Presentazione


Presentazione

Questo spazio è dedicato agli appunti, alle briciole di recensione irrazionali, che colgo, da lettore appassionato e spesso rapsodico, nei miei viaggi verso la lentezza e la riflessione. Briciole di recensione irrazionali dunque.

Briciole perché sono brevi, a-sistemiche, frammentarie, come un certo spirito moderno pretende. Non sono delle vere recensioni. Queste hanno uno schema e una forma ben precisa, mentre i miei sono più che altro appunti colti sul momento, associazioni d’idee, giudizi dettati dalle impressioni di un istante, da una predisposizione d'animo subitaneo, da un fischio di treno... E perciò li definisco irrazionali. Perché sfuggono da un qualsiasi schema predefinito, perché sono intermittenti, perché nella scelta di un libro, per via di una congenita voracità, spesso non seguo linee e percorsi definiti dalle letture precedenti, ma mi lascio trasportare dagli ammiccamenti o dalle smorfie di sfida che un libro sulla mensola della libreria mi lancia.

È un modo insomma di coltivare, di giocare, di prendere vanamente in giro la memoria, per conservare, catalogare e archiviare frammenti di ricordi e suggestioni che un giorno, magari, potranno farmi sorridere e, perché no, commuovere.

31 ago 2026

Amleto - William Shakespeare (Teatro - ca. 1600-1601)

"Angeli e ministri di grazia difendeteci! Che tu sia uno spirito del bene o un lemure, porti brezze dal cielo o raffiche dall'inferno, venga a farci del male o a darci aiuto, tu vieni in tale forma da strappare domande che ti parlerò. Ti chiamerò Amleto, re, padre, nobile Danese. Rispondimi! Non farmi schiattare nell'ignoranza, dimmi perché le tue ossa benedette nella bara hanno strappato il sudario, perché la tomba in cui ti ho visto riposare in pace ha aperto le sue fauci di marmo per rigettarti qui? Che può voler dire che tu, morto, di nuovo tutto armato rivisiti così il lume della luna e rendi orrida la notte, e a noi gonzi della natura così terribilmente sconquassi la ragione con pensieri che vanno oltre l'umano? Dimmi, perché? A che fine? Cosa dobbiamo fare?"


Amleto appartiene decisamente alla categoria dei libri che continuano a fare rumore e forse è questo il senso più autentico di un’opera immortale. Non il fatto che continui a essere letta dopo quattro secoli, ma che riesca ancora a lasciare aperte domande alle quali non siamo riusciti a trovare una risposta. In tutta l’opera si respira la morte, quella reale, innanzitutto, ma anche il lutto, la perdita, la malinconia, il disincanto. È come se il mondo di Amleto fosse già un mondo in decomposizione, nel quale qualcosa si è spezzato e non può più essere ricomposto. In questa realtà, Amleto è, a sua insaputa, un filosofo esistenzialista. È un uomo che dubita, degli altri, delle proprie certezze, delle apparenze, persino della possibilità di conoscere davvero la verità, ma, soprattutto, dubita del senso dell’agire. Sa di dover fare qualcosa, sa di voler vendicare il torto subito, eppure rimane continuamente sospeso tra il pensiero e l’azione. È questa, forse, la sua tragedia più profonda. Amleto vuole agire, ma pensa troppo, e più pensa, più l’azione diventa difficile. In questo senso la tragedia shakespeariana è profondamente psicologica, ma anche morale. Il problema non è soltanto ciò che Amleto deve fare, ma se sia giusto farlo. La vendetta è davvero giustizia? E se lo è, può diventare giustizia attraverso un atto che è esso stesso violento e moralmente ambiguo?

Eppure Amleto non è l’unico personaggio prigioniero di qualcosa che sembra già deciso. Ofelia, lo zio-re Claudio, lo stesso Amleto sembrano muoversi dentro un sentiero che, in qualche modo, è già stato tracciato. Le loro decisioni, infatti, sembrano avere uno spazio di libertà molto ristretto. Non tanto la libertà di cambiare il proprio destino, quanto quella, molto più drammatica, di accettarne le conseguenze. È come se il destino avesse già predisposto le mosse e agli uomini restasse soltanto la possibilità di compierle. E qui entra in gioco anche la fortuna (nel senso rinascimentale del termine), non semplicemente la buona o la cattiva sorte, ma quella forza imprevedibile che irrompe nella vita degli uomini, la sconvolge e la costringe a prendere una direzione diversa da quella immaginata. I personaggi di Shakespeare incontrano la fortuna e ne vengono stravolti.

