Presentazione


Presentazione

Questo spazio è dedicato agli appunti, alle briciole di recensione irrazionali, che colgo, da lettore appassionato e spesso rapsodico, nei miei viaggi verso la lentezza e la riflessione. Briciole di recensione irrazionali dunque.

Briciole perché sono brevi, a-sistemiche, frammentarie, come un certo spirito moderno pretende. Non sono delle vere recensioni. Queste hanno uno schema e una forma ben precisa, mentre i miei sono più che altro appunti colti sul momento, associazioni d’idee, giudizi dettati dalle impressioni di un istante, da una predisposizione d'animo subitaneo, da un fischio di treno... E perciò li definisco irrazionali. Perché sfuggono da un qualsiasi schema predefinito, perché sono intermittenti, perché nella scelta di un libro, per via di una congenita voracità, spesso non seguo linee e percorsi definiti dalle letture precedenti, ma mi lascio trasportare dagli ammiccamenti o dalle smorfie di sfida che un libro sulla mensola della libreria mi lancia.

È un modo insomma di coltivare, di giocare, di prendere vanamente in giro la memoria, per conservare, catalogare e archiviare frammenti di ricordi e suggestioni che un giorno, magari, potranno farmi sorridere e, perché no, commuovere.

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23 feb 2025

Il nulla per tutti – Emil Mihai Cioran (Lettere - 2024)

"Il Nulla ha inghiottito la mia vita, non faccio più niente, ho smesso di scrivere, sono diventato qualcuno di cui si parla sui giornali e sulle riviste, un simulacro di essere umano. La mia unica consolazione è la musica: ascolto Brahms tutti i giorni, sprofondo ancora di più nella malinconia, un sentimento completamente opposto alla salvezza, poiché esercita la sua minaccia proprio su quelli che si credono salvati. Devo ammettere che la ammiro: com'è possibile che lei non ne sia toccato?"


Uno scrittore instancabile di lettere, ma non di speranze, Emil Cioran, con la sua penna tagliente e rassegnata, scruta la storia e la cultura del Novecento senza concedere sconti. Il verdetto è noto: tutto è precario, tutto è condannato. Un secolo che si crede al culmine della civiltà ma che, agli occhi del filosofo romeno, è solo il teatro della sua disfatta.

Nella corrispondenza con Beckett, Jünger, Marcel, Wiesel, Yourcenar, Zambrano (e non solo), Cioran non smette di aggiornarsi sulle attività editoriali dei suoi interlocutori. Eppure, qui il suo stile muta: niente aforismi fulminanti, niente crudele ironia. Le lettere sono rapide, a volte puramente di cortesia. Allo stesso tempo Cioran, anche nell'epistolario, resta fedele a se stesso: scettico, contraddittorio, inevitabilmente segnato dalla vergogna di esistere. Se il Novecento è la grande illusione del progresso, Cioran ne è il più feroce disilluso. La sua scrittura è una lotta contro la speranza, vista come l'ultima illusione di un'umanità incapace di accettare il nulla. La malinconia non è un difetto dell'anima, ma una lucida consapevolezza della fragilità dell'esistenza. Il filosofo non offre vie di fuga: la sua filosofia non promette salvezza, ma uno sguardo radicale sul vuoto. Eppure, proprio in questa assenza di speranza si cela una strana forma di liberazione. Accettare il nulla significa, paradossalmente, liberarsi dall'ossessione del senso e dalla tirannia delle certezze. La vita, spogliata di significati imposti, diventa un esercizio di pura presenza.

Il suo pensiero non è una semplice negazione, ma un invito a guardare l'abisso con occhi aperti. Non per vincerlo, ma per riconoscerlo come parte di noi. In questo, Cioran è il poeta dell'inutile, il filosofo del disincanto, un maestro di un'esistenza vissuta senza illusioni, ma con una consapevolezza acuta della bellezza effimera del vivere.

28 lug 2024

Vivere contro l'evidenza - Emil Mihai Cioran (Saggio - 1973)

"Vivere è distruggersi, non per una mancanza, ma per una sorta di pienezza pericolosa. In Dostoevskij non sono gli omuncoli, i debolucci, gli anemici che si distruggono, sono gli individui che esplodono, che giungono sino in fondo a se stessi e oltrepassano tale limite".



In questa confessione (trascrizione integrale di un’intervista rilasciata a Christian Bussy nel 1973 per una TV belga) Cioran descrive ciò che per lui è evidente: il nulla è la matrice e la fine dell'esistenza. In una tale cornice, l'attributo di nichilista risulta limitante, perché è nel nulla che Cioran ritrova il tutto.

Da questo atto di consapevolezza e di onestà, il filosofo lotta e sopravvive. Pascalianamente, gli uomini negano tale evidenza, ma Cioran no, osserva e resiste. Cosciente dell'infelicità strutturale dell'essere umano, dell'assurdo, Cioran intraprende una battaglia furibonda con se stesso e il mondo per non soccombere al tormento e allo stritolamento esistenziale. La filosofia diventa un farmaco quindi, la presa d'atto della propria natura. La scrittura in tutto ciò diventa un modo per non precipitare nella miseria dello spirito. E di fronte a tale vastità, nell'amicizia e nell'idea del suicidio è possibile trovare la possibilità della libertà. Così come in Bach o in Dostoevskij...


Con una prefazione di Antonio Di Gennaro, leggiamo una sinossi del pensiero del filosofo romeno; un osservatore del vuoto, dunque, uno scienziato del nulla.

22 mag 2024

L'inconveniente umano - Giovanni Soriano (Pensieri - 2022)

"Nichilista, oggi, è chi si trova del tutto a proprio agio col nulla; chi non sente alcuna mancanza di un dio, di un aldilà di una verità assoluta; chi non ha alcun bisogno di aggrapparsi a una fede, a un'ideologia o d'intrupparsi in un partito per dare significato alla propria esistenza; significato che, per il nichilista, è tutto racchiuso nell'esistenza stessa. Nichilista è chi considera questa vita nient'altro che un'interferenza, uno scoglio lungo il placido corso del nulla, cui sente di appartenere e che attende, con animo lieto, di farvi ritorno".

