Presentazione


Presentazione

Questo spazio è dedicato agli appunti, alle briciole di recensione irrazionali, che colgo, da lettore appassionato e spesso rapsodico, nei miei viaggi verso la lentezza e la riflessione. Briciole di recensione irrazionali dunque.

Briciole perché sono brevi, a-sistemiche, frammentarie, come un certo spirito moderno pretende. Non sono delle vere recensioni. Queste hanno uno schema e una forma ben precisa, mentre i miei sono più che altro appunti colti sul momento, associazioni d’idee, giudizi dettati dalle impressioni di un istante, da una predisposizione d'animo subitaneo, da un fischio di treno... E perciò li definisco irrazionali. Perché sfuggono da un qualsiasi schema predefinito, perché sono intermittenti, perché nella scelta di un libro, per via di una congenita voracità, spesso non seguo linee e percorsi definiti dalle letture precedenti, ma mi lascio trasportare dagli ammiccamenti o dalle smorfie di sfida che un libro sulla mensola della libreria mi lancia.

È un modo insomma di coltivare, di giocare, di prendere vanamente in giro la memoria, per conservare, catalogare e archiviare frammenti di ricordi e suggestioni che un giorno, magari, potranno farmi sorridere e, perché no, commuovere.

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26 set 2024

La filosofia della composizione - Edgar Allan Poe (Saggio - 1846)

"La mia preoccupazione successiva riguardò il tipo di suggestione o di effetto che intendevo suscitare nel lettore; e qui posso anche osservare che nell'architettura del tutto ho tenuto in considerazione l'idea di rendere il lavoro universalmente apprezzabile. Ma mi lascerei portare troppo lontano dal tema che sto trattando se volessi dimostrare un argomento sul quale ho ripetutamente insistito, e che - trattandosi di poesia - non ha il minimo bisogno di essere dimostrato; e cioè il fatto che la Bellezza è il solo legittimo criterio che regni nella poesia".


Quando si crea un'opera d'arte, sia essa una composizione musicale, un dipinto, una poesia, una qualsiasi forma di produzione artistica insomma, l’autore è invaso da una luce estatica? È preda di intuizioni frenetiche che gli calano dall'alto? Oppure lo stesso autore è mosso da un'intenzione, da un articolato pensiero che è figlio di riflessione, di tecnica, di selezione e di analisi?

Il grande scrittore americano, interessato a capire i movimenti della mente umana, quei meccanismi che la strutturano e la identificano, è convinto che l'opera d'arte, in particolare quella poetica, sia una necessità che nasce dal lavoro della mente e dalla tecnica di scrittura. Con il suo spirito polemico (e tendenzialmente sarcastico), contro una certa visione realistica, in questo saggio si diverte a screditare gli scrittori che per vanità si definiscono vittime di intuizioni e di ispirazioni che non dipendono da loro stessi. Nel definire la sua teoria, Poe analizza il momento di processo creativo, la scelta della storia, dei protagonisti della teatralità; descrive il suo modo di scrivere partendo da un effetto per poi edificarlo e svilupparlo con originalità (stilistica e narrativa). L'originalità, come si scriveva, non risiede nell’ispirazione del momento, ma è sinonimo di lavoro, di ponderazione, di calcolo. Un esempio? Il Corvo, la sua opera più celebre, ricostruita passo dopo passo come se fosse una dimostrazione matematica.

Il saggio risulta prezioso (e delizioso) anche perché Poe sintetizza le sue teorie sulla composizione letteraria: le opere poetiche, se vogliono essere efficaci devono essere brevi; si scrivono con metodo e analisi, non in preda ai fumi delle frenesie spontanee; le opere si scrivono quando si ha chiaro in mente il finale e soprattutto si sa quale effetto vuole provocare nel lettore.

Una confessione non soltanto intelligente, ma anche onesta di un autore che in tutta la sua straordinaria opera ha messo al centro il tema della verità, della bellezza e della passione in tutte le sue forme, da quelle più logiche a quelle più esistenziali ed emozionali. Un saggio che, al di là della sua dimensione letteraria, dovrebbe essere adeguatamente studiato dai tanti fantomatici artistici contemporanei che producono pasticci solo sotto la dettatura dell'ispirazione. 


Nota a margine. Durante la lettura del saggio, mi è venuto in mente Bufalino, il suo noto apprezzamento per Poe, le riflessioni e i resoconti sulla sua scrittura espressi in diversi saggi articoli e conferenze...

1 mar 2023

Io, Franca Florio - Gesualdo Bufalino (Sceneggiatura - 1994)

"Viaggiavo molto, facevo collezione di celebrità. A Parigi mi presentarono un poeta, il barone di Montesquieu, che compose per me una poesia. Incontrai Proust, Debussy. Rividi Caruso, che mi chiamava la Madonna Immacolata, rividi D'Annunzio che mi chiamava la dea Venere... Anadiomene. Conobbi a Zurigo una principessa polacca, di nome Ghika, che s'innamorò di me e mi scriveva parole di fiamma a cui non risposi... A Viareggio, un'estate, indossai un costume da bagno che ingelosì tutte le donne del mondo, quando lo videro stampato su una rivista..."



Pensato per il grande schermo da uno scrittore imbevuto di letteratura e di cinema, la sceneggiatura dimostra, ancora una volta, quanta profonda fosse la passione e la conoscenza del linguaggio cinematografico di Gesualdo Bufalino. Il progetto di sceneggiatura per un film sulla famiglia Florio, e in particolare su Franca Florio, fu commissionato dal produttore americano Edward R. Pressman. Qui, al centro di tutto, c'è lei, Franca Florio. Donna bellissima ed estremamente elegante, moglie di Ignazio Florio, ai vertici della mondanità europea, ha vissuto dolorosi eventi come la morte precoce dei figli, il tracollo economico della famiglia e la decadenza fisica vissuta in un mondo, in una società, non più interessata al suo nome. Nelle parole dello scrittore comisano, la sua figura si anima in uno scenario storico, e intorno a lei la Sicilia è evocata, come per magia, in un gioco di specchi in cui Franca è la Sicilia e l'isola è la stessa donna. 

La prima scena è nel 1929. Franca Florio è vicina ai 60 anni e la cinepresa insiste sulla desolazione del salone che viene sgomberato da un operaio. Poi, con un flashback, ci troviamo catapultati nel 1883, quando i Florio erano la luce di Palermo e Franca era solo una bambina. Immaginando montaggi raffinati, Bufalino proietta subito dopo la scena a qualche anno dopo, nel 1891. Franca e Ignazio Florio, in pagine raffinate e nostalgiche, si innamorano, ballano insieme, si sposano. Ecco, tra analessi e prolessi, gli incontri di affare di Ignazio; la nascita della prima figlia; quella di Ignazio III; la visita a Villa Palagonia con D'Annunzio ed Eleonora Duse; i tradimenti di lui; l'amore e insieme le ripicche di lei; la morte della primogenita; la successiva morte dell'unico figlio maschio. Sono i decenni d'oro della Belle epoque siciliana, gli anni in cui a Palermo arrivano Lina Cavalieri, Oscar Wilde, in cui Vincenzo Florio (cognato di Franca) organizza la targa Florio, la corsa automobilistica famosa in tutto il mondo. Così si chiude il primo tempo. 