Amleto perde il padre e scopre che il mondo nel quale credeva di vivere era una menzogna; Ofelia viene travolta dagli eventi che gli altri decidono per lei; Claudio conquista il potere attraverso il delitto e scopre di non poter mai veramente possedere ciò che ha conquistato. Nessuno sembra davvero padrone della propria storia. Amleto diventa così un'opera moderna, universale. Quattro secoli dopo, continuiamo a riconoscerci in quell’uomo che pensa, dubita, rimanda, cerca una verità e, nello stesso tempo, vorrebbe soltanto trovare il coraggio di agire. Amleto non sa ancora di essere un esistenzialista, eppure pone alcune delle domande che, tre secoli dopo, Camus avrebbe posto in termini filosofici. La morte, il suicidio, l'assurdo, l'impossibilità di trovare un senso ultimo, la scelta di fronte a un mondo che non offre risposte. Ma là dove Amleto rimane sospeso nel dubbio, Camus cercherà nella rivolta una risposta all'assurdo. Noi, leggendo Shakespeare, sappiamo che la domanda è già tutta lì, essere o non essere. Non ci chiede soltanto se valga la pena vivere o morire, ci costringe a chiederci quanto siamo davvero liberi, quanto delle nostre scelte ci appartenga e quanto, invece, sia già stato deciso dalle circostanze, dagli altri, dalla fortuna o dalla storia. Non è una domanda alla quale Shakespeare ci offre una risposta, ed è proprio per questo che, ancora oggi, non abbiamo finito di porcela…

L’introduzione di Nemi D’Agostino è particolarmente efficace perché aiuta a inquadrare il caso Shakespeare senza ridurlo a una semplice biografia dell’autore. Dietro Amleto c’è un mondo nel quale il rapporto tra individuo, destino, responsabilità e libertà diventa improvvisamente problematico.


27 ago 2026

Cattivo maestro - Piergiorgio Odifreddi (Saggio - 2026)

"Affermazioni certo difficili da digerire per i credenti, ma altrettanto difficili da controbattere per chi ha memoria. Da un lato, delle inopportune chiusure del Vaticano nei confronti delle maggiori innovazioni scientifiche: dall'eliocentrismo di Galileo, all'evoluzionismo di Darwin, alle biotecnologie di oggi. E, dall'altro lato, degli opportunistici concordati stipulati dalla Santa Sede: con Napoleone nel 1801, Nicola I di Russia nel 1847, Francesco Giuseppe nel 1855, Mussolini nel 1929, Hitler nel 1933, Salazar nel 1940, Franco nel 1953 e Pinochet nel 1976".


Questo veloce saggio è dedicato a Bertrand Russell, logico, ateo, libertino, pacifista, come da sottotitolo. E già da questo si capisce che l'autore non ha intenzione di nascondere il proprio punto di vista. Il filosofo inglese è stato per lui un maestro, una figura capace di orientare persino il corso della sua vita. Un maestro quindi, cattivo però. Russell è stato, per molti aspetti, un pessimo maestro, o meglio, un maestro scomodo per chi preferisce pensare seguendo le regole già stabilite… È stato uno dei più grandi logici e filosofi del Novecento, ma anche un intellettuale difficilmente collocabile in una sola casella, matematico, filosofo, divulgatore, polemista, pacifista, critico della religione, sostenitore dell'amore libero e dei matrimoni aperti, premio Nobel per la letteratura nel 1950. Una figura enorme, dunque. Ma proprio per questo una figura che sarebbe facile trasformare in un monumento. Odifreddi, fortunatamente, non lo fa, ed è, forse, questo l'aspetto che ho apprezzato maggiormente del libro. Il Lord inglese emerge nella sua straordinaria profondità intellettuale, ma anche nelle sue contraddizioni, nelle sue idiosincrasie, nelle sue ingenuità e persino nei suoi errori. Non viene presentato come un pensatore infallibile, ma come un uomo che ha attraversato quasi un secolo di storia mantenendo una curiosità intellettuale davvero fuori dal comune. E il libro riesce a restituirci Russell anche attraverso le persone che gli sono state accanto. Nei capitoli, infatti, compaiono le testimonianze di colleghi, familiari e amici, che contribuiscono a costruire un'immagine molto più concreta e umana del filosofo. Tra queste c'è anche quella di Albert Einstein, che permette di vedere Russell non soltanto attraverso ciò che ha scritto, ma anche attraverso lo sguardo di chi lo ha conosciuto e frequentato. Così, dietro il logico, il filosofo e il polemista compare l'uomo, con le sue passioni, le sue eccentricità e le sue incoerenze.

