Presentazione


Presentazione

Questo spazio è dedicato agli appunti, alle briciole di recensione irrazionali, che colgo, da lettore appassionato e spesso rapsodico, nei miei viaggi verso la lentezza e la riflessione. Briciole di recensione irrazionali dunque.

Briciole perché sono brevi, a-sistemiche, frammentarie, come un certo spirito moderno pretende. Non sono delle vere recensioni. Queste hanno uno schema e una forma ben precisa, mentre i miei sono più che altro appunti colti sul momento, associazioni d’idee, giudizi dettati dalle impressioni di un istante, da una predisposizione d'animo subitaneo, da un fischio di treno... E perciò li definisco irrazionali. Perché sfuggono da un qualsiasi schema predefinito, perché sono intermittenti, perché nella scelta di un libro, per via di una congenita voracità, spesso non seguo linee e percorsi definiti dalle letture precedenti, ma mi lascio trasportare dagli ammiccamenti o dalle smorfie di sfida che un libro sulla mensola della libreria mi lancia.

È un modo insomma di coltivare, di giocare, di prendere vanamente in giro la memoria, per conservare, catalogare e archiviare frammenti di ricordi e suggestioni che un giorno, magari, potranno farmi sorridere e, perché no, commuovere.

12 apr 2011

François le Champi - George Sand (Romanzo - 1848)

"E quando fu tutto solo cominciò a tremare e a soffocare come se avesse avuto la febbre. In realtà non fu ammalato che d'amore, poiché per la prima volta si sentiva ardere da una grande fiammata, avendola covata tutta la vita sotto la cenere".

Appartenente al ciclo dei "romanzi campestri" - storie che raccontano un ritorno rousseano alla genuinità, all'uomo non macchiato dal progresso e dalla società -, ‘Francois le Champi’ è un romanzo mediocre, come non ne leggevo da tanto tempo.
François il trovatello, un poverissimo bambino di animo semplice e sincero, è aiutato da Madeleine Blanchet, la moglie di un mugnaio che ben presto si disamorerà della moglie. Nasce all'istante un amore profondissimo tra ‘il bambino trovato nei campi’ e Madeleine, la quale, a un tratto (e la velocità delle azioni in questo romanzo è disarmante), diventa la madre adottiva del piccolo. Cresciuto tra la fatica del lavoro e l’amore della madre, ancora adolescente, è costretto dal geloso mugnaio ad allontanarsi dalla casa che l’aveva ospitato. Dopo qualche anno, morto il marito della donna, adesso malata ed economicamente in rovina, i due si ritrovano e si amano quasi senza ostacoli. Fortunatamente per il lettore, questo amore nasconde un'ossessione che, solo alla fine purtroppo, si sfogherà in un vero e proprio incesto; i due protagonisti infatti decideranno di sposarsi.
C'è, forte, qualcosa del vissuto della straordinaria, quanto scandalosa, scrittrice francese. Eppure il romanzo, che può essere definito senza problemi di formazione, non dà pregio a una donna intelligente e trasgressiva come la Sand. Qua e là si infiltra il suo pensiero politico, religioso, sociale (derivato da, come si scriveva, da Rousseau), ma il modo di manifestarlo è così ingenuo che non mi viene nemmeno voglia di spiegarlo.
Sempliciotta è la narrazione, la forma, il dialogo spesso affettato, il sentimento dei protagonisti espresso in uno stile mieloso; allo stesso modo i pretesti che portano alle decisioni o agli eventi che sono sviluppati con banalità e superficialità. Non ci sono profondità né caratterizzazione dei personaggi, gli avvenimenti avvengono senza che se ne capiscano fino in fondo le cause; tutto è in balìa della volontà della scrittrice. Persino il gioco tra gli attori è banale. I personaggi 'positivi', ispirati dalla carità cristiana, sono vittoriosi su quelli 'negativi', su quelli che sui primi pretendono l'assoggettamento. Ma se gli eroi alla fine riusciranno attraverso il dolore a salvarsi, gli antieroi hanno un'unica fine, la morte. Schema, ovviamente, ordinario e dozzinale. Romanzo mediocre insomma. 
Se proprio si deve cercare un elemento interessante del libro, si troverà di certo nel saggio introduttivo di Cinzia Bigliosi. Saggio che, tra l'altro, in modo penetrante e pertinente mette in parallelo il romanzo della Sand e il capolavoro proustiano della 'Recherche'.

