Presentazione


Presentazione

Questo spazio è dedicato agli appunti, alle briciole di recensione irrazionali, che colgo, da lettore appassionato e spesso rapsodico, nei miei viaggi verso la lentezza e la riflessione. Briciole di recensione irrazionali dunque.

Briciole perché sono brevi, a-sistemiche, frammentarie, come un certo spirito moderno pretende. Non sono delle vere recensioni. Queste hanno uno schema e una forma ben precisa, mentre i miei sono più che altro appunti colti sul momento, associazioni d’idee, giudizi dettati dalle impressioni di un istante, da una predisposizione d'animo subitaneo, da un fischio di treno... E perciò li definisco irrazionali. Perché sfuggono da un qualsiasi schema predefinito, perché sono intermittenti, perché nella scelta di un libro, per via di una congenita voracità, spesso non seguo linee e percorsi definiti dalle letture precedenti, ma mi lascio trasportare dagli ammiccamenti o dalle smorfie di sfida che un libro sulla mensola della libreria mi lancia.

È un modo insomma di coltivare, di giocare, di prendere vanamente in giro la memoria, per conservare, catalogare e archiviare frammenti di ricordi e suggestioni che un giorno, magari, potranno farmi sorridere e, perché no, commuovere.

15 lug 2017

47 gradini al buio - Simone Lega (Romanzo - 2016)

"I morti erano dappertutto, adagiati nelle nicchie; i prelati della famiglia imbacuccati nell'abito talare erano stati legati in modo da tenerli in piedi contro il muro e con le mani giunte in preghiera. La fiamma delle fiaccole illuminava i volti accartocciati. Ogni nucleo familiare aveva il proprio corridoio. I più antichi si perdevano nelle profondità oscure dei cunicoli. A Riccardo pareva di vivere un sogno".

Due soldati che portano un vassoio di vivande e libagioni in una cripta profonda quarantasette gradini, il terrore dipinto sui loro visi e sulle loro movenze; così esordiscono le prime pagine del romanzo. Tutte le notti, a turno, i vari servitori della corte di Riccardo da Castroverde, da anni, sono obbligati a scendere nella cripta, a lasciare sull'altare piatti da banchetti e a subire le provocazioni del terrore. Un terrore che nasce sia per il mistero che si cela dietro il macabro rituale che pretende Riccardo, sia per le orribili leggende che si tramandano da sempre. La cripta infatti, che conserva i corpi defunti degli avi di Riccardo e da poco della bella e ancora giovane moglie Costanza (seppellita prima del funerale), sembra abitata da oscure e maligne presenze. Non è un caso che i due soldati sentiranno gelarsi le vene quando dalla cripta una voce conosciuta ma defunta chiama uno dei due...
Saputo della morte di Costanza, Vittoria, sua figlia, decide di rientrare da Pavia dove era stata tenuta in esilio da Riccardo, suo padre. Vittoria è una figura dolce, amata da tutti, amorevole persino con il padre; l'antitesi di Riccardo insomma, figura invece malvagia, pederasta, tiranna. Ma un'altra visita stravolge Castroverde, l'antica e cupa rocca del Ducato di Pavia: l'arrivo di uno strano monaco, un vecchio amico di famiglia, da tutti ritenuto un santo, di nome Armando. Il racconto allora, con un flashback, rivive il passato di Riccardo, di sua madre, di suo fratello e di suo cugino e, piano piano, le misteriose leggende sulla cripta iniziano a svelare i loro arcani: i morti nella cripta, dalla fondazione della rocca, da quando un santo l'aveva infettata con una maledizione, tutte le notti, banchettano e festeggiano l'arrivo dei nuovi defunti. Castroverde allora diventa la vera protagonista del romanzo. Luogo che in origine era insignificante, è preda di un maleficio che ha il volto di una maligna divinità distruttiva e delle sue fedelissime streghe, il Dio Stanco. E Armando è lì per annientare la maledizione... 
Il racconto prosegue poi, tra un'analessi e un'altra, marcando lo scontro tra Riccardo e Vittoria, emblemi del male e del bene, tra chi sente sulle spalle tutto il peso della malvagità e chi, invece, avverte un profondo senso di bontà pervaderle il corpo e lo spirito. Eppure, in verità, con lo sviluppo della storia, lo scontro tra gli opposti, tra il bene e il male non è così netto. Riccardo e tutti i suoi avi sono vittime del maleficio, sono solo dei burattini governati dalle mani invisibili di un destino più grande di loro, in cui tutto è già scritto e ogni cosa rimane immutabile. Non è un caso, infatti, che lo stesso Riccardo conservi momenti di bontà nei confronti della figlia (chiave di volta di tutto il racconto) e che la stessa Vittoria dimostri una vena di malignità sotto la pelle. Lo scontro se in un primo momento è feroce, via via che il confine tra bene e male si scioglie e gli estremi si mescolano, in seguito diventa assoluto solo tra le mani dei burattinai. Fino al finale in cui un sacrificio mette fine alla maledizione...
Il romanzo ha tutti gli stilemi del gotico: una cripta (la cui descrizione ricorda le catacombe dei cappuccini di Palermo), il medioevo di sottofondo, assassini senza scrupolo, misteri da svelare, la lotta tra il Male e il Bene, una rocca sperduta tra fitti boschi, scene di orge, di incesti, di stupri, di cannibalismo, di torture. Sade, Le Fanu, Lewis sono dietro l'angolo e non si sforzano di nascondersi troppo.
Una storia che si legge velocemente, nonostante l'intrigo delle vicende, anche grazie a uno stile che predilige periodi semplici e paratattici.