I capitoli sono molto brevi, spesso concentrati su un singolo aspetto della vita o del pensiero di Russell; si leggono rapidamente e rendono il libro estremamente accessibile, senza però trasformarlo in una lettura superficiale. È un libro che si può leggere quasi per frammenti, tornando ogni volta su un episodio, un'idea, una persona. Non pretende di costruire davanti al lettore il monumento al filosofo, preferisce mostrarcene i diversi pezzi, lasciando che sia il lettore a ricomporre la figura. Sebbene quella figura sia enorme.

La sua intelligenza non si è mai accontentata di rimanere dentro i confini della disciplina nella quale era diventato un gigante. La logica e la matematica lo conducono alla filosofia; la filosofia lo porta a interrogarsi sulla religione, sulla morale, sulla politica; la politica lo conduce al pacifismo e alla denuncia della guerra. E tutto questo senza mai rinunciare alla convinzione che la ragione e il pensiero critico debbano avere qualcosa da dire anche fuori dalle università. Forse è per questo che Russell continua ad apparire sorprendentemente contemporaneo. Un cattivo maestro per chi pretende che un intellettuale debba essere rispettabile, coerente, prudente, o per chi preferisce le certezze alle domande, o ancora e soprattutto, per chi confonde il pensiero con l'obbedienza.

Odifreddi, è evidente, ammira Russell, lo considera una guida, ne riconosce l'enorme influenza, tuttavia non rinuncia a discuterlo, a correggerlo, a mettere in evidenza le sue ambivalenze (perché l'idolatria è, in fondo, il contrario del pensiero critico).

Alla fine, quello che rimane è il ritratto di uno dei grandi intellettuali del Novecento, non di un santo laico, non di un eroe senza macchia, ma di un uomo straordinariamente intelligente e straordinariamente inquieto. Un uomo che ha avuto il coraggio di occuparsi di quasi tutto ciò che riguardava l'uomo.

Insomma, i grandi maestri non sono quelli che ci consegnano risposte definitive, sono quelli che ci insegnano a non accontentarci delle risposte. E Bertrand Russell, sotto questo aspetto, è stato davvero un cattivo maestro…

19 ago 2026

I sommersi e i salvati - Primo Levi (Saggio - 1986)

"Lo ripeto, non siamo noi, i superstiti, i testimoni veri. È questa una nozione scomoda, di cui ho preso coscienza a poco a poco, leggendo le memorie altrui, e rileggendo le mie a distanza di anni. Noi sopravvissuti siamo una minoranza anomala oltre che esigua: siamo quelli che, per loro prevaricazione o abilità o fortuna, non hanno toccato il fondo. Chi lo ha fatto, chi ha visto la Gorgone, non è tornato per raccontare, o è tornato muto; ma sono loro, i <<«mussulmani», i sommersi, i testimoni integrali, coloro la cui deposizione avrebbe avuto significato generale. Loro sono la regola, noi l'eccezione".


