Ciò che odio non è l'imparato, ciò che odio è il fatto di viverci dentro".
Tra il 1942 e il 1972, lo scrittore di lingua tedesca, bulgaro di nascita e naturalizzato britannico, annota su un quaderno pensieri, aforismi, confessioni, ritratti, ipotesi, paradossi. Briciole di pensiero che hanno spesso un sapore incandescente e amaro, come se ogni frammento fosse il risultato di una combustione interiore mai del tutto conclusa. Trent'anni di appunti, scritti senza l'idea di un'opera compiuta, eppure attraversati da un filo che non si spezza mai. Il nemico contro cui Canetti si scaglia è soprattutto la morte, l'invincibile e potentissima falciatrice, che rifiuta di accettare come un fatto naturale e che tratta, invece, come uno scandalo da denunciare. Ma attorno alla morte si raccolgono molte altre sfide, altrettanto radicali e disincantate, con la natura, con le donne, con la politica, con la scienza, con la storia, con il tempo. Sono considerazioni private, nate nella provincia esistenziale di un singolo uomo, e tuttavia potrebbero appartenere a molti. Ed è proprio qui che sta la forza di questo libro. L'autore procede spesso per induzione, dal particolare al generale, dal frammento alla condizione umana, dalla propria inquietudine a qualcosa che riguarda tutti noi. La provincia, quindi, diventa uno spazio limitato, circoscritto, un luogo mentale, ma anche emotivo e spirituale. È la periferia, il margine dal quale Canetti osserva il mondo senza lasciarsene completamente dominare. Ed è proprio da questo margine che riesce a mostrare la nostra miseria, i nostri limiti, la sproporzione tra ciò che siamo e ciò che pretendiamo di comprendere, ma anche, pascalianamente, la nostra capacità di intuire qualcosa dell'infinito. Come l'uomo di Pascal, canna pensante e fragile, anche il Canetti dei quaderni sa di essere poca cosa di fronte all'universo, e sa che il pensiero è l'unica dignità che gli resta. Le sue sono briciole, frammenti esistenziali spesso paradossali; non c'è la pretesa di costruire un sistema, né quella di offrire una consolazione. Ci sono, piuttosto, tentativi, urti, contraddizioni, improvvise illuminazioni. L'aforisma, in lui, non chiude il discorso ma lo apre, lascia una ferita aperta, una domanda che continua a lavorare dopo la lettura. Come negli aforismi scritti durante la guerra, quando intorno a lui il mondo sembra precipitare verso il nulla, emerge una tensione che attraversa tutto il libro. Da una parte la consapevolezza della distruzione, dall'altra un'ostinata fiducia nella vita e soprattutto nell'immaginazione, nella possibilità dell'uomo di continuare a pensare anche quando la realtà sembra negargli ogni ragione per farlo.
Il libro è provocatorio, enigmatico, a tratti persino irritante, eppure è proprio per questo un libro necessario. Non cerca di pacificare il lettore, lo costringe piuttosto a sostare dentro le proprie contraddizioni, a non fuggire davanti alle domande più scomode. La vera provincia dell'uomo, in sostanza, è questa, quel piccolo territorio mentale nel quale continuiamo a pensare, pur sapendo quanto sia poco ciò che possiamo sapere e quanto sia breve il tempo che ci è concesso…
Un libro urticante, a tratti oscuro; un regalo prezioso.

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