01 lug 2017

L'invenzione del piacere - Michel Onfray (Saggio - 2002)

"Contro la lettura classica della filosofia greca che favorisce l'asse ontologico di Parmenide, l'idealismo di Platone, il gusto stoico per l'autopunizione, l'alessandrinismo mistico di Plotino e l'odio contro se stessi tanto caro ai Padri della Chiesa, possiamo preferire un'altra linea di forza che presupponga invece: l'atomismo di Democrito, il relativismo soggettivo dei sofisti (anche loro da de-platonizzare), il Socrate restituito a se stesso, Diogene con la sua coorte cinica, Aristippo con i suoi Cirenaici e infine l'Epicureismo di Lucrezio. Un continente idealista della rinuncia e dell'ideale ascetico innervato dalla pulsione di morte; e un altro materialista, chiaramente alimentato da una pulsione di vita ludica ed entusiasta".

Possiamo considerare questo libro un'appendice alla storia della filosofia che Onfray sta riscrivendo. Una storia, come sappiamo, dedicata ai vinti, a tutti quei pensatori che la tradizione occidentale, fortemente cristiana, ha volutamente dimenticato. Questo volume è dedicato, infatti, alla figura di Aristippo di Cirene, un allievo di Socrate e padre spirituale di Epicuro, che del piacere e della sua ricerca ha fatto una categoria filosofica ed esistenziale. Aristippo dunque, il filosofo dell'esaltazione del corpo e del pericoloso piacere, che si contrappone alle filosofie platoneggianti che vedono la carne come maceria dello spirito e che esaltano il cilicio e la punizione fisica a tutto vantaggio di una fantomatica anima. Aristippo contro Platone, il mondo concreto e dei sensi contro il mondo delle idee e della mortificazione del corpo.
In verità, il libro, dopo una breve e spassosa (per stile e arguzia) presentazione, raccoglie i frammenti e le testimonianze che spaziano dalla biografia alla teoria critica di Aristippo e dei suoi seguaci, nel tentativo di far emergere dall'oblio uno degli innumerevoli filosofi che ancora oggi avrebbero qualcosa di illuminante da dire.

29 giu 2017

La prigioniera - Marcel Proust (Romanzo - 1923)

"Allora, sentendo che era nel pieno del sonno, che non avrei urtato contro scogli di coscienza ricoperti ora dall'alta marea del sonno profondo, deliberatamente salivo senza rumore sul letto, mi sdraiavo accanto a lei, le cingevo con un braccio la vita, posavo le labbra sulla sua guancia e sul suo cuore, poi su tutte le parti del suo corpo, la sola mano che mi era rimasta libera, anch'essa, come le perle, sollevata dalla respirazione della dormiente; io stesso venivo leggermente cullato da quel movimento regolare: mi ero imbarcato sul sonno di Albertine".

