Presentazione


Presentazione

Questo spazio è dedicato agli appunti, alle briciole di recensione irrazionali, che colgo, da lettore appassionato e spesso rapsodico, nei miei viaggi verso la lentezza e la riflessione. Briciole di recensione irrazionali dunque.

Briciole perché sono brevi, a-sistemiche, frammentarie, come un certo spirito moderno pretende. Non sono delle vere recensioni. Queste hanno uno schema e una forma ben precisa, mentre i miei sono più che altro appunti colti sul momento, associazioni d’idee, giudizi dettati dalle impressioni di un istante, da una predisposizione d'animo subitaneo, da un fischio di treno... E perciò li definisco irrazionali. Perché sfuggono da un qualsiasi schema predefinito, perché sono intermittenti, perché nella scelta di un libro, per via di una congenita voracità, spesso non seguo linee e percorsi definiti dalle letture precedenti, ma mi lascio trasportare dagli ammiccamenti o dalle smorfie di sfida che un libro sulla mensola della libreria mi lancia.

È un modo insomma di coltivare, di giocare, di prendere vanamente in giro la memoria, per conservare, catalogare e archiviare frammenti di ricordi e suggestioni che un giorno, magari, potranno farmi sorridere e, perché no, commuovere.

11 ago 2016

Elogio della follia - Erasmo da Rotterdam (Saggio - 1509)

"Insomma non c'è rapporto sociale, non c'è legame di convivenza che possa essere piacevole o duraturo senza di me: il popolo non potrebbe più sopportare il principe, il padrone il servo, l'ancella la padrona, il precettore l'allievo, l'amico l'amico, la moglie il marito, il proprietario l'inquilino, il compagno di alloggio l'altro compagno, il commensale l'altro commensale, se non entrassero in gioco ora errori di giudizio, ora una certa adulazione, ora la volontà di chiudere un occhio, ora il miele della follia nei loro rapporti reciproci".

Originale e fresco, nonostante l’età e i continui rimandi mitologici, il capolavoro di Erasmo segna nettamente un confine: tra il Medioevo e il Rinascimento, tra una visione seria ma scevra di ironia e di autoanalisi e una ironica e allo stesso tempo profondissima. Attraverso il paradosso, l’atteggiamento umoristico e beffardo, la Follia, la protagonista del monologo, studia l'uomo e le sue passioni, ne individua le maschere, i desideri di felicità conquistabili attraverso la menzogna e l'ignoranza, ne coglie l’intera sua miseria. 
Tutto inizia quando, durante una festa, la Follia arriva bardata come un giullare davanti a un pubblico non precisato (tutti noi in fondo). Appena apparsa, mette allegria e la Follia sa che gli uomini in sala sono predisposti ad ascoltarla e a lodarla, anche se finora nessuno l'aveva mai fatto. L'elogio allora è fatto da se stessa, iniziando a elencare i benefici che distribuisce all'umanità: la vita, il matrimonio, il parto, la giovinezza, la vecchiaia; perché solo un folle potrebbe ritenerli accettabili. Poi è la volta dei piaceri, e della nostra disposizione a lasciarci ingannare, che sono tali solo perché c'è la pazzia. Anche la guerra e la politica, nobili arti, deriverebbero dalla follia. Persino il filosofo, emblema della saggezza, per vivere in un mondo di apparenze deve vivere di pazzia. Non mancano quindi pagine satireggianti sugli uomini di cultura, sugli uomini di fede, sui laici. Infine, dopo aver discusso di beatitudine, dell'estasi e di Dio, la Follia si congeda e ritorna ad essere una dea pagana.
Nell’analizzare il rapporto tra l'illusione e la verità, tra la sapienza e la follia, tra la saggezza e l'ignoranza (quanto Platone…), la Follia non fa nient’altro che leggere l’ordine e allo stesso tempo la finzione che abbracciano quell’essere presuntuoso e limitato che è l’uomo. In questa visione inquietante, pessimista e irrazionale emerge una verità agghiacciante: solamente nella follia e nella inconsapevolezza può esserci la felicità.

30 lug 2016

La notte - Elie Wiesel (Romanzo - 1958)

La notte - Elie Wiesel (Romanzo - 1958)

"Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata. Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia Fede. Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l'eternità il desiderio di vivere. Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto. Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai".