Ci sono libri che raccontano un'esperienza e libri che, molti anni dopo, tornano su quella stessa esperienza per cercare di comprenderla fino in fondo. E questo appartiene alla seconda categoria. È, in un certo senso, il continuo filosofico di Se questo è un uomo, ma anche qualcosa di diverso... Se nel primo libro l'autore aveva raccontato l'esperienza del Lager attraverso la propria testimonianza, qui torna su quella memoria per interrogarsi su ciò che è accaduto, su come sia stato possibile e, soprattutto, su quanto sia difficile separare nettamente vittime e carnefici, bene e male, innocenti e colpevoli. È proprio questa una delle caratteristiche più importanti del libro. Levi non è manicheo; non costruisce una rappresentazione rassicurante nella quale da una parte ci sono i buoni e dall'altra i cattivi, al contrario, cerca di entrare nella complessità dell'animo umano e di comprendere i meccanismi psicologici che hanno agito dentro il sistema concentrazionario. Lo fa interrogando la propria memoria, ma anche le testimonianze degli altri sopravvissuti e, laddove possibile, quelle dei carnefici. La memoria diventa così uno degli oggetti centrali della riflessione. Ricordare non significa semplicemente recuperare qualcosa che è accaduto nel passato; il ricordo è fragile, selettivo, condizionato dal tempo e dal trauma. E tuttavia è anche una responsabilità. Levi sa che raccontare significa opporsi alla cancellazione dell'esperienza, ma sa altrettanto bene che ogni testimonianza porta con sé il rischio della semplificazione.

In questo senso questo saggio prosegue anche una riflessione che appartiene a Hannah Arendt. Là dove Arendt aveva cercato di comprendere la «banalità del male», Levi scava ancora più profondamente nella zona psicologica e morale che separa il gesto dalla persona, la responsabilità dalla colpa, la vittima dal carnefice. E arriva a una conclusione tutt'altro che rassicurante, tra i due poli esiste una zona intermedia, una zona grigia, nella quale i confini diventano terribilmente sfumati. È forse questa la parte più scomoda del libro... Nel Lager anche alcuni prigionieri furono costretti, in forme diverse, a collaborare con il sistema che li opprimeva. Il sopravvissuto Levi non lo assolve e, allo stesso tempo, rifiuta di giudicarlo attraverso categorie semplicistiche. La violenza estrema non produce soltanto vittime e carnefici, ma può costringere gli esseri umani dentro situazioni nelle quali le categorie morali abituali entrano in crisi. La zona grigia non significa, dunque, che vittime e carnefici siano la stessa cosa, non è cancellata affatto la responsabilità dei nazisti. Significa piuttosto riconoscere che, dentro un sistema costruito per distruggere l'individuo, anche le persone possono essere spinte verso comportamenti che, osservati dall'esterno, sembrano incomprensibili. E proprio per questo diventano difficili da giudicare in modo categorico.

È qui che il libro assume una dimensione profondamente filosofica. L'autore non cerca soltanto di raccontare ciò che è stato, cerca di capire che cosa accade all'essere umano quando viene immerso in condizioni estreme, quando le istituzioni cancellano la responsabilità individuale, quando la violenza diventa una pratica quotidiana e quando la sopravvivenza può entrare in conflitto con la solidarietà.

Il libro quindi diventa un testo sulla Shoah, ma non soltanto sulla Shoah; è un libro sulla memoria, sulla responsabilità, sulla colpa e sui limiti del giudizio. È un saggio che mette in discussione la nostra esigenza di dividere il mondo in categorie nette, perché la realtà umana è spesso molto più ambigua e dolorosa. Ed è forse proprio questo che rende ancora così attuale Primo Levi. Non ci offre una spiegazione consolatoria del male, ci chiede, piuttosto, di guardarlo da vicino, senza semplificarlo. Perché comprendere non significa giustificare, significa cercare di capire come sia stato possibile che degli esseri umani abbiano fatto ciò che hanno fatto e come altri esseri umani, vittime di quella stessa violenza, abbiano potuto essere trascinati dentro quella che l'autore chiama, con una delle sue espressioni più potenti, la zona grigia.

Dopo Se questo è un uomo, Levi non smette dunque di raccontare Auschwitz, continua a interrogarla. E questa volta la domanda non è soltanto che cosa sia successo, ma che cosa tutto questo ci dica sull'uomo...