Il possesso che nasce dai tormenti della gelosia. Questo potrebbe essere il sottotitolo esplicativo del quinto capitolo della Recherche.
Direttamente collegato al capitolo precedente, a Parigi, di rientro da Balbec, il narratore insieme ad Albertine, inizia a vivere la quotidianità della convivenza; una convivenza non facile però. Parigi infatti, lentamente, gli appare come una nuova Balbec, un luogo dove le occasioni per mentire da parte di Albertine non sono difficili da trovare. Dopo aver espresso la sua volontà di sposarla, il protagonista sente crescere la morbosità della gelosia. Una morbosità, come sappiamo, che nasce già nel capitolo precedente ma che qui si fa esplosiva. 
Durante le assenze di lei, per esempio quando Albertine passeggia per le vie di Parigi, Marcel (è la prima volta che il narratore nomina il suo nome) inizia a fantasticare sui suoi possibili tradimenti o addirittura sul suo passato in una forma di gelosia retrospettiva. Ma che meraviglia le pagine in cui guarda Albertine addormentata, e non c’è altro spazio per la gelosia. Sono le pagine in cui la ragazza, tra le mille conosciute, mostra solo il suo corpo, solo la sua superficie, l'unica zona di luce che Marcel ama veramente. Albertine in quegl'istanti è completamente sua.
In questa cornice malata e possessiva, continuiamo a leggere il contrappunto della relazione omosessuale del barone di Charlus con Morel (coppia speculare a quella tra il narratore e Albertine). Incontrati durante le visite da madame de Guermantes, sono pagine in cui non mancano i pettegolezzi e gli atteggiamenti snobistici, o le discussioni sulle scarpe e gli abiti da sera... Ma la relazione tra il barone e il violinista, anch'essa malata, piena di continui sotterfugi, di gelosie e di calcoli, è solo una parentesi.
Il racconto, infatti, ritorna sulla decisione di Marcel di fare sorvegliare la ragazza dal suo autista e da Andrée, la sua amica (una delle fanciulle in fiore che non sempre è limpida nei suoi racconti). Via via cresce tra gli amanti una tensione spasmodica e incommensurabile. Non ci sono personaggi, non ci sono azioni come nei precedenti capitoli; ogni cosa, ogni gesto, è Albertine. È un'analisi continua di ricordi, di espressioni, di intonazioni e sfumature facciali. Il mondo esterno, gradualmente, sparisce. A eccezione della breve parentesi sulla morte dello scrittore Bergotte e della parte dedicata al ricevimento dei Verdurin, pochissime sono le vicende narrate. Durante la serata dai Verdurin, dove il geloso Marcel non è accompagnato da Albertine, Charlus e Morel vedranno conflagrare la loro relazione, già compromessa, anche a seguito dei pettegolezzi dell'autoritaria e gelosa padrona di casa. È anche la sera del Settimino di Vinteuil, che porterà il narratore a riflettere, seppur brevemente, sulla bellezza e sull'esperienza dell'arte quale salvezza dalla vanità del mondo, dell'amore e della morte. Se l'amore è egoismo, incomunicabilità, menzogna e tormento, l'arte, invece, permette di sventrare l'universo degli altri, di vedere il mondo con gli occhi dell'artista. Non è l'amore l'ancora di salvezza per l'uomo, ma l'arte, quell'incontro quasi mistico con la bellezza.
Ma sono riflessioni che scorrono velocemente. Dopo la serata dai Verdurin, infatti, Marcel, a casa, litiga furiosamente con Albertine di cui scopre tutte le menzogne ripetute. 
La loro rottura prima sembra definitiva, ma la notte si conclude con una pace tra i due amanti. Nelle pagine seguenti, nei giorni seguenti, nonostante tutto sia apparentemente normale, si avverte ancor di più la pesantezza della loro condizione: di prigionia per Albertine, di schiavitù per Marcel. Qui l'abisso che si è creato tra i due è incolmabile. Non si amano più, ogni azione è spenta, sebbene sia colma di sensi. Così il narratore lotta con tutte le sue contraddizioni, con tutte le molteplici e antitetiche volontà. Si abbandona allo sconforto, al desiderio di andare a Venezia e allo stesso tempo di non lasciare andare Albertine da casa sua. Ma lei, sempre più fredda, sempre più esausta, scappa dalla sua prigione dorata e il volume si chiude con Marcel che scopre la fuga.

