Presentazione


Presentazione

Questo spazio è dedicato agli appunti, alle briciole di recensione irrazionali, che colgo, da lettore appassionato e spesso rapsodico, nei miei viaggi verso la lentezza e la riflessione. Briciole di recensione irrazionali dunque.

Briciole perché sono brevi, a-sistemiche, frammentarie, come un certo spirito moderno pretende. Non sono delle vere recensioni. Queste hanno uno schema e una forma ben precisa, mentre i miei sono più che altro appunti colti sul momento, associazioni d’idee, giudizi dettati dalle impressioni di un istante, da una predisposizione d'animo subitaneo, da un fischio di treno... E perciò li definisco irrazionali. Perché sfuggono da un qualsiasi schema predefinito, perché sono intermittenti, perché nella scelta di un libro, per via di una congenita voracità, spesso non seguo linee e percorsi definiti dalle letture precedenti, ma mi lascio trasportare dagli ammiccamenti o dalle smorfie di sfida che un libro sulla mensola della libreria mi lancia.

È un modo insomma di coltivare, di giocare, di prendere vanamente in giro la memoria, per conservare, catalogare e archiviare frammenti di ricordi e suggestioni che un giorno, magari, potranno farmi sorridere e, perché no, commuovere.

8 apr 2018

Autobiografia - Charles Darwin (Saggio - 1887)

"Non si può più sostenere, per esempio, che la cerniera di una conchiglia bivalve debba essere stata ideata da un essere intelligente, come la cerniera della porta dall'uomo. Un piano che regoli la variabilità degli esseri viventi e l'azione della selezione naturale, non è più evidente di un disegno che predisponga la direzione del vento. Tutto ciò che esiste in natura è il risultato di leggi determinate".

Charles Darwin, genio indiscusso dell'umanità, uomo appassionato che cerca disperatamente la verità a tutti i costi, è allo stesso tempo un uomo modesto e schivo. L'autobiografia, infatti, che va dal 1809 al 1882, racconta i primi anni felici in compagnia del padre, gli studi, le passioni per gli insetti, la caccia, la pesca, le amicizie in Scozia e a Cambridge. Non può mancare il ricordo seppur veloce del viaggio sulla Beagle. È un uomo che ama la compagnia dei suoi familiari, magari nella serenità della campagna per fuggire dal mondo degli accademici. La vita di società è povera di frequenze costanti e di vero interesse. È il motivo per cui, dopo qualche breve giudizio su alcuni suoi amici (alcun del calibro di Lyell, Spencer o Huxley), la riflessione e i ricordi, inevitabilmente, cadono sulla sua unica vera passione per la ricerca scientifica. 
E allora leggiamo della sua immensa scoperta, di come cioè le specie si evolvono gradualmente, di come le loro modifiche siano misurabili e diventino determinanti nella lotta per la sopravvivenza. Nessun grande disegno divino dunque, nessun finalismo... Frutto di una meditazione molto lunga, in un ambiente borghese vittoriano, conservatore e poco laico, la forza della sua analisi risiede nel rigore del pensiero e dello sforzo metodico, ma anche nella passione viscerale verso la conoscenza dei fatti e della realtà concreta. Una passione e una verità che nell'evoluzione del suo rivoluzionario pensiero, inevitabilmente, hanno lacerato profondamente le sue posizioni teologiche. Sono preziosi a questo riguardo gli appunti di Darwin sulla religione, sul lento ma inesorabile allontanamento dal suo credo religioso, i suoi dubbi, le osservazioni sull'insensatezza della teoria del grande disegno, sulla irrazionalità della religione, il suo essere agnostico. Pagine, non ci meraviglia, che furono omesse al momento della prima pubblicazione...

Un'opera privata, destinata ai figli e al ricordo di un uomo che sentiva il bisogno di scrivere per definire meglio se stesso e il futuro della sua scoperta, ma allo stesso tempo un'opera che ci insegna a essere liberi contro ogni dogmatismo e contro ogni forma di superstizione.

10 mar 2018

Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi - Antonio Ranieri (Saggio - 1880)

"Leopardi, certamente veritiero nel desiderare e cantare la morte nelle sue altissime poesie, era, nondimeno, nella pratica del vivere, il più apprensivo e, quel che era peggio, il più eccessivo, degli uomini".

