Presentazione


Presentazione

Questo spazio è dedicato agli appunti, alle briciole di recensione irrazionali, che colgo, da lettore appassionato e spesso rapsodico, nei miei viaggi verso la lentezza e la riflessione. Briciole di recensione irrazionali dunque.

Briciole perché sono brevi, a-sistemiche, frammentarie, come un certo spirito moderno pretende. Non sono delle vere recensioni. Queste hanno uno schema e una forma ben precisa, mentre i miei sono più che altro appunti colti sul momento, associazioni d’idee, giudizi dettati dalle impressioni di un istante, da una predisposizione d'animo subitaneo, da un fischio di treno... E perciò li definisco irrazionali. Perché sfuggono da un qualsiasi schema predefinito, perché sono intermittenti, perché nella scelta di un libro, per via di una congenita voracità, spesso non seguo linee e percorsi definiti dalle letture precedenti, ma mi lascio trasportare dagli ammiccamenti o dalle smorfie di sfida che un libro sulla mensola della libreria mi lancia.

È un modo insomma di coltivare, di giocare, di prendere vanamente in giro la memoria, per conservare, catalogare e archiviare frammenti di ricordi e suggestioni che un giorno, magari, potranno farmi sorridere e, perché no, commuovere.

20 mag 2019

Delitto e castigo - Fedor Michajlovic Dostoevskij (Romanzo - 1866)

"Entrato in camera sua, si gettò sul divano, così com'era. Non dormì, ma rimase assopito. Se qualcuno fosse entrato allora nella sua stanza, egli sarebbe subito balzato su e si sarebbe messo a gridare. Brandelli e frammenti di non so che pensieri addirittura gli brulicavano in capo; ma egli non poteva afferrarne uno solo, su nessuno poteva fermarsi, per quanti sforzi facesse..."

Rileggere un classico dopo vent'anni è sempre pericoloso. C'è il rischio che le emozioni e i brividi provati in gioventù possano non riaffiorare con la stessa forza. Ma un classico, un capolavoro della letteratura russa di questo calibro, avrà sempre qualcosa da dire e quelle emozioni e quei brividi avranno sempre la loro dimensione d'essere. 
La trama di questo romanzo filosofico e psicologico, esistenziale e religioso, è celeberrima: San Pietroburgo, giornate afose; Raskolnikov, ex studente squattrinato, decide di uccidere un'anziana usuraia solo per dimostrare la sua superiorità morale, senza che questa gli avesse fatto un torto. Uccide per puro caso anche la sorella dell'anziana. Tuttavia, immediatamente dopo, inizia un lungo processo introspettivo che porterà Raskolnikov al pentimento e alla confessione del delitto. Il tema principale, quindi, si concretizza nella legge morale secondo cui si può raggiungere la salvezza da un delitto solo attraverso il castigo della sofferenza. È il racconto di una evoluzione che si dipana a partire dalla malvagità più cinica e calcolata fino ad arrivare alla consapevolezza radicale che non solo la malvagità non è utile ma non è neanche giusta. E giustizia significa accettare gli altri e soprattutto accettare la propria sofferenza. Raskolnikov, se prima dell'omicidio non accetta la sua miserevole condizione, e vuole affermarsi individualmente attraverso il diritto sulla vita altrui, oscillando tra disperazione e momenti di soddisfazione, alla fine, attraverso una sofferenza che è sia fisica sia morale, coglie la salvezza, e quindi Dio (la dimensione religiosa). Un mondo ordinato e giusto, quindi; è un mondo in cui hegelianamente di fronte al delitto si riconosce la colpa e quindi il pentimento. Ragione contro spirito dunque, la razionalità estrema, solitaria e cinica del primo Raskolnikov, contro il rinnovamento spirituale del secondo. Un secondo uomo che riesce a trovare il suo vero equilibrio grazie alla dolcezza (forse eccessiva) di Sonia, la povera ragazza persa completamente nel suo mondo di valori cristiani, che con il pianto e facendosi carico della sofferenza di Raskolnikov vive il tormento di quest'ultimo. Alla fine, provvidenzialmente, tutto si conclude con estrema giustizia: Raskolnikov si redime per mezzo della sofferenza, l'apprensiva sorella trova una sistemazione onorevole con un buon amico del fratello, i personaggi che non hanno modo di trovare giustizia al loro male o muoiono o sono condannati.
Analisi profondissima dell'animo umano, un capolavoro d'altri tempi ma perfettamente attuale, Delitto e castigo è il modello perfetto del romanzo psicologico, uno di quei libri da conservare sempre nella propria memoria.