10 apr 2011

Gandhi e la nonviolenza nell'era atomica - Franco Toscani (Saggio - 1999)

"In queste ultime sue considerazioni spesso amare, Gandhi mostra appieno il volto inquieto e tormentato di chi si sa posto di fronte alla 'sconcertante complessità della natura umana' e non si fa illusioni sul cammino da intraprendere, irto di difficoltà e di ostacoli".

Questo brevissimo saggio illustra, con uno sguardo rivolto alla contemporaneità, la filosofia di un grande uomo che ha combattuto una ferocissima guerra senza mai affrontarla con la violenza. Se qualcosa è stato violento nell'opera e nelle azioni gandhiane, è stata la volontà dello stesso Mahatma, la grande anima, simile a quella di un santo, estrema forse, ma di sicuro non banale.
Il saggio si sofferma nel mettere in risalto la profondità della filosofia gandhiana, evidenziando le sottili, ma spesso abissali, contraddizioni delle azioni umane. E l'idea della 'nonviolenza' diventa la ricerca di se stessi, dello stare insieme con gli altri, della democrazia, dell'armonia in buona sostanza. Tutte riflessioni che porteranno il professore piacentino a un importante paragrafo finale che si interroga sul problema del male nell'uomo, dell'inevitabile ambiguità di quest'ultimo e quindi della difficoltà di esercitare fino in fondo la nonviolenza.
Certo, l'ascetismo del Mahatma, così come il suo pensiero religioso, è agli antipodi del mio pensiero, e ciò da sempre mi ha allontanato dal considerarlo un esempio 'filosofico'. Resta comunque, anche per me, un grande personaggio storico (figura data per scontata nel saggio) che però, come sottolinea l’autore, è stato un singolare e per certi aspetti moderno pensatore del '900. Se inoltre si paragona la sua idea della nonviolenza alla situazione che vede l'atomo uno strumento violento e di distruzione, il pensiero dell’uomo politico e leader nazionalista indiano ci illumina con la sua modernità.

8 apr 2011

Diario di scuola - Daniel Pennac (Autobiografia - 2007)

"Il sapere è anzitutto carnale. Le nostre orecchie e i nostri occhi lo captano, la nostra bocca lo trasmette. Certo, ci viene dai libri, ma i libri escono da noi. Fa rumore, un pensiero, e il piacere di leggere è un retaggio del bisogno di dire".

Un ormai maturo Pennac, già scrittore famoso nel mondo, già professore di lingua in pensione, ricorda la madre e una certa indisponenza di questa verso le difficoltà scolastiche del figlio. Problematicità serie però; lo scrittore francese si può definire (e si definisce) studente somaro, uno di quelli che non riescono in nulla e non capiscono nulla. Il libro ci appare una confessione quindi, la confessione di chi però, attraverso le fatiche dello studio e l’aiuto di pochi ma fondamentali insegnanti, ce l'ha fatta. È riuscito a essere qualcuno, a capire – ma senza supponenza - come ci si dovrebbe muovere tra gli studenti ‘somari’.
La prospettiva del libro si fa interessante: un Somaro con la S maiuscola, divenuto poi professore, si autoanalizza, e tra ricordi e riflessioni intelligentemente dosate si racconta per amore, l’amore di chi ha creduto nei propri allievi. Le due esperienze, quella di somaro e di insegnante, si fondono dunque, e la polpa che ne viene fuori è densa di ironia e di una selvaggia delicatezza che ti catturano e ti fanno pensare.
Pennac (Pennacchioni nel libro) - un Tom Sawyer contemporaneo, che sogna durante le ore scolastiche, che cerca l'avventura, che sente il bisogno della libertà, del riscatto, che avverte il suo disagio di essere in un mondo che non comprende -, nel raccontare la sua carriera di somaro, intrufola momenti della sua futura carriera da insegnante. E così le pagine scintillano di consigli, di digressioni sulla pedagogia, sulla passione, sul ruolo degli insegnati stessi, dei maestri. Ma come ci si riscatta da somaro? Scoprendo la passione, sembra suggerirci il professor Pennac. Le letture, i professori appassionati che non si limitano a seguire i programmi, i primi amori adolescenziali...
I capitoli, come piacciono a me, brevissimi, si concludono quasi sempre con una nota di struggente ironia o di ardente dolcezza o di melanconici ricordi. Solo raramente lo stile nelle descrizioni decade: singhiozzante, eccessivamente veloce, sincopato, che non sopporto granché. Ma quando il racconto diventa dialogo, quando diventa riflessione la punteggiatura si scioglie e il pensiero e l'ironia si espandono fino ai limiti del fascino.

