Presentazione


Presentazione

Questo spazio è dedicato agli appunti, alle briciole di recensione irrazionali, che colgo, da lettore appassionato e spesso rapsodico, nei miei viaggi verso la lentezza e la riflessione. Briciole di recensione irrazionali dunque.

Briciole perché sono brevi, a-sistemiche, frammentarie, come un certo spirito moderno pretende. Non sono delle vere recensioni. Queste hanno uno schema e una forma ben precisa, mentre i miei sono più che altro appunti colti sul momento, associazioni d’idee, giudizi dettati dalle impressioni di un istante, da una predisposizione d'animo subitaneo, da un fischio di treno... E perciò li definisco irrazionali. Perché sfuggono da un qualsiasi schema predefinito, perché sono intermittenti, perché nella scelta di un libro, per via di una congenita voracità, spesso non seguo linee e percorsi definiti dalle letture precedenti, ma mi lascio trasportare dagli ammiccamenti o dalle smorfie di sfida che un libro sulla mensola della libreria mi lancia.

È un modo insomma di coltivare, di giocare, di prendere vanamente in giro la memoria, per conservare, catalogare e archiviare frammenti di ricordi e suggestioni che un giorno, magari, potranno farmi sorridere e, perché no, commuovere.

15 feb 2023

Contro Sainte-Beuve - Marcel Proust (Saggio - 1909)

"Ho trascorso molte estati della mia vita in una casa di campagna. Di tanto in tanto, pensavo a quelle estati; ma non esattamente a [loro]. Nella mia mente potevano confondersi per sempre con l'oblio. Se sono sorte dalle ceneri del passato è perché, come tutte le risurrezioni, un puro caso le ha risvegliate. L'altra sera ero rincasato intirizzito per via della neve, e non riuscivo a riscaldarmi: ero andato in camera a leggere, alla luce fioca di una lampada, e la mia vecchia cuoca si offrì di prepararmi una tazza di tè, abitudine che non ho mai avuto. Il caso fece sì che accompagnasse il tè ad alcune fette di pane abbrustolito. Inzuppai il pane nella tazza di tè, e, nel momento in cui lo portai alla bocca, lo sentii ammorbidirsi e impregnarsi del gusto del tè contro il palato. Provai un forte turbamento, sentii odore di gerani, di aranci, una sensazione di luce straordinaria, di appagamento, di felicità". 


Introdotto da un bel saggio di Clarac, il testo incompiuto di critica letteraria ed estetica, che sfocia in confessione intima e in racconto, e che filologicamente si deve accostare ai Pastiches e ai Settantacinque fogli, segna un momento di straordinaria importanza nell'opera di Proust. Il libro, infatti, precede la Recherche e ne è, in qualche modo, un'introduzione, un impianto teorico entro cui costruirne le meraviglie. Fra il trattato filosofico (che, intelligentemente, vuole dimostrare quanto l'intelligenza benché fondamentale sia di grado inferiore rispetto alla pascaliana ragione del cuore) e il racconto letterario e autobiografico, questo insieme di appunti è già la versione in nuce della Recherche. Sono presenti, infatti, temi, immagini e riflessioni che si troveranno in tutto il capolavoro proustiano. 

Sainte-Beuve, il critico letterario per eccellenza, un mostro sacro e intoccabile, appare agli occhi di Proust sopravvalutato. Cieco e incapace di cogliere la grandezza letteraria di artisti come Stendhal, Nerval, Baudelaire, vede nella biografia di un artista la conditio sine qua non per comprenderne l'opera. Associando, quindi, il valore dell'uomo al valore dell'opera, Sainte-Beuve dimostra miopia e poco acume. Proust, contro il superficiale metodo positivista, sente la necessità di confutare tale tesi per dimostrare che i capolavori hanno la loro genesi da io diversi e più profondi di quelli che si manifestano nella quotidianità. Come c'è differenza tra la magia onirica di Sylvie di Nerval e la sua pazzia, o come tra la simpatia e i bei modi di Baudelaire (tra l'altro amico di Sainte-Beuve e poeta prediletto di Proust) e i suoi versi velenosi notturni dionisiaci, oppure come tra la volgarità di Balzac e l'assenza di stile che lo caratterizzano e lo rendono unico e che Sainte-Beuve non aveva capito. Esempi che dimostrano quanto le loro opere, nate nel silenzio da un io riflessivo e sognante, siano lontane dal loro diverso io quotidiano e riconosciuto dagli altri (Freud è dietro l'angolo...). È in questa distinzione che la scrittura diventa vitale, l'universo entro cui trovare il senso dell'esistenza, per dare forma viva ai ricordi che andrebbero inesorabilmente perduti.

