Presentazione


Presentazione

Questo spazio è dedicato agli appunti, alle briciole di recensione irrazionali, che colgo, da lettore appassionato e spesso rapsodico, nei miei viaggi verso la lentezza e la riflessione. Briciole di recensione irrazionali dunque.

Briciole perché sono brevi, a-sistemiche, frammentarie, come un certo spirito moderno pretende. Non sono delle vere recensioni. Queste hanno uno schema e una forma ben precisa, mentre i miei sono più che altro appunti colti sul momento, associazioni d’idee, giudizi dettati dalle impressioni di un istante, da una predisposizione d'animo subitaneo, da un fischio di treno... E perciò li definisco irrazionali. Perché sfuggono da un qualsiasi schema predefinito, perché sono intermittenti, perché nella scelta di un libro, per via di una congenita voracità, spesso non seguo linee e percorsi definiti dalle letture precedenti, ma mi lascio trasportare dagli ammiccamenti o dalle smorfie di sfida che un libro sulla mensola della libreria mi lancia.

E' un modo insomma di coltivare, di giocare, di prendere vanamente in giro la memoria, per conservare, catalogare e archiviare frammenti di ricordi e suggestioni che un giorno, magari, potranno farmi sorridere e, perché no, commuovere.

19/mag/2013

Anale e sessuale - Lou Andreas Salomé (Saggi - 1916)


"Involontariamente ci si immagina che il senso di colpa emerga in seguito ad atti da noi ammessi, e in un primo momento ci sembra strana la spiegazione che esso affonda invece le sue radici esclusivamente in ciò che non è ammesso, e che un lato del conflitto deve essere espulso dalla coscienza perché sia consegnato a quell'assolutamente negato, disprezzato, di cui l'elemento anale forniva il paragone classico e in cui per questo non osavamo riconoscerci".

Raccolta di scritti psicoanalitici, da leggere con molta attenzione, in cui la prospettiva freudiana è molto forte, se non unica. Dall'analisi di ricordi, di immagini, di sogni la scrittrice tedesca scopre, in chiave femminile, se stessa e in generale il mondo delle donne. Approfondisce così (ma non troppo) gli studi freudiani sul carattere anale dei bambini e quelli sul narcisismo con osservazioni acute, capendo prima di altri quanto questi problemi teorici siano di importanza capitale nella storia della psicoanalisi, mentre, in quegl'anni, dai critici non erano presi in grande considerazione.

12/mag/2013

I versi aurei. I simboli, le lettere - P.S. Pitagora (VI sec. a. C.)


"Dicono altri che, rovinando in preda alle fiamme la casa dove si trovavano uniti, gli amici suoi, gettatisi nelle fiamme aprirono una via di uscita al maestro, facendo coi loro corpi come un ponte sul fuoco; e che, uscito in salvo Pitagora dall'incendio, per la tristezza dell'essere solo senza i suoi amici, si togliesse da sé medesimo la vita".

In questo volume, la prestigiosa Casa Editrice Rocco Carabba ci presenta il breviario del pensiero di un filosofo, Pitagora, probabilmente vissuto nel VI sec. a. C., di cui però non conosciamo nessuno scritto in modo diretto. Questi pubblicati, infatti, dovrebbero risalire al II sec. d. C., quando il neoplatonismo tentò di recuperare un pensiero comodo e utile per una certa visione del mondo. Preziosa quindi risulta l’introduzione di Pesenti che inquadra la figura dell'autore e dell'opera nei diversi contesti storici interessati al pensiero del filosofo di Samo.
"I versi aurei", così come i "Simboli", altro non sono che un catalogo di regole etiche che, alla fine, hanno il compito di rendere l'uomo degno di essere immortale dopo la morte. È la solita solfa, non dedicarti al piacere, al peccato (e anche mangiare fave può essere molto pericoloso), vivi la vita senza estremismi, senza sbavature, vivi la vita come se fossi un santo - e quindi non da essere umano - e avrai in premio qualcosa quando non ci sarai più. È vero però che quelle pitagoriche non sono regole che hanno un sapore vetusto, di vino andato a male; la tradizione cristiana ne ha fatto tesoro e ha esercitato prepotentemente il divieto di vivere il piacere come regola aurea che ancora oggi tenacemente sopravvive. Tuttavia, volenti o nolenti, figli nietzschiani, del relativismo e del postmoderno avvertiamo un odore stantio, di zolfo, mefistofelico. Non c’è dubbio che alcune norme sono dettate dal buon senso, ma altre sono oggi così ridicole da far sorridere. Il lettore contemporaneo, al di là della importanza storica del documento, si divertirà a confrontarle con il metro della storia, per misurare quanto, in sede morale, sia mutato e quanto invece tuttora resiste.
Il volume, inoltre, è integrato dalle "Lettere" (ad Anassimene, a Ierone, a Telauge) composte in età tarda da autori ignoti, ma firmate con il finto nome di Pitagora. Forse, però, gli scritti più interessanti sono le diverse celebri biografie sul filosofo antico. La prima è di Porfirio, la seconda è di Giamblico, mentre la terza è di un Anonimo foziano. In esse si nota tutta la nebulosa leggendaria che gravita attorno alla figura del filosofo di Samo. Sembra quasi di leggere la descrizione di un mago, di uno sciamano antico capace di miracoli e di prodigi. Le diverse biografie si completano tra loro, aggiungendo dettagli, eventi incredibili che magari sono stati tralasciati negli altri scritti sulla vita di Pitagora.
Infine il volume propone anche gli "Estratti dal commento di Ierocle ai versi aurei". Commenti primitivi se vogliamo, ma che aggiungono colore a un pensiero e a un autore ancora da scoprire.
Opera dunque di importanza capitale per la nostra storia, nella quale si può leggere l'intenzione di legare la tradizione antica con lo sforzo sincretico della filosofia cristiana, bisognosa di aiuti retorici e autorevoli.

