Presentazione


Presentazione

Questo spazio è dedicato agli appunti, alle briciole di recensione irrazionali, che colgo, da lettore appassionato e spesso rapsodico, nei miei viaggi verso la lentezza e la riflessione. Briciole di recensione irrazionali dunque.

Briciole perché sono brevi, a-sistemiche, frammentarie, come un certo spirito moderno pretende. Non sono delle vere recensioni. Queste hanno uno schema e una forma ben precisa, mentre i miei sono più che altro appunti colti sul momento, associazioni d’idee, giudizi dettati dalle impressioni di un istante, da una predisposizione d'animo subitaneo, da un fischio di treno... E perciò li definisco irrazionali. Perché sfuggono da un qualsiasi schema predefinito, perché sono intermittenti, perché nella scelta di un libro, per via di una congenita voracità, spesso non seguo linee e percorsi definiti dalle letture precedenti, ma mi lascio trasportare dagli ammiccamenti o dalle smorfie di sfida che un libro sulla mensola della libreria mi lancia.

È un modo insomma di coltivare, di giocare, di prendere vanamente in giro la memoria, per conservare, catalogare e archiviare frammenti di ricordi e suggestioni che un giorno, magari, potranno farmi sorridere e, perché no, commuovere.

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6 apr 2021

La letteratura e il male - George Albert Maurice Victor Bataille (Saggio - 1957)

"Il vero odio della menzogna ammette, non senza il superamento dell'orrore, che si corra il rischio di una data menzogna. L'indifferenza di fronte al rischio ne mette in evidenza la leggerezza. È l'opposto dell'erotismo, che accetta la condanna, senza la quale sarebbe insipido. Il concetto d'intangibilità delle leggi sottrae forza alla verità morale cui noi dobbiamo aderire senza legarci. Nell'eccesso erotico, invece, noi veneriamo proprio la regola che infrangiamo. Un gioco di opposizioni rimbalzanti si trova alla base di un moto alternato di fedeltà e di rivolta, che costituisce l'essenza dell'uomo. Fuori di questo gioco, noi soffochiamo nella logica delle leggi".


La letteratura più autentica, secondo Bataille (e credo che sia difficile dargli torto), è quella che mette in discussione le regole, le norme della prudenza assodate dalla società e sedimentate nel senso comune. Ne consegue che il vero scrittore è colui il quale, consapevolmente, sa di essere colpevole, di essersi macchiato di un peccato, ma allo stesso tempo non prova un vero pentimento verso la sua colpa, in quanto coglie una verità che è tale solo dentro quelle volute peccaminose. Perciò la letteratura, quella più pura, è intrinsecamente legata al male, al senso di colpa, alla trasgressione che si manifesta come parziale riprovazione verso di sé. E tutto ciò equivale al coraggio, alla forza che induce a trasvalutare i vecchi valori morali. La letteratura, dunque, non è innocente, ma di certo è creazione, è ricerca di una verità più profonda e abissale che si nasconde dietro le pieghe del Male. Per dimostrare la sua tesi, il filosofo francese analizza la poetica di otto autori che del male hanno avuto una vera esperienza. 

Nell'opera di Emily Brontë, donna maledetta, infelice conoscitrice del male, la trasgressione delle leggi, la perfidia, l'erotismo distruttivo, il sadismo velato, la violenza sono le vere caratteristiche. C'è nei suoi personaggi una sincera rivolta dei maledetti contro il bene. In Charles Baudelaire, il poeta della rivolta, del male, della follia, di Satana (Bataille più volte si scaglia e correggere la lettura che ne dà Sartre), sarebbe l'eterna insoddisfazione il motore della ribellione. Lo storico Jules Michelet, invece, smarrito nell'abisso del male, vede quest'ultimo come volontà di libertà anche contro il proprio interesse, e si esprime nelle messe nere e nelle streghe. Il visionario William Blake, descrivendo la violenza del caos e il mondo del sogno, non fa altro che parlare del male puro, quello vicino al limitare della follia. Non potevano mancare le pagine dedicate al mostruoso e distruttivo marchese de Sade, furioso e appassionato di una libertà impossibile; lui che ha trascorso metà della sua vita in carcere, che ha cercato di autodistruggersi e che ha stilato morbosamente e freneticamente elenchi sulle infinite possibilità di distruzione dell'essere umano. Poi è la volta del sadico Marcel Proust. Con il suo profondissimo senso di giustizia e di amore per la verità è costretto a trasgredire le leggi morali e a mentire per vivere, trasvalutando così ciò che è bene e ciò che è male. Il capriccioso Franz Kafka, invece, con il suo voler essere dannatamente infantile contro il mondo degli adulti, del padre, della società, si rifugia nell'infelicità e nell'angoscia alla ricerca di una felicità quasi erotica e in attesa della morte. Il ladro Jean Genet, infine, con la sua spiccata antisocialità è scrittore che ha ricercato e rivendicato il male, l’amico di Sartre in cui l'omoerotismo è espresso in personaggi violenti votati al male.

