Che cosa perdiamo quando un'opera d'arte può essere riprodotta all'infinito? E, soprattutto, siamo sicuri che sia solo una perdita? Sono le domande fondamentali che attraversano il saggio, sorprendentemente capace di parlare anche al nostro presente, dominato da immagini digitali, social network e intelligenza artificiale...
Il cuore della riflessione di Benjamin è racchiuso in una parola: l'aura. L'aura è l'unicità dell'opera, il suo essere qui e ora, in un luogo preciso, con una storia irripetibile. È ciò che proviamo davanti a un dipinto originale di Leonardo o di Caravaggio, per esempio. Non stiamo osservando semplicemente un'immagine, ma un oggetto che ha attraversato il tempo e che conserva ancora il segno materiale della mano che lo ha creato. La fotografia e, soprattutto, il cinema incrinano definitivamente questa dimensione; l'opera non è più unica, ma riproducibile, non appartiene più a un luogo, ma può raggiungere chiunque. L'arte perde, così, il suo carattere sacrale e cultuale, e una parte del suo fascino, ma acquista qualcosa che prima non possedeva: diventa accessibile alle masse. Ed è qui che l'autore sorprende. Ci si aspetterebbe quindi una condanna della modernità tecnica (come molti francofortesi hanno sostenuto) e invece il suo giudizio è molto più complesso. La riproducibilità distrugge l'aura, certo, ma democratizza anche l'arte. La tecnica, pertanto, non è soltanto una minaccia, è anche una possibilità.
Il cinema rappresenta il punto più alto di questa trasformazione. Non è semplicemente una nuova forma artistica, è un nuovo modo di percepire il mondo. Attraverso il montaggio, i primi piani, i rallentamenti e il continuo susseguirsi delle immagini, il film educa il nostro sguardo a una realtà fatta di velocità, frammentazione e cambi di prospettiva. Insomma, non si limita a raccontare il mondo moderno, ci insegna a guardarlo o, nella peggiore delle ipotesi, ad assecondarne la dimensione politica di propaganda nei regimi dittatoriali. La storia del cinema, tuttavia, sembra aver seguito un percorso più complesso di quanto Benjamin stesso potesse immaginare. Se è vero che il film nasce come opera tecnica e riproducibile, è allo stesso tempo vero che anche il cinema ha finito per costruire una propria forma di unicità. Alcuni registi, per esempio, hanno imposto uno stile immediatamente riconoscibile, alcune opere sono diventate oggetto di un'autentica venerazione, alcune immagini sono entrate stabilmente nell'immaginario collettivo. Come se l'aura, anziché scomparire del tutto, avesse semplicemente cambiato forma.
Forse è proprio questa la grandezza del saggio di Benjamin. Non tanto l'aver previsto con esattezza il destino dell'arte, quanto l'aver compreso che ogni rivoluzione tecnica modifica il nostro modo di guardare il mondo. La filosofia non serve a conservare nostalgicamente ciò che il tempo porta via, ma a comprendere ciò che il tempo trasforma, ed è forse per questo che il piccolo saggio di Benjamin continua ancora oggi a parlarci con una sorprendente lucidità.