04/mag/2013

Saggio sulla lucidità - José Saramago (Romanzo - 2004)


"Quando nasciamo, quando entriamo in questo mondo, è come se firmassimo un patto per tutta la vita, ma può accadere che un giorno dobbiamo domandarci chi l'ha firmato per me, io me lo sono chiesto e la risposta è quel foglio".

All'apertura dei seggi elettorali, un violento acquazzone blocca in casa, con il disappunto del presidente di seggio e dei rappresentanti politici, i votanti della città. Poi, senza una logica, senza una motivazione plausibile, a temporale finito, alle quattro del pomeriggio, i votanti, contemporaneamente, si riversano per le vie della città e vanno a votare. È la vittoria della democrazia, si direbbe. Ma a mezzanotte, a scrutinio concluso, il paradosso: solo il venticinque per cento degli elettori ha espresso il voto, il restante più del settanta per cento ha lasciato la scheda in bianco. Caos dunque; ma mai quando, una settimana dopo, riaperte le urne, le schede bianche aumentarono ancor di più. Incapace di capire il governo, decide allora lo stato d'assedio, ma i seguenti disordini e le difficoltà logistiche per assicurare i bisogni primari alla popolazione lo inducono, insieme alle forze dell'ordine, a spostarsi in un'altra città. La popolazione isolata (l'isolamento è tema caratterizzante dell’opera saramaghiana, come le frequenti allusioni a Platone…) trova un modo di organizzarsi e di resistere,  anche dopo un attentato terroristico organizzato dal governo stesso. Nel frattempo quest'ultimo, durante un'accesa riunione e senza spiegare perché e come, intuisce che ci sia una stretta correlazione tra la rivolta delle schede bianche e l'epidemia di cecità bianca avvenuta quattro anni prima e descritta in quello straordinario romanzo che è "Cecità". A conferma di ciò, una lettera spedita ad alcuni ministri del governo dove ritroviamo la storia raccontata nell'altro romanzo e i vecchi personaggi che tanto abbiamo amato. In particolare si riconosce quell’unica donna, rimasta vedente nella storia di quattro anni prima, come la vera artefice della congiura delle schede bianche. L'attenzione perciò si sposta sui protagonisti dell'altro romanzo e su un commissario incaricato dal governo di scoprire, a tutti i costi, la relazione tra il bianco dell'epidemia e le schede bianche delle votazioni. Poi l'assurdità che diventa palese, l'alleanza degli innocenti e il commissario, la sfida di quest'ultimo con il primo ministro, l'assassinio del commissario e della donna, la vittoria della menzogna...