"Così come le dittature del passato sollecitavano i cittadini a fare più figli per dare potenza alla patria e soldati da mandare al macello (basterebbe ricordare, a questo proposito, l'infame tassa fascista sul celibato), le democrazie odierne, specie quelle in cui si riscontra un sensibile calo delle nascite, invogliano i cittadini a fare più figli per sostenere il sistema economico con sempre nuovi schiavi, nuovi consumatori e nuovi contribuenti. Oggi come allora, chi risponde a simili chiamate, magari perché allettato da miseri incentivi economici, mostra di non avere a cuore né la libertà né la felicità dei propri figli".


Erede di una lunga tradizione di pessimisti consapevoli della miseria della vita umana, dai Greci fino ad arrivare agli insulti dei tragici moderni come Leopardi, Schopenhauer e Cioran, Soriano si colloca tra i grandi maledetti della storia. Acido, velenoso, corrosivo, esplosivo, cinico, ateo, anticlericale, nichilista, senza possibilità di redenzione Soriano ci lascia questi amari "principi di sana e consapevole misantropia" (come da sottotitolo). Diviso in capitoli, i pensieri trattano della misantropia, non come reazione al mondo, ma come modo di essere, una forma di nobiltà d'animo, di consapevolezza contro la stupidità dell'uomo, un inconveniente del mondo, dell'universo tutto. Si occupa quindi dell'uomo, essere spregevole e misero che più si conosce più si rivela ignobile, illimitato, servo di eventi che non può controllare, figlio del caos e della sorte. Affronta la stupidità e la pretesa degli uomini di sentirsi superiori (il che dimostra la loro ottusità) e tra questi annovera complottisti, credenti, malinformati, chi cerca notizie sui social, chi segue mode, chi si tatua. Tutti, nessuno escluso, per lo scrittore sono idioti. Considera gli orrori della vita, la nascita in primis, il momento in cui si inizia a respirare il dolore, la morte. In tale prospettiva, schopenhauerianamente, la procreazione diventa l'origine di ogni male, la vita una misera sgradevolezza, un errore. L'amore diventa sessualità, illusione, solitudine condivisa; la donna è descritta con tratti misogini, che vuole a tutti i costi avere i figli. C'è spazio per l'avversione totale contro la nascita, quindi, contro la procreazione intesa come il crimine peggiore in assoluto. Avversa la politica come professione, a favore, invece, di una politica di competenze. Contro il suffragio universale, madre della classe politica che ci ritroviamo. Contro il popolo, ignorante e volgare. Non poteva mancare un capitolo, forse il più feroce, contro la menzogna più grande, il complotto meglio riuscito: Dio e le conseguenti religioni. L'ultimo capitolo è contro i filosofi scadenti che non riescono a esprimere il loro pensiero senza inventare parole e concetti insensati, non ancorati alla realtà, contro i venditori di fumo come Hegel, Husserl, Heidegger, Croce, Gentile, Severino, Dáila; contro gli scrittori mediocri che scrivono per gli altri e per il successo. 

Un libro violento, arrabbiato; non per tutti, forse ancora inattuale. Pensieri che non lasciano scampo all'uomo considerato alla maniera della peste, la cui soluzione risiede nei silenzi e nella solitudine della notte. Da leggere per ricordare e riflettere, ma ormai non più originale...

2 dic 2023

Taccuino per stenografia - Emil Mihai Cioran (Saggio 1937-1938)

"che io anneghi nel mio stesso annichilamento - fragranza"

"sentire i propri passi in altri secoli -"

"Pascal ma soprattutto Nietzsche - sembrano giornalisti dell'eternità"

"Se fossi stato Dio, avrei fatto tutto di me, tranne che un uomo - Quanto sarebbe stato grande Gesù, se fosse stato un po' più misantropo!"


Scritto in romeno durante i primi anni francesi, questo quadernetto di appunti, ma anche di lampi di genio, è stato concepito da Cioran per uso privato. Una palestra di scrittura, un diario, una confessione in cui il romeno si sfoga e cerca di dare forma a un pensiero tragico e nichilista. Nel suo carattere estemporaneo e nel suo confronto con l'eternità sta la particolarità di questo volumetto. I tormenti dell'uomo Cioran, le sue disperazioni sono riversati in queste pagine di lotta contro il mondo, ma anche contro se stesso e, non poteva essere altrimenti, contro Dio. Unico fine: trovare sollievo, trovare una qualche forma di liberazione e di autenticità. 

Il libretto è impreziosito dal testo a fronte, da una breve introduzione di Eugène van Itterbeek e una postfazione di Antonio Di Gennaro. 

Il saggio di Antonio Di Gennaro, in particolare, verte sul rapporto contraddittorio che Cioran ha avuto con Parigi, città affascinante ma triste, luminosa e malinconica, e allo stesso tempo agonizzante. La bicicletta, quindi, diventa il mezzo che gli ha permesso letteralmente di non suicidarsi. Un metodo per sopravvivere dunque, per mortificare corpo e pensieri e per per sfuggire alle incombenze della vita. Un uomo senza patria insomma, un nomade che trova il suo rifugio e il suo antidoto alla vita nella notte della scrittura e, più specificamente, nella lingua francese.

4 dic 2022

Finestra sul nulla - Emil Mihai Cioran (Aforismi - 1943/45)

"Le persone si stendono nella vita come su delle lenzuola, e quando camminano passano come ombre felici attraverso il loro sonno. Il tempo non ha ancora aperto loro gli occhi, i loro piedi non toccano spine. Ma quando il veleno ti ha corroso le palpebre affinché il mondo possa ferirti gli occhi, quando ogni cosa ti sfugge da sotto i piedi come se la nascita ti avesse precipitato nel vuoto, la cui unica legge è la tua afflizione, siediti dunque dove vuoi: ogni posto è una tomba senza fondo, ogni istante una vertigine di caduta. Perché tenerti ancora aggrappato in questo vasto crollo, nell'orrido dello sprofondamento, e dove trovare un oggetto per il tuo sconforto? Scivoli senza scampo nel deserto generale, infinitamente triste di non trovare foss'anche una parola per la tua tristezza. La vita è una fontana avvelenata dalle tue stesse labbra".