Autori e personaggi, dunque, che rivendicano il male per affermare la loro volontà e la loro libertà. Perché mentre il bene è sottomissione, obbedienza, il male si rivela nella libertà, nella ricerca spasmodica di essa che dialetticamente consiste nella rivolta, nella prevaricazione. E tale coraggio, tale sovversione è più consapevole nella letteratura che in qualsiasi altra forma di ricerca. Credo che lo stesso Bataille, con i suoi romanzi, possa benissimo avere un capitolo intero dedicato nella storia che collega la letteratura con il male.

12 set 2018

La filosofia del marchese de Sade - a cura di Natale Sansone (Saggio - 2014)

"La sua filosofia è un invito a pensare l'essere umano senza reticenze, a ciò che è stato finora e a quel che potrebbe divenire. Per la nostra epoca Sade è quasi un monito, oppure uno sprone verso soluzioni diverse di quei problemi che egli aveva posto in rilievo. Cosicché mantiene ancora tutta la sua attualità l'esortazione di Blanchot a non sottovalutare e a non trascurare il pensiero di Sade, il quale, seppur originatosi da un personaggio camaleontico, imprevedibile e insopportabile, rappresenta pur sempre un vertice del pensiero moderno".


Il volume, che raccoglie diversi saggi di autori italiani sulla figura e sull'opera tanto controverse del marchese de Sade, cerca di dare, ancora una volta, dignità filosofica al pensiero del filosofo francese. L'opera dello scrittore e dell'illuminista è spesso considerata come mera pornografia, una bizzarria pseudoartistica figlia di un tempo in cui l'originale e la perversione erano sinonimi di moda. Ma, in verità, non è così. E questa raccolta cerca di dare una dimensione filosofica e di spessore a un autore che si è trovato di fronte a temi di assoluta profondità esistenziale. Ripercorrendo attentamente la sfortuna e la fortuna delle interpretazioni sul divin marchese, emerge un Sade estremo che ha portato ai limiti l'esaltazione della natura, la polemica antireligiosa e il sovvertimento politico. In queste pagine si cerca di capirne la filosofia prescindendo dalla biografia, per evitare di cadere negli stessi errori interpretativi che hanno segnato la disgrazia del senso filosofico del marchese.
Autore di un catechismo ribaltato, di una pedagogia mascherata, in cui la materia non lascia spazio allo spirito, in cui il vizio è inevitabilmente più attento alla felicità che all'infelicità  della virtù, in cui non esiste alcun Dio, Sade si propone dunque come un antesignano dell'opera nietzscheiana. Un filosofo esistenziale pessimista ante litteram (anticipatore di Heidegger) nonostante l'ottimismo illuministico, che oscilla tra contraddizioni e verità. Ma in questa dimensione nichilista, che cerca di distruggere con lo strumento più estremo che possiede, la ragione, ogni valore che mortifica il corpo e il piacere, Sade cerca anche di costruire un nuovo modello in grado di capovolgere i vecchi schemi morali e facendo professione di fede di immoralità.

Un libro che restituisce dignità al pensiero sadiano, nonostante alcune contraddizioni, alcuni paradossi, molte sue pagine sgradevoli e noiose, ma anche estreme nella loro dimensione esistenziale.

15 lug 2017

47 gradini al buio - Simone Lega (Romanzo - 2016)

"I morti erano dappertutto, adagiati nelle nicchie; i prelati della famiglia imbacuccati nell'abito talare erano stati legati in modo da tenerli in piedi contro il muro e con le mani giunte in preghiera. La fiamma delle fiaccole illuminava i volti accartocciati. Ogni nucleo familiare aveva il proprio corridoio. I più antichi si perdevano nelle profondità oscure dei cunicoli. A Riccardo pareva di vivere un sogno".