Chissà se anch'io, tra vent'anni magari, avrò l'onore di essere chiamato per strada da un ex studente con una citazione di una mia lontana lezione dimenticata.

5 apr 2011

Allegro ma non troppo - Carlo Maria Cipolla (Saggio - 1988)

"L'aumento del consumo del pepe incrementò l'esuberanza degli uomini che, con tante belle donne d'attorno chiuse nelle loro cinture di castità, provarono un improvviso grande interesse per la lavorazione del ferro; molti si trasformarono in fabbri e quasi tutti si diedero a produrre chiavi".

Se, come credo, l'umorismo è dote di pochi (e quei pochi devono essere imprescindibilmente intelligenti), questo libro è il lavoro di uno di quei pochi, e ci diverte per il suo profondissimo umorismo (e quindi per la sua intelligenza). 
Composto da due non lunghi saggi, gli scritti di questo volume che il grande storico pavese ci lascia sono ingegnosi e certamente ironici. Soprattutto il primo direi: il saggio dedicato all'importanza e ai meccanismi del pepe nel Medioevo. Qui l’umorismo è indirizzato sul modo di fare storia degli storici. Persino le note a piè di pagina disegnano le linee del comico. Non scarseggiano nemmeno le battute sui colleghi e sulle definizioni che questi hanno dato sui concetti studiati. Non è un caso che per spiegare il Medioevo e il suo sviluppo, il grande storico analizzi le influenze che il pepe ebbe nell’arco dell’intero periodo, mostrando come si possa fare storia, pure dell’ottima storia, prendendo come pretesto qualsiasi fonte e qualsiasi aspetto economico e sociale. Cipolla si diverta (e diverte) nel descrivere (e nel prendere in giro) gli aspetti sociali ed economici che sarebbero stati condizionati dalla scarsezza o dall’abbondanza del pepe nella società europea, dalla caduta di Roma al Rinascimento. Il pepe avrebbe contribuito allo scontro nel Medioevo tra Occidente e Oriente (una spezia che faceva gola a molti europei, santi soprattutto, e che li indusse alle Crociate), e dopo alle guerre europee, specie quella dei Cent’anni, che avrebbero segnato per lungo tempo le sorti dell’Europa.  È, in breve, una velocissima e spassosissima digressione che abbraccia l'intera storia medievale che considera il pepe un elemento indispensabile per capirla. Come dire: una spolverata di pepe sta bene su ogni storia.
Ma l'umorismo, si sa, nasconde qualcosa di tragico. E la lettura delle pagine dello storico ci pone costantemente di fronte alla vacuità e alla tragedia della vita e del mondo che ci circonda. E si arriva così al secondo saggio, quello dedicato al tema della stupidità dell'uomo. Lo scritto vuole essere un antidoto contro l’imbecillità dell’uomo che tanto limita la nostra felicità. Per tentare di guarirci, Cipolla tratteggia delle leggi che manifesterebbero, umoristicamente e allo stesso tempo tragicamente, quanto la stupidità sia diffusa. Sembra quasi che nessuno sia escluso da momenti di simile malattia. Il saggio quindi propina delle leggi, universali potremmo dire, e, aiutato da grafici cartesiani, invita il lettore a stare attento, a evitare l’ottuso che è vicino a lui e che è dentro ognuno di noi. Lo stupido, colui il quale provoca un danno agli altri e pure a se stesso, è sempre attorno a noi, più di quanto possiamo immaginare.