Poco amabile e non poco capriccioso, il ritratto che ci lascia l'intimo amico Ranieri raffigura un Leopardi osservato nella sua dimensione del quotidiano. Gli anni sono gli ultimi della vita del poeta, dal 1830 al 1837. Sono gli anni dei viaggi tra Firenze, Roma e Napoli, gli anni della fatica fisica e della morte. Tuttavia, in questo racconto biografico, Leopardi non sembra il vero protagonista, è ai margini. Il vero protagonista è lo stesso Ranieri, con le sue vicissitudini personali, con le sue preoccupazioni; ed è anche la storia edificante della sorella di quest'ultimo, Paolina, che si è caricata di un peso quasi insostenibile.
Leopardi, quindi, con il suo essere avido di gelati, con il suo mondo di eccessi e di noncuranza di sé, è perdonato solo alla fine della narrazione, come fosse stato causa di una lunga sopportazione.
In appendice si possono leggere la breve e curiosa "Notizia intorno alla vita ed agli scritti di Giacomo Leopardi" e il "Supplemento alla notizia alla vita ed agli scritti di Giacomo Leopardi", scritto contro alcune false dicerie sulla presunta conversione prima della morte del poeta.

Una biografia amara.

27 feb 2018

Racconti impossibili - Tommaso Landolfi (Racconti - 1966)

"Un problema, s'è detto, è insolubile solo a motivo di una sua errata impostazione o di una insufficienza di dati: ma si può esser sicuri che le due cose non ne facciano una sola? e, se mai, come si farebbe a distinguere tra le due, in altri termini a stabilire quale delle due sia causa d'insolubilità?"

I racconti di questa raccolta, nella loro ironia e nel loro gioco di parole, celano enigmi e minacce per il comune significato che attribuiamo al senso della vita e per la visione tradizionale che abbiamo dell'uomo. Con la loro lettura è come se guardassimo il mondo, gli uomini, la vita, la morte e tutto ciò che concerne il senso dell'esistenza da una prospettiva lontana e distaccata. Come in "Un concetto astruso", dove un professore di un'altra galassia cerca velleitariamente di spiegare il significato della parola morte e prima ancora dei concetti di spazio e tempo. Dimensioni di cui noi osservatori, però, non abbiamo alcuna conoscenza e quindi siamo impossibilitati a comprendere la realtà che ci circonda. Siamo ingenui infatti, crediamo di possedere le parole e invece ognuna di essa rimanda al suo opposto e il significato si perde in mille rivoli di insensatezza. Così non stupisce se il problema della lingua e del linguaggio nell'incomprensibile "La passeggiata" si manifesta in tutta la sua astrusa complessità. Non esistono certezze nel mondo landolfiano, tutto è un'illusione e l'imprevedibilità e il senso finito della vita sono la sua sostanza.
Gli inganni della ragione, le difficoltà del linguaggio, le riduzioni all'assurdo si manifestano soprattutto nell'interessantissimo "A rotoli". Qui si raccontano i tormenti di un assassino pignolo ed estremamente logico, che cerca di pianificare un delitto perfetto basandosi solo sulla logica e sul calcolo. Ma il protagonista non riesce a giungere ad alcuna conclusione, si perde nei suoi stessi dedali mentali e quindi decide di lasciare al lancio di una monetina... Il caso è presente ancora con estrema forza in "Quattro chiacchiere in famiglia", in cui Dio, indifferente e terribile, commissiona all'arcangelo Gabriele l'assassinio di alcune persone senza alcun motivo. Se non esistono certezze, c'è solo spazio per il prospettivismo dunque. Come nel "Destino da pollo" che narra della rivolta delle galline contro gli uomini in un cambio di prospettiva e di relativismo estremamente angosciante. 

Insomma, è un Landolfi pessimista, il cui scopo è sondare l'essere uomo utilizzando il linguaggio, ma tutto si rivela relativo e velleitario. È una realtà profonda, terribile, amara, ma i racconti non sempre riescono a catturare l'attenzione...