È il solito Saramago dei paradossi, degli eccessi, dei limiti dell'assurdo. La democrazia è svestita di quella patina buonista cui siamo abituati che la vede come la migliore delle forme politiche possibili. Ma, immediatamente dopo, ne è rivestita per antitesi. Sotto scacco, infatti, la democrazia degenera nella dittatura, con la sua violenza e la sua oppressione, ostentando tutta l’arroganza del potere, della menzogna del potere per restare al potere. È il caos che cerca una forma e si maschera di parvenza, di illusione, di finto ordine. Eccoci quindi a confrontarci con i confini della libertà, con un ossimoro: la libertà genera sottomissione e da questa si combatte per ottenere di nuovo una nuova presunta libertà.

Seppur a tratti verboso, a tratti lento, con periodi lunghi e infinite subordinazioni ma equilibrate, resta uno straordinario libro, che ha il merito spaventoso di sospingerci alla riflessione.

28/apr/2013

Un diavolo alla finestra - Voltaire (Dialoghi - 1760 circa)


"Ahimè! Mio stupido figlio, sono stato poco fa sul punto di morire dal ridere e sento che ora mi farete morire d'indignazione e di dolore. Se i disgraziati di cui mi parlate seducono il figlio d'Epitteto, potranno sedurne molti altri. Prevedo dei mali spaventosi sulla terra".

Libro, dissacrante e carico di passione, è caratterizzato da quella galvanizzazione intelligente tipica di un deista accanito come il filosofo parigino. Ma è anche un libro in cui si può leggere delle assurdità pensate da Cartesio, da Rousseau, da Leibnitz. Personaggi saccenti, al limite del ridicolo, infatti, professano le loro idee e immancabilmente sono presi in giro da semplici personaggi - come, ad esempio, un selvaggio, un cappone e una pollastra -, ma di buon senso e sottilmente irriverenti e sagaci.
Ogni pagina è condita da zuccherosissimi momenti di ilarità e non è soltanto il cristianesimo (i gesuiti in particolare) a uscirne con le ossa rotte; sono, in pratica, tutte le fanatiche religioni, musulmane, ebraiche, indiane, a riempirsi di lividi. Così come a non passarsela molto meglio sono alcune abitudini, alimentari e politiche su tutte, ridicole e insensate, che fanno parte della nostra quotidianità.
È, in breve, una raccolta di scritti illuminanti, in cui tutte le categorie dell'Illuminismo, progresso, ottimismo, crescita culturale, relativismo, sono presenti e prevalenti. È, senza sorprese, lo spirito di Voltaire. 
Dalle sue parole, dalle veloci pagine che il magistrale e diabolico Voltaire, spettatore affacciato a una finestra, divertito e al contempo inorridito, possiamo respirare il clima settario che si viveva in quel secolo che lentamente scopriva la luce e che il filosofo ha vissuto e ha contrastato con arguzia, ironia e il buon senso della ragione.

23/apr/2013

La mia autobiografia - Charles Spencer Chaplin (Autobiografia - 1964)


"Il mio era un personaggio originale e poco familiare agli americani; poco familiare persino a me. Ma una volta nei suoi panni io m'immedesimavo in esso, per me era una realtà e un essere vivente. Anzi m'infiammava di idee folli di tutti i generi, che non avrei mai avuto se non mi fossi messo il suo costume e la sua truccatura".

Più di cinquecento pagine, densissime e appassionate, che si leggono come un romanzo. È, se vogliamo, un'opera letteraria; è un romanzo di ricordi. Ricordi di un'infanzia di miseria e di difficoltà, di una madre affettuosa e premurosa, della profonda tristezza vissuta in quegli anni; sembra di leggere alcune pagine di Dickens. Nel racconto si rivive l'amore per il fratello Sydney, i primi felici passi da attore di teatro fino alla svolta rivoluzionaria: il viaggio negli Stati Uniti. Poi il passaggio dal teatro al cinema, il successo, il denaro, le donne, il lavoro, gli incontri straordinari con uomini e donne straordinari in pagine ricchissime di chicche e superbi aggettivi. Pochissime, invece, le parole dedicate al rapporto del padre Chaplin con i suoi numerosissimi figli. Si ha l'impressione che il racconto sia centrato sulle difficoltà più che sulle felicità, ma con semplicità, con leggerezza, con la delicatezza di chi quelle difficoltà le ha vissute fino alle ossa e poi le ha sapute affrontare e sconfiggere.
Purtroppo il racconto si ferma al 1954, poco dopo l'uscita del film "Luci della ribalta" e del suo rientro definitivo in Inghilterra in seguito alle polemiche politiche negli U.S.A. Peccato! Sarebbe stato bello leggere delle emozioni, delle sensazioni, delle riflessioni di Chaplin quando rientrò negli Stati Uniti per ritirare il suo unico Oscar...
Ogni tanto Chaplin si lancia in brevi e fulminanti divagazioni filosofiche. Sono piccoli lampi di filosofia spicciola, alle volte non definibili abissali, tuttavia sempre meritevoli di fare riflettere.
Un’incantevole autobiografia!