Più volte ho riso (da solo) nel leggere questo piccolo gioiello di letteratura storica e nel farlo, tenacemente, ho avuto sempre in mente l’altro lato della moneta dell’umorismo: il senso di tragico che ci sta dietro.

3 apr 2011

Il sosia - Fedor Michàjlovic Dostoevskij (Romanzo - 1846)

"La notte era orribile, una notte di novembre umida, nebbiosa, piovosa, nevosa, gravida di flussioni, di raffreddori, di angine, di febbri di ogni specie e qualità possibili; a farla breve, di tutti i doni che elargisce il novembre pietroburghese!"

Storia di un pazzo - sul cui sfondo, lontani ma non troppo, scoviamo il Gogol' dei "Racconti di Pietroburgo" e l'Hoffmann de "Gli elisir del diavolo" - , il secondo romanzo dell'immenso scrittore russo ci delizia e ci annoia al contempo. Se da un lato il protagonista, Goljadkin, possiede tutte le caratteristiche del personaggio assillante, se è in nuce un tipico uomo dostoevskiano, contorto, silenzioso, incapace di mentire, prossimo alla follia, che ha una luce negli occhi simile a quella della 'verità', il romanzo, dall’altro, è gravido di pedanteria e di prolissità.
La storia non è complessa. Goljadkin, dopo essersi presentato con tutte le sue manie da un medico, dopo una disturbante notte di ballo, in preda al tormento, terribilmente, si ritrova di fronte un altro se stesso, identico in tutto e per tutto; un sosia appunto. Seguiranno altri incontri. Costretti a lavorare insieme, dopo un primo approccio amichevole, il sosia si rivelerà un approfittatore e uno spregevole personaggio. Ma soltanto il nostro eroe, angosciato, vede come suo identico l'uomo del suo terrore. Gli altri personaggi, pur vedendolo, colgono di uguale solo il nome e una certa somiglianza. Lo scontro quindi diventa inevitabile, ma ad avere la peggio è sempre il primo Goljadkin. Umiliato, offeso, deriso, scavalcato dalla prepotenza del sosia, il protagonista non riesce a reagire se non manifestando assillanti ripetizioni gestuali e ossessive manie. Il pensiero dell’eroe è espresso nei dettagli della sua insicurezza, paranoica, che pensa spesso anche alle più piccole facezie. E anche se la narrazione è in terza persona, lunghi momenti di prima persona ne caratterizzano la figura di Goljadkin. Il racconto si fa angosciante; i due si rincorrono, si odiano, e se anche si trovano innanzi alla possibilità di confrontarsi una volta per tutte, c'è sempre qualcosa (spesso architettato dal sosia) che intralcia, che li separa, e il primo è di continuo costretto a inseguire. Fino alla fine, fino a quando Goljadkin, invitato con uno stratagemma a un ballo, si ritroverà a fare i conti con la sua pazzia.

Se è da ammirare il modo in cui l'analisi della tortuosa psicologia di Goljadkin sia caratterizzata dalle ossessioni, dalle dimenticanze, dai lapsus (che interessano anche gli altri personaggi), il racconto, così ridondante, a tratti estenuante, appare meno accattivante degli altri capolavori dostoevskiani.

27 mar 2011

Aurora - Friedrich Nietzsche (Aforismi e pensieri - 1881)

“E dietro questa vera follia, non sta anche il più immodesto di tutti i riposti pensieri, quello di essere noi stessi il principio del bene, poiché è alla nostra stregua che si misura bene e male?"

