Proust li innesta alla trama del suo romanzo come se in ciascuno di essi dovesse ritrovare una parte di sé. E soprattutto sono amori travestiti, intersessuali, sotto cui si celano i contorni dell'autobiografia".
Non siamo di fronte a un saggio nel senso classico. È piuttosto una passeggiata lenta, quasi ipnotica, tra le pieghe di Parigi e della voce di Proust. Si cammina, si guarda, si ricorda. E mentre la città scorre, affiora la Recherche. L'autore attraversa le strade come se fossero frasi, non le descrive soltanto, le ascolta. Ogni luogo diventa una soglia, un punto di passaggio tra la biografia di Proust e qualcosa di più intimo, di più fragile. Non c’è pedanteria, non c’è sfoggio, c’è un tono sommesso, evocativo, che ti prende piano e non ti molla più. Proust, qui, non è un monumento. È una presenza, una voce che accompagna il camminare dell’autore e, in fondo, anche il nostro. E mentre si parla di lui, si parla anche di un amore finito, un amore malinconico, che non fa rumore ma pesa. Come pesano certe stanze quando qualcuno non c’è più.
Parigi diventa allora una geografia interiore, non solo una città reale, ma uno spazio della memoria. I luoghi tengono insieme ciò che è stato e ciò che non torna. La biografia di Proust si intreccia con le vie, con i boulevard, con i caffè, eppure finisce per intrecciarsi anche con chi legge.
Questo libro non pretende di insegnare Proust, ma vuole farlo sentire. Ti fa entrare nel suo tempo lento, nel suo modo di guardare, nel suo modo di soffrire senza esibirlo. Ed è forse questo il suo merito più grande. È un libro delicato. Delicato perché non forza, non spinge, non urla; sta lì, come un ricordo che ti cammina accanto.

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