Ritrovati nella biblioteca Doucet, questa raccolta di frammenti è l'ultimo scritto in rumeno di Cioran. Il fallimento politico, morale, religioso, esistenziale che il giovane esiliato a Parigi sente fin dentro le ossa è vicino all'inutilità e alla rabbia. Stravolgendo secoli di pensiero occidentale, accodandosi ai più freschi e ai più putrescenti filosofi tragici, Cioran anche qui dimostra la sua straordinaria bravura nel riconoscere, e nel riconoscersi, figlio del vuoto, del Nulla. Vivisezionandosi, trova la verità non tanto nell'essere, quanto nel suo opposto, ovvero il Nulla, in quella dimensione silenziosa che domina il prima e il dopo la vita stessa. 

Solitario, cinico, scettico, disilluso, tragico, misantropo, vagabondo, in queste pagine inizia un nuovo sentiero, quello del distacco, quello che gli permetterebbe di raggiungere e di affacciarsi da quella finestra che dà sul Nulla. Afflitto dalla contraddizione, il filosofo si sente intossicato dagli altri, dall'essere, dall'esistenza; la lacrima (e la musica) rimane l'unico strumento di sopravvivenza. Un uomo che si scruta dentro e trova solo disperazione e putrefazione, dove solo le macerie dominano e l'angoscia e i dubbi si dissolvono nel momento in cui si realizza che l'unica certezza è il Nulla. Solo la musica, come si accennava, in questa vita di miseria e afflizione per alcuni brevissimi istanti è in grado di sospendere l'uomo dai dolori e dai desideri dell'esistenza. Eppure, come è evidente, anche la musica è effimera, è destinata al nulla. Ogni cosa inevitabilmente è destinata alla rovina. 

I grandi temi (l'insonnia, il tempo, lo scetticismo, la mistica, il rapporto conflittuale con il divino, la morte, la malattia, la musica, la nobiltà del fallimento, la difficoltà della parola) sono descritti in forma meno suadente e distruttiva del Cioran maturo. Se stilisticamente non sempre incisivo, come nei suoi capolavori, ciò non vuol dire che la penna del rumeno non sia carica di testate nucleari pronte a distruggere ogni forma di certezza.

20 nov 2022

Proust senza tempo - Alessandro Piperno (Saggio - 2022)

"Il processo ricordava parecchio quello dell'ipnosi: la fitta pagina proustiana mi ondeggiava davanti agli occhi come un pendolo, provocando una specie di trance: la fusione tra me e il testo era talmente promiscua da favorire il dubbio un po' bizzarro che ciò che stavo leggendo lo conoscessi già. L'aria di famiglia che respiravo era l'effetto di un trucco, lo sapevo, ma per quanto stessi li a ripetermelo continuavo a sospettare di non essere alle prese con un nuovo libro da leggere ma con un flusso di cose già presenti in me, che quei segnetti sulla pagina contribuivano a far riemergere in superficie nel modo più libero e commovente".


Su Marcel Proust si è detto tutto (o quasi). Così la tendenza, oggi, è quella di raccontare il rapporto che il lettore ha, dall'accademico al lettore comune, con l'opera e la biografia del genio parigino. Diviso in due parti, la prima si può inserire all'interno di questo schema interpretativo. È, infatti, la presa d'atto di un momento particolare, di un momento epocale della vita di un ricercatore che per tutta la vita si è confrontato con l'immensa opera proustiana. È una confessione che segue la cifra stilistica e riflessiva che va da Agostino a Proust stesso passando per Montaigne; è un'autobiografia che l'autore racconta. Ovvero la sua storia con la Recherche di Proust, il cui primo volume ricevette come regalo di Natale durante l'ultimo anno di liceo. Perplesso inizialmente (lo stile tentacolare di Proust, si sa, la prima volta è spiazzante), ne rimane affascinato in modo inesorabile dopo. Un incontro felice, dunque, che lo scrittore romano ha coltivato intellettualmente per anni. Proust che diventa un veleno che non ha antidoti insomma, che si diffonde in ogni cellula e ti cambia la vita per sempre (argomenti e dinamiche che i proustiani riconoscono facilmente, che io riconosco). Ma nel suo racconto, nell'evoluzione della sua passione, c'è anche uno studioso che quasi (sebbene non sia possibile) prova a curarsi da quella malattia. Si avverte, infatti, quasi una forma di disincanto che prefigura, almeno sembra, una cesura nella sua vita di studioso e appassionato lettore proustiano. Con l'occhio dello scienziato, Piperno tratteggia un Proust un po' cinico, che non crede nell'amore perché non ne ha colto il senso, che ha come scopo esistenziale quello di essere ricordato anche dopo la morte. Un dialogo con se stesso alla ricerca di una verità che nel tempo si è evoluta, trasformata, che è diventata, da passione viscerale quale era, puro affetto filiale. E così Proust è diventato per Piperno il metro di giudizio per affrontare se stesso e anche gli altri autori incontrati durante la sua vita di lettore-studioso.

La seconda parte, difatti, è dedicata al confronto, per analogia o per contrasto, con altri autori. Alla maniera parallela di Plutarco, o alla maniera di Cioran, sono esercizi di ammirazione. Leggiamo quindi della comparazione tra Montaigne e Proust. Entrambi hanno vissuto un'infanzia felice, spensierata, di affetto genitoriale; hanno discendenza mista (ebrea e cattolica); sono scettici; si sono isolati per la loro opera e hanno analizzato le contraddizioni umane. 

Leggiamo di Proust e Céline. Sebbene antitetici (tutti ricordano i giudizi sprezzanti di quest'ultimo nei confronti dell'autore della Recherche), hanno entrambi avuto coscienza dell'importanza del loro stile. C'è la malattia, l'idea tragica della vita, hanno dato voce all'odio contro gli ebrei. 

Leggiamo di Proust e Nabokov. Nonostante quest'ultimo non sia del tutto attento alla magia del tono proustiano, condivide con il francese l'infanzia felice e il ritorno con la memoria a quell'epoca privilegiata. Una memoria, però, diversa: incostante e imprecisa quella del francese, precisa e perfetta quella del russo.

Leggiamo di Proust e Balzac. Stilisticamente differenti, ma con una spregiudicatezza compositiva e architettonica unica.