Il secondo tempo inizia ed è il 1904. Franca non è più la stessa. Seguono gli anni dei ricatti mafiosi, dell'arrivo del poliziotto italo-americano Joe Petrosino e del suo assassinio, del terremoto di Messina, delle sfortune finanziarie di Ignazio, dei continui tradimenti, della decadenza e del ritorno alla prima scena velata di nostalgia nel salone desolato.

In queste pagine ci sono malinconia, memoria, corteggiamento, amore; i temi tanto cari allo scrittore comisano. E il rammarico per il lettore bufaliniano, come anche per il critico Massimo Onofri che introduce il volume, è che Bufalino non ne abbia scritto un romanzo, anticipandone, e forse così evitandone, altri...

11 gen 2023

Classifica: i più belli e il più deludente del 2022

Se gli scorsi anni, lentamente ma inesorabilmente, Proust diventava un'ossessione, il 2022 è stato l'anno della conferma di una malattia, la proustite, che non accenna a placarsi, ma anzi diventa sempre più piacevolmente velenosa. Proust e la Recherche sono diventati una categoria esistenziale, una cifra del cuore, un metro della mente, e tale malattia si concretizza in letture e studi che, nel mio stile, spesso sono rapsodiche. Se si aggiunge, poi, che l'anno appena passato è stato il centenario della morte dell'immenso scrittore francese, si spiega anche il nuovo viaggio a Parigi alla ricerca delle sue orme.

Ecco quindi che, tra studi e ossessioni, serenità e stabilità, l'anno appena trascorso è da ricordare inoltre per alcuni importanti viaggi: Parigi, come si scriveva; l'Austria e Tarquinia, per ascoltare e vedere posti nuovi; Matera, il Trentino e Firenze per rivedere bellezze che non dovrebbero mai affievolire. Ci sono stati pure i faticosi studi accademici che hanno contribuito a rendere l'anno appena finito, un anno da conservare e custodire nella memoria.

Ma è il momento del solito elenco di libri da ricordare:


1. L'angelo della notte - Giovanni Macchia

2. La colomba pugnalata - Pietro Citati 

3. Viva Gioconda! - Salvatore Fiume

4. La neve e il sangue - Giulia Cacciatore 

5. Le piccole speranze - Annalisa Trabacchi


I primi due sono dei classici della sterminata bibliografia proustiana, biografie psicologiche e raffinate scritture che ci proiettano dolcemente all'interno dell'Universo-Proust. Il romanzo di Fiume è stato una rivelazione; delicato, nostalgico, poetico, in grado di far vedere con gli occhi di un bambino una Sicilia che non c'è più. Il saggio della Cacciatore, che racconta avvenimenti biografici inediti su Bufalino che solleticano l'immaginazione, invece, apre nuove possibilità interpretative sull'opera del comisano e, in particolare, su Diceria dell'untore. È a pieno titolo nella cinquina dei libri più belli dell'anno, il primo romanzo della mia amica Annalisa: ironico, piacevolmente scorrevole, coraggioso. 

Una nota di demerito, invece, va assegnata a Le meraviglie del mondo di Lorraine Daston e Katharine Park. Sebbene il tema sia di straordinario fascino, la loro scrittura e la loro scelta architettonica rendono il volume noioso e pedante.

Bene, prima di riprendere in mano il prossimo libro, un buon proposito per il 2023: continuare a dedicarmi alla mia malattia, alla malìa che mi è stata lanciata...

14 dic 2022

Fra i miei occhiali e i tuoi - Gesualdo Bufalino, Marcello Venturoli (Lettere - 1979/1996)

"Creda dunque che conservo i miei bravi cadaveri nel cassetto. Solo che - ma a questo punto il discorso rischierebbe di farsi patetico - ogni mio tafferuglio con la pagina scritta (come certi amori che il possesso estingue) è stato a termine e volutamente privato. Sarà stato un precoce contatto col pensiero della morte (in gioventù ho sofferto per due anni di un male, certo di morirne); sarà un abito di disincanto acquistato frequentando i cataloghi d'antiquariato librario, veridici camposanti di ambizioni e commozioni sbagliate; sarà l'avarizia un po' narcisa di conservarmi lettore unico, privilegiato, non contestabile, delle mie cose, oppure, più umilmente, la difficoltà di accesso alle segrete macchine editoriali... certo finora ho cercato meno ascoltatori che complici".


Il carteggio tra il grande scrittore siciliano e il critico d'arte e poeta romano, che possiamo leggere per la prima volta, ha un che di affascinante e curioso. Tutto inizia nel 1978, quando Bufalino pubblica, come curatore, l'antologia fotografica Comiso ieri e manda una copia al famoso critico Venturoli. Da questo semplice pretesto, e dall'intuito di Venturoli, nasce uno scambio epistolare di alto livello culturale, ma anche, e direi soprattutto, di amicizia e intima stima. Tanto che Bufalino manderà alcuni dei suoi dattiloscritti inediti e, quando ormai famoso, scriverà la prefazione di alcune poesie e revisionerà molte delle opere edite, ma anche inedite, del poeta romano. 

Bellissime le primissime lettere di Venturoli, intuitive, intelligenti nell'individuare nella prosa bufaliniana una profondità letteraria non comune. Oltre che amico sincero (toccanti le lettere in cui si racconta come amico), è un raffinato lettore dell'opera bufaliniana. Acuta e potente la sua lettura delle poesie, per esempio, o di Calende greche.

Di Bufalino sono pregevoli le confessioni sul suo essere diviso tra il benessere del silenzio e il "riessere" scrittore pubblicante, così come le analisi stilistiche che fa sul suo modo di scrivere e di intendere la letteratura. E più si trova invischiato nei meandri della fama e delle scadenze letterarie, più Bufalino rievoca nostalgicamente il tempo in cui era uno sconosciuto professore di provincia. Sorprende, ma non troppo, l'attenzione alla letteratura nazionale a lui contemporanea nei nomi di Manganelli, Calvino, Sanguineti. È interessante notare che nelle lettere si scoprono disseminate frasi, aforismi, pensieri che si troveranno nelle opere edite del comisano. 

È il racconto di un'amicizia vera, affettuosa, come quando Bufalino scrive della morte del padre e, commosso e fraterno, Venturoli risponde. Amicizia senza invidia anche, come quando Bufalino diventa famoso dopo la pubblicazione di Diceria e, invece, Venturoli fa fatica a pubblicare i suoi lavori poetici e narrativi.

Un'affascinante scoperta, da conservare nella memoria. 

6 nov 2022

Viva Gioconda! - Salvatore Fiume (Romanzo - 1943)

"La pioggia cadde per quindici giorni e quel maltempo, tutto d'un tratto, cambiò faccia al paese. Le case divennero scure e gonfie. Le grondaie piansero l'estate perduta, e gl'innamorati avevano paura d'uscire. Nel buio grigio della mia casa stavamo io e mia madre. Mio padre tornava due volte al giorno per mangiare e correva, con l'ombrello sulla testa, in bottega, appena finito. Mia madre rimaneva in cucina e mi guardava, da lì dentro, quando non mi sentiva più muovere io me ne stavo con le ginocchia strette, seduto vicino alla tenda dell'alcova e fissavo la finestra col vetro rotto, pensando alla Gioconda. Mio cugino non girava con suo padre per la posta, perciò da lei non avevo più lettere. Anche lei mi pensava da casa sua, sentendosi rimbalzare la mente in testa, perché io, da casa mia, la chiamavo col fiato, a bruciapelo".