15 apr 2019

Meglio non essere mai nati - David Benatar (Saggio - 2006)

"Che venire al mondo sia un male è una conclusione dura da accertare per la maggior parte delle persone. Molti sono felici di essere nati perché si godono la vita. Ma queste valutazioni sono errate precisamente per le ragioni che ho evidenziato. Il fatto che uno si goda la vita non rende la sua esistenza migliore della non esistenza, perché se quella persona non fosse venuta al mondo non ci sarebbe stato nessuno a sentire la mancanza della gioia di condurre quella vita e quindi la mancanza di gioia non sarebbe stata un male. Si noti, al contrario, che ha senso rammaricarsi di essere venuti al mondo se non ci si gode la vita".


Contro l'ottimismo proposto dalle teorie dell'evoluzione, Benatar (e non è il primo nella storia del pensiero) sostiene che la vita sia una tragedia, un oltraggio. Siamo abituati a credere in termini ottimistici: pollyannismo, adattamento alle disgrazie, confronto tra la nostra vita e quella degli altri, sono alcuni processi psicologici legati all'evoluzione che ci inducono a credere pregiudizialmente che vivere sia un bene e che la vita sia migliore di quanto sia in realtà. Tuttavia nascere costituisce un male ("Il dolore di venire al mondo", recita il sottotitolo) ed è solo un'illusione ritenere che sia degna di essere vissuta. Tutte le vite, anche quelle degli ottimisti, contengono tanto dolore. Venire al mondo è un male e le nostre vite, anche nelle migliori delle ipotesi, sono pessime.
Da queste premesse è logico pensare che sia meglio non procreare (non si fanno figli per amore dei figli, ma solo per puro egoismo, checché ne dicano i più); così come è logico avere posizioni abortiste. Ma siamo qui, destinati a vivere la sofferenza, tuttavia siamo anche in grado di prevenire il dolore a nuove potenziali vite. Perché quindi continuare a procreare, a generare altre vittime incolpevoli? Non esistere è preferibile a esistere. Se si obbiettasse che così però non avremmo il vantaggio del piacere, si potrebbe rispondere semplicemente che l'assenza di piacere comunque non sarebbe un male.
Naturalmente l'analisi di Benatar si rivolge anche al problema della sovrappopolazione (tema mai preso davvero in considerazione dalla politica). La soluzione logica al problema è davanti  agli occhi di tutti (non procreare più), e il derivante rischio di estinzione, tanto considerato dagli oppositori pro vita, non risulta essere un reale problema: è sempre preferibile non essere mai nati. Ne consegue ancora che è opportuna l'estinzione...

Con una logica accademica, Benatar sviluppa le sue tesi cercando di confutare tutte le possibili obiezioni. Per questo il saggio non è facile, per lo stile, accademico e rigorosamente logico, ma non è facile neanche per chi crede che essere vivi sia meglio che non essere mai nati. 
In un'età storica in cui si sente spesso parlare di crisi demografica e crisi delle natalità, un libro come questo, nonostante l'approccio non sia divulgativo, sarebbe da prendere in considerazione  per aprire diversi scenari di riflessione.

17 mar 2019

Pane e bugie - Dario Bressanini (Saggio - 2018)

"Insomma, una sostanza chimica non è potenzialmente più cancerogena solo per il fatto di essere stata sintetizzata in laboratorio, e una sostanza naturale non è necessariamente più benigna solo perché l'ha prodotta la natura. Questo fatto va contro il diffuso pregiudizio secondo cui ciò che è naturale è anche benefico. Sarebbe bello che fosse così, ma purtroppo è solo un luogo comune, ampiamente sfruttato dal marketing (e vi giuro che mi fa una rabbia!)"