È evidente che il capitolo richiami il primo. La storia d'amore tra Marcel e Albertine ricorda inevitabilmente quella tra Swann e Odette, in un gioco di specchi e di rimandi che dimostrano come ogni dettaglio ne rifletta un altro (non mancano nemmeno i ricordi dei baci della mamma e delle madelaine) e come sia solida l’architettura dell’intero romanzo. Un capitolo greve, da digerire gradualmente, che conferma l'estrema sensibilità della riflessione proustiana.

02 giu 2017

Pensieri - Blaise Pascal (Pensieri - 1662)

"Quando mi son messo qualche volta a considerare il vario agitarsi degli uomini e i pericoli e le pene a cui si espongono, nella Corte, in guerra, donde nascono tante liti, passioni, imprese audaci e spesso malvagie, eccetera, ho scoperto che tutta l'infelicità degli uomini deriva da una sola causa, dal non sapere starsene in pace, in una camera".

I dissidi dell'uomo (la sua grandezza e, allo stesso tempo, la sua miseria, i suoi limiti naturali, il dualismo  tra lo spirito di geometria e quello di finezza) non possono essere colmati dalla filosofia, tutt'al più può solo riconoscerli. Tocca, invece, alla fede religiosa giungere nell'ambito interiore del cuore che permette all'uomo la possibilità di conoscere Dio, la verità del cristianesimo, la risoluzione di ogni contraddizione. Ecco, in sintesi, la trama apologetica del pensiero pascaliano.
Nel difendere la sua religione, Pascal si dedica all'analisi dell'uomo e al suo stare nel mondo. È il Pascal più interessante, il più lontano, però, dalle dichiarazioni di onestà del ben più grande Montaigne (preso di mira più volte perché, in fondo, più che agli uomini, le riflessioni dell'autore scettico sono mirate verso se stesso in quanto singolo). E allora il filosofo di Port-Royal distingue l'uomo senza Dio, quello misero, triste, incompleto, e l'uomo con Dio, quello felice, ragionevole e dedito all'unico pensiero felice: il pensiero di Dio. La descrizione di una natura umana corrotta quanto inquieta e annoiata (mi sembra evidente che dietro il termine 'uomini'  si celi lo stesso Pascal) è affascinante. Ma quando si rivolge alla descrizione dell'uomo di fede, spesso, si respira una forte prepotenza, ma anche e soprattutto un che di stantio e di vecchio. Pascal, infatti, vomita odio verso chiunque non crede nell'unico vero Dio (quello cristiano) e insiste fortemente, noiosamente direi, su profezie, miracoli, scommesse, sensibilità; insomma su tutti gli strumenti paolini e agostiniani che affermano la superiorità della fede sulla ragione e la superiorità del credente sullo scettico. Quanta superbia senza avere nulla tra le mani.

Nell'analisi dell'uomo che oscilla tra la miseria e la continua vocazione alla grandezza sta tutto il genio di Pascal, ma il suo resta comunque un libro per rinfrescarsi la memoria sugli effimeri tentativi di rendere l'assurdo sensato e la menzogna verità.

24 apr 2017

Malomondo - Giovanni Soriano (Aforismi - 2013)

"Per trovare piacevole la vita è sufficiente essere dotati di gusti alquanto grossolani. Agli sfortunati dal palato fine, invece, non resta che imparare a convivere con la nausea e fare l'abitudine al disgusto".