1 lug 2026

L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica - Walter Benjamin (Saggio - 1936)

"E cioè: così come nelle età primitive, attraverso il peso assoluto del suo valore cultuale, l'opera d'arte era diventata uno strumento della magia, che in certo modo soltanto più tardi venne riconosciuto quale opera d'arte, oggi, attraverso il peso assoluto assunto dal suo valore di esponibilità, l'opera d'arte diventa una formazione con funzioni completamente nuove, delle quali quella di cui siamo consapevoli, cioè quella artistica, si profila come quella che in futuro potrà venir riconosciuta marginale. Certo è che attualmente la fotografia, e poi il cinema, forniscono gli spunti più fecondi per il riconoscimento di questo dato di fatto"


Che cosa perdiamo quando un'opera d'arte può essere riprodotta all'infinito? E, soprattutto, siamo sicuri che sia solo una perdita? Sono le domande fondamentali che attraversano il saggio, sorprendentemente capace di parlare anche al nostro presente, dominato da immagini digitali, social network e intelligenza artificiale...

Il cuore della riflessione di Benjamin è racchiuso in una parola: l'aura. L'aura è l'unicità dell'opera, il suo essere qui e ora, in un luogo preciso, con una storia irripetibile. È ciò che proviamo davanti a un dipinto originale di Leonardo o di Caravaggio, per esempio. Non stiamo osservando semplicemente un'immagine, ma un oggetto che ha attraversato il tempo e che conserva ancora il segno materiale della mano che lo ha creato. La fotografia e, soprattutto, il cinema incrinano definitivamente questa dimensione; l'opera non è più unica, ma riproducibile, non appartiene più a un luogo, ma può raggiungere chiunque. L'arte perde, così, il suo carattere sacrale e cultuale, e una parte del suo fascino, ma acquista qualcosa che prima non possedeva: diventa accessibile alle masse. Ed è qui che l'autore sorprende. Ci si aspetterebbe quindi una condanna della modernità tecnica (come molti francofortesi hanno sostenuto) e invece il suo giudizio è molto più complesso. La riproducibilità distrugge l'aura, certo, ma democratizza anche l'arte. La tecnica, pertanto, non è soltanto una minaccia, è anche una possibilità.

Il cinema rappresenta il punto più alto di questa trasformazione. Non è semplicemente una nuova forma artistica, è un nuovo modo di percepire il mondo. Attraverso il montaggio, i primi piani, i rallentamenti e il continuo susseguirsi delle immagini, il film educa il nostro sguardo a una realtà fatta di velocità, frammentazione e cambi di prospettiva. Insomma, non si limita a raccontare il mondo moderno, ci insegna a guardarlo o, nella peggiore delle ipotesi, ad assecondarne la dimensione politica di propaganda nei regimi dittatoriali. La storia del cinema, tuttavia, sembra aver seguito un percorso più complesso di quanto Benjamin stesso potesse immaginare. Se è vero che il film nasce come opera tecnica e riproducibile, è allo stesso tempo vero che anche il cinema ha finito per costruire una propria forma di unicità. Alcuni registi, per esempio, hanno imposto uno stile immediatamente riconoscibile, alcune opere sono diventate oggetto di un'autentica venerazione, alcune immagini sono entrate stabilmente nell'immaginario collettivo. Come se l'aura, anziché scomparire del tutto, avesse semplicemente cambiato forma.

Forse è proprio questa la grandezza del saggio di Benjamin. Non tanto l'aver previsto con esattezza il destino dell'arte, quanto l'aver compreso che ogni rivoluzione tecnica modifica il nostro modo di guardare il mondo. La filosofia non serve a conservare nostalgicamente ciò che il tempo porta via, ma a comprendere ciò che il tempo trasforma, ed è forse per questo che il piccolo saggio di Benjamin continua ancora oggi a parlarci con una sorprendente lucidità.


29 mag 2026

Il cosmo in brevi lezioni - Amedeo Balbi (Saggio - 2024)

"Ed è proprio la comparsa degli infiniti a metterci in guardia: ci dice che la fisica che usiamo per spingerci in quei territori è inadatta a descriverli e che dovrà necessariamente essere aggiornata a una versione migliore, che ancora non abbiamo. Di fatto, le idee che i fisici teorici stanno esplorando, in questo senso, presuppongono che il nostro universo sia il risultato di processi precedenti, che per ora non abbiamo gli strumenti concettuali per comprendere. Ex nihilo nihil fit, dicevano i filosofi antichi: nulla viene dal nulla, e la cosmologia moderna, intesa correttamente, non avrebbe niente da eccepire"


