Presentazione


Presentazione

Questo spazio è dedicato agli appunti, alle briciole di recensione irrazionali, che colgo, da lettore appassionato e spesso rapsodico, nei miei viaggi verso la lentezza e la riflessione. Briciole di recensione irrazionali dunque.

Briciole perché sono brevi, a-sistemiche, frammentarie, come un certo spirito moderno pretende. Non sono delle vere recensioni. Queste hanno uno schema e una forma ben precisa, mentre i miei sono più che altro appunti colti sul momento, associazioni d’idee, giudizi dettati dalle impressioni di un istante, da una predisposizione d'animo subitaneo, da un fischio di treno... E perciò li definisco irrazionali. Perché sfuggono da un qualsiasi schema predefinito, perché sono intermittenti, perché nella scelta di un libro, per via di una congenita voracità, spesso non seguo linee e percorsi definiti dalle letture precedenti, ma mi lascio trasportare dagli ammiccamenti o dalle smorfie di sfida che un libro sulla mensola della libreria mi lancia.

È un modo insomma di coltivare, di giocare, di prendere vanamente in giro la memoria, per conservare, catalogare e archiviare frammenti di ricordi e suggestioni che un giorno, magari, potranno farmi sorridere e, perché no, commuovere.

15 apr 2023

Teorie sociologiche - Randall Collins (Saggio - 1992)

"La sociologia è stata creata da una comunità di teorici e ricercatori, che risale a più di un secolo fa. Nonostante i suoi conflitti e le sue divisioni (e spesso in virtù di esse) è stata una comunità creativa. Noi facciamo parte di quella comunità in questo momento: la teoria è la nostra memoria collettiva, il centro cerebrale in cui immagazziniamo gli elementi essenziali di ciò che abbiamo appreso e le strategie di cui disponiamo per addentrarci nel futuro".


In un corposo e denso manuale accademico, Collins presenta i diversi modelli sulla conoscenza sociologica contemporanea in modo significativo e approfondito e, interessante approccio, ne giudica l'affidabilità e le criticità al fine di mostrare quanto possano essere migliorati. Il sociologo americano prende in esame sia le teorie macro (quelle che si concentrano su lunghi intervalli di tempo, di spazio e di numeri di persone), sia le teorie micro (quelle che privilegiano piccoli segmenti temporali, spaziali e nuclei di persone), sia le teorie meso (quelle che cercano di trovare una sintesi tra i due livelli precedenti). Così sono analizzate le molteplici teorie dell'evoluzione (Comte, Marx, Parsons, Lenski), le teorie dei sistemi (ovvero tutto ciò che è composto di parti in connessione tra loro, come nella teoria funzionalista di Parsons), le teorie dell'economia politica (modello marxiano e i suoi sviluppi, il modello del sistema-mondo di Wallerstein), la teoria del conflitto e del cambiamento sociale (in cui la società è intesa come un sistema di interessi e di lotte, nella versione di Simmel, Coser, Dahrendorf, Weber, Stinchcombe, Moore, Skocpol).

Le teorie micro trattate, invece, sono quelle del rituale dell'interazione  di Durkheim, di Goffman, di Collins; del Sé, della mente e del ruolo sociale (la teoria dell'interazionismo di Mead, di Goffman); le teorie che definiscono le situazioni e la costruzione sociale della realtà che eliminano l'oggettività del mondo e sostengono che tutto sia il frutto della mente (come per la teoria dell'interazionismo simbolico di Blumer, per la teoria situazionale di Mead o per quella cognitivista di Garfinkel); la teoria dello scambio sociale dei comportamentisti Homans e Blau che studia lo scambio come un processo razionale e che può essere ampliata dalla teoria delle catene dei rituali dell'interazione dello stesso Collins.

Le teorie meso, che connettono il micro con il macro, sono viste nelle lenti microriduzioniste di Homans, di Blumer, Goffman, o in quelle che vedono un continuum tra le due sfere e che sostengono che una teoria del cambiamento sociale deve contenere l'analisi delle forze motivazionali dei singoli, ma che è impossibile nel livello micro evitare di riferirsi a fattori macro; così come le teorie di rete cercano di fornire informazione sui legami che sono trasversali sia per il micro sia per il macro (come nelle teorie strutturaliste di Mauss, Lévi-Strauss, o nella teoria di Blau dell'integrazione tra gruppi, oppure in quella della dipendenza strutturale del potere o in quella delle coalizioni di imposizione coercitiva dell'ordine).