Due soldati che portano un vassoio di vivande e libagioni in una cripta profonda quarantasette gradini, il terrore dipinto sui loro visi e sulle loro movenze; così esordiscono le prime pagine del romanzo. Tutte le notti, a turno, i vari servitori della corte di Riccardo da Castroverde, da anni, sono obbligati a scendere nella cripta, a lasciare sull'altare piatti da banchetti e a subire le provocazioni del terrore. Un terrore che nasce sia per il mistero che si cela dietro il macabro rituale che pretende Riccardo, sia per le orribili leggende che si tramandano da sempre. La cripta infatti, che conserva i corpi defunti degli avi di Riccardo e da poco della bella e ancora giovane moglie Costanza (seppellita prima del funerale), sembra abitata da oscure e maligne presenze. Non è un caso che i due soldati sentiranno gelarsi le vene quando dalla cripta una voce conosciuta ma defunta chiama uno dei due...
Saputo della morte di Costanza, Vittoria, sua figlia, decide di rientrare da Pavia dove era stata tenuta in esilio da Riccardo, suo padre. Vittoria è una figura dolce, amata da tutti, amorevole persino con il padre; l'antitesi di Riccardo insomma, figura invece malvagia, pederasta, tiranna. Ma un'altra visita stravolge Castroverde, l'antica e cupa rocca del Ducato di Pavia: l'arrivo di uno strano monaco, un vecchio amico di famiglia, da tutti ritenuto un santo, di nome Armando. Il racconto allora, con un flashback, rivive il passato di Riccardo, di sua madre, di suo fratello e di suo cugino e, piano piano, le misteriose leggende sulla cripta iniziano a svelare i loro arcani: i morti nella cripta, dalla fondazione della rocca, da quando un santo l'aveva infettata con una maledizione, tutte le notti, banchettano e festeggiano l'arrivo dei nuovi defunti. Castroverde allora diventa la vera protagonista del romanzo. Luogo che in origine era insignificante, è preda di un maleficio che ha il volto di una maligna divinità distruttiva e delle sue fedelissime streghe, il Dio Stanco. E Armando è lì per annientare la maledizione... 
Il racconto prosegue poi, tra un'analessi e un'altra, marcando lo scontro tra Riccardo e Vittoria, emblemi del male e del bene, tra chi sente sulle spalle tutto il peso della malvagità e chi, invece, avverte un profondo senso di bontà pervaderle il corpo e lo spirito. Eppure, in verità, con lo sviluppo della storia, lo scontro tra gli opposti, tra il bene e il male non è così netto. Riccardo e tutti i suoi avi sono vittime del maleficio, sono solo dei burattini governati dalle mani invisibili di un destino più grande di loro, in cui tutto è già scritto e ogni cosa rimane immutabile. Non è un caso, infatti, che lo stesso Riccardo conservi momenti di bontà nei confronti della figlia (chiave di volta di tutto il racconto) e che la stessa Vittoria dimostri una vena di malignità sotto la pelle. Lo scontro se in un primo momento è feroce, via via che il confine tra bene e male si scioglie e gli estremi si mescolano, in seguito diventa assoluto solo tra le mani dei burattinai. Fino al finale in cui un sacrificio mette fine alla maledizione...
Il romanzo ha tutti gli stilemi del gotico: una cripta (la cui descrizione ricorda le catacombe dei cappuccini di Palermo), il medioevo di sottofondo, assassini senza scrupolo, misteri da svelare, la lotta tra il Male e il Bene, una rocca sperduta tra fitti boschi, scene di orge, di incesti, di stupri, di cannibalismo, di torture. Sade, Le Fanu, Lewis sono dietro l'angolo e non si sforzano di nascondersi troppo.
Una storia che si legge velocemente, nonostante l'intrigo delle vicende, anche grazie a uno stile che predilige periodi semplici e paratattici.

3 giu 2013

Il profeta dell'erotismo - Gilbert Lely (Saggio - 1983)

"Simili in questo a Cuvier il quale da un semplice frammento fossile sapeva ricostruire un completo organismo animale, il marchese de Sade, partendo dai rudimentali elementi della sua modesta algolagnia (ai quali, in ogni caso, bisogna aggiungere gli atti di cui ha potuto essere testimone) ha edificato senza l'aiuto di alcun precursore e raggiungendo di primo acchito la perfezione, un museo gigantesco della perversione sado-masochista".