Ci sono libri che lasciano il segno, che sanno di educazione, quella vera. Questo romanzo, autobiografico, che dunque racconta un’esperienza reale, ne è un esempio. Amaro fino al disgusto e alla vergogna, estremo fino agli angoli più bui dell’animo umano, è un libro che, nel silenzio assoluto della riflessione, non può non lasciare nel petto dei brividi agghiaccianti.
Siamo in un villaggio della Transilvania durante la seconda guerra mondiale. Le angherie che subiscono gli Ebrei sono ancora accettabili e non potranno mai avere esiti peggiori, passerà in fretta la farsa organizzata solo per mettere paura, tutto si risolverà in un nulla di fatto; queste sono le sensazioni che gli abitanti del villaggio hanno; prima del disastro... Un senso di ottimismo attraversa gli animi degli uomini e delle donne, e del giovanissimo Eliezer, il narratore e protagonista. Eppure, velocemente, pesantemente, gli eventi si susseguono fino alla tragedia. Il giovane narratore, lentamente, perde quel sentimento di fiducia che si ha quando si è terrorizzati, lentamente raggiunge consapevolezza, lentamente perde la Fede in quel Dio che tanto desiderava conoscere. Quindi, raccontati con gli occhi di un quattordicenne, le leggi razziali dopo l'arrivo dei Tedeschi nel villaggio, il ghetto, la deportazione, Auschwitz. Poi il trasferimento in un campo di lavoro, a Buma, il lavoro, la fame, le botte, le impiccagioni, la morte di Dio, le selezioni, il fumo del camino, l'evacuazione, l'interminabile viaggio in treno fino a Buchenwald. Racconti, questi, che conosciamo, che abbiamo affrontato, tuttavia la testimonianza diretta lascia sempre un segno più profondo.
Il racconto è schietto, preciso. Le immagini che le parole trasmettono sono nette. Si vedono i volti affamati di questi che sono dei fantasmi più che degli uomini, si legge la crudeltà degli uomini tutti (vittime e carnefici), si cerca un Dio senza mai trovarlo se non nel corpo penzolante di un bambino impiccato... 
Bellissima la relazione con il padre del narratore, sempre vicino al giovane figlio, sempre premuroso, ma le circostanze, con una velocità spaventosa, capovolgono il loro rapporto e il figlio diventa il padre. Una relazione onnipresente nel racconto, ma che alla fine si tinge di cattiveria e di vergogna. Stremati, prossimi alla fine di ogni speranza, è lo stesso Eliezer che sente tutto il peso del padre e, alla morte di quest’ultimo, sente il peso della liberazione.
Romanzo senza retorica (a parte alcuni momenti di esaltante consapevolezza), genuino nel suo sentimento. Commovente. Un libro, nella sua notte, educativo.

22 lug 2016

Fascinazione della cenere - Emil Mihai Cioran (Saggio - 2005)

"Vegliare vuol dire essere coscienti al di là del sopportabile, non poter dimenticare, subire la continuità dell'intollerabile. Mentre quelli che dormono incominciano ogni mattina un altro giorno, per l'insonne l'oblio non è possibile, poiché giorno e notte egli affronta incessantemente lo stesso inferno".

Gli scritti raccolti in questo volume, composti tra il 1954 e il 1991, sono per intelligenza e prontezza critica senz'altro di Cioran. Sotto forma di ritratti e di saggi brevi, questi scritti arricchiscono gli 'Esercizi di ammirazione' e analizzano, tra gli altri, le figure di Machiavelli, Leopardi, Heidegger, Beckett. Ciò che invece non sembra essere di Cioran è lo stile. Molto asciutto, manca la poesia e lo slancio raffinato a cui il pensatore francese ci ha abituato.
Restano comunque pagine ingegnose, che denunciano ancora una volta un profondissimo spirito di osservazione nelle cose degli uomini e del mondo.

15 lug 2016

Cosmo - Michel Onfray (Saggio - 2015)

"Mentre i pagani guardavano al cielo per vivere bene, per vivere meglio, per vivere in armonia con il cosmo, i cristiani lo hanno scrutato per desiderarlo e per aspirare a perdervi la propria carne fino a trasformarsi nella pura virtualità di un corpo glorioso, di un anticorpo, di un corpo senza carne, senza desideri, senza passioni, senza vitalità e senza pulsioni. Il cielo dei contadini era disseminato di segni concreti che potevano essere decifrati: bagliori, aloni, lucentezze, luminosità, nembi, scintillii, iridescenze, quarti di luna, movimenti di costellazioni, nuvolosità. Il cielo dei cristiani si è, invece, colmato di finzioni destinate a trasformare le vite dei credenti in altrettante finzioni".