Come si sa, le domande più affascinanti sono quelle che riguardano il mondo, l’universo. Da queste, inevitabilmente, si arriva alle domande sulla nostra esistenza, sul senso che ci riguarda, sul posto che occupiamo nel cosmo. E non ci accontentiamo di risposte grossolane, vogliamo capire, vogliamo trovare il significato, anche se siamo consapevoli che alcune di queste domande, probabilmente, non avranno mai una risposta definitiva. È proprio questo gioco della meraviglia a definirci come esseri umani. Senza non potremmo interrogarci sull’universo né provare a comprenderne i meccanismi più profondi... L’astrofisica tenta di dare delle risposte, pur sapendo che una parte del reale resterà forse sempre oltre la nostra piena comprensione. Come ha avuto origine l’universo? Come si è sviluppata la vita sulla Terra? Come nascono le stelle e le galassie? E cosa sono davvero i buchi neri? Domande che accompagnano da sempre la curiosità umana e alle quali il testo cerca di rispondere con un linguaggio chiaro e lineare.

Il libro si presenta in modo accessibile; è apprezzabile soprattutto lo stile, che riesce ad affrontare temi complessi con grande chiarezza, senza appesantire la lettura. Gli articoli sono suddivisi in quattro grandi sezioni: l’universo, la sua origine e la sua espansione osservabile, con uno sguardo alle galassie; le leggi della fisica che ci permettono di interpretare la realtà; l’esplorazione spaziale; e infine la ricerca di mondi lontani e di possibili forme di vita nel cosmo.

Peccato soltanto per l’assenza di immagini e fotografie a corredo degli articoli, che avrebbero reso la lettura ancora più coinvolgente. Ma è un limite che non scalfisce la qualità complessiva...

17 mar 2026

La Parigi di Marcel Proust – Henry Raczymow (Saggio - 2005)

"Nel 1901 Proust incontra regolarmente Léon Daudet (e talvolta anche Lucien) al Cafe Weber, dove sostenitori di Dreyfus e nazionalisti siedono ai poli opposti della sala. Lo scrittore si presenta nel locale col suo cappotto foderato di pelliccia a prescindere dalla stagione, pilucca grappoli d'uva e ordina per i suoi amici le cose più costose. Il Café Weber, al 21 di rue Royale, fondato nel 1865 e chiuso nel 1961 (oggi è un pub inglese) era frequentato da Alphonse Daudet, da suo figlio Léon, da François Coppé e Claude Debussy".


L'autore ci accompagna attraverso la Parigi che frequentò Proust, dai quartieri della riva destra della Senna, dal Parc Monceau a Place de la Concorde, passando per il Faubourg Saint-Honoré fino ad Auteuil e il Bois de Boulogne. Sono luoghi di mondanità e vitalità, quelli che ritroviamo poi nei personaggi e nelle ambientazioni della Recherche. Nel romanzo questi spazi vengono trasfigurati, condensati e reinterpretati dalla memoria di Proust, trasformandosi in scenari quasi simbolici in cui si muovono i protagonisti e si svolgono le loro vite. La Parigi della borghesia finanziaria e industriale, dell’aristocrazia decadente del Secondo Impero, viene così ricomposta in modo chiaro e ordinato, fornendo un quadro vivido dei quartieri e dei palazzi frequentati dall’epoca.

Raczymow li racconta con un approccio quasi didascalico, le fotografie e le parole cercano di restituire il gusto malinconico di un’epoca definita “Bella”, ma il testo non aggiunge molto oltre ciò che si può osservare da solo passeggiando per le vie di Parigi o sfogliando un album fotografico. Le immagini sono belle e suggestive, perfette per chi ama visualizzare i luoghi di Proust, ma il libro resta più didascalico che imprescindibile. Un volume pensato soprattutto per gli appassionati proustiani, più che per chi cerca un’analisi originale o profonda...

13 feb 2026

Il gran sole di Hiroscima – Karl Bruckner (Romanzo - 1961)

"In un milionesimo di secondo, un nuovo sole si accese nel cielo, in un bagliore bianco, abbagliante.

Fu cento volte più incandescente nel sole del firmamento. 

E questa palla di fuoco irradiò milioni di gradi di calore contro la città di Hiroscima.

In un secondo, 86.000 persone arsero vive.

In questo secondo, 72.000 persone subirono gravi ferite.