Ci sono libri di cui si è sentito parlare in anni lontani e felici, libri che si ricercano spassionatamente perché incuriositi da una certa fama, però difficili da trovare; e poi, improvvisamente, riesci a stiparli tra le mensole della tua libreria. La "Vita del Marchese De Sade. Lo spirito libero di un eterno prigioniero, le sue opere, gli scandali, la trasgressione, la follia", come recita il sottotitolo, è uno di questi. Negli anni dell’università ne sentii parlare e, incuriosito, cercai di trovarlo. Vanamente però. Certo, non mi impegnai più di tanto nella ricerca, tuttavia il volume non riuscii a recuperarlo. Fino ad oggi. 
Devo dire che è un volume che i cultori dell’opera sadiana devono avere. È una miniera di informazioni biografiche (alcune inutili o quanto meno poco interessanti), di importanti e acute osservazioni sulla psicologia del marchese, che, sebbene l’odore della pedanteria, sono frutto di ricerche e studi appassionati benché accademici. È un lavoro certosino; da storico e ricercatore Lely ha consultato documenti, archivi e ha realizzato un lavoro estremamente particolareggiato. I dettagli, gli aneddoti, raccolti in quasi cinquecento fitte pagine, infatti, sono minuziosi: alberi genealogici, descrizioni di uniformi militari, analisi di documenti processuali e lettere, tappe di viaggi, amori, ecc., che, però, non possono essere letti come in un romanzo. È un libro accademico, dove Lely ha riversato su carta, senza infiocchettarlo con la retorica del racconto, tutto ciò che ha trovato a proposito della straordinaria vita e opera del marchese de Sade.
Allora la lettura si fa greve, lenta e a tratti tediosa.

8 gen 2013

Classifica: i più belli e i più deludenti del 2012


Che dire del duemiladodici? Un anno per certi aspetti rivoluzionario, irreversibile, di frattura, nel bene e nel male di lacrime; un anno che lascia sospesi giudizi sul passato e sul futuro; un anno di baratti, tra sicurezze e felicità... 
È stato anche un anno di libri, e della piacevolissima scoperta della “Cultura dell’anima”. Pochi però i volumi sfogliati, gustati, su cui ho perso identità per poi conquistarne delle altre. Solamente 47 libri letti (di tre ancora non pubblico i miei appunti), alcuni di essi preziosi, altri un po’ meno. Ecco, come tradizione ormai, i cinque titoli più esaltanti e quelli più deludenti dell’anno appena trascorso.



Come sempre Bufalino e Onfray sono stati compagni fedeli nel mio cammino di lettore rapsodico. Tuttavia, nel 2012, i volumi su Kubrick, le storie di Rigoni Stern e diversi racconti erotici non sono state cattive compagnie.

3 set 2012

Il giudice beffato - Donatien-Alphonse-Francois de Sade (Racconto - 1787)


"Per cinque volte di seguito è coronato dall'amore, finché al mattino le finestre aperte lasciano penetrare un raggio di luce nella stanza, e agli occhi del vincitore si offre la vista della vittima che ha immolato... Giusto cielo, che scena, quando scorge una vecchia negra in luogo di sua moglie, quando vede un volto nero e orrendo rimpiazzare le grazie delicate che aveva creduto di possedere!"