Un testo voluminoso, su cui bisogna tornare più volte; accademico sì, ma comunque ben pensato e ricco di riflessioni che lo stesso autore propone senza superbia o altezzosità. 

27 mar 2023

Marcel Proust e i segni - Gilles Deleuze (Saggio - 1964)

"Vi sono verità del tempo perduto non meno che del tempo ritrovato. Ma, per maggior precisione, occorre distinguere nel tempo quattro strutture, ognuna delle quali ha la sua verità. Infatti il tempo perduto non è soltanto il tempo che passa, alterando ogni essere, annientando ciò che fu; è anche il tempo che perdiamo (il tempo perso: perché perdere tempo, perché essere mondani, innamorarsi, invece di lavorare e di fare opera d'arte?) E il tempo ritrovato è anzitutto un tempo che ritroviamo in seno al tempo perduto e che ci dà un'immagine dell'eternità; ma è anche un tempo originale assoluto, eternità vera che si afferma nell'arte".


Secondo il filosofo francese, la Recherche andrebbe letta come un'opera che guarda i segni (semioticamente parlando) che vivono intorno a noi. Non c'è solo il tema della memoria in Proust e nella sua opera, c'è anche un'ossessione verso la decifrazione dei segni presenti nel mondo. Questi ultimi possono essere volontari (del linguaggio, della famiglia, delle classi sociali, dell'amore), e anche involontari (del corpo, degli oggetti che rimandano a qualcos'altro come le madeleine). I segni da decifrare sono quelli della vacua e frivola mondanità, delle menzogne dolorose dell'amore, delle qualità sensibili, dell'essenziale arte in grado di decodificare e trasformare tutti gli altri. Fulmini violenti, casuali, che costringono solo dopo l'intelligenza a codificarli. La Recherche in fondo è la ricerca della verità, una verità ovviamente condizionata dal tempo. Essa è tale nel tempo e questa si manifesta involontariamente. È lei che ci costringe a pensarla; non può essere un metodo o una decisione volontaria a trovarla. Proust (che ha un dono naturale, la sensibilità, il mezzo con cui si possono cogliere i segni, il mondo come cosa da tradurre in significato, il mondo come geroglifico) pensa ed elabora, secondo Deleuze, perché costretto dai segni che la verità gli lancia violentemente contro, in una madeleine, nell'inciampo di un lastricato, nel rumore di un cucchiaino. 

Per Deleuze, quindi, il capolavoro proustiano è un romanzo che guarda al futuro attraverso un'evoluzione che lo stesso Proust vive e racconta. Il narratore-detective, infatti, cresce, apprende, decodifica il mondo al fine di diventare quello che è, ovvero uno scrittore che sa cogliere nell'arte il significato più profondo dell'esistenza e della verità. È lui a scoprire che i segni della mondanità che tanto lo hanno affascinato sono vacui, così come quelli dell'amore sono illusorie. Se l'essenza dell'amore è nella serie che porta le leggi della menzogna ai segreti di Sodoma e Gomorra; il vuoto, la stupidità e l'oblio sono l'essenza della mondanità. Solo i segni dell'arte portano al di là dell'illusione, all'essenza del tempo. Nell'arte, la verità si manifesta con violenza e sfugge alle codifiche spazio-temporali e causali dell'intelligenza. L'arte, schopenhauerianamente, è il coltello che squarcia il velo di Maya, il muro dell'illusione, della rappresentazione sensibile. I segni dell'arte sono superiore agli altri perché sono immateriali, rimandano a una dimensione platonicamente più profonda e spirituale, all'Unità e all'Essenza. E così la stessa Recherche, opera d'arte anch'essa ricolma di segni, produce effetti sul lettore, il quale, come il narratore, può cogliere le manifestazioni della verità nel libro, ma anche dentro di sé.