03/apr/2013

La confessione - Lev Nicolaevic Tolstoj (Autobiografia - 1882)


"Ma poi di nuovo, dopo aver riconosciuto l'esistenza di Dio, tornavo all'analisi davanti il Dio ben noto, nostro creatore, l'unico Dio in tre persone distinte, che ci ha inviato suo figlio, il redentore. E di nuovo quel Dio, così remoto dal mondo e da me stesso, si fondeva sotto i miei occhi come un blocco di ghiaccio al sole, e di nuovo non mi restava più nulla tra le mani, e si disseccavano le fonti della vita, ricadevo nella disperazione e sentivo che non mi restava altro che uccidermi. E per giunta - la qual cosa era la peggiore di tutte - sentivo di non poter neppure uccidermi".

In questa meravigliosa confessione - un’opera esistenziale a tutti gli effetti - leggiamo il racconto profondissimo e assolutamente penetrante di una rivoluzione interiore, di una conversione religiosa. Il giovane Tolstoj, infatti, persa la fede impartitagli sin da bambino, in un cammino disperato, angoscioso, alla fine trova Dio. 
Libertino, orgoglioso, abbandonato alla crapula e ai delitti, beato in una condizione di esaltazione morale, ben presto il giovane Tolstoj coglie, in verità non spiega in cosa consista, un'essenza di marcio in quella vita di eccessi. Sente dentro di sé un bisogno estremo di risposte alle innumerevoli domande che l'esistenza gli pone. Tolstoj non può ammettere che l'esistenza non abbia un senso; deve esserci necessariamente (anche se non spiega perché debba esserci necessariamente) qualcosa che spieghi il perché della vita e della morte. E in questa ricerca di significato, in questa lotta disperata, che con l'avanzare degli anni lo corrodono fino al midollo, fino a portarlo quasi al suicidio, trova Dio. Un Dio, dunque, che nasce non dalla ragione, quanto dal bisogno di avere una pace duratura. Prima di Dio, infatti, trova nella scienza, nella fede in essa, un appiglio. Ma questo è un sostegno effimero, illusorio, incapace di dare risposte durature e consolatorie. Capisce che non è la ragione a dare un valore all’esistenza, ma è la fede, la rinuncia alla ragione che può dare un senso. Ed è in questa consolazione, in questa fede irrazionale e paradossale che l'umanità trova un significato, una possibilità dell'esistenza (quanto Kierkegaard in queste pagine…).
Ma Tolstoj non si ferma solo accettando una fede verso qualcosa di superiore. Brama di cogliere anche la Fede con la maiuscola. Stanco delle dottrine contraddittorie delle diverse fedi cristiane, la trova nella religiosità degli umili, in chi sopporta le privazioni e le sofferenze, vedendo in esse il bene (sic.). Ecco trovata la via, il sentiero strettissimo, soprattutto per i dotti, della rinuncia, dell’autoannullamento a beneficio degli altri; ecco il senso della vita.

Libro straordinario, intimo fino a dentro le ossa, che, seppur partorisca un feto morto, un fantasma impalpabile, molti dovrebbero leggere, soprattutto molti uomini di fede…

02/apr/2013

Le notti d'ottobre - Gérard de Nerval (Racconto - 1852)


"Se tutti questi dettagli non fossero esatti, e se non cercassi qui di fare un dagherrotipo della verità, quante risorse romanzesche mi fornirebbero queste due storie d'infelicità e di abbruttimento! Ai ricchi manca il coraggio necessario a penetrare in simili luoghi, in questo vestibolo del purgatorio dove forse sarebbe facile salvare qualche anima..."