"Non esistono genitori responsabili; quale genitore responsabile, conoscendo il mondo, vi farebbe nascere un figlio?".

"Che ancora oggi la maggior parte della popolazione mondiale sia orgogliosamente cristiana, islamica, induista, scintoista, giainista o chissà quale altra stramba religione, la dice lunga sul progresso morale e spirituale raggiunto dall'umanità".

Scritto come uno sfogo contro un mondo dominato dalla stupidità in tutti i suoi settori (società, politica, cultura, religione), contro un mondo radicalmente malato, Soriano ci regala un libro amaro, tragico, uno di quelli che fanno riflettere. Eppure l'autore sa che, se non ci fosse la stupidità a imprimere questa energia vitale al mondo, il mondo stesso crollerebbe in una crisi spaventosa. Il mondo infatti, nelle mani di pochi saggi, precipiterebbe nella rovina e l'uomo sarebbe destinato a un'estinzione precoce (tanta agognata però). Ma la stupidità è dell'uomo, ne è parte costitutiva e allora ci sarà sempre bisogno di produrre stupide canzonette, di affollare le chiese, di partorire figli, di riempire gli stadi, di consultare maghi, astrologi, sacerdoti, pranoterapeuti, santoni. Senza la stupidità tutto ciò non potrebbe sopravvivere!
Contro la politica, contro gli scrittori mediocri (l'emblema è Coelho) che scrivono per lettori mediocri (interessanti in questo contesto risultano gli spunti di riflessione sulla scrittura e sul ruolo dello scrittore contro l'insensatezza della vita stessa), contro chi decide di generare figli, contro le credenze religiose e ovviamente contro le menzogne propugnate da millenni dalle chiese, contro l'idea di progresso, contro i carnivori e chi fa soffrire gli animali, contro i grandi sistemi filosofici, siamo di fronte a uno scritto e a uno scrittore bilioso (uno dei tanti, ma mai abbastanza...) che hanno il coraggio di raccontare la verità: viviamo ancora nel medioevo e bisogna prenderne atto per uscire da questo lunghissimo momento di paralisi intellettuale, morale e spirituale.
Con uno stile arguto, ironico, profondo, provocatorio e a tratti persino volutamente disturbante, "In lode alla stupidità", è un moderno elogio della follia; è un libro per continuare a prendere coscienza, per continuare a tuffarsi nelle torbide acque dell'insensatezza della vita e della sua stupidità.

10 apr 2017

L'ora di lezione - Massimo Recalcati (Saggio - 2014)

"Aprire vuoti nelle teste, aprire buchi nel discorso già costituito, fare spazio, aprire le finestre, le porte, gli occhi, le orecchie, il corpo, aprire mondi, aprire aperture impensate prima. Non è questa la materia di cui è fatta l'erotica dell'insegnamento? Non è questo il gesto che fa esistere un insegnamento in grado di generare effetti infiniti di soggettivazione? Non è questo il significato ultimo della trasformazione degli oggetti del sapere in corpi erotici che dovrebbe realizzare ogni insegnamento?"

Dopo una feroce fotografia della scuola italiana di oggi - in cui esistono colpe, ma anche meriti -, una scuola che è costantemente mortificata dalla politica, dalla società, da alcuni insegnanti stessi, nella convinzione che una sola ora di lezione possa cambiare la vita a qualche studente, Recalcati descrive le possibilità di "un'erotica dell'insegnamento", come recita il sottotitolo stesso. In una prospettiva socratica, psicoanalitica, lacaniana, passando in rassegna gli stili di insegnamento (non solo diacronicamente, ma anche sincronicamente), lo psicoanalista illustra la scuola del conflitto (Edipo) che andrebbe recuperata dalla sua malattia, dal sentiero che ha smarrito, con un modello di rapporto simile a quello tra Telemaco e Ulisse. Descrive, poi, la scuola della collusione, quella tra il narcisismo dei figli e dei genitori (scuola Narciso) e quella di Telemaco, appunto. Quest'ultima è la scuola del desiderio, oltre che della nostalgia; è la scuola della carica erotica, della parola che diventa oggetto d'amore, della conoscenza vera. L'insegnante, qui, deve creare un vuoto nella mente degli allievi, deve sconquassare certezze di verità e così indurre i ragazzi verso nuove verità, personali, intime. È l'unico modo che esiste per creare un rapporto d'amore con la conoscenza. Gli insegnanti dovrebbero aprire a nuovi mondi, dovrebbero aprire alla bellezza, suscitare desiderio erotico verso la conoscenza, non travasare e imporre contenuti precostituiti, da accettare e basta.
In un'Italia in cui gli insegnanti sono sottopagati e dove hanno perso il loro ruolo sociale di primaria importanza, il capitolo autobiografico dedicato alla giovane professoressa che è stata in grado di accendere nell'autore il fuoco e l'eros della conoscenza risulta essere significativo, oltre che personale.