La seconda parte, meno organica e coerente della prima, ci mostra il Proust ebraico che si contrappone al filosofo ebreo; Gerusalemme contro Atene. Uno scontro in cui sensibilità e intelligenza, pathos e logos, sono nemiche (ma sarà vero che nella Recherche la coppia sia antinomica e non di alleanza o tutt'al più un movimento dialettico?). Interessante notare che la complessità dell'opera proustiana dipenda dalla molteplicità dei livelli, dalla frammentarietà dell'universo che non è possibile unificare con la logica, ma solo con l'arte. La Recherche, quindi, diviene uno strumento in grado di decifrare i segni e la complessità del mondo. Ma è anche una macchina, un meccanismo complesso che produce verità. Nel processo di analogia, infatti, tipico della descrizione proustiana, si passa dall'impressione involontaria di un segno a un'interpretazione da cui si produce un altro senso, una legge.

In un saggio imprescindibile per conoscere l'opera di Proust e fonte di ispirazione per molti studiosi, l'analisi di Deleuze rimane ancorata, secondo me, a una visione eccessivamente platonizzata, eccessivamente metafisica che non riesce a comprendere fino in fondo la molteplicità degli sguardi dello scrittore francese che, spesso, sconfinano in atteggiamenti che si riducono alla semplice realtà materiale.

18 mar 2023

Il proustografo - Nicholas Ragonneau (Saggio - 2021)

"Quanto tempo ci vuole per leggere questo gigantesco romanzo che ha per argomento il tempo? Su Internet si possono trovare le risposte più strampalate a questa domanda, tutte ben lontane dalla realtà. Poiché la lettura a voce alta della Recherche ha una durata non molto diversa da quella della lettura silenziosa, la lettura integrale, fatta da attori, dell'audio francese ci dà un'indicazione significativa: 127 ore e 47 minuti, cui vanno senz'altro aggiunte, per un lettore non professionista, dalle tre alle cinque ore. Sono dunque necessari un po' più di due mesi, a una media di due ore de lettura al giorno, per arrivare alla fine del romanzo".


Se amate le curiosità, le facezie, gli aneddoti bizzarri (anche inutili) e se amate Proust e il suo universo questo è il libro che fa per voi. Diviso in tre sezioni, troviamo i dati biografici, quelli sulla Recherche e quelli su tutto ciò che il cosmo proustiano ha ispirato. Proust e la Recherche in infografica, come da sottotitolo, infatti, ripercorre la biografia e l'opera dell'immenso scrittore francese utilizzando grafici curatissimi e raffinati nei colori del bianco, del nero e dell'oro. Tra le sue pagine si possono conoscere i piccoli dettagli della vita di Proust, e non solo. Ci sono persino il suo oroscopo e la ricetta delle Madeleine, che, diciamolo pure, lasciano il tempo che trova. Tanti i numeri, gli spazi, i record, i tempi che, schematicamente e imponendosi visivamente, sono in grado di dare una visione di insieme. Ed è qui il grande merito del libro.

Insomma, un libro per gli idolatri proustiani e i cercatori di aneddoti.

1 mar 2023

Io, Franca Florio - Gesualdo Bufalino (Sceneggiatura - 1994)

"Viaggiavo molto, facevo collezione di celebrità. A Parigi mi presentarono un poeta, il barone di Montesquieu, che compose per me una poesia. Incontrai Proust, Debussy. Rividi Caruso, che mi chiamava la Madonna Immacolata, rividi D'Annunzio che mi chiamava la dea Venere... Anadiomene. Conobbi a Zurigo una principessa polacca, di nome Ghika, che s'innamorò di me e mi scriveva parole di fiamma a cui non risposi... A Viareggio, un'estate, indossai un costume da bagno che ingelosì tutte le donne del mondo, quando lo videro stampato su una rivista..."