Il primo volume della trilogia ancora non completa, dal titolo 'Breve enciclopedia del mondo', è un libro scritto per il padre dell'autore, scomparso da poco tempo, per ricordare l'eredità morale che gli ha consegnato. La riflessione del filosofo francese, sentita e vissuta, nasce dunque dal pensiero della morte. Vivere la morte dell'altro e la successiva elaborazione del lutto sono i pretesti per sopravvivere filosoficamente e cercare un ordine all'interno della natura. Tuttavia senza cercare soluzioni fantasiose e sofistiche propinate per millenni dalle religioni e dalle filosofie idealiste. E allora Onfray cerca, nell'esempio della vita del padre (uomo religioso ma non bigotto), di tramandare un'eredità costituita di virtù laiche e di dolcezza. Un'ontologia materialista, appunto, come recita il sottotitolo. Lo scopo è di mostrare come sia possibile un'etica senza religione, una vita filosofica degna e alta, una vita empirista, pragmatica, utilitarista, seguace di ciò che vuole la natura.
Quindi l'analisi si rivolge al tempo della quotidianità, scandita dal lavoro dei campi e da un ritmo pacato e dolce. È il tempo del vino dunque, il tempo da dedicare all'agricoltura (e quindi alla cultura); il tempo e la libertà degli zingari; delle cicale; delle piante; dello scienziato che si rinchiude in una grotta, al buio, per mesi; il controtempo del filosofo e dell'artista che si contrappone al tempo morto da riempire nei ritmi sempre uguali della quotidiana inciviltà.
Dopo, la riflessione si rivolge al concetto di vita come forza unica, che non conosce il bene e il male, che si realizza nella morte. E allora si illustra, scegliendo il Sipo Matador come archetipo, il concetto di volontà di potenza nietzschiano, o la millenaria e sempre uguale vita di un'anguilla lucifuga, o i parassiti che perseverano e trionfano per spiegare la favola del libero arbitrio. Non mancano le note di stizza contro le assurdità del pensiero antroposofico di Rudolf Steiner, o contro la moda europea di rubare e decontestualizzare l'arte africana.
Successivamente, invece, a essere preso in esame è l'evoluzionismo di Darwin e la tesi secondo cui tra gli uomini e gli animali esiste solo una differenza di grado. Qui il discorso si manifesta nello scontro tra specisti e antispecisti, tra la visione verticale giudaico-cristiana e quella che vede l'uomo animale tra gli animali. Una lotta tra una visione, quella giudaico-cristiana, che prosegue con Cartesio e l'occasionalismo di Malebranche, e una visione, quella antispecista, che si concretizza con la rivoluzione di Darwin preceduta dalle osservazioni di Meslier e Montaigne. Non potevano mancare, inoltre, considerazioni sulle teorie e gli estremismi di Peter Singer e sulle definizioni di vegetariano e vegano, sulle tauromachie e sul culto reso alla morte. 
Ecco il momento dedicato all'universo, il luogo della saggezza dove tutto risiede e ritorna. Quindi l'importanza della luce nelle religioni pagane, i richiami di questi culti nel cristianesimo, il dualismo tra la visione immateriale e inconsistente del cosmo e quella materialista e della scienza. 
E infine, Onfray rivolge un invito alla bellezza, al sublime e al confronto pascaliano tra noi e il cosmo attraverso la visione poetica degli haiku giapponesi, o la visione panteistica di Arcimboldo, della Land Art e di Friedrich, o della musica dionisiaca di Orfeo.

Un libro che definirei di autobiografia filosofica, in cui dai racconti della sua vita, nel ricordo del padre, si cerca di cogliere l'esistenza filosofica, l'applicazione di un pensiero pagano, fatto di terra e sentimento. In questa prospettiva, ancora una volta, nelle pagine del filosofo francese, la filosofia dualista, idealista, giudaico-cristiana che ha decretato l'inferiorità degli animali rispetto all'uomo, si scontra con la filosofia monista, materialista e atea che invece vede gli animali del tutto simili all'uomo e, spesso, moralmente, addirittura superiori.
Con uno stile avvincente, non ci si stanca di leggere e di gustare parole e racconti. Conosciamo, però, il pensiero del filosofo e, a parte qualche lampo di originalità, non si trova molto di nuovo.