L’odio del ‘divin marchese’ verso la magistratura lo indusse a scrivere un racconto rabbioso, spietato, disperato se vogliamo, senz’altro vendicativo, senza un briciolo di ironia nonostante la banalità del comico che ci mostra e ci anticipa sin dal titolo. Il protagonista del racconto, il signore di Fontanis, magistrato e presidente del parlamento di Aix, non è un eroe; è la vittima predestinata di Sade. Il signore di Fontanis è l’emblema della magistratura cui Sade scaglia i suoi crudeli strali. 
La trama è semplice. Il vecchio e immorale magistrato è scelto dal barone de Téroze per darle in sposa sua figlia, una bellissima diciottenne già innamorata del giovane conte d'Elbène. Senza troppi preamboli, il vecchio e la giovane si sposano, ma questa, con l'aiuto dell'amato, della sorella e del cognato, si fa beffe del marito. Lo avvelenano la prima notte di nozze; lo lasciano cadere dal letto mentre è confuso dal sonno; lo inducono a copulare involontariamente con anziane e asini; lo costringono a passare alcuni giorni in un castello infestato da fantasmi violenti; gli fanno credere che improbabili palloni aerostatici sfreccianti sulle costellazioni che mostrano due giovani congiungersi sessualmente siano rari fenomeni astronomici. Ovviamente non possono mancare le torture sadiche e quindi una notte il povero magistrato è vittima di flagellazioni e crudo terrore psicologico. Le beffe, come si vede, sono decisamente ridicole. Però la ripetizione continua e sfrenata di esse porteranno il giudice allo sconvolgimento e finirà per ammattirsi  e scappare dalla moglie e dalla famiglia. 
Un racconto noioso, ripetitivo, traboccante di vicende, senza molti momenti da dedicare alla riflessione. Un racconto contro i pregiudizi, anche se di pregiudizi è fondato. Ma quale messaggio il marchese de Sade ha voluto lasciare? Il messaggio della Natura, e non poteva essere altrimenti: se gli uomini sono diversi tra loro, allora è ingiusto pretendere che esistano leggi uguali per tutti. Di conseguenza devono essere legittimati persino i delitti più orrendi. In fondo chi sono i giudici che si permettono di giudicare contro natura? Piuttosto dovrebbero pensare di più a godere!

15 set 2011

Sade prossimo mio - Pierre Klossowski (Saggi - 1947)


"Al punto che si potrebbe vedere in Dio il colpevole originario che avrebbe attaccato l'uomo prima di esserne attaccato: l'uomo avrebbe in tal modo acquisito il diritto e la forza di attaccare il suo simile. Ora, tale aggressione sarebbe talmente incommensurabile da legittimare per sempre l'impunità del colpevole e il sacrificio dell'innocente".

Preceduto da ‘Il filosofo scellerato’ (1967), tortuoso saggio nel quale si riprende il primo, provando a correggerne un'impostazione reputata forzata, Klossowski prova a sviscerare il pensiero sadiano. Il marchese de Sade, lo sappiamo, non è un autore per tutti. Scellerato e radicale, Sade ha il merito di tracciare marcatamente un confine logico al suo pensiero. Se Dio non esiste, e l'uomo è desiderio e passione, non esiste alcun freno al bisogno di soddisfacimento e quindi è ammissibile quello che comunemente è definito crimine. Però Klossowski, quasi a redimerlo, ritiene lo scrittore francese preoccupato delle conseguenze aberranti della sua ragione. E in tutto questo ne sonda le contraddizioni. Lo scopo sadiano è la 'mostruosità integrale', l’annullamento totale del necessario prossimo. La sodomia, ad esempio, è considerata sublimemente (e non a torto) l'atto trasgressivo per eccellenza, un atto filosofico. Per mezzo di esso si annullano le norme della coscienza, si dimostra l'ateismo e, qui la contraddizione, non si procrea; non si ottiene il prossimo, l’oggetto del desiderio.
Specie nel saggio del ’67, le interpretazioni del critico del pensiero sadiano potrebbero essere forzate e mal comprese. Alle volte si ha l'impressione che sia lo stesso filosofo a forzare il ragionamento sadiano. A tratti è oscuro. Le riflessioni sono difficili, soprattutto se non si conosce l'opera e la filosofia sadiana e se non si ha dimestichezza con la dialettica hegeliana. La scrittura del filosofo francese di origine polacca inoltre è infarcita di termini non facili e la lettura diventa greve.
I saggi del 1947, invece, sono meno ruvidi, sia nello stile sia nei contenuti. La lettura è molto più scorrevole e l'eterogeneità degli argomenti spezza la complessità delle riflessioni. Vuole essere evidente come il radicalismo sadiano porti all'autodistruzione. È la stessa utopia del marchese a mettere in luce le ombre del radicalismo. In questi saggi l’atteggiamento klossowskiano è hegeliano. I crimini sono giustificati solo a patto di cadere in contraddizione. Il libertino uccide Dio. Morto questo, crolla la divinità del re che era stato insignito per volontà divina. Ne consegue che il popolo, con il parricidio della Rivoluzione, diventa sovrano e criminale. Rovesciato il re, però, la società si mantiene solo restando nel delitto e nel Terrore. Il prossimo che si vuole annullare diventa dunque indispensabile per ottenere un equilibrio. Il nulla che si vuole ottenere deve necessariamente distruggersi. 