13 feb 2018

La speranza è più della vita - Emil Mihai Cioran (Saggio - 1985)

"A me interessa solo l'io, l'io assoluto, il creatore. L'esser-soli con il nulla oppure con il tutto, questo dialogo forse impossibile. Può darsi sia solo un monologo, ma gli unici stati che sono importanti per me, che giustificano la vita, sono questi attimi, quando non c'è nient'altro che l'io, il tutto, il nulla, come lo si voglia considerare". 


Le risposte di Cioran all'intervista radiofonica del giornalista tedesco Paul Assall sono preziose perché nella loro brevità sintetizzano il pensiero del filosofo in modo preciso e chiaro. In particolare, il tema portante è quello della storia, dell'uomo e della loro stretta correlazione. Secondo Cioran, noi siamo condannati a non realizzarci mai; nessun miglioramento morale, nessuna evoluzione della società davanti al nostro orizzonte, solo un'implacabile discesa verso il peggio. Siamo destinati, tragicamente, a fallire, ne dobbiamo prendere atto; solo in questa presa di coscienza, nella sua intrinseca rassegnazione, possiamo permetterci di sperare di salvarci. L'uomo nasce già malato, è nella sua ontologia.
Così come le civiltà sono malate, ma non in senso patologico, bensì in senso storico. E l'Occidente ha fatto il suo corso, è stanco, non ha più alcun ruolo storico e si sta spegnendo come un malato terminale. La morte appare quindi come la soluzione al peggio. Ecco perché non c'è in Cioran nessun vero interesse per la storia contingente o per la politica, ma soprattutto per il suicidio e per la sua possibilità di scelta della morte. 
In appendice, è possibile leggere un breve e curioso scambio epistolare tra Cioran e Assall, da gustare con l'occhio dell'appassionato.

È un Cioran maturo, disincantato, in cui il nichilismo si fa puro, senza slanci emotivi, o preoccupazioni legati alla giovinezza (anche se non mancano elementi biografici che quasi sembrano trasparire un che di malinconico...). Un breve libretto sulla decadenza, in fin dei conti.

11 feb 2018

Decadenza - Michel Onfray (Saggio - 2017)

"L'annuncio nietzschiano della morte di Dio nell'Europa dell'Ottocento coincide con quello dell'inizio della fine della civiltà giudaico-cristiana. La traballante fede del XXI secolo non può più ottenere quello che, ai tempi di Guglielmo il Conquistatore, otteneva facendo costruire cattedrali e abbazie, chiese e basiliche. Le impalcature che stringono la Sagrada Familia come una protesi di contenimento simbolizzano perfettamente il punto esatto toccato dalla religione cristiana: una secca ontologica".