30 giu 2016

Sodoma e Gomorra - Marcel Proust (Romanzo - 1921/22)

"Non avevo più alcun dubbio circa il suo vizio. La luce del sole che stava per sorgere, modificando le cose intorno a me, mi fece prendere, come se mi spostasse un istante in rapporto ad essa, ancora più crudelmente coscienza della mia sofferenza. Non avevo mai visto un mattino con un inizio così bello e così doloroso. E pensando a tutti i paesaggi indifferenti che fra poco si sarebbero illuminati e che, ancora il giorno prima, mi avrebbero riempito soltanto del desiderio di visitarli, non potei trattenere un singhiozzo, quando in un gesto d'offertorio, meccanicamente compiuto e che mi parve simbolizzare il sanguinante sacrificio che avrei dovuto fare di ogni mia gioia, ogni mattino, fino alla fine della mia vita, rinnovamento solennemente celebrato ad ogni aurora del mio dolore quotidiano e del sangue della mia piaga, l'uovo d'oro del sole, espulso dal rompersi dell'equilibrio che un cambiamento di densità avrebbe recato al momento della coagulazione, orlato di fiamme come nei quadri, squarciò di colpo le tende dietro le quali da qualche istante lo sentivo fremere, pronto a entrare in scena, a slanciarsi, e di cui cancellò, sotto fiotti di luce, la porpora misteriosa e coagulata. Mi sentii io stesso piangere".


Dopo una lunga pausa, ritorno a riflettere sulle parole di Proust, e inevitabilmente mi trovo di fronte alle squisite descrizioni dei mille animi dell'uomo, scandagliato nella sua essenza, in tutto il suo spettro che va dal superficiale e insensibile al profondo e delicato. 
L'ultimo volume pubblicato in vita - il quarto della Recherche -, con la bellissima analogia tra gli insetti e i fiori, si apre con la scoperta da parte del narratore della relazione omosessuale tra M. de Charlus e il gilettiere Jupien. Poi il segreto che viene interiorizzato (ma sempre vivo e onnipresente in tutto il volume quando osserva i movimenti del barone) e il successivo incontro mondano in casa Guermantes tra pettegolezzi, civetterie, invidie, gelosie, superficialità. Qui, mentre leggiamo con un pizzico di malinconia il ricordo dell'ultima apparizione pubblica di Swann, come in una galleria di ritratti vediamo tratteggiare i segni caratteriali dei vari personaggi che il narratore incontra. Sono pagine lente che si trascinano senza ritmo, nelle quali sono quasi assenti i guizzi stilistici, sublimi e raffinatissimi, tipici dello stile proustiano. È il mondo dell'apparenza, dove ciò che conta è il superfluo, il pettegolezzo. Non c'è spazio per la profondità, ogni cosa è serva del vano e della parvenza. I vari personaggi che circondano il narratore non sono che vanagloriosi scevri di ogni consapevolezza; pensano solo a ben figurare, ben vestirsi, sorridere e dietro denigrare; ecco le regole per stare dalla parte di Guermantes.
Finita la festa, quella fiera di vanità, il racconto si tinge del colore della gelosia. Il narratore, infatti, che avrebbe avuto un appuntamento con la sua Albertine, non riesce a incontrarla. La sente nel cuore della notte, al telefono, e subito dopo la vede, giocando con la rabbia e la gelosia il gioco dell'amore non limpido, il gioco delle menzogne, il cui olezzo nauseabondo si percepisce tra le parole di lei. Eppure, si sa, si fa di tutto per tapparsi il naso... E allora le pagine si illuminano di sofferenza.
Poi la partenza per la normanna Balbec, il luogo delle intermittenze del cuore, il luogo dei ricordi improvvisi della nonna, del sogno della nonna morta che aspetta una visita del nipote al cimitero; pagine meravigliosamente struggenti. A Balbec, d'estate, il narratore recupera e capisce il dolore della morte della sua amatissima nonna. Il dolce e allo stesso tempo affranto ricordo di quest'ultima, però, lo condurrà, tra un incontro aristocratico e un altro, ad abbandonarsi totalmente ad Albertine. La storia d'amore quindi esplode, diventa sublime, anche se colma di dubbi e di incertezze. E mentre cresce il suo amore contraddittorio per Albertine, il dubbio che questa possa aver avuto rapporti saffici lo tormenta. La gelosia per Albertine quindi cresce, dilaga, e il protagonista oscilla tra la decisione di lasciarla e quella di sposarla. In Normandia, però, l'amore angosciante del narratore per Albertine non è l'unico. Tra altri incontri, pettegolezzi, partite a carte, leggiamo infatti degli ammiccamenti omosessuali tra M.de Charlus e il violinista Morel. Amore che sfocerà in una lite che culminerà con un finto duello architettato dal barone stesso per avere ancora vicino a sé l'amato Morel.
Il volume si chiude con la scoperta, durante un viaggio in treno, mentre il narratore ha deciso dentro di sé che non ha più intenzione di sposare Albertine, che quest'ultima avrebbe avuto rapporti lesbici con Madame de Villeparisis e che, forse, quando non stavano insieme in quelle giornate estive, avrebbe continuato a tradirlo con altre donne. La gelosia, la sofferenza, la disperazione e le lacrime si infiammano e le ultime pagine si tingono del buio interiore di una notte che volge al termine. Sconfortato e negli abissi più neri, il narratore decide di lasciare Balbec e rientrare a Parigi insieme ad Albertine.