Intelligenti, partorite da una mente raffinatamente sensibile, le pagine dedicate a Baudelaire. Ne analizza molti versi, cogliendone i colori e le emozioni che nessuno è stato in grado di eguagliare (e che il critico Sainte-Beuve non è riuscito neanche a intuire). 


È divertente notare come la Recherche, opera in parte autobiografica, sia letta dagli studiosi e dai lettori innamorati cercando nella biografia di Proust tutti gli eventi che si ricollegano all'opera...

11 gen 2023

Classifica: i più belli e il più deludente del 2022

Se gli scorsi anni, lentamente ma inesorabilmente, Proust diventava un'ossessione, il 2022 è stato l'anno della conferma di una malattia, la proustite, che non accenna a placarsi, ma anzi diventa sempre più piacevolmente velenosa. Proust e la Recherche sono diventati una categoria esistenziale, una cifra del cuore, un metro della mente, e tale malattia si concretizza in letture e studi che, nel mio stile, spesso sono rapsodiche. Se si aggiunge, poi, che l'anno appena passato è stato il centenario della morte dell'immenso scrittore francese, si spiega anche il nuovo viaggio a Parigi alla ricerca delle sue orme.

Ecco quindi che, tra studi e ossessioni, serenità e stabilità, l'anno appena trascorso è da ricordare inoltre per alcuni importanti viaggi: Parigi, come si scriveva; l'Austria e Tarquinia, per ascoltare e vedere posti nuovi; Matera, il Trentino e Firenze per rivedere bellezze che non dovrebbero mai affievolire. Ci sono stati pure i faticosi studi accademici che hanno contribuito a rendere l'anno appena finito, un anno da conservare e custodire nella memoria.

Ma è il momento del solito elenco di libri da ricordare:


1. L'angelo della notte - Giovanni Macchia

2. La colomba pugnalata - Pietro Citati 

3. Viva Gioconda! - Salvatore Fiume

4. La neve e il sangue - Giulia Cacciatore 

5. Le piccole speranze - Annalisa Trabacchi


I primi due sono dei classici della sterminata bibliografia proustiana, biografie psicologiche e raffinate scritture che ci proiettano dolcemente all'interno dell'Universo-Proust. Il romanzo di Fiume è stato una rivelazione; delicato, nostalgico, poetico, in grado di far vedere con gli occhi di un bambino una Sicilia che non c'è più. Il saggio della Cacciatore, che racconta avvenimenti biografici inediti su Bufalino che solleticano l'immaginazione, invece, apre nuove possibilità interpretative sull'opera del comisano e, in particolare, su Diceria dell'untore. È a pieno titolo nella cinquina dei libri più belli dell'anno, il primo romanzo della mia amica Annalisa: ironico, piacevolmente scorrevole, coraggioso. 

Una nota di demerito, invece, va assegnata a Le meraviglie del mondo di Lorraine Daston e Katharine Park. Sebbene il tema sia di straordinario fascino, la loro scrittura e la loro scelta architettonica rendono il volume noioso e pedante.

Bene, prima di riprendere in mano il prossimo libro, un buon proposito per il 2023: continuare a dedicarmi alla mia malattia, alla malìa che mi è stata lanciata...

29 dic 2022

Proust e Vermeer - Lorenzo Renzi (Saggio - 1999)

"Ma in Proust la rivolta contro lo spirito del positivismo e del naturalismo coincideva con un dato di natura. Proust non era uno spirito esatto e, con il favore delle idee del tempo, non gli importava di esserlo".


Una figura appassionante della Recherche è sicuramente Bergotte, il vecchio scrittore che muore, quasi comicamente, davanti al quadro di Vermeer, La veduta di Delft. In quelle toccanti e magistrali pagine della Prigioniera, come sappiamo, c'è dietro un racconto autobiografico. L'episodio, infatti, ricalca l'esperienza che lo stesso Proust ha vissuto (con le ovvie dovute differenze) nel maggio del 1921, quando visitò l'esposizione di arte olandese al Jeu de Paume.