In un'atmosfera crepuscolare, quasi notturna, si dipana il romanzo autobiografico di un pittore che sa bene come pennellare immagini anche con le parole. Il narratore è Totò (lo stesso Salvatore Fiume) che si innamora di Gioconda, una sua coetanea di 11 anni. Ma i veri protagonisti della storia non sono loro e la loro tormentata storia d'amore, ma sono Comiso e gli intrighi, i pettegolezzi, le superstizioni e le beghe dei comisani. C'è, infatti, il calzolaio Don Giovannino che scrive struggenti lettere d'amore alla figlia del sacrestano Maddalena, innamorata anche lei di un amore corrisposto ma vietato dai genitori; c'è il farmacista che si fa accompagnare dalle guardie dopo un alterco con il padre del narratore-fanciullo; c'è l'incompetente avvocato che non riesce a difendere il calzolaio; c'è il cugino di Totò, anche lui dispettoso e monello, che accompagna il padre postino e che ha il compito di recapitare le lettere che i due bambini si scambiavano. C'è, anche, il funerale del nonno del cugino; c'è il clima di fine estate che lentamente lascia spazio ai primi freschi autunnali; ci sono i genitori del ragazzo innamorato, con il racconto della loro storia d'amore e che con la loro saggezza popolare e i loro battibecchi accompagnano il lettore con ironia e tenerezza. Come quando il padre litiga con il farmacista e poi con il prete e per questo è accusato di diffamazione. C'è anche la beneficenza nel periodo natalizio per rinnovare la scuola; ci sono le rocambolesche serenate notturne sotto i balconi delle ragazze del paese; c'è l'arrivo della spagnola; c'è la Pasqua con i suoi misteri e la morte di un anziano ricco. È, dunque, un romanzo corale, in cui è descritta una povera Comiso che non c'è più, una Sicilia che non c'è più. Il romanzo si può leggere come un documento storico sugli usi e i costumi dei siciliani nella prima metà del Novecento, e anche un paio di decenni più in qua. 

Ma nell'intimo della sua bellezza, resta un regalo che l'autore ha donato alla memoria dei suoi genitori e alla sua infanzia ritrovata in queste pagine.

Lo stile, nonostante possa sembrare desueto, rimane fresco e allegro, pieno di saporite immagini e di affascinanti e raffinate metafore. Alcune pagine ricordano Bufalino. Forse un po' prolisso, rimane comunque un romanzo poetico, nostalgico, bellissimo. 

7 mar 2022

La neve e il sangue - Giulia Cacciatore (Saggio - 2021)

"Ciò che nel memoriale Giuseppe Giberti non scrive, mi è stato invece riferito dal figlio Carlo: anche per proteggere il giovane Bufalino venne utilizzato il tifo come stratagemma di dissuasione. Pare, infatti, che proprio per verificare la presenza di partigiani all'interno dell'ospedale, i tedeschi facessero delle ispezioni, chiedendo al personale l'accesso a tutte le stanze, tra cui la numero 3, quella in cui si trovavano Bufalino, Bonazzi, e il futuro dottore Valli. Giuseppe Giberti, mentre gli ufficiali erano in procinto di entrare nella stanza, riuscì a dissuaderli informandoli del morbo che affliggeva i tre pazienti, il tifo appunto, e li avvertì che si trattava di una forma estremamente virulenta. Fu una questione di secondi, dopo un breve indugio, gli ufficiali si convinsero e non oltrepassarono quella soglia. Il destino per i tre giovani sarebbe stato segnato".


Dalla lettura di carte inedite e in particolare della minuta di un'intervista a Sciascia, si dipana un percorso che permette alla filologa di colmare alcuni interessantissimi vuoti biografici bufaliniani. Fatti che aprono nuove possibilità interpretative sull'opera dello scrittore comisano e, più nello specifico, di quel gioiello che è Diceria dell'untore. Negli inediti, Bufalino fa riferimento a persone che tra il 1943 e il 1946, durante la guerra e la Resistenza a Scandiano e a Reggio Emilia, mentre scappava dai repubblichini e dai nazisti, conobbe e vide morire e le cui storie si collegano al romanzo del 1981 (ma anche ad Argo e a Calende greche). Pagine in cui riviviamo le amicizie del giovane Bufalino nate sotto il sole della Sicilia, ma anche lungo le marce militari con un fucile sulla spalla, oppure nei nascondigli dopo l'otto settembre e i mesi successivi. Amici che uno dopo l'altro moriranno, come Lucifora, Bellentani, Nipote, Carabillò, ma anche che riuscirono a sopravvivere come Romanò e Giovanna Poli (le lettere a quest’ultima sono allegate al volume). Storie di affetti, di guerre partigiane e di stragi, che riemergeranno nella finzione letteraria allo scopo di rievocare ed elaborare ricordi e sofferenza. Ed è sotto questa lente che i personaggi di Diceria assumono colori nuovi; hanno dietro una storia vera, oltre a quella elaborata dalla fantasia dello scrittore. Sono fantasmi che rivivono nella sua memoria che sono raccontati nelle pagine del romanzo. Così, ad esempio, la Rocca qui descritta non è il sanatorio di Palermo, ma quello di Scandiano. Secondo la ricercatrice, la strage della Bettola di Vezzano sul Crostolo, in provincia di Reggio Emilia (vicino a Scandiano), dove furono uccise 32 persone dai militari nazisti, tanto colpirono la sensibilità del giovane fuggiasco che sembra abbia avuto modo di vedere il risultato finale. Tutti i dettagli raccolti dalle indagini della ricercatrice, infatti, indicano che Marta, la protagonista del capolavoro di esordio, altra non sarebbe che la proiezione letteraria di una certa Emma Marziani, morta nella strage della Bettola. Amicizie, luoghi e fatti che dunque sembrano sfondi elaborati e trasfigurati nel romanzo. 

Un romanzo che, alla luce di quanto trovato, si inserisce nell'alveo della letteratura della resistenza; ecco perché il sottotitolo recita: la resistenza letteraria di Gesualdo Bufalino

Grazie a questo libro, corredato da foto bellissime che non conoscevo, la biografia del comisano si arricchisce di dettagli, alcuni anche minuziosi, che stimolano l'immaginazione dell'appassionato e del cultore dell'opera bufaliniana. Prezioso.

16 gen 2022

Classifica: i più belli e i più deludenti del 2021

L'anno appena passato, che disgraziatamente e storicamente si è caricato il peso del precedente, per me è stato sì povero di viaggi veri e concreti, ma allo stesso tempo è stato intenso dal punto di vista intellettuale. È vero, non sono tantissimi i libri che ho letto (solo 30), tuttavia c'è stato dietro un impegno di studi accademici che, in fin dei conti, mi fanno sorridere. Così ho ripreso in mano, tra gli altri, volumi di estetica, di morale, di filosofia antica, di politica, ricordandomi che c'è sempre da imparare con entusiasmo. Che si è sempre, se lo si vuole, giovani appassionati studenti che si meravigliano di fronte alla conoscenza... Oltre agli studi, non posso dimenticare Proust (che è diventato quasi un'ossessione), Bufalino, Cioran, Nietzsche, che mi hanno accompagnato fedelmente durante l'anno con la loro profonda dolcezza mista a feroce sofferenza.