Parigi, almeno nella prima parte del racconto, è la protagonista assoluta di questa storia. Il narratore e protagonista, infatti, mancata una partenza fuori città, si abbandona per le vie della capitale francese in compagnia di un amico poeta. È notte e, alla ricerca di un posto dove cenare, sotto la luna, si perdono tra nomi di vie e locali del centro della città e tra discussioni vane e insignificanti. E mentre la notte avanza, mentre conosce prostitute, ubriaconi e venditori abusivi, il protagonista sprofonda negli inferi (e in questo frangente sono numerose le citazioni faustiane e dantesche). Solo alle prime luci del mattino riuscirà a lasciare la città per inoltrarsi nella provincia parigina per altre due notti.
Alcune pagine sono molto belle, molto ricche di citazioni. Il racconto è costellato di minuzie e a ciascuna di esse dedica dei brevi quanto intensi capitoli. Sembrerebbe la vittoria del realismo. Eppure questo oggettivismo, che si perde in dettagli e frammenti assolutamente irrilevanti, si dissolve quando il narratore ricorda o descrive sogni fantastici, allucinati, stravaganti. Realismo insolito e bizzarro se, nel descrivere un sogno, l'autore cita Poe...
Interessanti e moderne, spesso anche ironiche, le riflessioni sul romanzo, sulla sua natura, sul realismo, sulla curiosità del lettore-Nerval che vorrebbe conoscere ogni dettaglio della giornata del protagonista, ma che poi si perde in visioni oniriche e allucinate.

01/apr/2013

Il Tao della fisica - Fritjof Capra (Saggio - 1975)


"Nella concezione orientale, quindi, come in quella della fisica moderna, ogni cosa dell'universo è connessa a ogni altra cosa e nessuna sua parte è fondamentale. Le proprietà di una parte qualsiasi non sono determinate da qualche legge fondamentale, ma dalle proprietà di tutte le altre parti".

La tesi essenziale del libro è che la fisica dei quanti e la fisica della relatività siano sostanzialmente legate alle filosofie buddhiste, induiste e taoiste, in un incontro olistico tra cultura orientale e occidentale. Se, infatti, le prime stanno descrivendo una realtà indeterminata, in cui ogni particella, ogni elemento, ogni pacchetto quantico è solo una parte che per essere descritta ha bisogno di tutto il resto, le seconde descrivono l’universo come un unico grande organismo in cui ogni cosa, uomo compreso, è parte del tutto. Siamo di fronte al vecchio confronto tra una visione meccanicistica (ormai abbandonata da quasi un secolo in verità) contro una visione organicistica (che non è solo idea antica e orientale). E, ovviamente, Capra depone a favore di quest'ultima. Una tesi dunque che prevede la sintesi di un dualismo ben preciso, mistico e scientifico, che però, forse, è già in origine un monismo... La fisica, che non può essere occidentale o orientale, e che è unica, deve fare a meno di concetti astratti e indefiniti. Eppure termini come misticismo, cuore, coscienza, meditazione, spirito, materia, religione, usati abbondantemente dal fisico americano, non hanno una definizione filosofica univoca e soprattutto distinta. Grazie alla fisica moderna, alle sue rivoluzionarie scoperte, il mondo sta cambiando, la vita sta cambiando, il linguaggio sta cambiando. Il bisogno di misticismo, di religiosità che deve per forza impregnare ogni scoperta è solo condizionato dai tempi e dalle mode. Resta comunque il fatto che tra la nuova visione della fisica moderna e le filosofie religiose orientali esisterebbe qualche elemento di contatto.
È curioso notare, però, come la fisica classica e quella moderna si siano sviluppate nel seno della filosofia occidentale (rallentata, la fisica, solo nelle epoche in cui santi e mistici avevano il dominio intellettuale…), mentre ciò non è avvenuto tra i veli della filosofia mistica orientale.

Libro di opportunità che dà il pretesto, riflettendo e insistendo molto sulla difficoltà del linguaggio quotidiano a esprimere la realtà, per trattare di filosofia, di scienza, di religione. Le osservazioni di Capra, le descrizioni di storia della scienza, della fisica classica e moderna, della storia della filosofia occidentale e orientale, infatti, anche se non sempre sono condivisibili, sono di stimolo e aiutano a generalizzare concetti e argomenti di certo non facili e banali. Un saggio in cui la fisica diventa poesia, scritto con uno stile semplice e quindi non difficile da seguire, anche se, via via che i capitoli scorrono, gli argomenti divengono sempre più complessi e difficili da afferrare.

24/mar/2013

Enrico IV (Parte prima) - William Shakespeare (Teatro - 1597)


"Morire è contraffare, perché chi non ha in sé la vita, chi non ha vita d'uomo, non è se non la contraffazione d'un uomo. Ma contraffar la morte, invece, quando proprio col contraffarla un uomo riesce a vivere, questo no, no, non è contraffazione; al contrario ciò è per l'appunto la verace perfetta immagin della vita".