Bergotte muore fissando un dettaglio del quadro di Vermeer, l'ormai celebre petit pan de mur jane, il muretto giallo che può essere considerato la cifra e il senso della stessa opera artistica, e, come si sa in Proust, della vita stessa. Eppure quell'importantissimo dettaglio, così come descritto da Proust-Bergotte non è di facile identificazione. Secondo l'autore il muretto è un dettaglio che addirittura non esisterebbe; se non nella pagina del romanzo. Un oggetto che in molti hanno provato a individuare, ma che non trova una condivisione, nonostante rimandi al tema determinante nella poetica proustiana dell'immortalità dell'arte, dell'arte come resurrezione. Per il linguista vicentino, potremmo trovarci di fronte a una divisione, a uno sdoppiamento che porterebbe a un'associazione. Il piccolo muro del quadro, infatti, potrebbe essere all'estrema destra del quadro, mentre il colore giallo sarebbe quello del tetto colpito dal sole, un po' più verso il centro. Il muretto giallo, dunque, sarebbe il frutto di una condensazione tra verità oggettiva e soggettiva. Perché Proust non cerca l'esattezza positivista (come da sottotitolo Apologia dell'imprecisione), ma la verità del singolo, del soggetto che vede con i suoi occhi il mondo che lo circonda e di cui ne è parte allo stesso tempo.

15 dic 2022

Proust. I colori del tempo - Eleonora Marangoni (Saggio - 2022)

"Dalla vita si è presa tutto quel che poteva e, in fondo, con più grazia di altri. Non sono soltanto gli abiti che indossa a essere un capolavoro, è la sua stessa storia. Dissoluto, impuro, fortunato e astuto, il viola è l'unico in grado di conciliare le prepotenze del rosso e la tenerezza del blu, come Odette è stata l'unica a far incontrare la strada di Swann con quella dei Guermantes".


La Recherche, opera di per sé luminosissima, quasi abbagliante, è tale anche perché i colori la pennellano e la attraversano per intero. Lo stile di Proust è, infatti, coloratissimo, probabilmente il più colorato della letteratura. Scopriamo questa simbiosi inscindibile tra parole, idee, personaggi e colore dalle parole dell'autrice, un'autentica cultrice (oltre che studiosa) dell'opera proustiana. Secondo lei, e adesso sarà difficile confutarla, la teoria dei colori, l'atlante cromatico individuabile nella Recherche è la memoria stessa, una delle protagoniste assolute. Il colore è racconto, è storia; si sostituisce alla parola e riesce a cogliere legami e trame sottili che lega tra loro idee e personaggi. È, in fondo, un grimaldello che ci permette di scovare nei sotterranei della memoria le sinapsi tra i diversi ricordi. Proust dipinge impressioni che, fluide, scorrono nel tempo. La Recherche è, in questa originalissima luce, una pinacoteca i cui quadri sono le raffigurazioni cromatiche dei personaggi, di ciò che rappresentano in quanto concetti, e gli incolori corridoi rappresentano il tempo che scorre. Il colore è parola dunque, ma è anche simbolo, carico di senso, che racchiude in sé un microcosmo semantico ed emotivo. È, insomma, un'ossessione proustiana.

L'autrice, con la sua brillante rilettura, ci illumina e ci accompagna dentro questa galleria sterminata e affascinante che è il capolavoro proustiano. Così troviamo il giallo, il colore dell'aristocrazia, dei paesi difficili da raggiungere, della leggenda dei Germantes e dell'ipocrisia. Il blu è, invece, l'innocenza, l'ingenuità e la meraviglia che aristotelicamente ci spinge alla conoscenza. Il verde è il Tempo stesso, è il fiume eracliteo che scorre inesorabile e spietato. Il rosa, colore quasi stucchevole, è l'inconsistenza, l'artificiosità. Il viola è Odette in quanto forma immutabile, nonostante la mutevolezza delle sue categorie. Il rosso è l'arma del prestigio, è il colore dei potenti, ma anche della crudeltà e della pochezza di quest'ultimi. C'è spazio anche per una riflessione sul non colore, la non tinta del movimento veloce, della fugacità, come fugace è, in fondo, Albertine. Infine trovano spazio i silenziosi bianco e nero delle riproduzioni artistiche di fine Ottocento e primo Novecento, che hanno permesso a Proust di creare e urlare tutti i colori nella sua immaginazione. 

Il volume è prezioso, sia per le singolari intuizioni dell'autrice, sia per le ricchissime e bellissime illustrazione che lo corredano. Una chicca per gli appassionati, ma anche per chi vuole trovare un approccio diverso verso quel mondo, adesso coloratissimo, che è la Recherche. Da collocare in un posto di rilievo nella personale biblioteca proustiana.