Ma ecco la mia classifica del 2021:

1. Niente di nuovo sul fronte occidentale

2. Proust a Grjazovec 

3. La letteratura e il male

4. Contro la memoria 

5. Vita di Beethoven 

Il romanzo di Remarque l'ho trovato strepitoso, da leggere a scuola per l'intensità del messaggio e dello stile, così come ho trovato esaltante, e direi vitale, l'idea che ha Czapski di Proust. Un Proust che nelle originali pagine di Piperno affronta il senso e l'importanza del ricordo e quello dell'oblio. Il tema del male per affermare la volontà e la libertà nel saggio di Bataille è motivo di ulteriore riflessione per me, mentre la biografia di Rolland merita un posto in classifica per la passione con cui è scritta.

Qualche libro deludente c'è stato; nulla di illeggibile però, sebbene il manuale di Douglas Mortimer sia solo didascalico, il romanzo di Ilaria Tuti non abbia climax e i quaderni di Rilke siano lenti e a tratti noiosi.

26 ott 2021

Bufalino al cinema - A cura di Giuseppe Traina (Saggio - 2020)

"Se l'attribuzione del voto è pressoché sistematica a partire dal '46, ciò può voler dire che, con estremo scrupolo, Bufalino si sia rifiutato di valutare seccamente i film dei primi anni, che forse cominciavano a sbiadire nella memoria e che comunque appartenevano a un favoloso "prima": prima della guerra, prima della tubercolosi. La valutazione, infatti, poco s'addice al dominio incontrastato del sogno, a un cinema fruito come estasi; il vero e proprio ingresso nell'età adulta, traumatico e quasi revocato in dubbio dalla malattia, coincide invece con l'età del disincantamento e dunque del giudizio razionale: sul mondo, innanzitutto, ma anche sul cinema".


Gesualdo Bufalino, il grandissimo scrittore comisano, si sa, era un assiduo frequentatore di cinema e di cineclub. Cinefilo fino al midollo e insegnante di mestiere, ha tenuto dal 1934 al 1956 un registro dove schedava e giudicava i film che vedeva. In occasione del centenario della sua nascita, la Fondazione Bufalino ha regalato agli appassionati e instancabili cultori della figura dello straordinario scrittore un preziosissimo quaderno in cui sono riportate le fotografie delle pagine del suddetto registro. Sfogliando gustosamente i fogli si capisce quanto fossero prediletti il cinema americano e francese, film che negli anni Trenta del secolo scorso, durante il regime fascista, gli consentivano di avere uno sguardo verso il mondo; lui che viveva in quella provincia così lontana e così arcaica come era Ragusa. È divertente scartabellare le pagine alla scoperta di titoli, di storie che catturano la fantasia, ma soprattutto spulciare i voti che assegnava. Amava Chaplin (e come dargli torto), non amava Totò, preferiva il dramma alla commedia. I voti più alti sono dati ai capolavori neorealisti (non, ovviamente, alla letteratura) e ai capolavori del cinema francese degli anni '30 e '40. 

Indispensabile il saggio di Traina che introduce il volume per comprendere il clima culturale che respirava il giovane Bufalino e per capire quanto importante per lui fosse il cinema, il senso di magia che si prova davanti allo schermo. Nello scritto, il docente ripercorre la vita di Bufalino scorrendo le date e i luoghi che lo scrittore aveva annotato sul suo quaderno. Il seguente saggio del professor Zago, invece, si sofferma più sull'influenza che Bufalino ha subito dal linguaggio cinematografico.

Un volume splendido, corredato da bellissime foto di scene, da locandine da sfogliare pagina dopo pagina per assaporare il gusto malinconico di un cinema ormai passato, di tempi vissuti ormai lontani. Tempi e spazi che tuttavia riemergono sempre quando si va al cinema o si pensa alle nostre prime volte in quelle sale buie in cui, all'improvviso, un fascio di luce proietta su uno schermo, e nei nostri occhi, la magia dei film. 

5 gen 2021

Classifica: i più belli e i più deludenti del 2020

Il 2020, l'anno orribile com'è giustamente definito, sarà ricordato da tutti. È stato vissuto come un anno terribilmente segnato dalla paura: del contagio, della malattia, della morte, della solitudine, della distanza. Dodici mesi epocali, che sono già nei libri di storia, il cui peso si rifletterà ancora per gli anni a venire, che condizionerà le nostre coscienze e le nostre conoscenze. Eppure, per cercare di trovare una qualche forma di serenità, di attenzione verso se stessi, proprio quest’anno per me è stato possibile ritrovare un po' di quel tempo che la frenesia della normalità solitamente ci preclude. E così il mio 2020 sarà ricordato anche, tra le luttuose ombre e una forma di stoica rassegnazione esistenziale, per la Neowise, per un viaggio tra le sempre impressionanti Dolomiti, per il centenario della nascita di Bufalino, per un ritorno più costante ai libri e quindi verso la ricerca di sé.

Qui di seguito, tra i 41 libri letti (di due devo ancora scrivere un commento), i più belli del 2020:

1. In culo al mondo 

2. Il libro dell'inquietudine 

3. Una donna 

4. Il mondo di Sofia

5. Il piacere della lettura; Come Proust può cambiarvi la vita; Il vento attraversa le nostre anime

 Ancora una volta Antunes, con la sua sensibilità e la sua letterarietà, mi ha sorpreso. Una ricchezza di profonda intimità che ho trovato pure nel libro-confessione del capolavoro di Pessoa. Affascinante e al contempo cruda la vicenda autobiografica di Sibilla Aleramo nel suo libro dal forte sapore femminista. Una piacevolissima scoperta, poi, la divertente e filosofica storia di Sofia raccontata da Gaarder. Infine, per evidenziare quanto Proust mi sia sempre presente e vivo, non posso non citare insieme in classifica alcuni dei testi che lo riguardano e il suo saggio sul piacere della lettura e, quindi, della solitudine.

Cioran, Onfray, Bufalino, come sempre ormai, sono autori che mi hanno accompagnato direttamente o indirettamente per tutto l'anno; ed è sempre bene ricordarli perché indispensabili per me.

I libri più noiosi sono stati quelli relativi al debate nelle scuole, ma sono state letture più per il dovere che per il piacere della lettura in sé.

15 nov 2020

Favola del castello senza tempo - Gesualdo Bufalino (Racconto - 1998 prima edizione)

 

"Atropo è il mio nome, il mio reame sono le contrade della Notte. Onnipotente fino a ieri e terribile all'intero universo. Poiché dalla mia bocca spandevo un respiro micidiale e avevo mani maiuscole, da soffocare ogni respiro altrui. Sovrana dovunque, ma da un solo luogo respinta come lebbrosa, ch'è il Castello Senza Tempo..."


Vera e propria favola per bambini, in questa bellissima e preziosa edizione illustrata da Lucia Scuderi, Bufalino ci regala un unicum nella sua produzione. Unicum, però, che non smentisce la sua poetica, ma anzi ne marchia ancor di più la cifra stilistica. Simbolica, onirica, colta (e quindi post moderna nella possibilità di essere letta sia da un bambino - accompagnato da un adulto -, sia da un adulto stesso), il lettore incallito di Bufalino non farà fatica a ritrovare echi e atmosfere delle opere precedenti, specialmente di Diceria.