In un mondo ricco di informazioni scientifiche facilmente consultabili, ma anche di disinformazioni che sono diventate senso comune e quindi pseudoverità; in un mondo in cui pochi possiedono un metodo conoscitivo sistematico che permette di distinguere con semplicità se siamo di fronte a un sapere serio o a una bufala; in un mondo in cui il desiderio di avere risposte certe e definitive porta a definizioni grossolane o più che volentieri che nulla hanno a che vedere con la realtà dei fatti; in un mondo, insomma, così decaduto libri come questo diventano prioritari. Specialmente se siamo interessati alla nostra salute o a una lotta contro le menzogne che ci bombardano quotidianamente.
"La verità su ciò che mangiamo", "I pregiudizi, gli interessi, i miti, le paure” sono i sottotitoli del volume che l’autore, esperto in tematiche gastronomico-scientifiche, discute e commenta con metodo da ricercatore universitario in Scienze chimiche e ambientali. Bressanini, nemico giurato della commercializzazione terroristica che imperversa nei media, ingaggia una lotta ferocissima (ma anche ironica) contro le falsità messe in circolazione dalla rete e da presunti esperti, come il caso della fragola-sogliola, o del pomodoro antigelo, o del mais con lo scorpione dentro, o del latte al pesce. Si avverte un certo pessimismo quando si prende atto che molte paure dipendono da una erronea idea che si ha della scienza (e della tecnologia), vista come il regno dei numeri (e quindi astrusa), degli interessi economici (e quindi subdola), delle macchinazioni innaturali e stregonesche (e quindi mitologica). Non è un caso che oggi si tende a enfatizzare i pericoli potenziali degli OGM, ma non si considera che tutti i cibi che mangiamo sono potenzialmente dannosi; di alcuni ne siamo certi e mai penseremmo di togliere dal mercato kiwi, fragole, cioccolato, ecc... solo perché se assunti in dosi eccessive sarebbero allergenici. Le mutazioni esistono da sempre in natura, spesso incontrollate. Ed è incredibile come l'uso di biotecnologie agrarie (non necessariamente OGM), modifiche che sono più controllate di quelle da radiazione o da quelle improvvisate dagli agricoltori, siano viste con il fumo negli occhi.
Diventa quindi efficace il racconto su come gli scienziati utilizzino il metodo scientifico e il criterio di falsificazione per dimostrare la validità delle loro affermazioni (a differenza delle verifiche pseudoscientifiche che spesso sono divulgate e poi risultano false). Il mestiere dello scienziato è durissimo. Dalla ricerca alla pubblicazione dei risultati in riviste specializzate, poi messe a disposizione della comunità scientifica, lo scienziato è sempre sotto esame. Eppure è l'unica disciplina umana in grado di offrirci un modello conoscitivo fondato, evidente, capace di incrementare la conoscenza; ed è frustrante sapere che in molti tentano di sminuirne la valenza e l'efficacia. 
Lo scopo del libro è quello di smentire alcune delle innumerevoli bufale che circolano in giro e per quello di rassicurare il lettore di fronte a ciò che mangia. Così ad esempio, con i dati scientifici che abbiamo oggi, non è assolutamente vero che il biologico sia più nutriente e migliore di quello coltivato convenzionalmente, oppure non è altrettanto vero che lo zucchero grezzo di canna sia più sano e sostanzioso di quello bianco. La chemofobia ormai di moda in questi anni è smascherata, come nel caso del tanto odiato glutammato che non è nient'altro che una sostanza che esalta i gusti (o li danneggia, dipende dalla dose, ovviamente) come il sale, che nulla ha a che fare con presunte malattie o sviluppi addirittura mortali.
Purtroppo non riusciamo a sospendere i nostri giudizi, a mettere tra parentesi le nostre opinioni e di fronte a pseudoverità acquisite non riusciamo a cambiare idea neanche quando ci troviamo innanzi all'evidenza che smentisce le nostre tesi iniziali. Davanti al punto di domanda, al mistero di una conoscenza non ancora acquisita, la nostra mente deve in ogni caso trovare una risposta e le nostre ipotesi diventano automaticamente conferma, saltando spesso passaggi logici necessari; è un meccanismo naturale della nostre psiche. Da qui dunque la diffusione dell'ignoranza scientifica e ancor di più del suo metodo di ricerca che sta producendo un mondo sempre più fitto di falsi miti e luoghi comuni che circolano sempre più velocemente. Ecco perché leggere un libro di divulgazione scientifica, scritto con allegria e chiarezza da esperti certificati, è sempre cosa buona e giusta.

