Ci sono momenti in cui obbedire alla legge significa, semplicemente, partecipare a un'ingiustizia. È da questo paradosso che nasce la riflessione di Henry David Thoreau sulla disobbedienza civile, un breve saggio pubblicato nel 1849 e diventato in seguito uno dei testi più celebri della tradizione della disobbedienza politica. Il filosofo americano arriva a questa riflessione anche attraverso un'esperienza molto concreta. Nel 1846, infatti, si rifiuta di pagare una tassa allo Stato del Massachusetts, proprio perché non vuole contribuire, attraverso le proprie risorse, alla politica di un governo che ammette la schiavitù e conduce la guerra espansionistica contro il Messico (1846-48). Per questo è arrestato e trascorre una notte in carcere. Un episodio apparentemente marginale, ma sufficiente a fargli comprendere che il problema non è soltanto quello di criticare un governo ingiusto, ma quello di stabilire fino a che punto un individuo debba obbedire a una legge quando questa entra in conflitto con la propria coscienza. Ed è qui che il discorso di Thoreau diventa propriamente filosofico. La legge, per il semplice fatto di essere legge, non diventa automaticamente giusta, esiste qualcosa che viene prima della legge, una responsabilità morale dell'individuo che non può essere completamente delegata allo Stato. Quando una legge costringe l'uomo a diventare complice dell'ingiustizia, obbedire non è più necessariamente un dovere, può diventare, al contrario, una forma di responsabilità. La posizione è, ovviamente, radicale perché mette in discussione l'idea secondo cui il cittadino debba obbedire alle leggi anche quando le considera ingiuste. In questo senso Thoreau si colloca in una tensione quasi antisocratica. Socrate, infatti, aveva accettato di sottoporsi alle leggi della città anche quando la sentenza che lo condannava gli appariva ingiusta, perché riteneva che violare le leggi significasse compromettere l'ordine della comunità. Thoreau, invece, rovescia il problema. Se la legge è ingiusta, è proprio l'obbedienza a poter diventare moralmente inaccettabile. Eppure disobbedire non significa necessariamente ricorrere alla violenza; resistere significa non pagare, non sostenere, non partecipare, sottrarsi, per quanto possibile, ai meccanismi attraverso i quali lo Stato realizza un'azione che la coscienza individuale considera ingiusta. La disobbedienza civile nasce così come una sorta di rivoluzione pacifica, fondata non sulla forza, ma sul rifiuto individuale di collaborare. Tuttavia sarebbe riduttivo trasformare Thoreau semplicemente in un anarchico. Il suo problema non è quello di abolire immediatamente ogni forma di governo, quanto quello di ridurne il potere sulla singolarità dell'individuo. Il governo migliore, nella sua prospettiva, è quello che governa meno. E, quando gli uomini saranno realmente pronti, quello che non avrà più bisogno di governare affatto.
Questa fiducia nella coscienza individuale ritorna, in una forma ancora più radicale, in "In difesa del capitano John Brown", scritto nel 1859 e presente in questa edizione. Brown, militante abolizionista, aveva organizzato un assalto all'arsenale federale di Harpers Ferry con l'obiettivo di provocare una rivolta degli schiavi. L'azione fallì e Brown fu condannato a morte. Thoreau, contro l'opinione pubblica dominante, ne difese la figura, trasformandolo in un esempio di uomo disposto a seguire fino alle estreme conseguenze il proprio senso della giustizia. Qui emerge però una tensione interessante. Se nel primo saggio la resistenza è pensata soprattutto come non collaborazione pacifica, la vicenda di Brown pone il problema della disobbedienza che arriva fino all'uso della forza. Thoreau non si limita più a chiedersi se sia possibile violare una legge ingiusta, ma affronta il caso di chi decide di agire direttamente contro un sistema che considera moralmente intollerabile.
La domanda, quindi, non è semplicemente se dobbiamo obbedire alle leggi, ma cosa accade quando la legalità e la giustizia smettono di coincidere. E soprattutto quanto può spingersi un individuo nel seguire la propria coscienza senza trasformare la propria convinzione morale in una nuova forma di imposizione sugli altri. La disobbedienza civile nasce allora da un gesto apparentemente piccolo, il rifiuto di pagare una tassa per esempio, ma dietro quel gesto c'è una delle domande più antiche della filosofia politica, quella che riguarda il limite dell'obbedienza e il momento in cui la coscienza dell'individuo può diventare più importante della legge dello Stato.