Leggiamo di Proust e Dante. Vicini per il tema della morte in loro così ossessiva, per il loro bisogno di salvezza, per il loro misticismo artistico, per la vendicativa legge del contrappasso. 

Leggiamo di Proust e Woolf, forse il saggio più bello. Entrambi snob, omosessuali, che mettono al centro della loro riflessione esistenziale l'arte, anziché la vita vissuta. 

Infine leggiamo di Proust e Roth, anche lui sedotto dal tempo ritrovato.

Nonostante tutto, nonostante quel senso di distacco e di presa di coscienza, con una penna seducente ma anche carica di inchiostro avvelenato, si legge tutta la passione che Piperno continua ad avere (e non potrebbe essere altrimenti) verso Marcel Proust.

5 giu 2022

I miei paradossi - Emil Mihai Cioran (Saggio - 1974)

"Ebbene, per me è un'esperienza personale. Quando vedo un bambino, o ad esempio un neonato, divento terribilmente triste. Quando i miei amici mi spediscono un annuncio di nascita, non so mai come rispondere. Non posso affatto rispondere. Non potrei assolutamente assumermi la responsabilità di gettare qualcuno in questo mondo. E se la vita, l'uomo, la storia, domani dovessero cessare, non sarei triste".


L'intervista con Leonhard Reinisch, di cui possiamo leggere in appendice un breve saggio del 1982, E. M. Cioran, il maestro della rovina, è centrata soprattutto sul valore del pessimismo, sulla morte (e quindi sulla vita e quindi sul suicidio) e sul valore mistico del paradosso. Cioran, assurdo ed estremo nel suo scetticismo e cinismo, ha sempre vissuto ai margini della vita; una vita inconcepibile, ma a 65 anni si meraviglia di essere vivo, di non essere ancora morto. Ciò lo deve, come sappiamo, all'idea della possibilità del suicidio, un'idea che paradossalmente alimenta la vita, un'esistenza calata dentro un ritmo insensato di eventi. E inevitabilmente il dialogo si sposta sul tema della storia. La tendenza mistica, sebbene non credente, di Cioran osserva distaccata la storia del mondo come processo di rovina, che ha avuto inizio da un essere diabolico. La libertà quindi si ottiene nei momenti della vita in cui si è al di là della storia, momenti fugaci ed unici. È una conseguenza logica, direi quasi divina, pensare che la procreazione sia il male più grande. Cioran confessa la sua asocialità, il suo essere straniero nonostante (e per questo) conosca bene la sofferenza degli altri. Reinisch insiste argutamente nel trovare paradossi e contraddizioni nel pensiero del filosofo rumeno. E quest'ultimo, che non li smentisce, ne esalta il loro significato metafisico. Nessuna speranza quindi, nessun futuro; ciò che ci aspetta è solo una tragedia.

Una parentesi interessante da notare: il giudizio durissimo di Cioran su Sartre, malgrado l'intervistatore lo incalzi più volte a parlare di Camus che, invece, non commenta mai.

16 gen 2022

Classifica: i più belli e i più deludenti del 2021

L'anno appena passato, che disgraziatamente e storicamente si è caricato il peso del precedente, per me è stato sì povero di viaggi veri e concreti, ma allo stesso tempo è stato intenso dal punto di vista intellettuale. È vero, non sono tantissimi i libri che ho letto (solo 30), tuttavia c'è stato dietro un impegno di studi accademici che, in fin dei conti, mi fanno sorridere. Così ho ripreso in mano, tra gli altri, volumi di estetica, di morale, di filosofia antica, di politica, ricordandomi che c'è sempre da imparare con entusiasmo. Che si è sempre, se lo si vuole, giovani appassionati studenti che si meravigliano di fronte alla conoscenza... Oltre agli studi, non posso dimenticare Proust (che è diventato quasi un'ossessione), Bufalino, Cioran, Nietzsche, che mi hanno accompagnato fedelmente durante l'anno con la loro profonda dolcezza mista a feroce sofferenza.

Ma ecco la mia classifica del 2021:

1. Niente di nuovo sul fronte occidentale

2. Proust a Grjazovec 

3. La letteratura e il male

4. Contro la memoria 

5. Vita di Beethoven 

Il romanzo di Remarque l'ho trovato strepitoso, da leggere a scuola per l'intensità del messaggio e dello stile, così come ho trovato esaltante, e direi vitale, l'idea che ha Czapski di Proust. Un Proust che nelle originali pagine di Piperno affronta il senso e l'importanza del ricordo e quello dell'oblio. Il tema del male per affermare la volontà e la libertà nel saggio di Bataille è motivo di ulteriore riflessione per me, mentre la biografia di Rolland merita un posto in classifica per la passione con cui è scritta.

Qualche libro deludente c'è stato; nulla di illeggibile però, sebbene il manuale di Douglas Mortimer sia solo didascalico, il romanzo di Ilaria Tuti non abbia climax e i quaderni di Rilke siano lenti e a tratti noiosi.

16 lug 2021

In compagnia di Cioran - Mario Andrea Rigoni (Saggio - 2004)

"La denuncia della menzogna filosofica, che egli ha formulato con parole di fuoco, è sicuramente uno dei motivi per cui la sua figura e i suoi scritti possono irritare. Ma proprio per questo Cioran è stato ed è insostituibile per noi; proprio per questo, quando muore qualcuno come lui, c'è un po' più di buio e un po' più di volgarità nel mondo".


Cioran, ormai è chiaro, è uno dei più grandi scrittori e pensatori del secolo scorso. È essenziale, un caposaldo del pensiero novecentesco. Il traduttore e critico Rigoni, in questa raccolta di scritti che manifestano la sua gratitudine verso un'amicizia rara, ci descrive un Cioran dall'aria modesta, timida, che rifiuta le luci della ribalta mediatica e che, invece, apprezza una passeggiata ai Giardini del Lussemburgo. Le pagine raccontano dell'amicizia iniziata negli anni Settanta tra i due; una testimonianza descritta nel resoconto di incontri, di interviste e introduzioni alle opere del filosofo. Risultano particolarmente interessanti, nonostante non siano approfondite, le intuizioni leopardiane dei due amici.

Una raccolta di memorie dal forte sapore di gratitudine.