14 dic 2022

Fra i miei occhiali e i tuoi - Gesualdo Bufalino, Marcello Venturoli (Lettere - 1979/1996)

"Creda dunque che conservo i miei bravi cadaveri nel cassetto. Solo che - ma a questo punto il discorso rischierebbe di farsi patetico - ogni mio tafferuglio con la pagina scritta (come certi amori che il possesso estingue) è stato a termine e volutamente privato. Sarà stato un precoce contatto col pensiero della morte (in gioventù ho sofferto per due anni di un male, certo di morirne); sarà un abito di disincanto acquistato frequentando i cataloghi d'antiquariato librario, veridici camposanti di ambizioni e commozioni sbagliate; sarà l'avarizia un po' narcisa di conservarmi lettore unico, privilegiato, non contestabile, delle mie cose, oppure, più umilmente, la difficoltà di accesso alle segrete macchine editoriali... certo finora ho cercato meno ascoltatori che complici".


Il carteggio tra il grande scrittore siciliano e il critico d'arte e poeta romano, che possiamo leggere per la prima volta, ha un che di affascinante e curioso. Tutto inizia nel 1978, quando Bufalino pubblica, come curatore, l'antologia fotografica Comiso ieri e manda una copia al famoso critico Venturoli. Da questo semplice pretesto, e dall'intuito di Venturoli, nasce uno scambio epistolare di alto livello culturale, ma anche, e direi soprattutto, di amicizia e intima stima. Tanto che Bufalino manderà alcuni dei suoi dattiloscritti inediti e, quando ormai famoso, scriverà la prefazione di alcune poesie e revisionerà molte delle opere edite, ma anche inedite, del poeta romano. 

Bellissime le primissime lettere di Venturoli, intuitive, intelligenti nell'individuare nella prosa bufaliniana una profondità letteraria non comune. Oltre che amico sincero (toccanti le lettere in cui si racconta come amico), è un raffinato lettore dell'opera bufaliniana. Acuta e potente la sua lettura delle poesie, per esempio, o di Calende greche.

Di Bufalino sono pregevoli le confessioni sul suo essere diviso tra il benessere del silenzio e il "riessere" scrittore pubblicante, così come le analisi stilistiche che fa sul suo modo di scrivere e di intendere la letteratura. E più si trova invischiato nei meandri della fama e delle scadenze letterarie, più Bufalino rievoca nostalgicamente il tempo in cui era uno sconosciuto professore di provincia. Sorprende, ma non troppo, l'attenzione alla letteratura nazionale a lui contemporanea nei nomi di Manganelli, Calvino, Sanguineti. È interessante notare che nelle lettere si scoprono disseminate frasi, aforismi, pensieri che si troveranno nelle opere edite del comisano. 

È il racconto di un'amicizia vera, affettuosa, come quando Bufalino scrive della morte del padre e, commosso e fraterno, Venturoli risponde. Amicizia senza invidia anche, come quando Bufalino diventa famoso dopo la pubblicazione di Diceria e, invece, Venturoli fa fatica a pubblicare i suoi lavori poetici e narrativi.

Un'affascinante scoperta, da conservare nella memoria. 

4 dic 2022

Finestra sul nulla - Emil Mihai Cioran (Aforismi - 1943/45)

"Le persone si stendono nella vita come su delle lenzuola, e quando camminano passano come ombre felici attraverso il loro sonno. Il tempo non ha ancora aperto loro gli occhi, i loro piedi non toccano spine. Ma quando il veleno ti ha corroso le palpebre affinché il mondo possa ferirti gli occhi, quando ogni cosa ti sfugge da sotto i piedi come se la nascita ti avesse precipitato nel vuoto, la cui unica legge è la tua afflizione, siediti dunque dove vuoi: ogni posto è una tomba senza fondo, ogni istante una vertigine di caduta. Perché tenerti ancora aggrappato in questo vasto crollo, nell'orrido dello sprofondamento, e dove trovare un oggetto per il tuo sconforto? Scivoli senza scampo nel deserto generale, infinitamente triste di non trovare foss'anche una parola per la tua tristezza. La vita è una fontana avvelenata dalle tue stesse labbra".