Siamo nel 1402, quando un tormentato Enrico cerca di preparare un viaggio a Gerusalemme. Tuttavia le rivolte gallesi e scozzesi (capeggiate le prime da Owen Glendower, vincitore sulle truppe inglesi del conte Mortimer poi passato al nemico, e le seconde dal conte di Douglas, vinto dal conte inglese Percy, fratello di Mortimer), contrarie alla monarchia inglese non permettono al sovrano di realizzare il suo viaggio. Inoltre il principe Enrico di Galles, il futuro Enrico V, con l'amicizia poco raccomandabile di Falstaff, un pingue cavaliere vanaglorioso e spaccone, e le sue giornate trascorse a gozzovigliare e a baloccarsi in losche taverne, non rasserena l'umore già cupo del padre. Su tutti però a preoccuparlo è il conte Percy, detto "Spaccone Ardente", vincitore come scritto sul fronte scozzese, che si rifiuta di consegnare i prigionieri al re. Percy rompe così l'alleanza e si accorda con gli scozzesi stessi e con il fratello sconfitto che, dopo l'assassinio di Riccardo II da parte di Enrico, sarebbe dovuto essere il re d'Inghilterra. È inevitabile la guerra, nonostante i vari tentativi diplomatici del sovrano. Scoppia la battaglia, sul campo il principe Enrico si redime agli occhi del padre, riesce a uccidere il valoroso Percy, mentre le milizie del re sconfiggono definitivamente gli insorti.

Il re Enrico, in verità, non sembra il vero protagonista di questo dramma storico. L'attenzione pare rivolta soprattutto sulla figura del giovane principe e sul suo volgare compagno di avventura, Falstaff. Lo stesso conte Percy pare abbia un ruolo non secondario in tutta la storia. 
Sono le preoccupazioni del re, insomma, a essere le vere protagoniste. Un Enrico tormentato dal passato, dal presente, dal futuro.

21/mar/2013

La gaia scienza e Idilli di Messina – Friedrich Nietzsche (Pensieri – 1882)


"Dopo che Buddha fu morto, si continuò per secoli ad additare la sua ombra in una caverna - un'immensa orribile ombra. Dio è morto: ma stando alla natura degli uomini, ci saranno forse ancora per millenni caverne nelle quali si additerà la sua ombra. - E noi - noi dobbiamo vincere anche la sua ombra!"

Gli idilli dedicati alla città di Messina, che introducono il libro che annuncia Zarathustra, sono canti alla libertà, canti della vittoria dopo la notte; poca cosa direi…
“La gaia scienza”, invece, è un labirinto del genio, un libro non fanatico, ottimista, libero, gaio appunto. Qui l’inno è alla verità, alla felicità di fronte alla dimenticanza. Nietzsche sa che la verità è infernale, dunque per vivere sereni dobbiamo dimenticarla e solo così potremo guarire dal dolore che affligge l’uomo. Da notare però un passaggio: soltanto dopo aver colto la verità, l’inferno, il dolore, si potrà avere diritto alla convalescenza e si potrà sperare in una nuova vita.
Un libro scettico di fronte alla possibilità di intendere il fine, lo scopo dell’esistenza; contro l’utilitarismo, il socialismo, l’uguaglianza, la certezza illuministica; sull’arte, sull’apparenza, sulla donna, sugli antichi greci, su Dio e la sua celebre morte, sulla ricerca di sé, sull’amor fati, sull'eterno ritorno, sul nichilismo; in sostanza un compendio della filosofia nietzschiana. È un fiume in piena, una morale rivoluzionaria (altro che Kant) che nasce dal profondo, dalla psicologia, che con le sue acque devasta il passato e dai suoi resti lascia intravedere nuove strade, nuovi sentieri da percorrere fino all’infinito e poi scoprire che si ritorna nello stesso punto di partenza.
In un libro non facile, i pensieri nietzschiani hanno solcato un’anima immensa, un abisso. Sembra quasi un’appendice a Montaigne. Nietzsche si è fissato davanti a uno specchio, per ore, per giorni, per anni, per secoli e, squartandosi, ha scovato un’essenza vuota, menzogne su cui l’uomo ha edificato chiese, società, civiltà, la storia tutta. E, senza perdesi d’animo, ha visto oltre il presente, oscillando tra l’inferno del mondo e il paradiso della speranza, e per questo si è reso postumo.
Un libro superbo, che odora di sentimento…