Pensato per il grande schermo da uno scrittore imbevuto di letteratura e di cinema, la sceneggiatura dimostra, ancora una volta, quanta profonda fosse la passione e la conoscenza del linguaggio cinematografico di Gesualdo Bufalino. Il progetto di sceneggiatura per un film sulla famiglia Florio, e in particolare su Franca Florio, fu commissionato dal produttore americano Edward R. Pressman. Qui, al centro di tutto, c'è lei, Franca Florio. Donna bellissima ed estremamente elegante, moglie di Ignazio Florio, ai vertici della mondanità europea, ha vissuto dolorosi eventi come la morte precoce dei figli, il tracollo economico della famiglia e la decadenza fisica vissuta in un mondo, in una società, non più interessata al suo nome. Nelle parole dello scrittore comisano, la sua figura si anima in uno scenario storico, e intorno a lei la Sicilia è evocata, come per magia, in un gioco di specchi in cui Franca è la Sicilia e l'isola è la stessa donna. 

La prima scena è nel 1929. Franca Florio è vicina ai 60 anni e la cinepresa insiste sulla desolazione del salone che viene sgomberato da un operaio. Poi, con un flashback, ci troviamo catapultati nel 1883, quando i Florio erano la luce di Palermo e Franca era solo una bambina. Immaginando montaggi raffinati, Bufalino proietta subito dopo la scena a qualche anno dopo, nel 1891. Franca e Ignazio Florio, in pagine raffinate e nostalgiche, si innamorano, ballano insieme, si sposano. Ecco, tra analessi e prolessi, gli incontri di affare di Ignazio; la nascita della prima figlia; quella di Ignazio III; la visita a Villa Palagonia con D'Annunzio ed Eleonora Duse; i tradimenti di lui; l'amore e insieme le ripicche di lei; la morte della primogenita; la successiva morte dell'unico figlio maschio. Sono i decenni d'oro della Belle epoque siciliana, gli anni in cui a Palermo arrivano Lina Cavalieri, Oscar Wilde, in cui Vincenzo Florio (cognato di Franca) organizza la targa Florio, la corsa automobilistica famosa in tutto il mondo. Così si chiude il primo tempo. 

Il secondo tempo inizia ed è il 1904. Franca non è più la stessa. Seguono gli anni dei ricatti mafiosi, dell'arrivo del poliziotto italo-americano Joe Petrosino e del suo assassinio, del terremoto di Messina, delle sfortune finanziarie di Ignazio, dei continui tradimenti, della decadenza e del ritorno alla prima scena velata di nostalgia nel salone desolato.

In queste pagine ci sono malinconia, memoria, corteggiamento, amore; i temi tanto cari allo scrittore comisano. E il rammarico per il lettore bufaliniano, come anche per il critico Massimo Onofri che introduce il volume, è che Bufalino non ne abbia scritto un romanzo, anticipandone, e forse così evitandone, altri...

15 feb 2023

Contro Sainte-Beuve - Marcel Proust (Saggio - 1909)

"Ho trascorso molte estati della mia vita in una casa di campagna. Di tanto in tanto, pensavo a quelle estati; ma non esattamente a [loro]. Nella mia mente potevano confondersi per sempre con l'oblio. Se sono sorte dalle ceneri del passato è perché, come tutte le risurrezioni, un puro caso le ha risvegliate. L'altra sera ero rincasato intirizzito per via della neve, e non riuscivo a riscaldarmi: ero andato in camera a leggere, alla luce fioca di una lampada, e la mia vecchia cuoca si offrì di prepararmi una tazza di tè, abitudine che non ho mai avuto. Il caso fece sì che accompagnasse il tè ad alcune fette di pane abbrustolito. Inzuppai il pane nella tazza di tè, e, nel momento in cui lo portai alla bocca, lo sentii ammorbidirsi e impregnarsi del gusto del tè contro il palato. Provai un forte turbamento, sentii odore di gerani, di aranci, una sensazione di luce straordinaria, di appagamento, di felicità". 


Introdotto da un bel saggio di Clarac, il testo incompiuto di critica letteraria ed estetica, che sfocia in confessione intima e in racconto, e che filologicamente si deve accostare ai Pastiches e ai Settantacinque fogli, segna un momento di straordinaria importanza nell'opera di Proust. Il libro, infatti, precede la Recherche e ne è, in qualche modo, un'introduzione, un impianto teorico entro cui costruirne le meraviglie. Fra il trattato filosofico (che, intelligentemente, vuole dimostrare quanto l'intelligenza benché fondamentale sia di grado inferiore rispetto alla pascaliana ragione del cuore) e il racconto letterario e autobiografico, questo insieme di appunti è già la versione in nuce della Recherche. Sono presenti, infatti, temi, immagini e riflessioni che si troveranno in tutto il capolavoro proustiano. 