14 mar 2021

Tradire la propria lingua - Emil Mihai Cioran (Saggio - 1985)

"Occorre avere una visione tragica della storia, altrimenti non si comprende niente. Non vale la pena farsi molte illusioni, la storia è spietata. Uno storico che non ha il senso tragico del divenire non comprende nulla degli avvenimenti".


In questa brillante intervista rilasciata a Philippe Dracodaïdis, Cioran riflette con un certo grado di serenità su molti aspetti del pensiero: dall'importanza del riso per la vita all'odio di sé, dal taoismo che ha amato ma che adesso detesta all'idea che l'uomo è destinato alla catastrofe così come la civiltà alla decadenza, al valore stesso della filosofia che trova insopportabile. Ma la riflessione più interessante che spicca da questo dialogo è certamente quella sulla lingua francese, sulla lingua di Cartesio, di Pascal (di cui è appassionato), di Montaigne (che invece non lo appassiona più di Pascal), sui moralisti e sulla loro brevità. Considerazioni di massimo rispetto su una lingua che, come sappiamo, è stata cruciale per la ricaduta che ha avuto nel suo stile e nel suo pensiero di grande tragico contemporaneo. 

5 gen 2021

Classifica: i più belli e i più deludenti del 2020

Il 2020, l'anno orribile com'è giustamente definito, sarà ricordato da tutti. È stato vissuto come un anno terribilmente segnato dalla paura: del contagio, della malattia, della morte, della solitudine, della distanza. Dodici mesi epocali, che sono già nei libri di storia, il cui peso si rifletterà ancora per gli anni a venire, che condizionerà le nostre coscienze e le nostre conoscenze. Eppure, per cercare di trovare una qualche forma di serenità, di attenzione verso se stessi, proprio quest’anno per me è stato possibile ritrovare un po' di quel tempo che la frenesia della normalità solitamente ci preclude. E così il mio 2020 sarà ricordato anche, tra le luttuose ombre e una forma di stoica rassegnazione esistenziale, per la Neowise, per un viaggio tra le sempre impressionanti Dolomiti, per il centenario della nascita di Bufalino, per un ritorno più costante ai libri e quindi verso la ricerca di sé.

Qui di seguito, tra i 41 libri letti (di due devo ancora scrivere un commento), i più belli del 2020:

1. In culo al mondo 

2. Il libro dell'inquietudine 

3. Una donna 

4. Il mondo di Sofia

5. Il piacere della lettura; Come Proust può cambiarvi la vita; Il vento attraversa le nostre anime

 Ancora una volta Antunes, con la sua sensibilità e la sua letterarietà, mi ha sorpreso. Una ricchezza di profonda intimità che ho trovato pure nel libro-confessione del capolavoro di Pessoa. Affascinante e al contempo cruda la vicenda autobiografica di Sibilla Aleramo nel suo libro dal forte sapore femminista. Una piacevolissima scoperta, poi, la divertente e filosofica storia di Sofia raccontata da Gaarder. Infine, per evidenziare quanto Proust mi sia sempre presente e vivo, non posso non citare insieme in classifica alcuni dei testi che lo riguardano e il suo saggio sul piacere della lettura e, quindi, della solitudine.

Cioran, Onfray, Bufalino, come sempre ormai, sono autori che mi hanno accompagnato direttamente o indirettamente per tutto l'anno; ed è sempre bene ricordarli perché indispensabili per me.

I libri più noiosi sono stati quelli relativi al debate nelle scuole, ma sono state letture più per il dovere che per il piacere della lettura in sé.

29 nov 2020

Dio e il nulla - (AA. VV. - Saggio 2019)

"Secondo Cioran, infatti, sarebbe stato meglio non essere mai stati, non essere mai nati e pertanto non aver mai conosciuto la disavventura, il disonore e la vergogna di essere stati gettati nel mondo, nella vita e nella storia. Questa è la colpa di Dio (qualora un Dio esistesse, qualora vi fosse un Dio): aver creato un mondo osceno, corrotto, obbrobrioso (il peggiore dei mondi possibili), impregnato di male e in cui l'uomo è vittima sacrificale, un martire innocente immolato sulla croce del Tempo".

A cura di Antonio Di Gennaro e Pasquale Giustiniani, questa raccolta di saggi, frutto di un convegno tenutosi a Napoli nel 2017 e cofinanziato anche dalla CEI, è dedicata alla "religiosità atea", come da sottotitolo, di Emil Mihai Cioran. Sappiamo che la dimensione religiosa è costante e centrale nella riflessione di Cioran. Agli antipodi rispetto al dio dei dogmi delle varie confessioni religiose, Cioran è uno scettico, un tragico, un monaco sui generis che ha lottato per tutta la vita contro un Dio funesto, maledetto, infimo. Il pensatore rumeno, lo sappiamo, è un credente, nel senso che crede nel nulla. Paradossalmente mistico, inquieto nella sua religiosità senza religione, accecato dal vuoto, è un filosofo vicino alla teologia negativa del mistico Meister Eckhart, in cui Dio e il nulla coincidono. Ossimorico, un teologo ateo, preda del male di vivere e dalla consapevolezza di essere caduto nel tempo e nella Storia, vorrebbe che Dio esistesse per insultarlo e accusarlo di aver creato il mondo e quindi il male. È la disperazione, il dolore, che lo porta a pregare un Dio non esistente, un Dio che non può consolare e che almeno dovrebbe ammettere il suo errore: la creazione.

21 giu 2020

Ricordando Cioran - Mario Andrea Rigoni (Saggio - 2011)

"Quando venne a trovarmi a Padova, prendendo alloggio in una semplice locanda così come aveva fatto a Venezia, la prima cosa che volle vedere non fu uno dei tanti monumenti storici o artistici della città, ma la Basilica di S. Antonio, con il sorprendente corteo di pellegrini che da sempre vi affluiscono da tutte le parti del mondo. Commentò, mi pare, che questa forma di devozione assolveva i medesimi compiti della psicanalisi. Visitando il Giotto degli Scrovegni, si soffermò un momento sulla rappresentazione dei Vizi e delle Virtù, osservando sarcasticamente che gli uni erano la verità e le altre la menzogna".