In questo secondo, 6.820 case furono sbriciolate e scagliate in aria dal risucchio di un vuoto d'aria, per chilometri d'altezza nel cielo, sotto forma di una colossale nube di polvere.

In questo secondo, crollarono 3.750 edifici, le cui macerie si incendiarono". 


Ho letto questo libro per la prima volta alle medie. Lo leggevamo in classe, durante l’ora di italiano, con una professoressa particolarmente sensibile a queste tematiche. Fu lei a farci conoscere la storia della piccola Sadako e di suo fratello maggiore Shigeo, due bambini giapponesi sopravvissuti alla bomba atomica sganciata su Hiroshima il 6 agosto 1945.

Il romanzo racconta la tragedia non solo attraverso la distruzione immediata, ma soprattutto attraverso quello che viene prima e dopo, le vite spezzate lentamente, la paura che resta nel corpo e nella memoria. Sadako, anni dopo l’esplosione, si ammala di leucemia e viene ricoverata in ospedale. Lì scopre la leggenda delle mille gru di carta: chi riesce a piegarle tutte può esprimere un desiderio e vederlo esaudito. Sadako comincia così, una per una, a costruire le sue gru, trasformando l’attesa della morte in un atto ostinato di speranza. Attorno a lei si muovono i genitori e il fratello, un giovane compagno di reparto, gli abitanti di una città stremata dalla guerra e dalla fame. E sullo sfondo, quasi come un’eco sinistra, ci sono anche i piloti dell’Enola Gay, inconsapevoli fino all’ultimo di ciò che stanno davvero per fare. Tutti, in modi diversi, finiscono per riflettere sul non senso della guerra e sul valore, direi assoluto, della pace.

È un racconto tenero, doloroso, a tratti straziante. Ma è anche un libro che non invecchia, perché non parla solo di Hiroshima, parla di ogni guerra, di ogni tecnologia usata senza coscienza, di ogni infanzia sacrificata in nome di qualcosa che pretende di chiamarsi necessità. Rileggerlo oggi fa male, un male che serve...

28 gen 2026

A Parigi con Marcel Proust – Luigi La Rosa (Saggio/biografia/racconto di viaggio - 2022)

"Si tratta di amori fioriti sulla carne tenera della dipendenza, che la letteratura finisce col tramutare in ossessione. Amori sensuali, impegnativi, eccezionalmente epici, che sembrano contrastare le leggi precarie del morire.

Proust li innesta alla trama del suo romanzo come se in ciascuno di essi dovesse ritrovare una parte di sé. E soprattutto sono amori travestiti, intersessuali, sotto cui si celano i contorni dell'autobiografia". 


Non siamo di fronte a un saggio nel senso classico. È piuttosto una passeggiata lenta, quasi ipnotica, tra le pieghe di Parigi e della voce di Proust. Si cammina, si guarda, si ricorda. E mentre la città scorre, affiora la Recherche. L'autore attraversa le strade come se fossero frasi, non le descrive soltanto, le ascolta. Ogni luogo diventa una soglia, un punto di passaggio tra la biografia di Proust e qualcosa di più intimo, di più fragile. Non c’è pedanteria, non c’è sfoggio, c’è un tono sommesso, evocativo, che ti prende piano e non ti molla più. Proust, qui, non è un monumento. È una presenza, una voce che accompagna il camminare dell’autore e, in fondo, anche il nostro. E mentre si parla di lui, si parla anche di un amore finito, un amore malinconico, che non fa rumore ma pesa. Come pesano certe stanze quando qualcuno non c’è più.

Parigi diventa allora una geografia interiore, non solo una città reale, ma uno spazio della memoria. I luoghi tengono insieme ciò che è stato e ciò che non torna. La biografia di Proust si intreccia con le vie, con i boulevard, con i caffè, eppure finisce per intrecciarsi anche con chi legge.

Questo libro non pretende di insegnare Proust, ma vuole farlo sentire. Ti fa entrare nel suo tempo lento, nel suo modo di guardare, nel suo modo di soffrire senza esibirlo. Ed è forse questo il suo merito più grande. È un libro delicato. Delicato perché non forza, non spinge, non urla; sta lì, come un ricordo che ti cammina accanto.