3 mar 2019

Il viaggio di Paolo Orsi negli Iblei - A cura di Rosalba Panvini, Francesca Gringeri Pantano, Marcella Accolla (Saggio - 2017)

"Il 1888 segnò una svolta fondamentale per la ricerca archeologica scientifica in Sicilia; in quell'anno arrivò a Siracusa, come Ispettore di terza classe degli scavi, musei e gallerie del Regno, il roveretano Paolo Orsi che, dopo tre anni, sostituì Francesco Saverio Cavallari, ormai in età di pensionamento".

Il libro dedicato al grande e mai abbastanza elogiato archeologo Paolo Orsi è anche un omaggio agli "Archeologi e Fotografi nella Sicilia Sud Orientale tra il 1888 e il 1932". Epoca d’oro per la ricerca archeologica siciliana, la scienza tutta ha compiuto dei notevolissimi passi avanti grazie all'utilizzo delle tecniche fotografiche di quegli anni. Il prezioso volume (a corredo della mostra curata dalla Soprintendenza di Siracusa esposta a Palazzolo) è ricchissimo di bellissime fotografie, dall'alto valore di testimonianza e di scientificità, che accompagnano una biografia del grande archeologo trentino e una carrellata di dati sui suoi scavi a Siracusa, nella provincia e nel ragusano.
Un inatteso e apprezzatissimo regalo quindi.

25 feb 2019

Contro la religione - Howard Phillips Lovecraft (Saggio - 2010)

"Non esiste una propensione naturale verso la religione. Quest'ultima, in origine, cercava semplicemente di spiegare lo sconosciuto attraverso un simbolismo poetico e una rozza personificazione; oggi la religione sopravvive tra la maggioranza meno analitica delle persone meramente perché hanno una mancanza di informazioni scientifiche e perché il loro apparato emotivo è stato permanentemente pregiudicato o storpiato dalla propaganda religiosa che era stata ficcata loro in testa durante l'infanzia, prima che la loro mente e le loro emozioni si fossero sviluppate oltre lo stato infantile di debole e non critica ricettività".


Lovecraft, uno dei pensatori americani più brillanti del primo Novecento, mente capace di creare nuovi mondi, nuovi pantheon divini e nuovi orrori nei suoi racconti, fiducioso nella scienza e nei suoi progressi, ma anche attento agli stimoli immaginativi dell'arte, ha avuto una visione del mondo in cui non c’è posto per Dio. Una visione complessiva che abbraccia la percezione temporale e spaziale dell’universo, dimensioni in cui l'uomo non è altro che un insignificante granello di polvere. Affiora quindi, in questi "Scritti atei" (raccolta di lettere e saggi che vanno dal 1916 al 1936), un Lovecraft ossessionato dalla ricerca della verità, sempre attento ad assecondare la sua irrinunciabile pulsione di conoscenza. In particolare, nel rapporto tra fede e scienza vede progressivamente crollare le fantomatiche certezze religiose quanto più si sviluppano le conoscenze scientifiche. Questo è evidente anche oggi, a seguito delle nuove scoperte fisiche, nonostante molti teisti, arrampicandosi sugli specchi, cerchino di interpretare tali scoperte a loro vantaggio. La religione quindi si configura come bisogno di avere risposta di fronte al caos apparente dell’esistente. Ed è inevitabile che si sviluppino argomenti psicologici nei suoi ragionamenti. Quando gli uomini primitivi guardavano impreparati la natura, sentivano il bisogno di avere rassicurazioni e si attribuivano così elementi soprannaturali alle forze della natura. Ma via via che la scienza è stata in grado di spiegare razionalmente i fenomeni dell'universo, la religione ha continuato a cedere il passo alla verità che ne ha mostrato l’inconsistenza e l’implausibilità, in particolare di quella cristiana.
Se la religione è dunque menzogna, Lovecraft sostiene che sia immorale fondare la morale su tale falsità. Ma è un attento osservatore, un fine analista, e sa anche che una società fondata sulla miscredenza imposta sia altrettanto pericoloso. Inoltre la religione continua ad essere una costruzione forte per molti uomini, perché dipende dall'indottrinamento che hanno subito da bambini, e per pigrizia mentale da adulti. 
Da ricordare l’introduzione alle lettere e ai saggi di Joshi, critico letterario tra i più autorevoli conoscitori di Lovecraft, importante per capirne l'evoluzione del pensiero filosofico cosmico e ateo. 