Un libro per riflettere sulla scuola, sul significato di insegnamento, sulla possibilità di partorire curiosità nei nostri studenti.

20 feb 2017

Il contrario di uno - Erri De Luca (Racconti - 2003)

"Mi contavo i muscoli, le ossa, com'ero poco, mi contavo gli anni, le monete: come potevo tenerla? Lei cresceva, era un'estate di fichi d'India e una catena di baci esauditi. Non avevo altro da desiderare oltre l'uscio dei baci. Più della libertà ho aspettato il minuto bollente in cui quattro labbra sospendono il respiro e si mischiano per gustare se stesse attraverso altre due e si confondono per appartenersi"

La vergogna di scappare da una carica della polizia durante una manifestazione; i deliri di febbre vissuti alla fine di un freddo febbraio; una ragazza con la gonna blu e la camicia bianca che aiuta un gruppo di ragazzi dalle idee rivoluzionarie; la scalata su una montagna di uno scrittore e una donna che vuole essere uccisa; un amore romano perduto che ti segna la vita; una lotta con un coltello su una montagna; il ricordo di una Napoli in guerra e di uno zio; un pescatore sopravvissuto a un campo di sterminio; un viaggio in Africa; un tradimento subito: alcune delle storie che raccontano esperienze di lotta e di rivolta contro un ordine costituito che non ha alcuna parvenza morale e di giustizia. 
Sono racconti che cercano un senso, un significato di equità che va oltre la legge scritta. E questo significato si trova nel rispetto verso la natura, nel suo respiro e nei suoi silenzi. Allora le storie si trasformano in canti di libertà, di amore e di giustizia da ricercare tra montagne, viaggi, boschi, desideri di solitudine e di libertà.

Racconti molto semplici nella trama e nella sintassi; elegante, invece, l'uso dei verbi.
Un autore nuovo, un'altra visione; grazie!

16 gen 2017

Classifica: i più belli e il più deludente del 2016

Dopo le morti si susseguono, in forme diverse, le rinascite; si sa, è legge di natura. E il 2016 potrebbe essere considerato l'anno della svolta, il tentativo di una nuova rinascita. Restano però i pochissimi libri letti (solo sedici, mai così pochi), il poco tempo avuto per l'ozio, gli importanti impegni lavorativi, ma restano pure i viaggi desiderati e i luoghi di incanto attraverso cui ho avuto modo di pensare alla mia ricerca di lentezza e bellezza. È anche l'anno di un monumento barocco che, con le ombre e le luci dei suoi riccioli e volute, mi ha offerto brevi parentesi di illusioni...
Eppure ne brilla una stella; una fiammella che ho scoperto e osservato d'estate, una stella che nel buio della verità (sì, perché la verità non si trova nell'apparenza della luce) è riuscita a rischiarare le mie notti.

Ma vediamo quali libri meritano un posto d'onore nella mia ormai tradizionale classifica annuale.

1. L'ordine naturale delle cose
2. Sodoma e Gomorra
3. Squartamento

Il romanzo di Antunes è stato una rivelazione, un meccanismo a incastro perfetto, dove costruzione ed emozioni si incontrano e raggiungono vette altissime di bellezza. Proust non può non essere tra i primi, la sua eleganza, la sua dolcezza, la sua sensibilità, il suo stile come esempi massimi di scrittura profonda. Cioran infine, con la solita visceralità, l'intima consapevolezza di essere un dannato.
Tra i pochi libri letti non ci sono stati momenti poco interessanti degni di menzione. A parte quel libro su Kafka e Praga, un libro per turisti, anche se carico di ricordi.