Sapere, sviscerare fin dentro le ossa, penetrare con passione nella parola, nella scienza, per smantellare pregiudizi morali, religiosi, mondani; per cogliere i chicchi d'uva, pure quelli amari, della verità. In ciò consiste, in estrema sintesi, lo scopo del filosofo: un uomo solo, con un’ombra poco silenziosa, un dostoevskiano uomo del sottosuolo che scava e, nel sotterrarsi, demolisce quella fede che filosofi e teologi hanno calato nella morale, nell'idea insana del bene e del male. "Pensieri sui pregiudizi morali" recita il sottotitolo: occorre compiere una rivoluzione, un ribaltamento, sicuro e tracotante, per porre fine alla notte e inaugurare così l'alba di una nuova età, da accettare, da condividere nella sua pienezza. Pregiudizi morali che hanno la loro origine nel divieto e nel comando del passato, dell'educazione, della tradizione; un Super-io ante litteram dunque. Naturalmente, per vedere l'alba di una nuova era, è necessario distruggere le tenebre costruite sulle menzogne e sulle superstizioni. Per farlo, per distruggere questo buio, questo cielo di novilunio e insieme nuvoloso, bisogna smascherare, e poi uccidere, il colpevole: il secolare e nefasto insegnamento cristiano.
Rovinare selvaggiamente quelle che da sempre sono state ritenute certezze assolute, indiscutibili, non è compito di molti. Nonostante lo sforzo sovrumano del filosofo, troppo sovrumano forse, ancora oggi, anche nel silenzio e nell'apatia, alcune, troppe menzogne sopravvivono. Ma la filosofia, la ricerca della verità, alle volte, a dispetto di quanto alcuni sostengono, non sparisce nella notte in cui tutte le verità sono nere.
Lo stile di quest’opera capitale, raggiante, suggestivo, efficace, si manifesta, alle volte anche nel piglio dei moralisti francesi del XVII secolo, nella grandezza degli aforismi e dei pensieri con cui Nietzsche quasi si diverte a mostrare la sua sofferenza. È un libro per respirare l'aria frizzante dell'aurora, un libro, un autore, comunque non facile; da leggere nel silenzio più assoluto, al lume di candela magari; rischiando però di spaventarsi nel trovarsi di fronte la propria ombra che rivendica vendetta.

Forse l'unico neo del libro (e può darsi dell'opera nietzschiana) sta in quel senso di estrema fiducia che ci propina ottimismo, dovuto alla certezza che tutto può cambiare e che tutto può essere distrutto per inaugurare, infine, un nuovo inizio e un nuovo meriggio. Chissà, ho come l’impressione che tutt’oggi la luce del crepuscolo si sia appena spenta.

11 feb 2011

L'ultimo quaderno - José Saramago (Saggi - 2010)

"Vorrei pensare che la fine di Berlusc si avvicina. Ma per questo bisognerà che l'elettorato italiano esca dalla sua apatia, sia essa involontaria o complice, e riprenda la frase di Cicerone che ho ricordato giorni fa. Che dicano una volta e si senta in tutto il mondo: 'Troppo hai abusato di noi, Berlusc, la porta è quella, sparisci'. E se sarà la porta della prigione, allora potremo dire che giustizia sarà stata fatta. Finalmente".

Dal marzo al novembre 2009, il grande scrittore portoghese da poco scomparso scrisse su un blog (sic) di tutto ciò che quotidianamente lo pressava intellettualmente. Dalla politica all'economia, dalla storia alla filosofia, dall'attualità alla scienza, dalla biografia all'autobiografia. In questo volume sono raccolte quelle pagine tanto acute quanto profetiche, in una collezione di speranza, di filantropia seppur nella crudele analisi che contraddistingue il pensiero dell’autore di “Caino”. I testi sono concisi, diretti, alcuni furiosi, senza orpelli particolari però (anche se di sovente il gioco retorico si affaccia burlante). Alle volte il tocco elegante e la sintassi straordinaria di Saramago esplodono, mentre il tono degli scritti, spesso polemico, è scevro di fiocchi e merletti.  Di facile lettura quindi, gli articoli sono brevissimi e ciò rende la lettura veloce e godibilissima. Non mancano, ma non ci meravigliamo, le astuzie dell'ironia contro le superstizioni e le religioni (in particolare quella cattolica).
È chiaro che le intenzioni spesso occasionali degli interventi, oggi, lasciano il tempo che trovano. Alcuni amici, alcuni autori, alcune circostanze, infatti, appaiono lontane e ormai dimenticate. Resta comunque un libro, una raccolta di scritti che, al di là di poche pagine, può essere letto non solo dai lettori appassionati dell’opera di Saramago, ma anche dal comune e curioso lettore.
Scritto da uno spirito profondissimo, illuminato, audace, imperturbabile, che si manifesta nell’odio verso l'ignoranza, verso la corruzione, verso chi distrugge la bellezza e la cultura (il nostro Berlusconi è più volte chiamato in causa...), che si manifesta pure nella passione verso chi invece promuove la conoscenza e la poesia, questo è, per qualche motivo, un libro dicembrino mi suggeriscono, un libro dal sapore invernale, malinconico e al contempo lucente.