Il protagonista è Dino; lo stesso Bufalino, come spesso lo scrittore si firmava. Dino è un ragazzo coraggioso che durante una passeggiata si imbatte in una farfalla con una strana macchia sul dorso dalla forma di un teschio umano. È la falena Acherontia Atropus, il cui nome deriva da Acheronte, uno dei fiumi che porta le anime nell'aldilà, e deriva anche da Atropo, la Moira che ha il compito di recidere il filo della vita filato da Loto e fissato da Lachesi che ne stabiliva le sorti. La farfalla, dopo essere stata catturata, invita il giovane protagonista ad aiutarla e a seguirla fino a un castello i cui abitanti sono vittime di un maleficio. È il castello senza tempo, il palazzo degli immortali per cui Atropo (la morte), trasformata in farfalla da un gigantesco guardiano immortale a difesa della dimora, non può far nulla. Sono i suoi stessi abitanti, condannati da un Dio solo ed eterno, che bramano la morte. Dino quindi, grazie al suo coraggio e alla sua innocenza (virtù che si perdono con l'età...), raggiunto il castello e ingannato il guardiano con tre parole magiche suggeritegli dalla farfalla, riuscirà a sciogliere il maleficio. Riesce infatti ad addentrarsi nelle stanze e nei giardini del palazzo dove troverà i condannati che vogliono che il tempo li trafigga. E così la farfalla Atropo può entrare e liberare gli immortali del castello e consegnarli alla vecchiaia e quindi alla morte.

Saramaghiano antelitteram, questa favola ritorna a riflettere ancora una volta sul tema assoluto e fondamentale della morte come liberazione. La processione del tempo è inesorabile, così come il suo esito, e non accettare la morte equivale a vivere una vita di paura e immobilismo. L'immortalità dunque, le lancette dell'orologio ferme, non è senso, non è vivere. È persino peggiore della vecchiaia e della morte stessa, eventi inesorabili che però almeno danno significato in quel gioco dei contrari tanto amato dai Greci. Una vita che nella sua luce, fatalmente e irremovibilmente, deve lasciare spazio all'ombra, al lutto.

Bellissima poi l'ultima pagina della favola dedicata a Dino e alla sua avventura...

5 giu 2020

Cere perse - Gesualdo Bufalino (Saggi - 1985)

"Celle di chiostro o di carcere, chi vi si chiude, seppure ne ricavi ragioni per credere in Dio, altrettante ne fabbrica per disperare di amarlo... insomma, l'insularità è a un tempo un privilegio e una pena, pensateci due volte prima di venirci in vacanza, voi che abitate le grandi pianure dove si può camminare sempre davanti a sé. Non misurate il nostro respiro sul vostro. E, soprattutto, uomini di terraferma, abbiate pietà di noi che viviamo nelle isole: potremmo, da un momento all'altro, sparire"


Rileggere Bufalino, specialmente in prima edizione, è emozionante tanto quanto scoprirlo la prima volta. Il grande scrittore comisano è in grado di turbare e di meravigliare il lettore sempre con nuovi brividi. È, in sostanza, un'epifania di emozioni e di riflessioni. La sua scrittura, la sua poetica, il suo pensiero sono barocchi, eleganti, abissali. Nelle sue opere, infatti, scava psicoanaliticamente nei meandri profondi della memoria, ne fa riemergere i ricordi e dopo, nietzschianamente (e proustianamente), li trasvaluta per crearne fantasie e storie da trascrivere su carta, sotto forma di romanzi, racconti, poesie, articoli.
Diciamocela tutta, Bufalino è uno scrittore del sospetto. Eppure non è metafisico in senso stretto. Ritengo che nel suo pensiero non ci sia molto spazio per la metafisica, anzi a tratti trovo istanze anti-metafisiche nella sua opera, nonostante la maggioranza dei suoi critici la pensi diversamente. Basta ricordare che tutta la sua riflessione sulla memoria e sui ricordi si riconduce fondamentalmente alla materialità della mente e del proprio vissuto. Basta ricordare il suo rapporto con Dio, che, se e quando esiste, è conflittuale, è materiale (celebri le riflessioni di padre Anselmo, struggente il corpo morto di Marta, oltre alla sua memoria, che deve aiutare il narratore a superare il momento profondissimo di scoramento in Diceria; arcano il Padreterno de Le Menzogne della notte che non si sa chi sia e che alla fine non verrà mai conosciuto; evocativa la volontà del padre dell'avvocato Crisafulli di avere con sé un bastone nella tomba per colpire materialmente Dio nel caso esistesse in Tommaso e il fotografo cieco). Basta ricordare che se esiste (ed esiste, specialmente nei racconti) una volontà di sopravvivenza, questa si trova soltanto nella memoria e nei libri scritti. C'è spazio per un'analisi esistenziale semmai. Anzi, questa è una caratteristica fondamentale, una cifra assoluta, secondo me, del pensiero dello scrittore siciliano. L'angoscia della vita, la nostalgia per un passato che non c'è più, il bisogno di mettere in posa il tempo per poi imbellettarlo con i trucchi della retorica, le riflessioni sulla precarietà, la finitezza e l'assurdità della vita, la solitudine di fronte alla vecchiezza e alla morte sono temi tipicamente esistenziali. Temi da leggere non in chiave ontologica-heideggeriana, ma in senso nietzschiano-nichilista, o tutt'al più in senso ateo alla maniera di Camus, o al massimo nel senso agnostico-nichilista alla maniera di Cioran. Essere o riessere dunque, non in chiave ontologica, ma in chiave materialistica-esistenziale.
Anche in questi elzeviri e articoli di giornali usciti tra il 1982 e il 1985, raccolti per paura di perderli come la cera che si scioglie dopo l'utilizzo che ne fa lo scultore, sebbene solo sporadicamente, si può trovare traccia di tale cifra. La varietà dei temi trattati, vagabondi e amaramente ironici, sprofondano spesso in uno scetticismo chiaro e distinto; la Sicilia come ossimoro, come mito, la memoria e il ricordo di Sesta Ronzon, ma anche il valore della parola e al contempo del silenzio. Eppure si nota sempre un certo grado di coerenza, verso se stesso, verso il giudizio tagliente sui libri, sull'arte, sull'esistenza non solo tragica, ma anche nei suoi aspetti più banali. È come leggere un romanzo autobiografico, un diario intimo, una confessione sullo scrivere e sul leggere, sui sentimenti privati, sul rapporto con il tempo e la morte. Elzeviri appassionanti per il linguaggio, per lo stile e per le sfumature interiori ed esistenziali quasi alla Pascal, alla Montaigne, alla Baudelaire (peraltro citati più volte). Si capisce quindi che il filo conduttore è il libro, il suo elogio. I libri che consolano, terapeutici, che ampliano la conoscenza e ci danno coscienza, che sono nutrimento. I libri sulla Sicilia, i libri dell'amico Sciascia, persino il modello 740 per la denuncia dei redditi, la riabilitazione del romanzo giallo. Lo scrittore non è innocente e la curiosità diventa quasi morbosa verso gli autori prediletti e i loro personaggi di romanzo. Il riessere dunque è nella materia del libro, nella pagina imbrattata di inchiostro, è, insieme alla memoria, l'unica strada possibile per sopravvivere ancora.