5 feb 2019

La caduta - Albert Camus (Romanzo - 1956)

"Tutti quei libri appena letti, gli amici appena amati, le città appena visitate, le donne appena possedute! Compivo dei gesti per noia o per distrazione. Gli esseri venivan dietro, volevano aggrapparsi, ma non c'era niente, ed ecco l'infelicità. Per loro. Perché, quanto a me, dimenticavo. Non mi sono mai ricordato d'altro che di me stesso".

In un bar di Amsterdam, il Mexico-City, Jean-Baptiste Clamence, un uomo assurdo che vive nell'assurdo, si definisce "giudice-penitente". Il brillante protagonista, avvocato di una Parigi lontana e superficiale, si confessa in un lungo monologo con un occasionale frequentatore della taverna allo scopo di redimersi dal suo egocentrismo. Ma per fare ciò, Clamence cerca di far confessare il suo ascoltatore (noi lettori, in sostanza), innalzandosi a giudice, un falso giudice però. Da accusatore di se stesso ad accusatore di tutta l'umanità, Clamence è uno Zarathustra moderno, un profeta senza il suo Messia. È un uomo che si sentiva felice perché non aveva bisogno di nulla, famoso e ben quotato, armonioso con la natura e con gli altri, eppure sentiva dentro di sé, come un tarlo che si incunea nel legno, il peso dell'assurdità di quella condizione. E nell'inammissibilità della sua esistenza, persino quando una ragazza si butta nella Senna e Clamence sente il tonfo nell'acqua, continua per la sua strada.
È un uomo, quello descritto da Camus, che vive nella depravazione, nel disagio, nella contraddizione, nell'inconcepibile insomma. Pur di non annoiarsi, pur di non restare nella contemplazione di sé, ha bisogno di fare qualcosa. E allora indossa le maschere dell'apparenza, vive una doppia vita, una di facciata, decorosa e felice, l'altra vera, viziosa e triste. Ecco allora il bisogno di confrontarsi con gli altri, per cercarne gli stessi vizi, le stesse maschere, le stesse menzogne, in modo da sentirsi più leggero. Perché in fondo, oggi, in quanti sono in grado di tenere saldi a sé tutte le proprie certezze? L'uomo ormai è caduto nell'assurdo e nell'angoscia, e chissà se troveremo mai il modo di uscirne.

24 gen 2019

Schopenhauer e Leopardi e altri saggi leopardiani - Francesco De Sanctis (Saggi - 2013)

"Leopardi e Schopenhauer sono una cosa. Quasi nello stesso tempo l'uno creava la metafisica e l'altro la poesia del dolore. Leopardi vedeva il mondo così, e non sapeva il perché.
Arcano è tutto 
Fuor che il nostro dolor
Il perché l'ha trovato Schopenhauer con la scoperta del 'Wille'".


In questo celebre dialogo del 1858, il critico letterario De Sanctis, approfondendo lo spessore filosofico di Schopenhauer, mette a confronto il pensiero del tedesco con la poesia di Leopardi, rintracciandone le analogie che legano questi due meravigliosi autori.
Il saggio in verità è un dialogo tra due amici, A. e D., che si confrontano sulla filosofia dell'anti-hegeliano Schopenhauer. A., in gioventù appassionato di filosofia e da adulto astronomo, non ha più a cuore la filosofia. Da buon scienziato positivista, crede che, insieme alla teologia, sia destinata a sparire di fronte alle conquiste della scienza. D., invece, nel presentare appassionatamente la filosofia del filosofo tedesco, ne apprezza gli atteggiamenti anti-idealistici e lo paragona al poeta italiano. E i due amici, feroci anti-idealisti anch'essi, si ritrovano ad elogiare la profondità di Schopenhauer e di conseguenza il pensiero tragico di Leopardi, capace quest'ultimo di cogliere la stessa verità del filosofo attraverso la poesia.
Ma mentre il primo saggio-dialogo è prevalentemente su Schopenhauer, gli altri brevi tre, invece, sono dedicati unicamente a Leopardi. Nel primo, "La filosofia di Leopardi", il poeta è descritto come un moralista vicino ai sensisti e a tutti quei classici che hanno fatto del dolore e dello scetticismo la loro dimensione riflessiva. Ne "La morale di Leopardi" sono proposte la consolazione e la rassegnazione quali guide del nostro agire, mentre nell'ultimo saggio, "La prosa di Leopardi", De Sanctis evidenzia quanto lo stile dello scrittore recanatese sia logico, elegante, classico, letterario, ma poco efficace e quindi poco diretto.