1 dic 2010

Illuminismo estremo - Michel Onfray (Saggio - 2007)

"Jean Meslier, curato ateo e anarchico; La Mettrie, medico filosofo, partigiano tragico dell'arte di godere; Helvétius, fermiere invaghito di giustizia sociale; d'Holbach, barone materialista difensore di una 'etocrazia'; Sade, marchese sfrenato. Un quintetto infernale per idee che puzzano violentemente di zolfo"

Quarto volume delle ormai celebri 'Controstoria della filosofia', segna il passaggio da una storia del pensiero laico, tenacemente critico verso la religione, al possesso pieno ed estremo dell'ateismo. Per la prima volta, tra la fine del '600 e tutto il '700, il pensiero dell’uomo si spinge verso una netta sistematizzazione dell'ateismo, precisa e organizzata, dichiarando in tal modo guerra a tutta la tradizione religiosa, cristiana soprattutto, che aveva condizionato fino allora società, pensiero e cultura. Filosofi dunque che con le loro idee hanno investito massicciamente un modo di vedere il mondo luminoso e ovattato (ma non incuriosito e coinvolto), costellato da angeli armonici e da santi felici innanzi a una divinità infinita, con i macigni del dubbio e della passione.
Con la loro critica, filosofi come il 'visionario' Meslier, il 'voluttuoso' e 'oppiomane' La Mettrie, il libertino e 'ossimorico' Maupertuis, il 'pragmatico' Helvétius, 'l'ateo virtuoso' d'Holbach e il 'fascista' Sade, hanno oscurato il vecchio e melmoso sistema filosofico, soppiantandolo con un altro ancora più luminoso, meno contraddittorio, più limpido e coraggioso... Eppure, come già sappiamo, la loro luce presto, molto presto, fu offuscata dall'ignoranza e dalla paura; e di loro e del loro pensiero ci si dimenticò alla svelta. Onfray, per fortuna, li risuscita...
Nel suo lavoro, il filosofo francese mette in luce le incoerenze dei classici pensatori illuministi (come Voltaire, Kant, Rousseau) giudicandoli pavidi e in combutta con il potere. Ma del resto anche loro sono tra i vincitori nella storia della filosofia, e non è di loro che Onfray vuole occuparsi, bensì dei vinti, degli sconfitti, dei coraggiosi e incapaci di compromessi.

Certo l’autore nella sua indagine trova dei limiti dove gli altri hanno trovato la grandezza e, viceversa, scorge la ricchezza dove gli altri hanno scovato un limite. Un ribaltamento di prospettive, sovversivo fino all'ultima frase, che alle volte può sembrare semplicistico, ma che uno stile ammiccante e crudele al contempo nasconde.

13 lug 2010

Le sventure della virtù - Donatien-Alphonse-Francois de Sade (Racconto - 1787)

"Ma questo essere che aggredisco è mia madre, l'essere che mi ha portato in grembo. E sarà questa vana considerazione a fermarmi? e a che titolo essa potrà riuscirci? questa madre pensava a me quando la sua lubricità le fece concepire il feto da cui derivo? le devo essere riconoscente per aver assecondato il proprio piacere?"

Idea primigenia di quella che poi sarebbe diventata una delle opere più celebri e scandalose del "divino marchese", "Justine ovvero le sventure della virtù", questo lungo racconto delizia il lettore con uno stile eccessivo, ampolloso, ma carico d'effetto, e una trama gustosa, estrema e avvincente, seppur prevedibile e alle volte semplice.
Le intenzioni dell’opera sadiana sono sempre state filosofico - pedagogiche. E questa storia non è da meno. Infatti le assurde vicende della protagonista, Justine, cominceranno quando avrà appena dodici anni e si consumeranno quando sarà già donna e pronta al supplizio finale... Fino all’ultimo, saranno le sue sventure da ragazza virtuosa che ci accompagneranno, sino a giudicare, o meglio a porci la domanda, sul merito che la sciagurata Justine ripone nei valori e nei doveri religiosi. Per i modi narrativi e le intenzioni del racconto, con le dovute distinzioni, la storia di Justine mi ricorda il "Candido" di Voltaire (1759).
Il racconto in sé è spassoso. Sade dialoga di sovente con il lettore, aumentando e incoraggiando il gusto della riflessione e della lettura. Ciononostante, i continui resoconti delle sevizie e degli abusi, alla lunga, riducono la soglia d'attenzione. Da un punto di vista più filosofico (ma non per questo comprensibile), è interessante notare, invece, l'accostamento tra la virtù e la miseria, e tra il vizio e il lusso. Certo, i continui richiami all'epicureismo non sono, ovviamente, ortodossi. L'edonismo sadiano è più vicino a quello cirenaico, corrotto dall'opportunismo del marchese e dalla sua volontà a giustificare il suo estremismo.
Comunque sia, lo scrittore francese, tanto adorato e tanto odiato dalla storia del pensiero, in sostanza ci pone una domanda di natura morale, ci pone innanzi a una scelta: è preferibile seguire la virtù che ci rende la vita difficile e alla lunga, si sa, non l'avrà mia vinta, oppure è preferibile accodarsi ai dettami naturalissimi del piacere delle passioni e vivere una vita appagante e meno infelice? Perché abbandonarsi alle ingenuità della virtù e non alle intelligenze del vizio?
Con le dovute correzioni epicuree, io, da parte mia, ho già scelto…