28 mar 2020

A noi due - Claudia Carmina (Saggio - 2018)

"Pur tenendo fissa la concentrazione sulle grandi questioni esistenziali, Bufalino si avvicina sempre più al Postmodernismo: ne frequenta i temi privilegiati (il labirinto, la biblioteca, il complotto, la storia e il passato come sfondi artificiali, lo scambio tra realtà e finzione, tra parole e cose); spinge in direzione della metaletteratura, della riflessione sul linguaggio, del citazionismo, dell'intertestualità. Più che guardare al Postmodernismo degli ultimi vent'anni del Novecento, Bufalino sembra però gareggiare con le finzioni, i labirinti immaginari,  le cattedrali epistemiche di Jorge Luis Borges".


Il grande scrittore del Novecento, ancora oggi attualissimo e sempre più da riscoprire, è un autore che nella sua opera ha sempre sfidato il lettore. Con un vezzo di balzachiana memoria, Gesualdo Bufalino, coltissimo e raffinatissimo, ha duellato con il lettore tendendogli sempre delle trappole; dal primo sublime capolavoro, Diceria dell'untore, al suo ultimo romanzo pubblicato, Tommaso e il fotografo cieco, finanche nell'incompiuto Shah Mat. La sua opera è, infatti, costellata di citazioni, criptocitazioni, astuzie, trabocchetti (alle volte sono volutamente svelati, il più delle volte no) che per il lettore, quello più attento e deciso a giocare, sono rebus ed enigmi da risolvere. È evidente che la sfida, però, è sempre pilotata dallo scrittore; è lui che decide quando lanciarla, è lui che tiene le carte in mano, è lui che spesso suggerisce le mosse al lettore. È importante notare che il duello ha lo scopo di far riflettere il lettore sul significato della vita e sul destino degli uomini. In questo gioco di specchi e di rimandi, infatti, si inseriscono i grandi temi bufaliniani: la malattia, la morte, l'amore, Dio, la memoria.
Un valore, quello agonistico, che diventa peculiarità di tutta la produzione bufaliniana. Nel 'Bufalino e la sfida al lettore', come recita il sottotitolo, l'autrice del saggio, quindi, analizza l'intera produzione dello scrittore, suddividendola in tre grandi fasi e di conseguenza in tre diverse strategie: l'esordio con Diceria, le opere degli anni Ottanta, gli ultimi romanzi degli anni Novanta. Se il lettore in Diceria è lo stesso autore, dopo il successo Bufalino tratteggia un lettore realmente esistente e concreto, un lettore amato e odiato che diventa sì complice, ma che allo stesso tempo deve essere depistato e disorientato. Nell'ultima fase produttiva invece, quella della vecchiaia potremmo dire, Bufalino cerca con il lettore una maggiore complicità, un'alleanza contro l'inconcludenza del mondo, della vita e della storia. Così i romanzi sono di intrattenimento e il lettore a cui si rivolge è il lettore medio, sebbene colto e capace di muoversi tra le citazioni e le astuzie bufaliniane.

Nonostante sia un saggio accademico, è ben scritto, lineare; una buona palestra per ripassare la poetica dell'eccitante scrittore comisano.

9 gen 2020

Classifica: i più belli e i più deludenti del 2019

Eccomi all'inizio del nuovo decennio a commentare, come d'abitudine, l'anno ormai vecchio. Scivolato via velocemente, il 2019 è stato un anno senza scossoni particolari: lavoro, viaggi, qualche lettura in più, ritrovata e confermata serenità, uno sbandamento a la Stendhal vissuto a Berlino di fronte ai miei quadri preferiti; tutto come dovrebbe essere. Sì, è vero, qualche lettura in più rispetto agli ultimi anni scorsi, ho letto 27 libri, ma devo dire però senza scoperte particolari. Le letture belle ci sono state, penso ai testi su Proust, a Delitto e castigo, a Camus, eppure non sono state letture nuove. Mi è mancato il brivido della novità, l'eccitazione dell'inaspettato, dell'autore da approfondire, del racconto imprevisto e spiazzante. Speriamo nell'anno appena iniziato. Intanto, qui di seguito, l'elenco dei più belli che ho letto nel 2019:


Continuano le letture proustiane e inaspettatamente emozionante è stato il racconto degli ultimi anni di vita di Proust nei toccanti ricordi della sua governante Albaret. Dostoevskij e la sua profondità rappresentano il vertice dell'analisi psicologica dei personaggi, di quelli che toccano il fondo dell'infelicità e che con uno sforzo sovrumano tentano di risalire e di non soffocare. Ancora una volta devo citare in classifica Onfray e il suo libro dedicato allo scrittore e pensatore Camus. Con la sua penna e le sue posizioni, Onfray tratteggia un autore gigantesco. Immenso come La caduta, il romanzo sull'assurdo e sulla assurdità della vita, in cui Camus ci rivela un uomo senza scampo...

Non ci sono stati scritti veramente pessimi quest'anno da menzionare, anche se ho trovato un po' ripetitivi i saggi di Bressanini, nonostante lo ammiri molto come divulgatore scientifico. Una lettura lenta e a tratti noiosa, sebbene ne condivida il pensiero, è stata quella di Benatar, Meglio non essere mai nati, così come Morti favolose degli antichi di Baldi, malgrado la bellissima idea di fondo.

Ma il 2019 segna anche dieci anni di blog. E non posso non spendere qualche parola sul decennio passato. Sono stati anni di cambiamenti radicali, di rivoluzioni, di crepuscoli e di aurore, di atrofie, di scoperte anche. E in tutto questo tempo, oltre ai soliti Bufalino, Nietzsche, Onfray, sono due gli autori che mi hanno tenuto per mano, costantemente, caparbiamente. Devo molto a loro, a Proust, a Cioran, due fratelli spirituali che mi hanno permesso di decifrare il senso del dolore, il senso del non senso. Due autori che di certo anche per il 2020 frequenterò.

14 gen 2019

Per Poe - Charles Baudelaire (Saggio - 1988)

"Poe analizza ciò che v'è di più evanescente, soppesa l'imponderabile, descrive, secondo una tecnica minuziosa e scientifica dagli effetti paurosi, tutto l'immaginario che avvolge della sua aura l'uomo nervoso e lo porta a perdizione".

Per anni ho cercato vanamente questo libro in ogni libreria che ho incrociato, e alla fine mi è stato regalato da una persona speciale che non posso non ricordare qui.
Raccolti per la prima volta gli scritti di Baudelaire dedicati a Poe, in questo prezioso volume di Sellerio si nota come i due immensi scrittori siano vicinissimi per profondità e sensibilità. Lo stesso Baudelaire lo sostiene più volte nelle sue pagine. Il volume contiene due saggi sulla vita, sulle opere e sulla poetica dello scrittore di Boston, diverse introduzioni ad alcuni racconti, stralci dalle lettere e dalle opere di Baudelaire. Infine, in appendice, Bufalino, lo scrittore comisano che ha curato l'edizione, ha aggiunto due poesie di Mallarmé dedicate a Poe e allo stesso Baudelaire.
Interessante notare come nel raccontare la disordinata e anticonformista vita di Poe, il poeta francese tratteggi, in contrapposizione, il carattere dell'americano medio, immerso nella sua repubblica e nei suoi denari. Emerge un Poe non americano dunque, nella filosofia, nella poetica, nella definizione del bello. Lontanissimo dall'idea che l'utilità debba primeggiare sull'idea di bellezza, Poe sembra più uno scrittore europeo.
Bellissima l'introduzione di Gesualdo Bufalino (e non poteva essere altrimenti). Attraverso le sue parole, quasi continuando l'onda che dagli Stati Uniti si è propagata fino in Francia, ci lascia un ricordo da conservare gelosamente, due fiori del male da annaffiare costantemente.

