Presentazione


Presentazione

Questo spazio è dedicato agli appunti, alle briciole di recensione irrazionali, che colgo, da lettore appassionato e spesso rapsodico, nei miei viaggi verso la lentezza e la riflessione. Briciole di recensione irrazionali dunque.

Briciole perché sono brevi, a-sistemiche, frammentarie, come un certo spirito moderno pretende. Non sono delle vere recensioni. Queste hanno uno schema e una forma ben precisa, mentre i miei sono più che altro appunti colti sul momento, associazioni d’idee, giudizi dettati dalle impressioni di un istante, da una predisposizione d'animo subitaneo, da un fischio di treno... E perciò li definisco irrazionali. Perché sfuggono da un qualsiasi schema predefinito, perché sono intermittenti, perché nella scelta di un libro, per via di una congenita voracità, spesso non seguo linee e percorsi definiti dalle letture precedenti, ma mi lascio trasportare dagli ammiccamenti o dalle smorfie di sfida che un libro sulla mensola della libreria mi lancia.

È un modo insomma di coltivare, di giocare, di prendere vanamente in giro la memoria, per conservare, catalogare e archiviare frammenti di ricordi e suggestioni che un giorno, magari, potranno farmi sorridere e, perché no, commuovere.

31 ago 2026

Amleto - William Shakespeare (Teatro - ca. 1600-1601)

"Angeli e ministri di grazia difendeteci! Che tu sia uno spirito del bene o un lemure, porti brezze dal cielo o raffiche dall'inferno, venga a farci del male o a darci aiuto, tu vieni in tale forma da strappare domande che ti parlerò. Ti chiamerò Amleto, re, padre, nobile Danese. Rispondimi! Non farmi schiattare nell'ignoranza, dimmi perché le tue ossa benedette nella bara hanno strappato il sudario, perché la tomba in cui ti ho visto riposare in pace ha aperto le sue fauci di marmo per rigettarti qui? Che può voler dire che tu, morto, di nuovo tutto armato rivisiti così il lume della luna e rendi orrida la notte, e a noi gonzi della natura così terribilmente sconquassi la ragione con pensieri che vanno oltre l'umano? Dimmi, perché? A che fine? Cosa dobbiamo fare?"


Amleto appartiene decisamente alla categoria dei libri che continuano a fare rumore e forse è questo il senso più autentico di un’opera immortale. Non il fatto che continui a essere letta dopo quattro secoli, ma che riesca ancora a lasciare aperte domande alle quali non siamo riusciti a trovare una risposta. In tutta l’opera si respira la morte, quella reale, innanzitutto, ma anche il lutto, la perdita, la malinconia, il disincanto. È come se il mondo di Amleto fosse già un mondo in decomposizione, nel quale qualcosa si è spezzato e non può più essere ricomposto. In questa realtà, Amleto è, a sua insaputa, un filosofo esistenzialista. È un uomo che dubita, degli altri, delle proprie certezze, delle apparenze, persino della possibilità di conoscere davvero la verità, ma, soprattutto, dubita del senso dell’agire. Sa di dover fare qualcosa, sa di voler vendicare il torto subito, eppure rimane continuamente sospeso tra il pensiero e l’azione. È questa, forse, la sua tragedia più profonda. Amleto vuole agire, ma pensa troppo, e più pensa, più l’azione diventa difficile. In questo senso la tragedia shakespeariana è profondamente psicologica, ma anche morale. Il problema non è soltanto ciò che Amleto deve fare, ma se sia giusto farlo. La vendetta è davvero giustizia? E se lo è, può diventare giustizia attraverso un atto che è esso stesso violento e moralmente ambiguo?

Eppure Amleto non è l’unico personaggio prigioniero di qualcosa che sembra già deciso. Ofelia, lo zio-re Claudio, lo stesso Amleto sembrano muoversi dentro un sentiero che, in qualche modo, è già stato tracciato. Le loro decisioni, infatti, sembrano avere uno spazio di libertà molto ristretto. Non tanto la libertà di cambiare il proprio destino, quanto quella, molto più drammatica, di accettarne le conseguenze. È come se il destino avesse già predisposto le mosse e agli uomini restasse soltanto la possibilità di compierle. E qui entra in gioco anche la fortuna (nel senso rinascimentale del termine), non semplicemente la buona o la cattiva sorte, ma quella forza imprevedibile che irrompe nella vita degli uomini, la sconvolge e la costringe a prendere una direzione diversa da quella immaginata. I personaggi di Shakespeare incontrano la fortuna e ne vengono stravolti.

Amleto perde il padre e scopre che il mondo nel quale credeva di vivere era una menzogna; Ofelia viene travolta dagli eventi che gli altri decidono per lei; Claudio conquista il potere attraverso il delitto e scopre di non poter mai veramente possedere ciò che ha conquistato. Nessuno sembra davvero padrone della propria storia. Amleto diventa così un'opera moderna, universale. Quattro secoli dopo, continuiamo a riconoscerci in quell’uomo che pensa, dubita, rimanda, cerca una verità e, nello stesso tempo, vorrebbe soltanto trovare il coraggio di agire. Amleto non sa ancora di essere un esistenzialista, eppure pone alcune delle domande che, tre secoli dopo, Camus avrebbe posto in termini filosofici. La morte, il suicidio, l'assurdo, l'impossibilità di trovare un senso ultimo, la scelta di fronte a un mondo che non offre risposte. Ma là dove Amleto rimane sospeso nel dubbio, Camus cercherà nella rivolta una risposta all'assurdo. Noi, leggendo Shakespeare, sappiamo che la domanda è già tutta lì, essere o non essere. Non ci chiede soltanto se valga la pena vivere o morire, ci costringe a chiederci quanto siamo davvero liberi, quanto delle nostre scelte ci appartenga e quanto, invece, sia già stato deciso dalle circostanze, dagli altri, dalla fortuna o dalla storia. Non è una domanda alla quale Shakespeare ci offre una risposta, ed è proprio per questo che, ancora oggi, non abbiamo finito di porcela…

L’introduzione di Nemi D’Agostino è particolarmente efficace perché aiuta a inquadrare il caso Shakespeare senza ridurlo a una semplice biografia dell’autore. Dietro Amleto c’è un mondo nel quale il rapporto tra individuo, destino, responsabilità e libertà diventa improvvisamente problematico.


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