Siamo di fronte al capitolo dell'omosessualità; il tema, già evidente nel titolo, è centrale. Ma, in fin dei conti, è tutto lo spettro dell'amore, omosessuale ed eterosessuale, a essere preso in esame. E in qualsiasi forma si esprime, l'amore per Proust, evidentemente, è egoismo, è unilaterale, è crudele.

03 giu 2016

Franz Kafka e Praga - Harald Salfellner (Saggio - 2014)

"Il modo migliore per avvicinarsi ai luoghi e alle stazioni della vita di Kafka a Praga consiste nel partire dalla Piazza della Città Vecchia o Piazza dell'Orologio: il centro della città è anche il centro del mondo in cui ha vissuto Kafka".

L'autore di questo saggio, ricco di immagini e di didascalie curiose (unici elementi degni di cattura), concentra la sua attenzione sulla vita del grande scrittore ceco, partendo dalla città in cui ha vissuto. Praga, la bellissima capitale ceca, è il centro del mondo, il mondo magico e brulicante di novità che ha visto tra i suoi figli un Kafka descritto in tutta la sua semplicità. Alla ricerca continua di pace e di silenzi, seguiamo gli spostamenti del giovane scrittore tra le vie e i quartieri della sua città; lo seguiamo nelle diverse abitazioni che ha continuamente cambiato, e così si legge del contesto cittadino e storico in cui visse.

Libro non indispensabile a onor del vero, scevro di emozioni da fissare nella memoria. Resta, tuttavia, il ricordo di un volume comprato in via degli Alchimisti, in una delle case più semplici, silenziose e amate da Kafka.

08 mag 2016

Note invernali su impressioni estive - Fëdor Michajlovic Dostoevskij (Saggio - 1863)

"Cercate di capirmi: il sacrificio di tutto se stesso a beneficio degli altri, il sacrificio volontario, assolutamente cosciente e non costretto in alcun modo, è a parer mio il segno della massima evoluzione della personalità, della sua massima potenza, del suo massimo autocontrollo, della massima libertà della propria volontà".

Il diario scritto pensando al primo viaggio all'estero del grandissimo scrittore russo è l'occasione per riflettere sull'Europa, sull'uomo, su se stesso. Dostoevskij sente la necessità di un confronto, di capire la dicotomia tra Russia ed Europa, di vedere l'Occidente come luogo del futuro, per poi scoprire che questa terra nuova, tanto cantata dai suoi concittadini, è luogo di materialismo e decadenza morale. Un Dostoevskij prevenuto dunque, che ha già un suo pensiero, che vede nell'Europa un simbolo di perdizione. 
Visita la Germania, la Francia, l'Inghilterra, la Svizzera, l'Italia (della quale dà spazio ad alcune riflessioni su Garibaldi), ma non racconta delle sue impressioni di fronte a un monumento, a un paesaggio; si dedica quasi unicamente a descrivere le sue riflessioni su Londra - frenetica, in ebollizione, popolata da masse indecenti - e Parigi - ipocrita, convinta che tutto sia ordinato, razionale.
Il resoconto di una delusione annunciata quindi, un pretesto che diventa spunto di riflessione per contrapporre la verità del popolo russo all'elitè russa europeizzata. 
Potrebbe sembrare solo lo sfogo di un pensatore che vede nei successi della borghesia, e quindi della Francia e dell'Inghilterra, i limiti dell'uomo egoista e distaccato. Eppure, nell'osservare il popolo russo dei contadini come un modello da seguire in quanto devozione e umanità, allo stesso tempo potrebbe sembrare un uomo dal desiderio rivoluzionario. Un Dostoevskij polemico insomma, forse colmo di pregiudizi, ma anche di raffinate intuizioni.