Sainte-Beuve, il critico letterario per eccellenza, un mostro sacro e intoccabile, appare agli occhi di Proust sopravvalutato. Cieco e incapace di cogliere la grandezza letteraria di artisti come Stendhal, Nerval, Baudelaire, vede nella biografia di un artista la conditio sine qua non per comprenderne l'opera. Associando, quindi, il valore dell'uomo al valore dell'opera, Sainte-Beuve dimostra miopia e poco acume. Proust, contro il superficiale metodo positivista, sente la necessità di confutare tale tesi per dimostrare che i capolavori hanno la loro genesi da io diversi e più profondi di quelli che si manifestano nella quotidianità. Come c'è differenza tra la magia onirica di Sylvie di Nerval e la sua pazzia, o come tra la simpatia e i bei modi di Baudelaire (tra l'altro amico di Sainte-Beuve e poeta prediletto di Proust) e i suoi versi velenosi notturni dionisiaci, oppure come tra la volgarità di Balzac e l'assenza di stile che lo caratterizzano e lo rendono unico e che Sainte-Beuve non aveva capito. Esempi che dimostrano quanto le loro opere, nate nel silenzio da un io riflessivo e sognante, siano lontane dal loro diverso io quotidiano e riconosciuto dagli altri (Freud è dietro l'angolo...). È in questa distinzione che la scrittura diventa vitale, l'universo entro cui trovare il senso dell'esistenza, per dare forma viva ai ricordi che andrebbero inesorabilmente perduti.

Intelligenti, partorite da una mente raffinatamente sensibile, le pagine dedicate a Baudelaire. Ne analizza molti versi, cogliendone i colori e le emozioni che nessuno è stato in grado di eguagliare (e che il critico Sainte-Beuve non è riuscito neanche a intuire). 


È divertente notare come la Recherche, opera in parte autobiografica, sia letta dagli studiosi e dai lettori innamorati cercando nella biografia di Proust tutti gli eventi che si ricollegano all'opera...

11 gen 2023

Classifica: i più belli e il più deludente del 2022

Se gli scorsi anni, lentamente ma inesorabilmente, Proust diventava un'ossessione, il 2022 è stato l'anno della conferma di una malattia, la proustite, che non accenna a placarsi, ma anzi diventa sempre più piacevolmente velenosa. Proust e la Recherche sono diventati una categoria esistenziale, una cifra del cuore, un metro della mente, e tale malattia si concretizza in letture e studi che, nel mio stile, spesso sono rapsodiche. Se si aggiunge, poi, che l'anno appena passato è stato il centenario della morte dell'immenso scrittore francese, si spiega anche il nuovo viaggio a Parigi alla ricerca delle sue orme.

Ecco quindi che, tra studi e ossessioni, serenità e stabilità, l'anno appena trascorso è da ricordare inoltre per alcuni importanti viaggi: Parigi, come si scriveva; l'Austria e Tarquinia, per ascoltare e vedere posti nuovi; Matera, il Trentino e Firenze per rivedere bellezze che non dovrebbero mai affievolire. Ci sono stati pure i faticosi studi accademici che hanno contribuito a rendere l'anno appena finito, un anno da conservare e custodire nella memoria.

Ma è il momento del solito elenco di libri da ricordare:


1. L'angelo della notte - Giovanni Macchia

2. La colomba pugnalata - Pietro Citati 

3. Viva Gioconda! - Salvatore Fiume

4. La neve e il sangue - Giulia Cacciatore 

5. Le piccole speranze - Annalisa Trabacchi


I primi due sono dei classici della sterminata bibliografia proustiana, biografie psicologiche e raffinate scritture che ci proiettano dolcemente all'interno dell'Universo-Proust. Il romanzo di Fiume è stato una rivelazione; delicato, nostalgico, poetico, in grado di far vedere con gli occhi di un bambino una Sicilia che non c'è più. Il saggio della Cacciatore, che racconta avvenimenti biografici inediti su Bufalino che solleticano l'immaginazione, invece, apre nuove possibilità interpretative sull'opera del comisano e, in particolare, su Diceria dell'untore. È a pieno titolo nella cinquina dei libri più belli dell'anno, il primo romanzo della mia amica Annalisa: ironico, piacevolmente scorrevole, coraggioso. 