Ritrovati nella biblioteca Doucet, questa raccolta di frammenti è l'ultimo scritto in rumeno di Cioran. Il fallimento politico, morale, religioso, esistenziale che il giovane esiliato a Parigi sente fin dentro le ossa è vicino all'inutilità e alla rabbia. Stravolgendo secoli di pensiero occidentale, accodandosi ai più freschi e ai più putrescenti filosofi tragici, Cioran anche qui dimostra la sua straordinaria bravura nel riconoscere, e nel riconoscersi, figlio del vuoto, del Nulla. Vivisezionandosi, trova la verità non tanto nell'essere, quanto nel suo opposto, ovvero il Nulla, in quella dimensione silenziosa che domina il prima e il dopo la vita stessa. 

Solitario, cinico, scettico, disilluso, tragico, misantropo, vagabondo, in queste pagine inizia un nuovo sentiero, quello del distacco, quello che gli permetterebbe di raggiungere e di affacciarsi da quella finestra che dà sul Nulla. Afflitto dalla contraddizione, il filosofo si sente intossicato dagli altri, dall'essere, dall'esistenza; la lacrima (e la musica) rimane l'unico strumento di sopravvivenza. Un uomo che si scruta dentro e trova solo disperazione e putrefazione, dove solo le macerie dominano e l'angoscia e i dubbi si dissolvono nel momento in cui si realizza che l'unica certezza è il Nulla. Solo la musica, come si accennava, in questa vita di miseria e afflizione per alcuni brevissimi istanti è in grado di sospendere l'uomo dai dolori e dai desideri dell'esistenza. Eppure, come è evidente, anche la musica è effimera, è destinata al nulla. Ogni cosa inevitabilmente è destinata alla rovina. 

I grandi temi (l'insonnia, il tempo, lo scetticismo, la mistica, il rapporto conflittuale con il divino, la morte, la malattia, la musica, la nobiltà del fallimento, la difficoltà della parola) sono descritti in forma meno suadente e distruttiva del Cioran maturo. Se stilisticamente non sempre incisivo, come nei suoi capolavori, ciò non vuol dire che la penna del rumeno non sia carica di testate nucleari pronte a distruggere ogni forma di certezza.

20 nov 2022

Proust senza tempo - Alessandro Piperno (Saggio - 2022)

"Il processo ricordava parecchio quello dell'ipnosi: la fitta pagina proustiana mi ondeggiava davanti agli occhi come un pendolo, provocando una specie di trance: la fusione tra me e il testo era talmente promiscua da favorire il dubbio un po' bizzarro che ciò che stavo leggendo lo conoscessi già. L'aria di famiglia che respiravo era l'effetto di un trucco, lo sapevo, ma per quanto stessi li a ripetermelo continuavo a sospettare di non essere alle prese con un nuovo libro da leggere ma con un flusso di cose già presenti in me, che quei segnetti sulla pagina contribuivano a far riemergere in superficie nel modo più libero e commovente".


Su Marcel Proust si è detto tutto (o quasi). Così la tendenza, oggi, è quella di raccontare il rapporto che il lettore ha, dall'accademico al lettore comune, con l'opera e la biografia del genio parigino. Diviso in due parti, la prima si può inserire all'interno di questo schema interpretativo. È, infatti, la presa d'atto di un momento particolare, di un momento epocale della vita di un ricercatore che per tutta la vita si è confrontato con l'immensa opera proustiana. È una confessione che segue la cifra stilistica e riflessiva che va da Agostino a Proust stesso passando per Montaigne; è un'autobiografia che l'autore racconta. Ovvero la sua storia con la Recherche di Proust, il cui primo volume ricevette come regalo di Natale durante l'ultimo anno di liceo. Perplesso inizialmente (lo stile tentacolare di Proust, si sa, la prima volta è spiazzante), ne rimane affascinato in modo inesorabile dopo. Un incontro felice, dunque, che lo scrittore romano ha coltivato intellettualmente per anni. Proust che diventa un veleno che non ha antidoti insomma, che si diffonde in ogni cellula e ti cambia la vita per sempre (argomenti e dinamiche che i proustiani riconoscono facilmente, che io riconosco). Ma nel suo racconto, nell'evoluzione della sua passione, c'è anche uno studioso che quasi (sebbene non sia possibile) prova a curarsi da quella malattia. Si avverte, infatti, quasi una forma di disincanto che prefigura, almeno sembra, una cesura nella sua vita di studioso e appassionato lettore proustiano. Con l'occhio dello scienziato, Piperno tratteggia un Proust un po' cinico, che non crede nell'amore perché non ne ha colto il senso, che ha come scopo esistenziale quello di essere ricordato anche dopo la morte. Un dialogo con se stesso alla ricerca di una verità che nel tempo si è evoluta, trasformata, che è diventata, da passione viscerale quale era, puro affetto filiale. E così Proust è diventato per Piperno il metro di giudizio per affrontare se stesso e anche gli altri autori incontrati durante la sua vita di lettore-studioso.