Il secondo volume della trilogia, annunciata dal precedente "Cosmo", è una riflessione complessiva sul movimento della Storia; un movimento che, secondo Onfray, è diametralmente opposto ai falsi schemi a prioristici di matrice hegeliana, per esempio. Un movimento vicino, invece, a quello schopenhaueriano o nietzschiano che contempla una forza irrazionale, alogica e vitale al suo fondamento. Nulla può sfuggire all'entropia, così come gli uomini e gli esseri viventi sono destinati a morire, anche le civiltà, nel tempo, subiscono la stessa sorte. Senza ottimismi, senza pessimismi, l'analisi del filosofo francese è reale, è tragica nella sua constatazione: la decadenza che porta alla fine, in un regno thanatocratico, è inevitabile. Più in particolare la sua indagine si sofferma sulla nostra civiltà, quella giudaico-cristiana, come recita l'esplicito sottotitolo: "Vita e morte della civiltà giudaico-cristiana".
Nella storia, nuove potenze si sono succedute a vecchie potenze in decadenza, e tali civiltà hanno sempre avuto dalla loro la forza, ma non quella della verità, piuttosto quella militare. E così si sono imposte, sono diventate uniche e assolute, per poi esplodere e cancellarsi dietro l'irresistibile forza del tempo. Anche la millenaria civiltà giudaico-cristiana, dopo la feroce ascesa e il monopolio assoluto della forza, sta sparendo ed è destinata a perire. In effetti, secondo Onfray, questo processo è già evidente: la nostra civiltà è in agonia, si appresta alla morte, per essere sostituita da un'altra altrettanto forza che presto o tardi sarà anch'essa destinata a scomparire; e così a seguire.
Il volume, quindi, ripercorre tutte le fasi, dalla nascita, alla prepotenza e alla decadenza, della civiltà giudaico-cristiana. Le origini mitiche su cui si è costruita sono lette nella prospettiva di un'illusione: Gesù, infatti, da cui tutta la nostra civiltà ha origine, è solo un personaggio mitologico su cui, per mezzo di sofismi e di violenza, si è costruita una nuova società destinata a regnare per millenni. Da questa evidente assurdità, dalla favola di Gesù, di un anticorpo fatto solo di parole, di allegorie e di simboli, la trasformazione in corpo, in materia concreta si ha con Paolo di Tarso, il quale opera una rivoluzione interpretativa e Gesù diventa Chiesa, spada, istituzione, politica, sangue, fuoco. Ecco allora il turno dell'oceano caotico della patristica e dei loro concili, dei loro sofismi, della loro ferocia antisemita a contribuire alla potenza di questa nuova civiltà in ascesa. E la nascente civiltà giudaico-cristiana, facendosi antisemita, si trasforma unicamente in cristiana. Nei primissimi secoli di sviluppo, in una condizioni di crisi (politica, economica, sociale, culturale), non è stato difficile per le prime sette cristiane inculcare nelle deboli menti di uomini incolti le loro strambe idee mitologiche. Fino a quando, Costantino ha usato la nuova religione come strumento per regnare...
Quando, però, sulle rive del Mediterraneo si formerà un'altra civiltà, quella islamica, violenta anch'essa, vendicativa anch'essa, delirante anch'essa, allora lo scontro risulterà inevitabile. E sarà feroce, come la Scolastica con le sue insensate sofisticherie, i santi ideologi delle Crociate, l'Inquisizione, i processi agli animali, alle streghe. Saranno l'Umanesimo e la riscoperta di Epicuro e Lucrezio, la scoperta delle Americhe e di altre civiltà, a far rinascere una filosofia nuova, a spiegare il mondo che ci circonda usando le armi della ragione e il metodo scientifico. Saranno le prime cannonate a fare scricchiolare la vecchia civiltà. Ecco dunque che Dio si eclissa, e il suo intervento nelle spiegazioni delle cose naturali, lentamente, diventa inutile. Mito che però è presto sostituito. La Rivoluzione francese e i suoi massacri dettati dalla penna del filosofo Rousseau, infatti, prendono il posto del cristianesimo con un'altra nuova e altrettanto pericolosa religione, quella dello Stato (etico). Idea che presto si incarna pienamente nel pensiero hegeliano il quale recupera Dio e ne fa il motore della storia (con tutti i suoi orrori razionali...). E da Hegel il passo verso Marx è immediato, così come quello verso il totalitarismo comunista. Entriamo dunque nel Novecento. Il fascismo, ovviamente, si inserisce dentro questo sentiero, di orrori e massacri in nome dello Stato, recuperando persino il cristianesimo che durante la rivoluzione francese e quella bolscevica era stato sostituito con la religione dell'ateismo. Poi Franco, naturalmente, Hitler, Pétain, il Concilio Vaticano II, il '68, lo strutturalismo, tutti frammenti che segnano l'agonia della civiltà.
Oggi l'Islam e la teocrazia imposta in alcune regioni del mondo non provocano nessuna decisa reazione nel mondo giudaico-cristiano, la nuova società meccanizzata e robotizzata che si sta delineando offre nuovi spunti di riflessione sul futuro con cui presto avremo a che fare; in ogni caso, inevitabilmente, è il nulla il nostro destino.

Ci troviamo di fronte a un volume di quasi 700 pagine che condensa duemila anni di storia; ricco, polemico, tragico. Qui Onfray ci suggerisce di leggere la storia, quella umana, quella mossa dal risentimento, partendo dalle sovrastrutture più che dalla struttura economica e in quest'ottica il fiato della nostra civiltà sembra davvero corto. Per riflettere sui grandi sistemi, per cercare di capire da dove nasciamo, chi siamo e quali sfide dovremo affrontare...