È un libro da collezionare, da annusare e accarezzare. Certo, il suo contenuto è ripetitivo e non nuovo, ma resta forte il sentimento che Baudelaire mostra nei confronti dello scrittore americano e il suo orgoglio nel ritenersene spiritualmente vicino.
A chi lo sa, grazie!

4 gen 2016

Classifica: i più belli e il più deludente del 2015

Lo so, da qualche anno, giunto il momento di guardarlo nel suo insieme, continuo a ripetere che i dodici mesi appena trascorsi sono stati pessimi e che ho letto pochi libri. Eppure quest'ultimo anno è stato davvero, nella mia classifica assoluta, il peggiore di sempre. Sono stati, infatti, mesi di putrefazione. Dopo aver trovato nella ferocia della menzogna la verità, dopo aver visto la verità nel nulla (e non nel tutto come pensavo), in questo lungo anno mi sono ritrovato faccia a faccia con la codardia e la macchinazione machiavellica. Mesi di crolli, di disperazioni, di assoluto sfacelo insomma. 
E come si sa, distruggere è così semplice, il difficile è ricostruire, soprattutto se ci si trova in un deserto... Ci provo con i miei libri, con quelle pagine sporche di ebbrezza e inizio lentamente ad assestare le macerie di quella cattedrale gotica fatta di macigni sognanti. Le letture di questo anno (poche, molto poche, solo diciannove!) hanno avuto il merito di analizzare il dolore, le rovine su cui si dovrebbe tentare la ricostruzione; pur nella consapevolezza che certe crepe nelle fondamenta non potranno mai essere riparate. Cioran, Proust, Bufalino su tutti. Capaci di descrivere la sofferenza fino alla sua essenza, di descrivere come sia possibile amare anche quando si odia, di comprendere come ci si preoccupi anche quando si sa che non c'è modo di sapere. Un dolore che, grazie alla bellezza di questi immensi capolavori, alla bellezza vera, all'eleganza vera, si riesce a definire meglio e, allo stesso tempo, come un potente farmaco, in qualche modo a mitigare appena un po'.
Ecco quindi il mio podio:

3. Alla ricerca del tempo perduto (Dalla parte di Swann, All’ombra delle fanciulle in fiore)

Solo un paio i libri illeggibili quest’anno, ma di loro è meglio tacere…

9 mag 2015

Diceria dell'untore - Gesualdo Bufalino (Romanzo - 1981)

"Bevvi, prima che le sue labbra, l'afa e l'odore del suo morbo, l'accolsi dentro i polmoni con un giubilo e un grido taciuto, lo stesso che accompagna, mentre cala, il pugno del matricida. E una volontà di distruggere, empia e allegra, mi formicolava nelle mani, mentre cercavo gli anfratti e le dune magre delle sue membra".

Non sono abituato alla rilettura, ma certi libri, certi autori, sebbene siano sempre in me, sebbene il tempo scorra e c'è un immenso da leggere ancora, devono essere, per forza di cose, riletti, riposseduti. E Bufalino è il primo tra questi; e ogni volta, inevitabilmente, mi regala qualcosa di nuovo. Ricordo la prima volta che lo lessi, il fulmine che mi colpì dietro la fronte e dietro il petto; ricordo il profumo barocco delle sue parole; ricordo il primo libro che lessi, il suo primo romanzo, e tutte le volte che l’ho riletto nelle diverse edizioni… 
Questo romanzo, straordinario, viscerale, vertiginoso, è il racconto di un uomo malato, nel fisico e nell'animo, che cerca l’illusione nell'amore verso una donna, anch'essa malata, dentro e fuori. Il tema dominante è dunque la morte, onnipresente, in ogni singola parola, in ogni singola goccia d'inchiostro. Ma il nero del lutto si contrappone alla luce accecante di una terra, la Sicilia, e di una stagione, l'estate, che nei colpi di sole ama l'enfasi e l'eccesso. Un ossimoro, dunque. Il silenzio della morte e la musica del sole, il lutto e la luce. Persino nel nome della protagonista, Marta, ricco di luce se vogliamo, si cela musicalmente il suo opposto, Morte. In questo gioco di specchi e di rimandi, di doppi e di equivoci, leggiamo parole di sogno, presentati come su un palcoscenico della memoria, in cui finzione e realtà si fondono in un gioco mirabile di parole barocche, senza le quali tutto crollerebbe. È un viaggio dunque, verso le profondità dell'Eros e del Thanatos, da cui nessuno dei personaggi può uscirne indenne.
Il racconto inizia con un sogno, si sviluppa con descrizioni che servono a calare il lettore in un ambiente di malattia e di fiele, che non preannuncia nulla di nuovo, nessuna salvezza. Poi c'è lei, Marta, l'amore e l'illusione del protagonista, la ragazza dai mille segreti. Siamo un anno dopo la seconda guerra mondiale, in un sanatorio siciliano, un'isola lontana e incantata. Qui un malato di tisi, sopravvissuto, infettato però dalla morte, racconta delle velleità della salvezza, le effimere passioni che illudono, contagiando con le sue menzogne e le sue dicerie di lutto gli stessi lettori, con una struttura circolare che non lascia spazio alla vita, semmai al sogno, alla notte e di certo alla morte. In quel luogo di riflessione il narratore e protagonista, sopravvissuto ancora per poco, incontra un medico, un frate, un bambino, un futuro suicida... E poi, come si scriveva, Marta, una nuova Morella, una nuova Fosca. Giovane, ancora bella ma malata di una malattia che le si è radicata nel cuore e nella memoria. Per scelta, per rassegnazione, senza passione, senza slanci emotivi si abbandona a un sogno, a un preludio di morte. E come tutti i sogni, presto finiscono su un letto e su un lenzuolo che diventeranno catafalco e sudario... quindi Eros e Thanatos che s’incontrano in una pagina dal tono antico, forte, intenso che ti entra fin dentro le ossa. Un Totentanz, insomma, una danza della morte, una collezione privata di morti, un museo di corpi inanimati, di fantasmi, di ombre.
Un libro di note, da leggere a voce alta, un poema il cui scopo è la vertigine, con i suoi rimandi e le sue citazioni condensate in frasi magiche dal sapore insieme antico e postmoderno. Un romanzo di formazione scritto da un anziano; un romanzo didascalico che cerca di educare tolstoianamente all’agonia e alla morte; troppo raffinato, eccessivo se vogliamo; una scrittura elegantissima, sublime, ricercata fino all'estremo per costruire una struttura di emozioni; studiato nei minimi dettagli al solo scopo di provare a dare un senso al flusso corrotto della vita; una pietra miliare della letteratura italiana del secondo dopoguerra. Codici e piani di lettura si sovrappongono fino a esplodere nella coerenza dell'antitesi, tra una macchia di sangue su un fazzoletto e i bacilli segnanti le labbra di Adelmo, tra un ballo su un palcoscenico improvvisato e una stanza d'albergo che diventerà luogo di delitto e camera mortuaria. Una partita a scacchi con il lettore, con i personaggi e con una spaventosa vittoria senza onori, dopo un sacrificio di Donna già annunciato sin dalle prime pagine, straziante.