La seconda parte, difatti, è dedicata al confronto, per analogia o per contrasto, con altri autori. Alla maniera parallela di Plutarco, o alla maniera di Cioran, sono esercizi di ammirazione. Leggiamo quindi della comparazione tra Montaigne e Proust. Entrambi hanno vissuto un'infanzia felice, spensierata, di affetto genitoriale; hanno discendenza mista (ebrea e cattolica); sono scettici; si sono isolati per la loro opera e hanno analizzato le contraddizioni umane. 

Leggiamo di Proust e Céline. Sebbene antitetici (tutti ricordano i giudizi sprezzanti di quest'ultimo nei confronti dell'autore della Recherche), hanno entrambi avuto coscienza dell'importanza del loro stile. C'è la malattia, l'idea tragica della vita, hanno dato voce all'odio contro gli ebrei. 

Leggiamo di Proust e Nabokov. Nonostante quest'ultimo non sia del tutto attento alla magia del tono proustiano, condivide con il francese l'infanzia felice e il ritorno con la memoria a quell'epoca privilegiata. Una memoria, però, diversa: incostante e imprecisa quella del francese, precisa e perfetta quella del russo.

Leggiamo di Proust e Balzac. Stilisticamente differenti, ma con una spregiudicatezza compositiva e architettonica unica.

Leggiamo di Proust e Dante. Vicini per il tema della morte in loro così ossessiva, per il loro bisogno di salvezza, per il loro misticismo artistico, per la vendicativa legge del contrappasso. 

Leggiamo di Proust e Woolf, forse il saggio più bello. Entrambi snob, omosessuali, che mettono al centro della loro riflessione esistenziale l'arte, anziché la vita vissuta. 

Infine leggiamo di Proust e Roth, anche lui sedotto dal tempo ritrovato.

Nonostante tutto, nonostante quel senso di distacco e di presa di coscienza, con una penna seducente ma anche carica di inchiostro avvelenato, si legge tutta la passione che Piperno continua ad avere (e non potrebbe essere altrimenti) verso Marcel Proust.

6 nov 2022

Viva Gioconda! - Salvatore Fiume (Romanzo - 1943)

"La pioggia cadde per quindici giorni e quel maltempo, tutto d'un tratto, cambiò faccia al paese. Le case divennero scure e gonfie. Le grondaie piansero l'estate perduta, e gl'innamorati avevano paura d'uscire. Nel buio grigio della mia casa stavamo io e mia madre. Mio padre tornava due volte al giorno per mangiare e correva, con l'ombrello sulla testa, in bottega, appena finito. Mia madre rimaneva in cucina e mi guardava, da lì dentro, quando non mi sentiva più muovere io me ne stavo con le ginocchia strette, seduto vicino alla tenda dell'alcova e fissavo la finestra col vetro rotto, pensando alla Gioconda. Mio cugino non girava con suo padre per la posta, perciò da lei non avevo più lettere. Anche lei mi pensava da casa sua, sentendosi rimbalzare la mente in testa, perché io, da casa mia, la chiamavo col fiato, a bruciapelo".


In un'atmosfera crepuscolare, quasi notturna, si dipana il romanzo autobiografico di un pittore che sa bene come pennellare immagini anche con le parole. Il narratore è Totò (lo stesso Salvatore Fiume) che si innamora di Gioconda, una sua coetanea di 11 anni. Ma i veri protagonisti della storia non sono loro e la loro tormentata storia d'amore, ma sono Comiso e gli intrighi, i pettegolezzi, le superstizioni e le beghe dei comisani. C'è, infatti, il calzolaio Don Giovannino che scrive struggenti lettere d'amore alla figlia del sacrestano Maddalena, innamorata anche lei di un amore corrisposto ma vietato dai genitori; c'è il farmacista che si fa accompagnare dalle guardie dopo un alterco con il padre del narratore-fanciullo; c'è l'incompetente avvocato che non riesce a difendere il calzolaio; c'è il cugino di Totò, anche lui dispettoso e monello, che accompagna il padre postino e che ha il compito di recapitare le lettere che i due bambini si scambiavano. C'è, anche, il funerale del nonno del cugino; c'è il clima di fine estate che lentamente lascia spazio ai primi freschi autunnali; ci sono i genitori del ragazzo innamorato, con il racconto della loro storia d'amore e che con la loro saggezza popolare e i loro battibecchi accompagnano il lettore con ironia e tenerezza. Come quando il padre litiga con il farmacista e poi con il prete e per questo è accusato di diffamazione. C'è anche la beneficenza nel periodo natalizio per rinnovare la scuola; ci sono le rocambolesche serenate notturne sotto i balconi delle ragazze del paese; c'è l'arrivo della spagnola; c'è la Pasqua con i suoi misteri e la morte di un anziano ricco. È, dunque, un romanzo corale, in cui è descritta una povera Comiso che non c'è più, una Sicilia che non c'è più. Il romanzo si può leggere come un documento storico sugli usi e i costumi dei siciliani nella prima metà del Novecento, e anche un paio di decenni più in qua. 