Nota: la figura della sorella di Justine, Juliette, che all'inizio del racconto aveva scelto il sentiero del vizio, è abbozzata sommariamente nelle sue vittorie sulla vita. Il suo trionfante personaggio sarà ripreso qualche anno dopo, con qualche variante sul racconto letto, nel romanzo a lei interamente dedicato: "Juliette ovvero le prosperità del vizio".

25 feb 2010

Lettere a Eugénie o Antidoto contro il pregiudizio - Paul Henri Thiry d'Holbach (Lettere - 1768)

"Il figlio di Dio, risuscitato in segreto, s'è mostrato solo ai suoi seguaci. Solo loro affermano di aver discusso con lui, solo loro ci hanno trasmesso la sua vita e i suoi miracoli. E si pretende che una testimonianza così sospetta, incapace di convincere gli ebrei di quel tempo, riesca a persuadere noi, dopo diciotto secoli, della divinità della sua missione?"

Primo testo unicamente polemico contro il cristianesimo del barone d'Holbach pubblicato in Italia. E ciò la dice lunga sullo stato di laicità e di interesse verso la filosofia e il pensiero ateo in Italia...
Filosofo sconosciuto, sbeffeggiato, volutamente obliato dalla ottocentesca storiografia filosofica intrisa di restaurata religione, il filosofo tedesco naturalizzato francese in queste pagine ci mostra, con la veemenza e la radicalità che gli sono proprie, le assurdità di una religione che non può avere nulla di che spartire con la ragione. L'intento dichiarato dell'opera è educativo, di crescita intellettuale e formativa per permettere alla religiosa, e per questo infelice, Eugénie di vivere la vita senza pregiudizi e superstizioni, e quindi felice, che solo una condizione atea può consentire.
La radicalizzazione con cui vengono esaminati gli insegnamenti della dottrina cristiana non può non sfociare, alle volte, a della sottile ironia. Le contraddizioni e le menzogne della pedagogia religiosa, la quale trova più facile imporre il ridicolo e l'assurdo durante l'infanzia che in età matura-razionale, poste in tutta la loro incoerenza dinnanzi alla ragione del sacerdote dell'ateismo d'Holbach sovente risultano, nella loro tristezza, incredibilmente buffe. A tratti però le lettere sembrano ripetitive, il tono è costantemente aggressivo e fortemente polemico e tutto ciò, alla lunga, rischia di stancare. Certo, ci sono sparsi piccoli cenni propositivi, alternativi, "naturali" di morale non religiosa, ma questi argomenti, i più difficili, i più costruttivi, ma non per questo i più interessanti, il filosofo illuminista li affronterà compiutamente nelle opere successive. Già in questa fase di demolizione però il materialista d'Holbach anticipa idee e prospettive che saranno poi sviluppate da Feuerbach e da Nietzsche.
E' un viaggio - immagino solo per chi è vicino alle idee delle Lettere - dalle oscurità e dalla frustrazione della condizione religiosa alla luce e alla serenità della condizione atea.

Piccola nota: nella successiva "La filosofia nel boudoir" (1795) del marchese de Sade la protagonista da educare al piacere e all'ateismo si chiama Eugénie. Non sarà che il "divino marchese" abbia copiato anche questo dal barone, maître d’hôtel de la philosophie?

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