7 gen 2026

Classifica: i più belli (e il più deludente) del 2025

Il 2025 è stato un anno insolito, povero di viaggi epocali, di qualche ritorno (Amalfi, la Val d’Orcia, Barcellona, la Val Pusteria, Trieste, Parigi), qualche tensione di troppo... Pieno di stelle, però. È stato anche un anno povero di letture costanti. Non lo dico come giustificazione, ma come semplice constatazione. Il tempo e le energie sono andati altrove, soprattutto nell’astrofotografia, che ha richiesto dedizione, notti insonni e una certa ostinazione, e nella scrittura della tesi su Günther Anders, che ha finito per orientare in modo quasi esclusivo anche le letture. Ne è venuto fuori un anno sbilanciato, con pochi libri letti davvero e in modo continuativo. A fare da compagnia, però, ci sono state presenze meno “quantificabili” ma non meno importanti. Cioran, tornato più volte come voce di fondo, e l’ascolto degli audiolibri della Recherche di Proust, che continuano ad accompagnare le riflessioni, più che a imporsi come letture da archiviare.

Come sempre, si tratta di una classifica del tutto personale.

Eccola.

  1. L'ultima vittima di Hiroshima

  2. L’uomo sul ponte

  3. Vivere secondo Lucrezio

Le lettere tra Anders ed Eatherly sono un libro necessario. Secco, durissimo, privo di qualsiasi indulgenza morale. Qui la responsabilità non è un concetto astratto, ma una ferita che resta aperta. Probabilmente il testo più forte dell’anno.

Il viaggio in Giappone raccontato da Anders è frammentario, inquieto, a tratti disarmante. Non cerca di sistemare il pensiero, ma lo espone, lo lascia scoperto. Un libro che non consola e proprio per questo convince.

Il Lucrezio di Onfray è stato gradito più che sorprendente. Lineare, divulgativo, senza grandi scarti interpretativi, ma onesto. In un anno come questo ha fatto il suo dovere, senza pretendere di più.

Da ricordare, per citare almeno un libro deludente, Una strana guerra fredda di Sara Lorenzini. Interessante per impostazione e documentazione, ma nel complesso poco incisivo. Più informativo che coinvolgente, più corretto che memorabile. Letto senza fastidio.


17 set 2025

Opinioni di un eretico - Günther Anders (Saggio - 1984)

"Io lamento che gli uomini dopo Auschwitz Hiroshima sono tanto ciechi da credere ancora. Non ho niente da aspettarmi da questo mondo. Non posso aspettarmi che si comporti moralmente. Ma non accetto che sia così com'è e cerco di contribuire a evitare il peggio". 


Günther Anders, in un’intervista del 1979 a Matthias Greffrath, riassume, tra l'altro, il cuore del suo pensiero, l’atteggiamento apocalittico come forma di responsabilità. Anders non è un profeta che annuncia la fine per spaventare le masse, ma un filosofo che invita a non abbassare la guardia. Auschwitz e Hiroshima, i due simboli del XX secolo, hanno mostrato di cosa siamo capaci, e sarebbe da ciechi illudersi che tutto sia tornato normale. Il piccolo volume è una porta d’accesso preziosa al mondo andersiano. Qui il filosofo si racconta; i ricordi dell’infanzia, gli studi con Husserl e Heidegger, il matrimonio con Hannah Arendt, le fughe forzate dal nazismo, le amicizie e le polemiche con Bloch e Brecht. È un libro che unisce biografia e pensiero, restituendo un Anders più intimo e allo stesso tempo più urgente.

L’intervista del 1985 con Fritz J. Raddatz, inclusa nel volume, è forse il momento più interessante. Raddatz incalza Anders, lo provoca, cerca di far emergere le contraddizioni di un pensatore che ha fatto dell’apocalisse il proprio tema centrale. Anders, con la consueta lucidità, difende la sua posizione; non si tratta di predicare il disastro per gusto del catastrofismo, ma di coltivare un senso di allarme etico, per evitare il peggio.

Un libro che ci invita a chiedersi se siamo davvero meno ciechi di allora. La sua voce resta scomoda, disturbante, ma necessaria, ci ricorda che la speranza non è un automatismo, ma un lavoro quotidiano per impedire che il peggio accada davvero...

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