19 gen 2018

La pietra lunare - Tommaso Landolfi (Romanzo - 1939)

"Ma al giovane un solo balenio dei suoi occhi, ombrati da lunghe ciglia, è bastato; i capelli che ella pettina son corti lisci e un po' gonfi, il sommo delle sue spalle e del suo seno, le sue braccia nude, abbagliano fra l'ambra come latte in una coppa di topazio, come alabastro al di qua d'un fuoco, come perle fra l'oro, come neve fra campi dorati d'autunno... in una parola: Gurù!"

Con uno stile prezioso e articolato, il primo romanzo di Landolfi è onirico, vulcanico, surreale, magico, cosmogonico. Ci troviamo di fronte a un parallelismo ben definito, a un'antitetica duplicità: da un lato la monotonia della vita di paese, dall'altro la pulsionalità di un mondo notturno e lunare che solo in pochi privilegiati possono vedere. E sin dalla prima scena, di introduzione al contesto e ai personaggi principali, questo gioco di specchi è presente. 
Il racconto, infatti, inizia con una scena grottesca, quasi fastidiosa; per le vacanze estive, Giovancarlo, un giovane studente di lettere, rientra al paese di nascita e fa visita agli zii e ai cugini. I dialoghi tra loro, i soliti convenevoli, si spengono rapidamente, quasi a sottolineare l'inutilità degli eventi raccontati. Poi, però, da una finestra che si affaccia su ombre appena illuminate dalla luna, due occhi selvaggi fissano l'attonito ragazzo. È Gurù, una bella ragazza, amica degli zii, dalle linee aggraziate, con la pelle delicata, ben vestita, ma che alla fine della gonna mostra due zampe di capra! Dopo la meraviglia e il privilegio della visione di Giovancarlo (unico a notare il mostruoso dettaglio), la ragazza invita il giovane, timido e impacciato, a fare una passeggiata con lei sotto la luna piena, fino all'alba, quando i due si separano, e il mondo si sveglia.
Il giorno seguente, il ricordo della notte di plenilunio, sembra al giovane ancora inesperto delle cose della vita e dell'amore solo un sogno. Fino a quando, ascoltando i pettegolezzi dei paesani, scopre che Gurù ha una storia alle spalle di racconti sulle sue stravaganti abitudini e di emarginazione. Così, incuriosito e affascinato, con un banalissimo pretesto, la invita a casa sua dove capisce che in fondo è innamorato di lei e lei è innamorata di lui. Inizia una storia d'amore tenera, sincera, ma dove il quotidiano è monotono, solito, quasi insignificante. Una notte, però, Gurù sente un bisogno estremo di andare per i boschi sotto la luce di una luna quasi piena. Porta con sé il giovane amante e si svela allora negli occhi di quest'ultimo un mondo collaterale, un altro reale, vero anch'esso, ma non più razionale, bensì magico e misterioso. Qui Gurù ritorna ad avere le zampe di capra che il giovane aveva notato al loro primo incontro; i due incontrano altri personaggi, strani nei modi, violenti anche, impulsivi. È il mondo parallelo della luna e della notte, è il mondo dei sogni e della magia, è il mondo dell'inconscio e della pulsione. La realtà quotidiana, quella della vita di provincia, con i suoi ritmi e i suoi pettegolezzi, si confronta e si trasforma senza una vera e propria frattura con la realtà magica e onirica che si trova sotto la luce lunare.
È evidente che siamo di fronte al racconto di una metamorfosi, dalla luce alle ombre, che si manifesta in Gurù e nello stesso Giovancarlo; anche se il giovane, al termine di questa nuova esperienza notturna, decide di ritornare alla ragione, al sole, alla realtà omologata e quindi a lasciare il paese e Gurù, e ritornare a dare gli esami universitari...