31 gen 2011

Orgoglio e pregiudizio - Jane Austen (Romanzo - 1813)

"Nel suo intimo nutriva ancora un tenero affetto per Bingley. Non essendosi mai innamorata in precedenza, il suo sentimento aveva tutto il trasporto del primo amore; e dalla sua età e dalla sua natura traeva una costanza maggiore di quella che solitamente suscitano i primi amori."

Dalla copertina poco invitante, dalle misere dimensioni delle pagine e dai caratteri minuscoli, per molti anni, un libro accantonato sulla mensola della mia libreria, triste e un po' ingiallito, ha provato ad ammiccarmi. La presuntuosa ambizione della sua azione, alla fine, si è trasformata in operazione vincente; ha avuto credito, e ora eccomi qui a parlarne. Il mio rifiuto era, lo ammetto, figlio di una preclusione. Orgoglioso, quasi mai sono stato smentito dai miei pre-giudizi, e anche stavolta, purtroppo, hanno avuto ragione.
In estrema sintesi: i coniugi Bennet sono in cerca di marito per una delle loro cinque figlie. L'occasione si presenta quando un ricco scapolo, il signor Bingley, si trasferisce in una tenuta vicino a quella dei Bennet. Jane, una delle loro figlie, alla fine sposerà il ricco scapolo. Elizabeth, sorella di Jane, invece, intelligente e ironica, che tra scontri verbali e antipatie reciproche, sposerà l’orgoglioso Darcy, è la vera protagonista del romanzo. Tutto ciò è condito da noiosi tentativi di combinare fidanzamenti, da egoismi, da ipocrisie, da invidie, da gelosie, da incontri forzati, da balli, da pettegolezzi, da smancerie, da civetterie che quasi sin da subito provocano una sensazione profonda di nausea.
Il romanzo della giovane inglese potrebbe essere letto come descrizione di uno spaccato di società e di classi sociali, alta borghesia - aristocrazia, che oggi non esistono più. Quale documento storico, insomma, ma resta pur sempre noioso e poco convincente.
È attuale solo l’idea che l'orgoglio, in cui albergano tenerezza e insicurezza, possa generare il pregiudizio.

30 gen 2011

Classifiche, un po' di numeri e facezie varie sui libri letti nel 2010

Il 2010, per quanto riguarda i libri conosciuti, goduti o detestati, è stato tutto sommato abbastanza fecondo. Scorrendo le pagine del blog, i volumi letti e commentati nell'anno appena passato sono stati 83; un numero importante (non il mio record...), ma decisamente migliorabile.
Ovviamente ce ne sono stati di più o meno interessanti, di brillanti e di pessimi, e stilarne una classifica, sempre e comunque, non è facile, ma per lo meno è divertente.  Ecco le mie liste.

I cinque libri più belli nel 2010, in ordine di importanza per me, sono i seguenti:
1. Caino

I libri più deludenti nel 2010, invece:

Anche se si intuisce già dalle classifiche di sopra, gli autori più interessanti sono stati Onfray, Saramago, Galilei, Calvino, Russell, Hume e Freud, di cui resta in verità solo la conferma della loro affinità ai miei gusti letterari e filosofici, mentre Tozzi di “Con gli occhi chiusi” è stato una piacevolissima sorpresa.
Degli autori più deludenti, invece, solo Hemingway rimane una conferma, mentre Collodi e Burroughs, di cui non avevo letto nulla, si sono rivelati insoddisfacenti e impalpabili.
Per concludere, qualche numero:
totale narrativa (romanzi, teatro e poesia): 43
totale saggistica: 40

Archivio blog