Un'amicizia lunga, quella tra l'italiano Rigoni e il filosofo franco-rumeno. E in questo brevissimo opuscolo sono raccolti pensieri personali, ricordi commoventi e aneddoti deliziosi del loro rapporto. L'autore spiega anche perché Cioran non era di moda negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso (un anti-Sartre, un anti-Heidegger non poteva avere spazio nel panorama intellettuale di quei decenni). Insiste sulla figura di un uomo che ha vissuto la filosofia sulla sua pelle: un pensiero, quello di Cioran, che nasce autenticamente e che inevitabilmente lo ha portato a ripristinare lo stile intenso, diretto e lucido della superba tradizione persa dopo Schopenhauer e Nietzsche.
Un ricordo genuino.

7 giu 2020

Per nulla al mondo - Friedgard Thoma (Saggio 2001)

"Passeggiammo di nuovo, anzi vagabondammo parecchio per Parigi; secondo Cioran, sarebbe diventata una sorta di patria per me. Sapeva esattamente dove aveva vissuto Pascal o il luogo in cui Mirabeau fu arrestato, conosceva tutte le storie di donne o le altre scaramucce dei defunti celebri. Negli anni seguenti il luogo usuale dei nostri incontri sarebbe stata l'Eglise St. Sulpice, al tempo di Napoleone una spaziosa scuderia, in cui a volte ci trovammo a discutere, irritando i fedeli in preghiera"


Un amore di Cioran, come recita il sottotitolo, è una raccolta di lettere tra il filosofo già settantenne e la sua amante Friedgard, una professoressa di filosofia di Colonia. È il racconto dei loro incontri, dell'amicizia che è nata tra Friedgard Thoma e Simone Boué, la compagna di vita del filosofo, ma è soprattutto la testimonianza unica di come l'amore appassionato e ardente possa salvare l'uomo, persino il più disperato, il più nichilista. Dal carteggio d'amore e dagli aneddoti deliziosi che inframezzano le epistole (struggenti i ricordi dei loro ultimi incontri, della loro passeggiata al cimitero, dell'ultimo saluto...), ne viene fuori, infatti, il lato più vulnerabile di Cioran. Il filosofo dello scetticismo si fa antiscettico. Il filosofo della rassegnazione riconosce nell'amore, nella sua infatuazione senile (a tratti finanche gelosa), un'ancora di salvezza, un approdo su cui aggrapparsi che gli possa permettere di sopravvivere. 
Le lettere sono state scritte in tedesco, quindi non si leggono gli slanci poetici che caratterizzano lo stile di Cioran. Eppure, nella corrispondenza iniziata all'inizio del 1981, nella storia che ha avuto inizio con una semplice lettera da parte di una curiosa ammiratrice e una cordiale risposta da parte del filosofo, nei loro incontri nella decadente Parigi, nei loro viaggi, nelle loro ossessive telefonate si può osservare come la poesia del sentimento sia onnipresente, costante, salvifica. Cioran, un vecchietto ossessionato dal pensiero del suicidio, nella figura di una giovane Friedgard (dalle sembianze di attrice e dalla spiccata intelligenza) si scopre in balia delle onde burrascose di un amore che lo metterà ancora una volta in discussione con se stesso e con il senso del mondo.
Sono raccolte anche alcune lettere di Boué a Friedgard, che rivelano un'intensa e bella amicizia. 

5 giu 2020

Cere perse - Gesualdo Bufalino (Saggi - 1985)

"Celle di chiostro o di carcere, chi vi si chiude, seppure ne ricavi ragioni per credere in Dio, altrettante ne fabbrica per disperare di amarlo... insomma, l'insularità è a un tempo un privilegio e una pena, pensateci due volte prima di venirci in vacanza, voi che abitate le grandi pianure dove si può camminare sempre davanti a sé. Non misurate il nostro respiro sul vostro. E, soprattutto, uomini di terraferma, abbiate pietà di noi che viviamo nelle isole: potremmo, da un momento all'altro, sparire"


Rileggere Bufalino, specialmente in prima edizione, è emozionante tanto quanto scoprirlo la prima volta. Il grande scrittore comisano è in grado di turbare e di meravigliare il lettore sempre con nuovi brividi. È, in sostanza, un'epifania di emozioni e di riflessioni. La sua scrittura, la sua poetica, il suo pensiero sono barocchi, eleganti, abissali. Nelle sue opere, infatti, scava psicoanaliticamente nei meandri profondi della memoria, ne fa riemergere i ricordi e dopo, nietzschianamente (e proustianamente), li trasvaluta per crearne fantasie e storie da trascrivere su carta, sotto forma di romanzi, racconti, poesie, articoli.
Diciamocela tutta, Bufalino è uno scrittore del sospetto. Eppure non è metafisico in senso stretto. Ritengo che nel suo pensiero non ci sia molto spazio per la metafisica, anzi a tratti trovo istanze anti-metafisiche nella sua opera, nonostante la maggioranza dei suoi critici la pensi diversamente. Basta ricordare che tutta la sua riflessione sulla memoria e sui ricordi si riconduce fondamentalmente alla materialità della mente e del proprio vissuto. Basta ricordare il suo rapporto con Dio, che, se e quando esiste, è conflittuale, è materiale (celebri le riflessioni di padre Anselmo, struggente il corpo morto di Marta, oltre alla sua memoria, che deve aiutare il narratore a superare il momento profondissimo di scoramento in Diceria; arcano il Padreterno de Le Menzogne della notte che non si sa chi sia e che alla fine non verrà mai conosciuto; evocativa la volontà del padre dell'avvocato Crisafulli di avere con sé un bastone nella tomba per colpire materialmente Dio nel caso esistesse in Tommaso e il fotografo cieco). Basta ricordare che se esiste (ed esiste, specialmente nei racconti) una volontà di sopravvivenza, questa si trova soltanto nella memoria e nei libri scritti. C'è spazio per un'analisi esistenziale semmai. Anzi, questa è una caratteristica fondamentale, una cifra assoluta, secondo me, del pensiero dello scrittore siciliano. L'angoscia della vita, la nostalgia per un passato che non c'è più, il bisogno di mettere in posa il tempo per poi imbellettarlo con i trucchi della retorica, le riflessioni sulla precarietà, la finitezza e l'assurdità della vita, la solitudine di fronte alla vecchiezza e alla morte sono temi tipicamente esistenziali. Temi da leggere non in chiave ontologica-heideggeriana, ma in senso nietzschiano-nichilista, o tutt'al più in senso ateo alla maniera di Camus, o al massimo nel senso agnostico-nichilista alla maniera di Cioran. Essere o riessere dunque, non in chiave ontologica, ma in chiave materialistica-esistenziale.
Anche in questi elzeviri e articoli di giornali usciti tra il 1982 e il 1985, raccolti per paura di perderli come la cera che si scioglie dopo l'utilizzo che ne fa lo scultore, sebbene solo sporadicamente, si può trovare traccia di tale cifra. La varietà dei temi trattati, vagabondi e amaramente ironici, sprofondano spesso in uno scetticismo chiaro e distinto; la Sicilia come ossimoro, come mito, la memoria e il ricordo di Sesta Ronzon, ma anche il valore della parola e al contempo del silenzio. Eppure si nota sempre un certo grado di coerenza, verso se stesso, verso il giudizio tagliente sui libri, sull'arte, sull'esistenza non solo tragica, ma anche nei suoi aspetti più banali. È come leggere un romanzo autobiografico, un diario intimo, una confessione sullo scrivere e sul leggere, sui sentimenti privati, sul rapporto con il tempo e la morte. Elzeviri appassionanti per il linguaggio, per lo stile e per le sfumature interiori ed esistenziali quasi alla Pascal, alla Montaigne, alla Baudelaire (peraltro citati più volte). Si capisce quindi che il filo conduttore è il libro, il suo elogio. I libri che consolano, terapeutici, che ampliano la conoscenza e ci danno coscienza, che sono nutrimento. I libri sulla Sicilia, i libri dell'amico Sciascia, persino il modello 740 per la denuncia dei redditi, la riabilitazione del romanzo giallo. Lo scrittore non è innocente e la curiosità diventa quasi morbosa verso gli autori prediletti e i loro personaggi di romanzo. Il riessere dunque è nella materia del libro, nella pagina imbrattata di inchiostro, è, insieme alla memoria, l'unica strada possibile per sopravvivere ancora.