8 gen 2018

Classifica: i più belli e il più deludente del 2017

Un anno, il 2017, che potrei definire di riequilibrio. Dopo la rinascita dell'anno precedente, infatti, molti aspetti della mia vita hanno trovato una certa stabilità e simmetria e, adesso, vedo con qualche tinta di verde e di blu quella strana quanto misteriosa vita pennellata prevalentemente di nero. Ricorderò i mesi passati ricchi di nuove esperienze, per i viaggi, per gli spazi più ampi conquistati, ma soprattutto per la possibilità di condivisione che mi hanno permesso. È vero, ho letto pochissimo, ho trovato meno spazio per la lettura, ma l'anno appena passato, credo, ha preparato il terreno per tornare ad avere maggiore armonia e serenità; lo scopriremo tra un anno...  Ma sto divagando!
Qui di seguito i tre libri più belli del 2017:


Soriano mi ha impressionato per l'aggressiva lucidità con cui vede il mondo e la stupidità dell'uomo; Proust ormai ci ha abituato a vette altissime e irraggiungibili; Roth invece mi ha sorpreso per l'apparente semplicità della sua scrittura e per le riflessioni su ciò che sembra essere la normalità di una vita oppressa dall'ipocrisia.
Tra queste letture, non posso non menzionare i libri del virologo Burioni, che con uno stile semplice e alla portata di tutti cercano di illuminare e quindi smascherare le pretese di scientificità di alcune pericolosissime correnti oscurantiste che da anni hanno sempre più visibilità. E, aggiungo, il curiosissimo libro di Manganelli, autore che sto riscoprendo.
Devo dire, per fortuna, che libri particolarmente brutti non ne ho letti, quindi, per quest'anno, non mi sento di condannare alcuna lettura.

30 dic 2017

La fuggitiva - Marcel Proust (Romanzo - 1925)

"Non bastava chiudere le tende, io cercavo di chiudere gli occhi e le orecchie della mia memoria per non rivedere quella striscia arancione del tramonto, per non udire quegli invisibili uccelli che si rispondevano da un albero a un altro tutt'intorno a me che abbracciavo, allora, così teneramente la creatura che ora era morta. Tentavo di evitare quelle sensazioni suscitate, la sera, dall'umidità delle foglie, dalla salita e la discesa delle strade a dorso d'asino. Ma già queste sensazioni mi avevano riafferrato, ricondotto abbastanza lontano dal momento presente affinché l'idea che Albertine era morta avesse tutto l'agio e lo slancio necessario per colpirmi di nuovo".

Nel penultimo capitolo di quella immensa cattedrale che è la Recherche, i principali temi trattati sono quelli della fuga, della conseguente sofferenza amorosa e dell'oblio come mezzo per continuare a sopravvivere. Albertine, infatti, è scappata da Marcel e dalla sua opprimente gelosia. Dopo una fugace e irrealistica fase di indifferenza, in un raffinato gioco di mal celate finzioni psicologiche, le reazioni angosciose del narratore alla fuga del suo ossessionante amore sono molteplici. Fino a esplodere in un nuovo tormento di possesso e a riprovare di convincerla a ritornare da lui, anche con l'intermediazione velleitaria di Saint-Loup. Poi, però, il dramma: Albertine, che desiderava tornare da Marcel, cade da cavallo e muore. Ecco il dolore dunque, un dolore che intorpidisce il protagonista, che gli spacca l’anima, che lo porta a non vedere la realtà per quella che è, che lo spinge a non riconoscere più la vera Albertine e a minimizzare ogni tradimento, persino di fronte al ricordo delle sue evidenti trasgressioni (per altro confermate da Andrée, amica e amante, già fanciulla in fiore, dei due). 
Eppure, con il tempo, i ricordi, i dettagli, gli attimi della loro storia sono ripercorsi sotto la luce del dolore e via via che questo è analizzato, lentamente, il processo interiore del narratore spegne quella luce e quelle illusioni, fino ad arrivare all'indifferenza. Ecco dunque il tempo, il suo scorrere che porta all'oblio, alla distruzione, all'attenuazione del dolore. È un percorso interiore di riflessione sul passato, letto sotto mille aspetti diversi, sotto mille prospettive e occhi diversi. Il narratore vi trova luci, soluzioni, illusioni, ma Albertine, nella sua vera essenza gli sfugge... In questa minuziosa cronaca di guarigione, Albertine muore dentro l'animo di Marcel, adagio, ma inesorabilmente. Tutto ciò trova conferma quando il narratore incontra la bionda Gilberte Swann, l'amore adolescenziale che tanto lo aveva fatto soffrire. Il confronto allora tra le due storie è inevitabile, e il loro parallelismo è evidente nell’analisi del dolore; quello per la rottura con Gilberte è infatti solo un lontanissimo ricordo, così come quello per Albertine ormai è un incubo svanito.
Marcel allora decide, finalmente, di visitare insieme alla madre la tanto agognata Venezia. Un viaggio che rappresenta, in fondo, la fine della sua giovinezza e il distacco dalla madre. E ciò che gli si svela tra i vicoli labirintici di una città incantata sono nuove scoperte involontarie, le più belle: Albertine è definitivamente dimenticata. Anche il senso di colpa maturato, mentre visita il Battistero, sparisce, e si riconcilia con se stesso. Ma, durante il soggiorno, come un fulmine inaspettato, arriva un telegramma: Albertine è viva e vuole incontrarlo! Eppure, nell'indifferenza raggiunta, Marcel non si interessa dell'invito, e solo mentre deve lasciare Venezia, si accorge dell'errore: il telegramma, infatti, è di Gilberte. Quest’ultima si sposa con Saint-Loup, e di ritorno in treno Marcel ripercorre la storia del suo amore per la figlia di Odette e Swann. Poi la scoperta dell’omosessualità di Saint-Loup, come suo zio, il barone Charlus. Nelle ultime pagine si ritorna dunque al (noioso) pettegolezzo, insomma un ritorno alla normalità che conferma ancora una volta la guarigione definitiva del narratore.
Un capitolo esaltante, una premessa per la conclusione di una lunga ricerca di un tempo che occorre ritrovare…