Una nota di demerito, invece, va assegnata a Le meraviglie del mondo di Lorraine Daston e Katharine Park. Sebbene il tema sia di straordinario fascino, la loro scrittura e la loro scelta architettonica rendono il volume noioso e pedante.

Bene, prima di riprendere in mano il prossimo libro, un buon proposito per il 2023: continuare a dedicarmi alla mia malattia, alla malìa che mi è stata lanciata...

29 dic 2022

Proust e Vermeer - Lorenzo Renzi (Saggio - 1999)

"Ma in Proust la rivolta contro lo spirito del positivismo e del naturalismo coincideva con un dato di natura. Proust non era uno spirito esatto e, con il favore delle idee del tempo, non gli importava di esserlo".


Una figura appassionante della Recherche è sicuramente Bergotte, il vecchio scrittore che muore, quasi comicamente, davanti al quadro di Vermeer, La veduta di Delft. In quelle toccanti e magistrali pagine della Prigioniera, come sappiamo, c'è dietro un racconto autobiografico. L'episodio, infatti, ricalca l'esperienza che lo stesso Proust ha vissuto (con le ovvie dovute differenze) nel maggio del 1921, quando visitò l'esposizione di arte olandese al Jeu de Paume.

Bergotte muore fissando un dettaglio del quadro di Vermeer, l'ormai celebre petit pan de mur jane, il muretto giallo che può essere considerato la cifra e il senso della stessa opera artistica, e, come si sa in Proust, della vita stessa. Eppure quell'importantissimo dettaglio, così come descritto da Proust-Bergotte non è di facile identificazione. Secondo l'autore il muretto è un dettaglio che addirittura non esisterebbe; se non nella pagina del romanzo. Un oggetto che in molti hanno provato a individuare, ma che non trova una condivisione, nonostante rimandi al tema determinante nella poetica proustiana dell'immortalità dell'arte, dell'arte come resurrezione. Per il linguista vicentino, potremmo trovarci di fronte a una divisione, a uno sdoppiamento che porterebbe a un'associazione. Il piccolo muro del quadro, infatti, potrebbe essere all'estrema destra del quadro, mentre il colore giallo sarebbe quello del tetto colpito dal sole, un po' più verso il centro. Il muretto giallo, dunque, sarebbe il frutto di una condensazione tra verità oggettiva e soggettiva. Perché Proust non cerca l'esattezza positivista (come da sottotitolo Apologia dell'imprecisione), ma la verità del singolo, del soggetto che vede con i suoi occhi il mondo che lo circonda e di cui ne è parte allo stesso tempo.

15 dic 2022

Proust. I colori del tempo - Eleonora Marangoni (Saggio - 2022)

"Dalla vita si è presa tutto quel che poteva e, in fondo, con più grazia di altri. Non sono soltanto gli abiti che indossa a essere un capolavoro, è la sua stessa storia. Dissoluto, impuro, fortunato e astuto, il viola è l'unico in grado di conciliare le prepotenze del rosso e la tenerezza del blu, come Odette è stata l'unica a far incontrare la strada di Swann con quella dei Guermantes".


La Recherche, opera di per sé luminosissima, quasi abbagliante, è tale anche perché i colori la pennellano e la attraversano per intero. Lo stile di Proust è, infatti, coloratissimo, probabilmente il più colorato della letteratura. Scopriamo questa simbiosi inscindibile tra parole, idee, personaggi e colore dalle parole dell'autrice, un'autentica cultrice (oltre che studiosa) dell'opera proustiana. Secondo lei, e adesso sarà difficile confutarla, la teoria dei colori, l'atlante cromatico individuabile nella Recherche è la memoria stessa, una delle protagoniste assolute. Il colore è racconto, è storia; si sostituisce alla parola e riesce a cogliere legami e trame sottili che lega tra loro idee e personaggi. È, in fondo, un grimaldello che ci permette di scovare nei sotterranei della memoria le sinapsi tra i diversi ricordi. Proust dipinge impressioni che, fluide, scorrono nel tempo. La Recherche è, in questa originalissima luce, una pinacoteca i cui quadri sono le raffigurazioni cromatiche dei personaggi, di ciò che rappresentano in quanto concetti, e gli incolori corridoi rappresentano il tempo che scorre. Il colore è parola dunque, ma è anche simbolo, carico di senso, che racchiude in sé un microcosmo semantico ed emotivo. È, insomma, un'ossessione proustiana.