Un libretto che si legge velocemente, grazioso quanto raffinato. Ho gradito particolarmente quando De Sanctis, che apprezza in massimo grado Schopenhauer e Leopardi (e quindi e per forza di cose odia l'idealismo tedesco), considera Kant pavido e teologo cristiano. Come me.

21 gen 2019

Balle mortali - Roberto Burioni (Saggio - 2018)

"È del tutto legittimo decidere di camminare su un filo teso tra due grattacieli per sfidare la sorte e provare il brivido del rischio: ognuno è padrone della propria vita. Però a nessuno può essere consentito di camminare su quel filo con il proprio figlio in braccio, pensando che quella brezza di cui si gode tra un grattacielo e l'altro lo faccia crescere più sano".

Quante volte abbiamo sentito dire che i vaccini provocano l'autismo, che intrugli mai brevettati e mai messi a disposizione della comunità scientifica curano il cancro, che è meglio non fidarsi degli scienziati perché si arricchiscono sulla pelle dei pazienti e via discorrendo. In questo ultimo lavoro del dott. Burioni sono raccontate alcune di queste castronerie che però hanno conseguenze nefaste. Come il caso di Christine Maggiore, la donna che, contratto il virus dell'HIV, decise che non fosse vero e che comunque non fosse responsabile dell'AIDS. Consigliata e sostenuta da ciarlatani che non si fidano dei risultati scientifici, portarono la donna prima a infettare la figlia, che innocente morì a soli tre anni, e poi alla morte. A proposito dell'AIDS, però, c'è anche la storia a lieto fine di Magic Johnson, che, una volta infettato, seguendo la scienza, è ancora vivo e gode di ottima salute... 
Incredibile la storia sul veterinario (sic) Liborio Bonifacio che ha messo a punto una ricetta magica contro i tumori a base di urina e di feci di capra. O il famoso caso Di Bella, tanto celebre quanto pericoloso. Dei ciarlatani Burioni fa nomi e cognomi, come quello di Geerd Hamer, medico e teologo tedesco che mettendo in relazione la malattia con un conflitto psichico sarà causa di morti e dolori. O come quello di Davide Vannoni e il suo metodo Stamina, che tanto imbarazzo ha provocato per l'Italia.
Il libro denuncia anche come spesso questi ciarlatani siano persino dei medici iscritti all'ordine. Medici che dopo gli studi si tuffano a capofitto nella ricerca di cure alternative e inefficaci, se non addirittura dannose come l'omeopatia e la naturopatia. Balle che si diffondono come batteri, purtroppo, e oggi c'è chi muore perché crede che il latte crudo della fattoria del vicino sia migliore del latte pastorizzato del supermercato. Ovviamente non poteva mancare il capitolo sulle balle degli antivaccinisti che oggi mettono in pericolo la vita dei bambini.
Un libro che raccoglie racconti disarmanti, in cui i protagonisti, malati e quindi spaventati, cercano consolazione in pratiche alternative evidentemente inefficaci e fondate sulla cialtroneria. Con uno stile semplice e con picchi notevoli di ironia, il volume scorre velocemente e si impara e si riflette sul nostro presente ancora e apparentemente sempre più soggetto al fascino della faciloneria.

14 gen 2019

Per Poe - Charles Baudelaire (Saggio - 1988)

"Poe analizza ciò che v'è di più evanescente, soppesa l'imponderabile, descrive, secondo una tecnica minuziosa e scientifica dagli effetti paurosi, tutto l'immaginario che avvolge della sua aura l'uomo nervoso e lo porta a perdizione".