16 dic 2017

La congiura dei somari - Roberto Burioni (Saggio - 2017)

"Il nostro intuito non è sufficiente a stabilire un rapporto di causa-effetto. Per stabilirlo ci vuole la scienza, con i suoi numeri, il suo metodo, il suo rigore e soprattutto la sua statistica: se il vaccino fosse la causa o in qualche modo un elemento favorente l'autismo, questo si verificherebbe con maggiore frequenza tra i bambini vaccinati rispetto a quelli che non lo sono. Così non è: l'autismo ha frequenza identica tra i bambini vaccinati e non, anche in soggetti particolarmente a rischio come i fratelli dei bambini autistici. Insomma, la nostra mente ci ha fatto sopravvivere in ambienti ostili come erano quelli ai tempi delle caverne e funziona magnificamente, però non è perfetta. Talvolta cede alla lusinga del raglio del Somaro e si sbaglia: dobbiamo saperlo e, per trarre alcune conclusioni, dobbiamo affidarci alla scienza e ai suoi numeri che ci salvano da pericolosissimi errori, quali usare un condizionatore con la finestra aperta o - molto peggio - non vaccinare nostro figlio immaginando rischi che non esistono". 

Se una volta le tesi più astruse erano discusse solo al bar o in piazza, oggi, grazie a internet, chiunque può scrivere articoli dalle sembianze scientifiche, può richiamare quello studio o quell'altro, senza tuttavia passare dalla verifica della comunità scientifica e così, pericolosamente, quegli articoli trovano spazio, si diffondono velocemente, danno credito alla fantasia, fino a raggiungere livelli insopportabili. Siamo nell'era della post-verità e la lotta tra la verità riconoscibile e la menzogna altrettanto dimostrabile si fa con i libri, con le competenze, con le verifiche, con il metodo scientifico.
Il libro del virologo Burioni, dal titolo provocatorio e dall'emblematico sottotitolo ("perché la scienza non può essere democratica"), è ferocemente contro l'ignoranza spacciata per verità così diffusa oggi. Quanti pur non essendo esperti del settore si preservano di saperne di più degli esperti? In quanti sono convinti di possedere la certezza dopo aver letto un articolo su internet, pur senza averlo verificato con metodo? In quanti si sono confrontati con un esperto che invece ha sudato e sofferto prima di arrivare a una conclusione? Il confronto tra gli esperti del settore e chi non lo è non dovrebbe essere nemmeno pensato come possibile, in un paese civile, eppure Burioni evidenzia come questo spesso accada in Italia. È vero, le conclusioni in scienza non sono mai definitive (e forse è questo che destabilizza della scienza...), ma sono pur sempre piccoli frammenti di verità, e l'alternativa oscurantista è sempre fortemente pericolosa.
Nel libro (quasi un'appendice al precedente sui vaccini), in cui sono numerosi gli esempi di posizioni antiscientifiche che hanno causato morte e dolore, la riflessione sulla scienza è semplice; si sottolinea la sua evoluzione, il suo essere sempre aggiornata alla luce delle nuove scoperte e dei nuovi risultati dimostrati con quel linguaggio della natura che è la matematica. È insomma un testo contro tutte quelle pseudoscienze (astrologia, naturopatia, omeopatia, contro tutte le discipline olistiche tanto di moda oggi che fondano i loro principi sull'indimostrabile o sul falso - consiglio sempre di leggere Popper...) che, alla prova dei fatti, ovvero nel confronto con la verifica sperimentale, falliscono sempre miseramente. L'approccio magico ha avuto il suo spazio per millenni, non ha ottenuto alcun risultato, se non l'abisso; non diamo credito a questo rischioso tentativo di risurrezione!

