Ci sono libri che raccontano un'esperienza e libri che, molti anni dopo, tornano su quella stessa esperienza per cercare di comprenderla fino in fondo. E questo appartiene alla seconda categoria. È, in un certo senso, il continuo filosofico di Se questo è un uomo, ma anche qualcosa di diverso... Se nel primo libro l'autore aveva raccontato l'esperienza del Lager attraverso la propria testimonianza, qui torna su quella memoria per interrogarsi su ciò che è accaduto, su come sia stato possibile e, soprattutto, su quanto sia difficile separare nettamente vittime e carnefici, bene e male, innocenti e colpevoli. È proprio questa una delle caratteristiche più importanti del libro. Levi non è manicheo; non costruisce una rappresentazione rassicurante nella quale da una parte ci sono i buoni e dall'altra i cattivi, al contrario, cerca di entrare nella complessità dell'animo umano e di comprendere i meccanismi psicologici che hanno agito dentro il sistema concentrazionario. Lo fa interrogando la propria memoria, ma anche le testimonianze degli altri sopravvissuti e, laddove possibile, quelle dei carnefici. La memoria diventa così uno degli oggetti centrali della riflessione. Ricordare non significa semplicemente recuperare qualcosa che è accaduto nel passato; il ricordo è fragile, selettivo, condizionato dal tempo e dal trauma. E tuttavia è anche una responsabilità. Levi sa che raccontare significa opporsi alla cancellazione dell'esperienza, ma sa altrettanto bene che ogni testimonianza porta con sé il rischio della semplificazione.
In questo senso questo saggio prosegue anche una riflessione che appartiene a Hannah Arendt. Là dove Arendt aveva cercato di comprendere la «banalità del male», Levi scava ancora più profondamente nella zona psicologica e morale che separa il gesto dalla persona, la responsabilità dalla colpa, la vittima dal carnefice. E arriva a una conclusione tutt'altro che rassicurante, tra i due poli esiste una zona intermedia, una zona grigia, nella quale i confini diventano terribilmente sfumati. È forse questa la parte più scomoda del libro... Nel Lager anche alcuni prigionieri furono costretti, in forme diverse, a collaborare con il sistema che li opprimeva. Il sopravvissuto Levi non lo assolve e, allo stesso tempo, rifiuta di giudicarlo attraverso categorie semplicistiche. La violenza estrema non produce soltanto vittime e carnefici, ma può costringere gli esseri umani dentro situazioni nelle quali le categorie morali abituali entrano in crisi. La zona grigia non significa, dunque, che vittime e carnefici siano la stessa cosa, non è cancellata affatto la responsabilità dei nazisti. Significa piuttosto riconoscere che, dentro un sistema costruito per distruggere l'individuo, anche le persone possono essere spinte verso comportamenti che, osservati dall'esterno, sembrano incomprensibili. E proprio per questo diventano difficili da giudicare in modo categorico.
È qui che il libro assume una dimensione profondamente filosofica. L'autore non cerca soltanto di raccontare ciò che è stato, cerca di capire che cosa accade all'essere umano quando viene immerso in condizioni estreme, quando le istituzioni cancellano la responsabilità individuale, quando la violenza diventa una pratica quotidiana e quando la sopravvivenza può entrare in conflitto con la solidarietà.
Il libro quindi diventa un testo sulla Shoah, ma non soltanto sulla Shoah; è un libro sulla memoria, sulla responsabilità, sulla colpa e sui limiti del giudizio. È un saggio che mette in discussione la nostra esigenza di dividere il mondo in categorie nette, perché la realtà umana è spesso molto più ambigua e dolorosa. Ed è forse proprio questo che rende ancora così attuale Primo Levi. Non ci offre una spiegazione consolatoria del male, ci chiede, piuttosto, di guardarlo da vicino, senza semplificarlo. Perché comprendere non significa giustificare, significa cercare di capire come sia stato possibile che degli esseri umani abbiano fatto ciò che hanno fatto e come altri esseri umani, vittime di quella stessa violenza, abbiano potuto essere trascinati dentro quella che l'autore chiama, con una delle sue espressioni più potenti, la zona grigia.
Dopo Se questo è un uomo, Levi non smette dunque di raccontare Auschwitz, continua a interrogarla. E questa volta la domanda non è soltanto che cosa sia successo, ma che cosa tutto questo ci dica sull'uomo...

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