9 gen 2020

Classifica: i più belli e i più deludenti del 2019

Eccomi all'inizio del nuovo decennio a commentare, come d'abitudine, l'anno ormai vecchio. Scivolato via velocemente, il 2019 è stato un anno senza scossoni particolari: lavoro, viaggi, qualche lettura in più, ritrovata e confermata serenità, uno sbandamento a la Stendhal vissuto a Berlino di fronte ai miei quadri preferiti; tutto come dovrebbe essere. Sì, è vero, qualche lettura in più rispetto agli ultimi anni scorsi, ho letto 27 libri, ma devo dire però senza scoperte particolari. Le letture belle ci sono state, penso ai testi su Proust, a Delitto e castigo, a Camus, eppure non sono state letture nuove. Mi è mancato il brivido della novità, l'eccitazione dell'inaspettato, dell'autore da approfondire, del racconto imprevisto e spiazzante. Speriamo nell'anno appena iniziato. Intanto, qui di seguito, l'elenco dei più belli che ho letto nel 2019:


Continuano le letture proustiane e inaspettatamente emozionante è stato il racconto degli ultimi anni di vita di Proust nei toccanti ricordi della sua governante Albaret. Dostoevskij e la sua profondità rappresentano il vertice dell'analisi psicologica dei personaggi, di quelli che toccano il fondo dell'infelicità e che con uno sforzo sovrumano tentano di risalire e di non soffocare. Ancora una volta devo citare in classifica Onfray e il suo libro dedicato allo scrittore e pensatore Camus. Con la sua penna e le sue posizioni, Onfray tratteggia un autore gigantesco. Immenso come La caduta, il romanzo sull'assurdo e sulla assurdità della vita, in cui Camus ci rivela un uomo senza scampo...

Non ci sono stati scritti veramente pessimi quest'anno da menzionare, anche se ho trovato un po' ripetitivi i saggi di Bressanini, nonostante lo ammiri molto come divulgatore scientifico. Una lettura lenta e a tratti noiosa, sebbene ne condivida il pensiero, è stata quella di Benatar, Meglio non essere mai nati, così come Morti favolose degli antichi di Baldi, malgrado la bellissima idea di fondo.

Ma il 2019 segna anche dieci anni di blog. E non posso non spendere qualche parola sul decennio passato. Sono stati anni di cambiamenti radicali, di rivoluzioni, di crepuscoli e di aurore, di atrofie, di scoperte anche. E in tutto questo tempo, oltre ai soliti Bufalino, Nietzsche, Onfray, sono due gli autori che mi hanno tenuto per mano, costantemente, caparbiamente. Devo molto a loro, a Proust, a Cioran, due fratelli spirituali che mi hanno permesso di decifrare il senso del dolore, il senso del non senso. Due autori che di certo anche per il 2020 frequenterò.

17 dic 2019

Cioran - Bernd Mattheus (Saggio - 2007)

"A partire dal 1989 i ritratti di Cioran mostrano un netto cambiamento, già prima del compimento dell'ottantesimo compleanno. Non sono tanto i segni dell'età impressi sul suo volto, quanto piuttosto l'espressione di una abissale e al contempo rigida tristezza. A mostrarsi all'obiettivo è un estraneo con l'identità di Cioran".