8 dic 2017

Discorso dell'ombra e dello stemma - Giorgio Manganelli (Saggio - 1982)

"La parola parla, in primo luogo, al proprio doppio; e dal doppio vengono parole alla parola, e ciascuna di queste parole ha ombra e doppio. Dunque la parola tende ad una assenza di limiti, ad una infinità, una disponibilità che non può avere conclusione; e di fatto non ha alcuna possibile conclusione; si disegna come un itinerario che non conduce in alcun posto, e la sua assenza di meta fa parte della sua definizione. La parola, parlando al proprio doppio, occupa uno spazio mentale, disegna un disegno, e dunque si appropria di una dimensione".

Che valore ha la letteratura? Davvero deve interpretare il mondo? Deve esprimere un'idea? O è solo menzogna, delirio e falsa costruzione? La paradossale riflessione manganelliana si propone di dimostrare quanto la parola scritta e letta sia, in fin dei conti, solo un ulteriore strumento per mentire. Inizia considerando il tempo in cui la letteratura non c'era, mentre, però, il mondo e gli uomini vivevano comunque nel loro falso ordine. Poi la nascita di questo mostro, della parola scritta, e quindi la nascita di scrittori, lettori, recensori, redattori di epitaffi, editori, insomma tutti coloro che hanno un rapporto diretto con i libri, tutti della stessa stirpe di dementi, incapaci di accorgersi della loro inutile falsità… Ecco perché lo scritto recita un sottotitolo tanto provocatorio quanto illuminante: "del lettore e dello scrittore considerati come dementi". In questa prospettiva, il mondo, l'universo tutto è menzogna, così come gli uomini che ne parlano e soprattutto che ne scrivono. Grazie alla letteratura impariamo a mentire. E il bisogno di scrivere e di leggere è malattia, necessario sì, ma pur sempre malattia; ha come unico scopo quello di disorientare e angosciare, di cogliere il principio doppio e antitetico delle cose, la coincidenza degli opposti, in cui tutto e nulla stanno a braccetto. La parola in sé è duplice: è tenebra e luce insieme. E non è un caso che Manganelli citi più volte i miti di Dioniso ossimorico e Apollo luminoso, o Narciso indifferente ed Eco disgraziata. Lo stemma e l'ombra sono la stessa parola, luce e ombra, parole e silenzi diventano sinonimi; ogni voce è bilanciata dal suo opposto e tutto si regge in un vorticoso e abissale fluire.
I trentuno brevi capitoli (con titoli che seguono la numerazione ma ciascuno con un carattere grafico diverso) formano un mostro multiforme. Sono tante voci dello stesso fool shakespeariano, dello stesso giullare impertinente che si diverte a prenderci in giro (come suggerisce lo stesso autore nell'autorisvolto al termine dei capitoli; quasi una meta-metaletteratura...).

Voluttuoso e dissacrante, con uno stile prezioso, fatto di continue allitterazioni e di lunghi elenchi, che tracima di barocchismo, è un libro in cui tutto scorre in modo provocatorio, antitetico, ipotetico, avversativo. È un libro letterario, metaletterario, ricco di teoria e di retorica, non facile, ma ingegnoso e delirante.

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