Per anni ho cercato vanamente questo libro in ogni libreria che ho incrociato, e alla fine mi è stato regalato da una persona speciale che non posso non ricordare qui.
Raccolti per la prima volta gli scritti di Baudelaire dedicati a Poe, in questo prezioso volume di Sellerio si nota come i due immensi scrittori siano vicinissimi per profondità e sensibilità. Lo stesso Baudelaire lo sostiene più volte nelle sue pagine. Il volume contiene due saggi sulla vita, sulle opere e sulla poetica dello scrittore di Boston, diverse introduzioni ad alcuni racconti, stralci dalle lettere e dalle opere di Baudelaire. Infine, in appendice, Bufalino, lo scrittore comisano che ha curato l'edizione, ha aggiunto due poesie di Mallarmé dedicate a Poe e allo stesso Baudelaire.
Interessante notare come nel raccontare la disordinata e anticonformista vita di Poe, il poeta francese tratteggi, in contrapposizione, il carattere dell'americano medio, immerso nella sua repubblica e nei suoi denari. Emerge un Poe non americano dunque, nella filosofia, nella poetica, nella definizione del bello. Lontanissimo dall'idea che l'utilità debba primeggiare sull'idea di bellezza, Poe sembra più uno scrittore europeo.
Bellissima l'introduzione di Gesualdo Bufalino (e non poteva essere altrimenti). Attraverso le sue parole, quasi continuando l'onda che dagli Stati Uniti si è propagata fino in Francia, ci lascia un ricordo da conservare gelosamente, due fiori del male da annaffiare costantemente.

È un libro da collezionare, da annusare e accarezzare. Certo, il suo contenuto è ripetitivo e non nuovo, ma resta forte il sentimento che Baudelaire mostra nei confronti dello scrittore americano e il suo orgoglio nel ritenersene spiritualmente vicino.
A chi lo sa, grazie!

9 gen 2019

L'ordine libertario - Michel Onfray (Saggio - 2012)

"Rientrato a casa, appoggia il libro sulla tela cerata della tavola in cucina, lo sistema sotto il cerchio di luce della lampada a petrolio, lo apre e comincia a leggere. Mentre intorno il mondo scompare, lui entra direttamente in un universo che lo salva. Il libro raccoglie il mondo degli antimondi.
Quando legge, il bambino si tuffa nelle acque lustrali della cultura. Quando rialza la testa, alla madre mostra uno sguardo strano, stravolto, come quello d'un intossicato che ritorna alla luce, all'aria del mondo, alla vita, alla superficie".


"Vita filosofica di Albert Camus", come recita il sottotitolo, è un racconto che oscilla tra elementi di vita comune e pensieri straordinari, che fanno di Camus un modello perfetto di coerenza. Nietzschiano di sinistra, intollerante verso ogni forma di ingiustizia, edonista, esistenziale più che esistenzialista, libertario, anarchico, ferocemente contrario alla pena di morte, antitotalitario, il Camus di Onfray ci appare in tutta la sua squisita figura. Onfray, lontano da ogni pretesa freudiana, rivive negli eventi biografici il senso del pensatore francese, così legato alla terra e alla vita. Un filosofo che ha tratto la sua filosofia dall'esperienza diretta, praticando il mondo, rimanendo fedele all'infanzia, al padre morto in guerra, alla madre muta, alla miseria in cui ha trascorso la giovinezza. Camus è il pensatore che è, perché del suo essere concreto ne ha tratto insegnamenti filosofici veri.
Nell'analisi della sua vita e delle sue opere, la malattia (del corpo e dello spirito) e l'edonismo stanno a braccetto, si stuzzicano a vicenda in una dialettica felice e creatrice. Deciso e coerente, legato al reale e non all'idea, Camus si configura così come il giusto modello filosofico e politico da contrapporre a Sartre, il filosofo dell'opportunità e dell'ideologia.
In una prospettiva politica postnazionale e internazionalista, con il suo essere dionisiaco, esaltatore del corpo e del mondo, epicureo, mediterraneo, Camus vive con profondo dolore gli anni della guerra, dei lager e dei fascismi, ma allo stesso tempo, e con la stessa forza, odia i gulag sovietici e i massacri dettati dalla penna di Marx. Ecco perché è diventato il nemico di tutti, delle destre e delle sinistre.
In questa poderosa e brillante biografia filosofica, si ripercorre non solo la straordinaria forza di un uomo decisivo per il Novecento, ma anche una storia che ha abbracciato gli anni più tragici e turbolenti del secolo scorso. E dentro questa storia di contraddizioni, di brutture, di tragedie, Camus è riuscito a rimanere coerente con le sue idee e con la sua realtà, e a guardare al futuro proponendo soluzioni umane, concrete, ma purtroppo ancora lontane dall'essere realizzate.

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