L'autrice, con la sua brillante rilettura, ci illumina e ci accompagna dentro questa galleria sterminata e affascinante che è il capolavoro proustiano. Così troviamo il giallo, il colore dell'aristocrazia, dei paesi difficili da raggiungere, della leggenda dei Germantes e dell'ipocrisia. Il blu è, invece, l'innocenza, l'ingenuità e la meraviglia che aristotelicamente ci spinge alla conoscenza. Il verde è il Tempo stesso, è il fiume eracliteo che scorre inesorabile e spietato. Il rosa, colore quasi stucchevole, è l'inconsistenza, l'artificiosità. Il viola è Odette in quanto forma immutabile, nonostante la mutevolezza delle sue categorie. Il rosso è l'arma del prestigio, è il colore dei potenti, ma anche della crudeltà e della pochezza di quest'ultimi. C'è spazio anche per una riflessione sul non colore, la non tinta del movimento veloce, della fugacità, come fugace è, in fondo, Albertine. Infine trovano spazio i silenziosi bianco e nero delle riproduzioni artistiche di fine Ottocento e primo Novecento, che hanno permesso a Proust di creare e urlare tutti i colori nella sua immaginazione. 

Il volume è prezioso, sia per le singolari intuizioni dell'autrice, sia per le ricchissime e bellissime illustrazione che lo corredano. Una chicca per gli appassionati, ma anche per chi vuole trovare un approccio diverso verso quel mondo, adesso coloratissimo, che è la Recherche. Da collocare in un posto di rilievo nella personale biblioteca proustiana.

14 dic 2022

Fra i miei occhiali e i tuoi - Gesualdo Bufalino, Marcello Venturoli (Lettere - 1979/1996)

"Creda dunque che conservo i miei bravi cadaveri nel cassetto. Solo che - ma a questo punto il discorso rischierebbe di farsi patetico - ogni mio tafferuglio con la pagina scritta (come certi amori che il possesso estingue) è stato a termine e volutamente privato. Sarà stato un precoce contatto col pensiero della morte (in gioventù ho sofferto per due anni di un male, certo di morirne); sarà un abito di disincanto acquistato frequentando i cataloghi d'antiquariato librario, veridici camposanti di ambizioni e commozioni sbagliate; sarà l'avarizia un po' narcisa di conservarmi lettore unico, privilegiato, non contestabile, delle mie cose, oppure, più umilmente, la difficoltà di accesso alle segrete macchine editoriali... certo finora ho cercato meno ascoltatori che complici".


Il carteggio tra il grande scrittore siciliano e il critico d'arte e poeta romano, che possiamo leggere per la prima volta, ha un che di affascinante e curioso. Tutto inizia nel 1978, quando Bufalino pubblica, come curatore, l'antologia fotografica Comiso ieri e manda una copia al famoso critico Venturoli. Da questo semplice pretesto, e dall'intuito di Venturoli, nasce uno scambio epistolare di alto livello culturale, ma anche, e direi soprattutto, di amicizia e intima stima. Tanto che Bufalino manderà alcuni dei suoi dattiloscritti inediti e, quando ormai famoso, scriverà la prefazione di alcune poesie e revisionerà molte delle opere edite, ma anche inedite, del poeta romano. 

Bellissime le primissime lettere di Venturoli, intuitive, intelligenti nell'individuare nella prosa bufaliniana una profondità letteraria non comune. Oltre che amico sincero (toccanti le lettere in cui si racconta come amico), è un raffinato lettore dell'opera bufaliniana. Acuta e potente la sua lettura delle poesie, per esempio, o di Calende greche.

