descrive la quotidianità, gli incontri, i piccoli problemi (si leggono insomma continui piagnistei). Nella vita di tutti i giorni, la relazione con una nobile e ricca famiglia del paese e le continue lettere con un amico di seminario sono gli eventi che più preoccupano il giovane prete. In questo confronto con il paesino e soprattutto con una dolorosa malattia (un cancro allo stomaco) e con la povertà, il giovane prete trova la propria dimensione interiore e si perde nella solitudine, nel suo essere unico. Eppure, nella solitudine, Dio alla fine gli è accanto. Un Dio, però, che non è quello professato dalla severità degli anziani preti teologi, ma più intimo, più personale. E non è solo un caso che quando la malattia ha corrotto inesorabilmente il corpo, il giovane curato affida l'anima alle preghiere del suo amico prete spretato.
Il parroco, con la sua semplicità e le sue preoccupazioni, è il simbolo della fede autentica, capace di assorbire senza le speculazioni della ragione tutto il dolore, tutti i dubbi e le angosce con l'amore e il suo slancio sconfinato.
Nonostante la precarietà della vita, la molteplicità dei punti di vista, il bene e il male che osserva ogni giorno, colpisce ancora oggi l'ostinazione con la quale il giovane parroco professa la verità, la sua, ritenendola assoluta. È vero, qualcosa nelle sue idee è sfumato, non tutto è così netto come leggiamo invece nelle parole dei suoi interlocutori più anziani e superbi. L'analisi è senza dubbio profonda, attenta, sviluppata con uno stile arguto e accattivante nella sua semplicità. Ma è un libro lento, meditativo, lamentoso; che dire, sufficientemente noioso, che puzza un po’ di muffa.

27 ott 2014

Il funesto demiurgo - Emil Mihai Cioran (Saggio - 1969)

"Per un malinteso inesplicabile l'esistenza è stata dichiarata sacra, non solo non lo è, ma anzi vale nella misura in cui ci si adopera a disfarsene. Tutt'al più è un accidente - un accidente che ognuno, piano piano, converte in fatalità. Quando si sa con che cosa si ha a che fare, c'è da arrossire per essere ad essa così attaccati, e nonostante ciò attaccati le siamo grazie a un lungo e insensibile processo che porta anche i più avveduti a prenderla sul serio".

L'idea della creazione, di questa creazione, è imbarazzante. È insostenibile che il creatore di siffatta scandalosa creatura, l'uomo, possa essere un dio buono. Per ciò il dio che ha creato l'universo non può che essere maledetto, infelice, cattivo, funesto appunto. Il bene è apatico, chiuso in se stesso, autosufficiente, e non avrebbe avuto bisogno di creare; il male, invece, è movimento, dinamismo, intraprendenza, bisognoso di crearne di nuovo, di creare l’universo e l’uomo. Da qui l'invito di Cioran a non generare più, tanto, purtroppo e inesorabilmente, qualcuno riuscirà sempre a incatenarsi alla stoltezza e il rischio (o l'augurio) dell'estinzione sarà superato.
Le riflessioni del filosofo apolide sono dedicate alla definizione del creatore. Le sue speculazioni, però, non nascono solo da ciò che si può facilmente osservare, dal male che regge il mondo, ma anche dalla sua condizione esistenziale, la condizione sua e dell'uomo. La descrizione di un uomo che è propenso al male, che non ha un posto ben definito nella sua esistenza, che sfida un creatore a sua volta indefinito, indefinibile e per nulla onnipotente. Dinanzi a questo male, a questo dolore, a questa vita assetata, la scelta della morte apparirebbe come una sorgente dissetante. Il capitolo dedicato al suicidio (a me pare quello dei tentativi dello stesso Cioran) è il più notturno, il più profondo, forse il più vivo, il più gnostico, il più metafisico, il più orientale. L’elogio della morte, dunque, come soluzione e liberazione che fa da contraltare al disastro della generazione, della nascita, della vita.
Quasi feurbachianamente, Cioran, studiando il male del mondo e accusando Dio (il Dio onnipotente dei monoteismi, sinonimo di intolleranza, tanto da essere nel suo nome l'artefice di feroci religioni che non lasciano spazio al nuovo) analizza se stesso e l'uomo. Dalla teologia all’antropologia dunque.

Un libro che pone domande che dovrebbero lasciarci svegli la notte, un libro che mira al nirvana, all'assenza di ogni cosa, dove l'uomo è silenzio e nulla. Un libro sulla nostra condizione anche, sulle nostre paure di conoscere e capire quanto insignificanti siamo; per aprire gli occhi, restare svegli, e poi ritornare a chiuderli e lasciarci dominare dagli eventi e dalla storia.
Un libro feroce, funesto, per spiriti attenti e duri; bellissimo.

01 ott 2014

Viaggio in Sicilia - Johann Wolfgang von Goethe (Diario - 1816)

"L'Italia, senza la Sicilia, non lascia alcuna immagine nell'anima: qui è la chiave di tutto. Del clima non si dirà mai bene abbastanza; ora è tempo di acquazzoni, che però non sono mai insistenti; quest'oggi tuona e lampeggia, e il verde si fa sempre più acceso. Il lino in parte mostra i suoi noduli, in parte fiorisce di già. Negli avvallamenti sembra di vedere delle pozze d'acqua, tanto bello è il verde-azzurro del lino sul fondo".

Tratto dal "Viaggio in Italia", scritto quasi trent'anni dopo il tour del poeta tedesco, il capitolo dedicato alla Sicilia è semplicemente appassionato. Queste pagine descrivono un viaggio desiderato, anelato per lungo tempo, e hanno gli occhi della meraviglia. La Sicilia, l'isola preda di conquiste e traboccante di bellezza, è ammirata con la stessa ingordigia di un bambino che scarta il suo regalo.
Affascinato dalla storia che trasuda su ogni pietra della Sicilia, affascinato anche dalla natura selvaggia di questa terra al centro del mondo, Goethe ne rimane incantato. I commenti sono entusiasti, le definizioni sono esaltate, eppure non mancano le descrizioni scientifiche, geologiche in particolare, della natura che incontra. Spicca allora il Goethe geologo, naturalista, fisico; il poeta che quasi prova a rendere e a fissare la bellezza delle meraviglie che osserva in modo oggettivo.
Goethe visita l'isola dai primi di aprile del 1787 alla metà di maggio dello stesso anno, i mesi più belli, quando la primavera esplode con i suoi colori e l'estate con i suoi tormenti non si è ancora scatenata. I monumenti sono incastonati nei paesaggi naturali e Goethe, rapito in estasi, ne assapora le voluttà.
Palermo e le sue feste; Bagheria e la sua sconcertante villa dei mostri; Monreale; Alcamo; Segesta e il suo magnifico tempio; Girgenti e la sua valle; Catania e il suo vulcano; Messina e le sue rovine dopo il terremoto, descrivono una terra e una visione dal carattere sentimentale; un libro felice.