01 mag 2016

Taccuino di Talamanca - Emil Mihai Cioran (Saggio - 1966)

"Non ho conosciuto nessuna gioia che non abbia, in un modo o nell'altro, espiato. (Ho espiato ogni gioia, ho pagato per ogni piacere. Sono pari con la Sorte, ho saldato tutti i conti con Dio)".

"Il mio primo pensiero uscendo dal letto nel cuore della notte fu di andarmi a gettare in mare dall'alto della falesia. - Ma la notte era perfetta, impeccabile; mi ha semplicemente colmato".

"Nel cuore di ogni notte si apre per me un baratro".

A Talamanca, villaggio sull'isola di Ibiza, nell'agosto del '66, Cioran compone un quaderno ricolmo di sfoghi, frutto di una violenta crisi esistenziale. Sotto il sole dell'estate, e soprattutto sotto la notte dell'isola, il filosofo si disincanta, cercando di superare la conoscenza. Si muove abbandonandosi completamente a se stesso, oscillando tra il misticismo e il disinganno.
Cioran scrive un diario di pochi giorni sotto forma di pensieri abissali; i pensieri sono quelli di un uomo disperato, sprofondato nelle voragini atroci del'insonnia. E così, tra una passeggiata al chiaro di luna in riva al mare e un'altra, durante notti senza sonno che si susseguono inesorabilmente, questo instancabile visitatore della disperazione compie ogni sforzo per trovare se stesso, per cercare di soffrire serenamente.
Pochissime pagine che si leggono d'un fiato, dove ogni parola ha i colori della notte.

18 apr 2016

Storia della Shoah - Georges Bensoussan (Saggio - 1997)

"Sfiniti, assetati, terrorizzati, sconcertati dall'estrema rapidità, scientemente voluta dalle SS, di quanto si sta svolgendo davanti ai loro occhi, i deportati sono messi nell'incapacità di reagire.
All'arrivo, in meno di un'ora, la rampa è vuota, le famiglie divise, il mondo normale andato in frantumi".

Con questo saggio, ci troviamo di fronte al racconto della storia dello sterminio nazista degli Ebrei attraverso pagine costellate di numeri e date che danno una percezione ancora più importante dell'assurdità di quanto successo. Passiamo in rassegna tutte le varie fasi che portarono alla "soluzione finale", dalle leggi di Norimberga ai ghetti, dalle deportazioni ai massacri pianificati nei centri di sterminio. Senza dimenticare, inoltre, le responsabilità dei silenzi delle altre Nazioni e, ovviamente, il lungo processo di Norimberga con tutte le sue luci e le sue ombre.
Senza retorica, senza le astuzie delle belle parole, leggiamo uno studio che dà la percezione quantitativa di quanto accaduto, e di fronte ai numeri spaventosi non si può non chiudere il libro e passare almeno una notte insonne.

03 apr 2016

Le Siracusane o le donne alla festa di Adone - Teocrito (Poesia - III sec. a. C.)

"Smettetela, disgraziate, di ciarlare in continuazione, come tortore. Ci uccideranno con la loro pronunzia sguaiata!"

Questo celebre idillio dal carattere tipicamente ellenistico, ci lascia gustare con un tocco di raffinata ironia una quotidianità ancora riconoscibile, anche se di un mondo lontano. Gorgò e Prassinoa, due donne borghesi di origine siracusana, che vivono ad Alessandria, decidono di partecipare alla festa in onore di Adone che si terrà al palazzo reale. La vicenda del mimo, quindi, si snoda velocemente su tre ambienti: la casa di Prassinoa, la strada affollata e il palazzo reale di Tolomeo.
Fatta di frivolezze e di frustrazioni domestiche, tocchiamo con mano la realtà di tutti i giorni delle due donne; così sappiamo dei loro mariti, dei loro figli, della loro attenzione verso la cura dei vestiti. Le due donne, interessate solo ai valori esteriori, fuggono dalla quotidianità, vogliono sentirsi libere di festeggiare, di pettegolare senza pensare alle incombenze della famiglia. Ammirando le cose belle viste durante la passeggiata o al palazzo, dimostrano tutta la loro futilità. Poi, però, il pensiero di un lavoro casalingo irrompe sulla scena di festa e le due donne sono costrette a tornare a casa.

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