Ma nell'intimo della sua bellezza, resta un regalo che l'autore ha donato alla memoria dei suoi genitori e alla sua infanzia ritrovata in queste pagine.

Lo stile, nonostante possa sembrare desueto, rimane fresco e allegro, pieno di saporite immagini e di affascinanti e raffinate metafore. Alcune pagine ricordano Bufalino. Forse un po' prolisso, rimane comunque un romanzo poetico, nostalgico, bellissimo. 

11 ott 2022

L'angelo della notte - Giovanni Macchia (Saggio - 1979)

"Una delle grandi intuizioni di Proust fu quella d'aver messo una realtà che muta di fronte ad un io che anch'esso muta, e che, nella confusione delle forme di un passato che si rivela, soltanto a tratti riesce a raggiungere una sua coscienza: a essere il portatore di verità. E poiché la verità è una cosa sola con l'arte, la scoperta della sua vocazione di scrittore si svolge lentamente, verso uno stadio di meditazione e di coscienza teorica. È il viaggio nell'esperienza di uno scrittore che mano a mano realizza con sempre maggior convinzione la certezza di non farcela, di essere un incapace, e giunge fino a maturare un disgusto sempre maggiore per la letteratura. Eppure il senso del proprio fallimento non gli impedisce di continuare a scrivere, a scrivere un romanzo dove quella coscienza resta aperta, dolorante, divisa".


L'angelo della notte è lo stesso Marcel Proust che come un gufo vive di notte, recluso e solitario nella sua stanza insonorizzata e che riesce a vedere chiaramente il pericolo della morte che incombe dietro l'angolo. Un angelo alleato con la volontà e il pensiero (altri angeli sterminatori). Paradossalmente, però, Proust, che in vita è stato accusato di essere privo di volontà, ha scritto un'opera che è il risultato più straordinario, caparbio e disperato della volontà stessa, di quell'angelo che gli stringeva una mano mentre con l'altra sul suo letto cambiava la storia della letteratura.

Scritto con una penna raffinata, il volume racconta la biografia (e la psicologia) dell'immenso scrittore parigino attraverso le sue opere. E così da I piaceri e i giorni, i racconti della morte, dell'innocenza e dell'adolescenza a Jean Santeuil, dove la stessa innocenza è lontana e i turbamenti che nascono dal conflitto psicologico di Proust nei confronti dell'omosessualità diventano meno estremi, passando dall'epistolario, si possono trovare dei grimaldelli per comprendere meglio la sua opera ultima, il suo capolavoro. Si arriva, quindi, alla Recherche, l'opera sublime di un malato che sa cos'è la morte. Ed è qui che si assiste a una trasformazione: l'amore (anche quello omosessuale, anche quello lontano nel tempo) diventa gelosia, diventa morbosa conoscenza, ricerca di verità e pure i peccati del passato devono essere conosciuti. Dunque, la malattia e la morte sono onnipresenti nella sua opera. Basti pensare a quanto la morte della madre segni un momento decisivo per Proust. Ma anche il tema dell'omosessualità è motivo di malattia. Il giovane Proust, infatti, che lotta contro la sua natura omosessuale è Andromeda, incatenato a uno scoglio in attesa che lo raggiunga la morte. Eppure, improvvisamente, arriva l'improbabile salvezza di Perseo, sotto le spoglie dell'Arte, che si innamora perdutamente di Andromeda-Proust. Così, come Noè nella sua Arca, Proust si è rinchiuso volontariamente nella sua camera-Arca. E allo stesso modo di una nuova Shahrazàd ha trovato la vita e la forza di lottare nell'Arte. 