Per molti motivi, se è possibile sceglierne uno, il mio libro preferito, da leggere e rileggere, da imparare a memoria. Una boccata d'ossigeno, uno sciroppo di tristezza dopo tanta inguaribile acqua...

26 giu 2014

I carnets di traduzione poetiche - a cura di Cettina Rizzo (Saggio - 2010)

"Molteplici sono le ragioni dello scrivere e, se possibile, ve n'è una di più allorché si pensa alla traduzione. La traduzione, e soprattutto quella poetica, è un incontro magico tra universi diversi, un combattimento ad armi pari perché mai uno dovrà prevalere sull'altro".

I diversi interventi pubblicati in questa raccolta di saggi si propongono di analizzare un quaderno manoscritto che il giovane Bufalino, dal 1935 al 1945, appuntava con note critiche, riflessioni e soprattutto tentativi di traduzione. Traspare, ma non ci meravigliamo, un giovane fortemente appassionato di letteratura, specialmente francese, che nella traduzione cercava di cogliere l'essenza e i turbamenti dei suoi amati autori. Un quaderno di passioni dunque, di fatiche, dove strati multiformi si sovrappongono tra le universalistiche conoscenze letterarie dell'immenso scrittore siciliano. Basti pensare che le traduzioni non solo sono dal francese, ma anche dal greco, dal latino e dall’inglese.

Sono saggi accademici e, per chi non conosce il francese, al di là dei termini specialistici, la lettura può essere difficoltosa. Le citazioni e le note, infatti, sono in lingua originale e non c'è traccia di traduzione.

8 gen 2013

Classifica: i più belli e i più deludenti del 2012


Che dire del duemiladodici? Un anno per certi aspetti rivoluzionario, irreversibile, di frattura, nel bene e nel male di lacrime; un anno che lascia sospesi giudizi sul passato e sul futuro; un anno di baratti, tra sicurezze e felicità... 
È stato anche un anno di libri, e della piacevolissima scoperta della “Cultura dell’anima”. Pochi però i volumi sfogliati, gustati, su cui ho perso identità per poi conquistarne delle altre. Solamente 47 libri letti (di tre ancora non pubblico i miei appunti), alcuni di essi preziosi, altri un po’ meno. Ecco, come tradizione ormai, i cinque titoli più esaltanti e quelli più deludenti dell’anno appena trascorso.



Come sempre Bufalino e Onfray sono stati compagni fedeli nel mio cammino di lettore rapsodico. Tuttavia, nel 2012, i volumi su Kubrick, le storie di Rigoni Stern e diversi racconti erotici non sono state cattive compagnie.

17 set 2012

"La felicità esiste, ne ho sentito parlare". Gesualdo Bufalino narratore - Giuseppe Traina (Saggio - 2012)


"La grandezza letteraria (e morale) di uno scrittore, e soprattutto della sua opera, si misura considerando, innanzitutto, l'eredità che lascia agli scrittori successivi e soprattutto ai lettori: la sua capacità di parlare ancora, 'post mortem', ad essi. Parlare, ovvero sollecitarne le risposte: qui ed ora, una volta che la sabbia della battigia abbia assorbito la risacca effimera delle mode letterarie". 

Il volume raccoglie i saggi che il professor Traina ha dedicato alla figura di Bufalino narratore. Solo poche pagine sono inedite. Gli scritti abbracciano l'intera opera narrativa bufaliniana (ad eccezione dell'incompiuto 'Shah-mat') e cercano di mostrare, brillantemente direi, la natura inattuale e al contempo modernissima, e dello stile e della poetica, di uno scrittore coltissimo, carico di senso, postmoderno; superbo, tra i più grandi della seconda metà del ‘900.

P.S. Veste grafica e formato del libro infelici.

7 ago 2012

Calende greche - Gesualdo Bufalino (Romanzo - 1992)


"Sapesse, l'Adorata, quante sere prima d'addormentarmi ho assaporato la fantasia di consolarla nella penombra d'una cantina, durante un bombardamento che ci avesse entrambi sorpreso per strada, e di balbettarle all'orecchio, sotto la nuvola morbida dei capelli, una cosa indimenticabile..."

Nasce un bambino dalle sembianze di vecchio, scopre la luce e l'ombra, sua contraddittoria compagna; un'infanzia di carnevali, di sogni, di fantasie; cresce nell'estasi dell'immaginazione, assapora la musica delle parole, il sudore del peccato. Conosce il sesso, quello vizioso, quello delle fantasie; diventa adulto... Un paese forziere il suo; poi la guerra e la sua inettitudine; la malattia incinta di riflessioni sulla morte; l’unta guarigione; gli amori non corrisposti e quelli vissuti; la lotta con un Dio che si nasconde e non esiste; la pluralità della Sicilia; la morte, la paura di morire e al contempo la paura di vivere la vecchiaia.
Romanzo, autobiografia, trucco e solluchero, è il racconto di una vita narrata da una memoria balbuziente e volutamente menzognera - memoria e fantamemoria che passeggiano a braccetto -, lo sforzo di trovare un momento che non arriverà mai, o meglio, non fu mai propriamente così. È il profilo di un malessere, di un’esistenza che nasconde serpi dietro ogni piega del cervello, di una claustrofilia, della continua ricerca di luoghi entro cui penetrare e al tempo stesso uscire, che siano essi isola, ventre materno, utero di donna…
In questo tentativo di romanzo infinito, la menzogna, il gioco, l’eversione delle parole, gli ossimori non solo linguistici, tratteggiano la biografia di un fantasma. Una sinfonia fragorosa di parole dove vivere è morire, è un cerchio perfetto del nulla, dove è fortissimo il contrasto tra la descrizione dell'infanzia e della giovinezza con la costante idée fixe del narratore che prima o dopo dovrà morire.
Frammenti di ricordi (a tratti ricorda Proust), di desideri, di fantasie si evolvono in uno scritto assolutamente articolato, moderno, in cui l’uso alternato delle tre persone, prima, seconda e terza, così come la presenza di tutte le forme letterarie già utilizzate in passato da Bufalino, mascherano un’intenzione di presa in giro e di esperimento. È, se vogliamo, un romanzo summa, il compendio del pensiero poetico che si manifesta anche nella scelta da parte dell'autore di prendere in prestito dalle altre sue opere interi brani, quasi ad animare come un Frankenstein moderno un'opera che avesse vita propria e infinita. 
Impossibile non emozionarmi di fronte a pagine come quelle in cui descrive la nascita o dove ricorda un compleanno... Uno dei pochissimi scrittori che nella rilettura riesce ad appassionarmi e a farmi scoprire nuove riflessioni e nuove emozioni.
Un libro che commuove dunque, che, per mezzo di parole inanellate a formare note su uno spartito, crea brividi e vibrazioni.

Da segnalare l'ottima prefazione di Traina.

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