Di Bufalino sono pregevoli le confessioni sul suo essere diviso tra il benessere del silenzio e il "riessere" scrittore pubblicante, così come le analisi stilistiche che fa sul suo modo di scrivere e di intendere la letteratura. E più si trova invischiato nei meandri della fama e delle scadenze letterarie, più Bufalino rievoca nostalgicamente il tempo in cui era uno sconosciuto professore di provincia. Sorprende, ma non troppo, l'attenzione alla letteratura nazionale a lui contemporanea nei nomi di Manganelli, Calvino, Sanguineti. È interessante notare che nelle lettere si scoprono disseminate frasi, aforismi, pensieri che si troveranno nelle opere edite del comisano. 

È il racconto di un'amicizia vera, affettuosa, come quando Bufalino scrive della morte del padre e, commosso e fraterno, Venturoli risponde. Amicizia senza invidia anche, come quando Bufalino diventa famoso dopo la pubblicazione di Diceria e, invece, Venturoli fa fatica a pubblicare i suoi lavori poetici e narrativi.

Un'affascinante scoperta, da conservare nella memoria. 

4 dic 2022

Finestra sul nulla - Emil Mihai Cioran (Aforismi - 1943/45)

"Le persone si stendono nella vita come su delle lenzuola, e quando camminano passano come ombre felici attraverso il loro sonno. Il tempo non ha ancora aperto loro gli occhi, i loro piedi non toccano spine. Ma quando il veleno ti ha corroso le palpebre affinché il mondo possa ferirti gli occhi, quando ogni cosa ti sfugge da sotto i piedi come se la nascita ti avesse precipitato nel vuoto, la cui unica legge è la tua afflizione, siediti dunque dove vuoi: ogni posto è una tomba senza fondo, ogni istante una vertigine di caduta. Perché tenerti ancora aggrappato in questo vasto crollo, nell'orrido dello sprofondamento, e dove trovare un oggetto per il tuo sconforto? Scivoli senza scampo nel deserto generale, infinitamente triste di non trovare foss'anche una parola per la tua tristezza. La vita è una fontana avvelenata dalle tue stesse labbra".


Ritrovati nella biblioteca Doucet, questa raccolta di frammenti è l'ultimo scritto in rumeno di Cioran. Il fallimento politico, morale, religioso, esistenziale che il giovane esiliato a Parigi sente fin dentro le ossa è vicino all'inutilità e alla rabbia. Stravolgendo secoli di pensiero occidentale, accodandosi ai più freschi e ai più putrescenti filosofi tragici, Cioran anche qui dimostra la sua straordinaria bravura nel riconoscere, e nel riconoscersi, figlio del vuoto, del Nulla. Vivisezionandosi, trova la verità non tanto nell'essere, quanto nel suo opposto, ovvero il Nulla, in quella dimensione silenziosa che domina il prima e il dopo la vita stessa. 

Solitario, cinico, scettico, disilluso, tragico, misantropo, vagabondo, in queste pagine inizia un nuovo sentiero, quello del distacco, quello che gli permetterebbe di raggiungere e di affacciarsi da quella finestra che dà sul Nulla. Afflitto dalla contraddizione, il filosofo si sente intossicato dagli altri, dall'essere, dall'esistenza; la lacrima (e la musica) rimane l'unico strumento di sopravvivenza. Un uomo che si scruta dentro e trova solo disperazione e putrefazione, dove solo le macerie dominano e l'angoscia e i dubbi si dissolvono nel momento in cui si realizza che l'unica certezza è il Nulla. Solo la musica, come si accennava, in questa vita di miseria e afflizione per alcuni brevissimi istanti è in grado di sospendere l'uomo dai dolori e dai desideri dell'esistenza. Eppure, come è evidente, anche la musica è effimera, è destinata al nulla. Ogni cosa inevitabilmente è destinata alla rovina. 

I grandi temi (l'insonnia, il tempo, lo scetticismo, la mistica, il rapporto conflittuale con il divino, la morte, la malattia, la musica, la nobiltà del fallimento, la difficoltà della parola) sono descritti in forma meno suadente e distruttiva del Cioran maturo. Se stilisticamente non sempre incisivo, come nei suoi capolavori, ciò non vuol dire che la penna del rumeno non sia carica di testate nucleari pronte a distruggere ogni forma di certezza.

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