Non mancano altri superbi spunti di riflessione. La vicinanza del parigino al sofferente e malato Dostoevskij  (il sadismo e il tema del parricidio presenti in entrambi, sebbene in Proust non sgorga alcuna goccia di sangue); la solitudine del peccatore come nei tragici greci; l'anticipatore di alcune intuizioni poi sviluppate da Freud; la vicinanza a Vermeer e le suggestioni della sua pittura. Curiosa e da approfondire, infine, l'ipotesi sull'ultima polmonite che porterà Proust alla morte, da imputare a un'uscita notturna e a una lunga attesa al freddo per incontrare un domestico a cui era particolarmente affezionato.

Libro necessario, da avere ad ogni costo nella libreria di un proustiano!

19 set 2022

Il monaco - Matthew Gregory Lewis (Romanzo - 1796)

"Colpa, ho detto? Ma in che cosa consiste la nostra, se non nell'opinione di un mondo in malafede? Se lasciamo che quel mondo ignori le nostre gioie, esse diventeranno divine e innocenti! I tuoi voti di celibato sono contro natura; l'uomo non fu creato per essere solo, e se l'amore fosse un delitto, Dio non l'avrebbe creato così bello e irresistibile. Allontana dunque quelle nubi dalla tua fronte, Ambrosio mio... abbandonati liberamente a quei piaceri senza i quali la vita diventa un dono spregevole. Cessa di rimproverarmi perché ti ho insegnato cos'è la felicità, e contraccambia la passione della donna che ti adora!"


Tra i più importanti e rappresentativi romanzi gotici, Il monaco possiede tutte le peculiarità del genere, sebbene sia stato scritto da un ventenne. La trama è abbastanza semplice, nonostante il racconto non sia sempre lineare. Il protagonista, Ambrosio, un orfano divenuto superiore dei Cappuccini di Madrid, vive nella santità, ma quando scopre che Rosario, il novizio che cerca di emularlo e lo segue in ogni passo, tanto da stringere un fortissimo legame di amicizia, in realtà è una ragazza, Matilde, cade nella tentazione e nel peccato della lussuria. Matilde, infatti, è seducente, irresistibile e per mezzo di arti magiche porterà alle più obbrobriosi azioni il giovane Ambrosio. Il monaco, ancora considerato santo da tutti, non più sazio di Matilde si innamora di Antonia, una giovane vergine che riuscirà a violentare, ma solo dopo aver ucciso Elvira, la madre della ragazza. Subito dopo il delitto, un gruppo di soldati scopre il nascondiglio dove si era consumata la violenza carnale e trovano Ambrosio con in mano il pugnale con il quale aveva appena ucciso Antonia. Insieme a Matilde, la sua complice, è consegnato all'Inquisizione, dove è torturato e condannato al rogo. Ambrosio, disperato e impaurito decide, come Matilde, di vendere l'anima al diavolo, così Lucifero lo fa evadere portandolo in volo su un dirupo. E qui gli svela la triste verità della sua storia di orfano e dei suoi edipici delitti commessi, indotti dallo stesso demonio sotto le sembianze di Matilde. Elvira, infatti, era sua madre e Antonia sua sorella...

Romanzo letto la prima volta una ventina di anni fa nella versione di Antonin Artaud, quando questo genere di storie andrebbe letto. Le impressioni, oggi, non sono inevitabilmente più le stesse. Resta comunque un romanzo da leggere per capire come nella storia la letteratura abbia in questo capitolo uno dei suoi momenti più importanti. Sebbene si avvertano in modo primordiale primi cenni psicologici dei personaggi che anticipano il romanzo ottocentesco, le situazioni restano ingenue. Gli amori descritti nascono con estrema semplicità; le storie d'amore negate si risolvono con sotterfugi e menzogne; gli intrighi amorosi sono frivoli e si dilungano per lunghissime pagine. Come la storia di Don Raymond marchese di Las Cisternas e Agnes che, in un modo un po' contorto, alla fine si interseca con quella centrale di Ambrosio, Matilde e Antonia. 

Resta in ogni caso un romanzo trasgressivo, violento, sadico, morboso. È, in fondo, un saggio sul bene e sul male, sulla tentazione, l'orgoglio e il peccato. È il romanzo sulla perdita dell'innocenza e la caduta dell'uomo verso gli abissi più bui dello spirito.

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