23 nov 2016

Perché crediamo in Dio (o meglio, negli dei) - J. Anderson Thomson (Saggio - 2011)

"La religione può offrire conforto in un mondo duro; può promuovere la formazione di comunità; può istigare un conflitto. In breve, può avere la sua utilità, nel bene e nel male. Tuttavia è stata creata dagli esseri umani e il mondo sarebbe migliore se la smettessimo di confonderla con la realtà".

È davanti agli occhi di tutti quanto le credenze religiose abbiano un impatto profondissimo sugli individui e sulla società. Lo psichiatra statunitense, in questa analisi divulgativa ma attento a indicare tutti gli studi che ci stanno dietro, cerca di spiegare come sia la nostra mente a generare le credenze religiose e le affermazioni sul sovrannaturale. Per dimostrare che non c'è nulla di trascendente che dall'alto ci cala la sua verità, mette sotto esame i meccanismi e l'evoluzione del nostro cervello al fine di porre rimedio agli impatti distruttivi che dobbiamo subire dalla religione e dall'idea di un Dio (o di dèi). Perché, quindi, la religione, oggi, riesce ad attecchire negli uomini? Perché alla luce delle nuove scoperte dei meccanismi della mente ancora oggi si dà peso a certe credenze? Sviluppando concetti evoluzionistici, il libro è costellato di illuminanti citazioni darwiniani, Thomson sostiene che la religione sia un sottoprodotto di diverse predisposizioni psicologiche che offrirebbero un vantaggio per la nostra sopravvivenza. Frutti dell'evoluzione, i sistemi di attaccamento (bisogno di qualcuno su cui contare), la scissione tra mente e corpo, la disconnessione cognitiva, l'autoinganno, i neuroni a specchio sono solo alcuni dei processi mentale che spiegano il nostro bisogno di religione.
Dio è dunque un sottoprodotto dei processi cognitivi della nostra mente, un meccanismo del tutto simile a quello che ci spinge ad assumere cibi spazzatura, pur sapendo che ci saranno indigesti.
Un testo divulgativo, ma che di certo può offrire ottimi spunti di riflessione.

17 ott 2016

L'intellettuale senza patria - Emil Mihai Cioran (Saggio - 1983)

"Ad esempio, se io mi fossi completamente identificato con quello che ho scritto, non avrei scritto. Questo è il problema. Cosa avrei dovuto fare? Avrei dovuto essere un saggio, ma non ci sono riuscito, dunque ho scritto libri. Tutto quello che ho fatto è stato il risultato di un fallimento spirituale".

L'intervista poliedrica rilasciata da Cioran al giornalista statunitense Jason Weiss spazia dalla metafisica alla morale, dalla musica alla filosofia e alla letteratura, abbracciando tutti i temi fondamentali che caratterizzano il pensiero dell'ultimo grande filosofo "tragico": la fatalità dell'esistenza, il tempo e la noia, la storia inesorabilmente diretta verso il peggio, l'insonnia quale artefice del cambiamento di visione filosofica, il suicidio nella sua accezione positiva, Dio come illusorio compagno nei momenti di estrema solitudine, la malvagità insita nell'uomo. In queste pagine, il filosofo crepuscolare confessa la sua ricerca ossessiva e velleitaria dell'atarassia. La filosofia, che si scontra con l'irascibile temperamento dell'essere uomo, diventa quindi atto esistenziale, atto consolatorio nel senso dell'esperienza che non lascia sparire il dolore ma che lo lascia sussistere e lo contempla. Eppure nelle sue parole sempre tragiche emerge chiaramente il disincanto verso la filosofia...
Siamo di fronte a una breve summa del pensiero di Cioran, intima però, costellata di aneddoti divertenti stuzzicati dalle ben predisposte domande di Weiss.

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