Mattheus, anche traduttore di Cioran in tedesco, che lo ha conosciuto ed è diventato suo amico, qui tratteggia un ritratto intellettuale del filosofo rumeno. Una bella biografia per capire l'opera del grande pensatore estremo; un pensatore che non ama i sistemi filosofici, che odia l'uomo, il mondo, Dio, che considera la vita una malattia la cui unica guarigione è l'estinzione.
È ripercorsa l’intera vita di Cioran. Dalle montagne che circondano il suo paese natio Rasinari, alle visite ai cimiteri, ai giochi con i teschi e le ossa, l'infanzia di Cioran è stata felice. Poi il passaggio dalla natura alla cultura nella città di Sibiu, dove frequenta il liceo e conosce la filosofia tedesca e la letteratura francese. E da quel momento la vita cambia, il pensiero della morte e del suicidio diventano un’ossessione, l'insonnia diventa insostenibile e scrive a soli 22 anni il suo primo libro, un capolavoro, Al culmine della disperazione. Dopo l'unica esperienza di lavoro, terribile, come insegnante liceale, hanno inizio gli anni Trenta e la sua vicinanza agli ideali nazisti, poi disconosciuti. Il suo trasferimento a Parigi, le sue lunghe pedalata in Francia, Italia, Inghilterra nella sempre crescente disperazione d'esistere. La storia di una vita con Simone Boué, quella con Friedgard Thoma, i suoi primi successi letterali, le sue idiosincrasie, le amicizie, la malattia, la morte.
Mattheus usa Cioran stesso come fonte, dai suoi libri e soprattutto dalla sua corrispondenza, di conseguenza il racconto si fa ricco di spunti riflessivi. Un lavoro rigoroso, e anche se mancano gli aneddoti curiosi, le chicche, la lettura è stimolante. Emerge il ritratto di uno scettico estremo, come recita il sottotitolo, un misantropo, ironico, nichilista, apocalittico. Cioran è un pensatore per disperati, per coloro i quali toccano la miseria umana con i propri polpastrelli, per quelli che raggiungono il culmine della disperazione e lo sentono nelle viscere.

19 nov 2019

Una vita con Cioran - Simone Boué (Saggio -1996)

"C'era una casa dove si poteva mangiare aperta a tutti gli studenti. Ed è lì che incontrai Cioran. Ricordo benissimo, era il 18 novembre 1942. L'avevo già notato, essendo molto diverso dagli altri, e poi era più vecchio della media degli studenti, aveva 31 anni. Ero in coda per andare a pranzo. Occorreva riempire un buono-pasto, segnare la data, il proprio nome e, quando si passava alla cassa, si doveva esibirlo. Lui, invece di attendere, è venuto accanto a me, chiedendomi quale fosse la data. Per questo la ricordo: era il giorno del mio compleanno. Mia madre aveva spedito una torta. Gli dissi il giorno, e poi dopo..."


Simone Boué, compagna di Cioran dal 1942 al 1995, anno di morte del grande filosofo tragico, in questa brevissima intervista rilasciata a Norbert Dodille ripercorre la sua vita insieme all'apolide metafisico. Ecco raccontata la dimensione domestica, concreta di un uomo che ha fatto a pugni con la vita, dello stesso teorico del suicidio come possibilità esistenziale. Scopriamo un Cioran che elogia il riposino pomeridiano, che segue una dieta biologica, che si cimenta in lavori di bricolage in casa, ma lo seguiamo anche nelle sue ossessioni quasi nevrotiche.
Ma in tutto questo emerge anche la figura di Simone, la donna della vita di Cioran, la donna che lo ha sopportato e supportato nelle sue quotidiane discese negli inferi dell'esistenza, che gli è restato vicino in quell'abisso chiamato Alzheimer e che lo ha visto morire. Una bella chicca che per chi in Cioran vede un nuovo Diogene che cerca la morte in un cimitero. 

13 feb 2018

La speranza è più della vita - Emil Mihai Cioran (Saggio - 1985)

"A me interessa solo l'io, l'io assoluto, il creatore. L'esser-soli con il nulla oppure con il tutto, questo dialogo forse impossibile. Può darsi sia solo un monologo, ma gli unici stati che sono importanti per me, che giustificano la vita, sono questi attimi, quando non c'è nient'altro che l'io, il tutto, il nulla, come lo si voglia considerare". 


Le risposte di Cioran all'intervista radiofonica del giornalista tedesco Paul Assall sono preziose perché nella loro brevità sintetizzano il pensiero del filosofo in modo preciso e chiaro. In particolare, il tema portante è quello della storia, dell'uomo e della loro stretta correlazione. Secondo Cioran, noi siamo condannati a non realizzarci mai; nessun miglioramento morale, nessuna evoluzione della società davanti al nostro orizzonte, solo un'implacabile discesa verso il peggio. Siamo destinati, tragicamente, a fallire, ne dobbiamo prendere atto; solo in questa presa di coscienza, nella sua intrinseca rassegnazione, possiamo permetterci di sperare di salvarci. L'uomo nasce già malato, è nella sua ontologia.
Così come le civiltà sono malate, ma non in senso patologico, bensì in senso storico. E l'Occidente ha fatto il suo corso, è stanco, non ha più alcun ruolo storico e si sta spegnendo come un malato terminale. La morte appare quindi come la soluzione al peggio. Ecco perché non c'è in Cioran nessun vero interesse per la storia contingente o per la politica, ma soprattutto per il suicidio e per la sua possibilità di scelta della morte. 
In appendice, è possibile leggere un breve e curioso scambio epistolare tra Cioran e Assall, da gustare con l'occhio dell'appassionato.

È un Cioran maturo, disincantato, in cui il nichilismo si fa puro, senza slanci emotivi, o preoccupazioni legati alla giovinezza (anche se non mancano elementi biografici che quasi sembrano trasparire un che di malinconico...). Un breve libretto sulla decadenza, in fin dei conti.

7 set 2017

Confessioni e anatemi - Emil Mihai Cioran (Saggio - 1987)

"I soli avvenimenti notevoli di una vita sono le rotture. Sono anche quelle che svaniscono per ultime dalla nostra memoria".

"Voglia di ruggire, di sputare in faccia alla gente, di trascinarla per terra, di calpestarla... Mi sono esercitato alla decenza per umiliare la mia rabbia, e la mia rabbia si vendica appena può".

"Tutte le anomalie ci seducono, in primo luogo la Vita, anomalia per eccellenza".


L'ultimo libro pubblicato quando Cioran era in vita è un libro stanco, senza guizzi di originalità; un ultimo respiro sempre amaro e tragico. Ai margini dell'esistenza, ancora più vicino a posizioni orientali, scettico e disingannato di fronte agli istanti, al tempo, alle esasperazioni della quotidianità e dell'insonnia il filosofo ride della vita e ammicca alla morte. E in questa drammatica perplessità, si avverte la sua nefasta frattura con l'esistenza.
Aforismi che hanno in sé un che di chiaroveggente, nefasto, greve ma pur sempre prossimo al vero.

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