Presentazione


Presentazione

Questo spazio è dedicato agli appunti, alle briciole di recensione irrazionali, che colgo, da lettore appassionato e spesso rapsodico, nei miei viaggi verso la lentezza e la riflessione. Briciole di recensione irrazionali dunque.

Briciole perché sono brevi, a-sistemiche, frammentarie, come un certo spirito moderno pretende. Non sono delle vere recensioni. Queste hanno uno schema e una forma ben precisa, mentre i miei sono più che altro appunti colti sul momento, associazioni d’idee, giudizi dettati dalle impressioni di un istante, da una predisposizione d'animo subitaneo, da un fischio di treno... E perciò li definisco irrazionali. Perché sfuggono da un qualsiasi schema predefinito, perché sono intermittenti, perché nella scelta di un libro, per via di una congenita voracità, spesso non seguo linee e percorsi definiti dalle letture precedenti, ma mi lascio trasportare dagli ammiccamenti o dalle smorfie di sfida che un libro sulla mensola della libreria mi lancia.

È un modo insomma di coltivare, di giocare, di prendere vanamente in giro la memoria, per conservare, catalogare e archiviare frammenti di ricordi e suggestioni che un giorno, magari, potranno farmi sorridere e, perché no, commuovere.

28 feb 2021

Ritratto di Marcel Proust - Edmund White (Saggio - 1999)

"Proust può essere più adatto ai lettori di oggi rispetto a quelli del passato perché, man mano che la sua vita si allontana nel tempo e la storia della sua epoca si sfoca, viene letto più come uno scrittore di favole che un cronista, come un creatore di miti piuttosto che il portavoce della Belle Époque. Nell'ambito di questa nuova prospettiva, Proust emerge come il supremo compositore dello spirito. Non misuriamo più i suoi racconti in rapporto a una realtà che conosciamo. Piuttosto, leggiamo le sue favole di castità e lussuria, virtù familiare e vizio sociale, devastazioni della gelosia e consolazioni dell'arte, non come dei resoconti di fatti, ma come delle favole. Lui è la nostra Sharazad".


Questo appassionante saggio è un racconto della vita, delle passioni e delle opere di Marcel Proust. Una biografia, insomma, ma diversa dalle altre. L'ironia (oltre l'abilità critica), infatti, è lo strumento usato dall'autore americano che rende la lettura piacevole e scorrevole. Della vita di Proust, del suo rapporto con la madre, dei suoi amori omosessuali, della sua mondanità, della sua ipocondria, della sua clausura, della sua morte sappiamo già, eppure una biografia come questa ci catapulta dentro la figura di un genio tanto complesso quanto contraddittorio, il cui segno è rimasto profondissimo nella storia. 

Libro scorrevole quindi, con uno stile asciutto, immediato; si legge quasi come un romanzo e le intelligenti riflessioni personali dell'autore sono ben incastrate nel racconto. Anche le pagine dedicate alla Recherche sono stuzzicanti e la lettura ti rapisce. Da leggere assolutamente.

18 feb 2021

Niente di nuovo sul fronte occidentale - Erich Maria Remarque (Romanzo - 1929)

"E io so che tutto ciò che affonda in noi, come una pietra, finché siamo in guerra, risalirà alle nostre menti a guerra finita, e solo allora comincerà la resa dei conti sulla vita e sulla morte.

I giorni, le settimane, gli anni trascorsi in trincea ritorneranno, e i nostri camerati morti si alzeranno e marceranno al nostro fianco. Avremo la mente limpida e uno scopo; e così marceremo, con i nostri morti accanto a noi e con gli anni al fronte dietro le nostre spalle: ma contro chi, contro chi?"


Un insegnante, Kantorek, un nazionalista convinto, anziché riflettere sul senso della vita e sui valori fondamentali, incita i suoi studenti a partecipare da volontari alla Grande guerra. I suoi giovani studenti, presi dalla foga, si lasciano convincere e si arruolano. Kropp, Müller, Leer, Paul Bäumer (il narratore) sono cresciuti insieme tra i banchi di scuola e insieme decidono di vivere l'esperienza della guerra. In trincea conosceranno Tjaden, Westhus, Detering, Katczinsky, altri compagni, altri amici con qualche anno in più e con più esperienza militare sulle spalle. Presto, però, tutti loro si accorgono di quanto la lora vita sarà segnata dalla guerra e quanto la loro generazione sia fondamentalmente distrutta dal conflitto mondiale.

Insieme condividono il senso dell'amicizia vera, dell'essere parte di un gruppo in cui ognuno sente di essere qualcuno per l'altro, mentre chi ha voluto la guerra li considera come carne da sacrificare. Condividono anche la condizione del soldato al fronte, l'assurda disumanità dell'uomo che diventa cosa naturale. La morte è una presenza costante e uno a uno saranno tutti contagiati da lei. Sono fratelli che vivono lo stesso senso di morte, respirano la stessa aria di tragedia; giovani che si sentono vecchi. Tra azioni pericolosissime strisciando nel fango, con i pidocchi, con i topi, al freddo, sotto i bombardamenti, le urla dei compagni feriti, il micidiale gas asfissiante e tra momenti di stasi e di lunghi e snervanti ozi in attesa di mangiare qualcosa o di dormire su un po' di paglia, questi ragazzi diventano improvvisamente vecchi nel cuore e nella mente. Il racconto sulla licenza di Bäumer  è emblematico. Paul, a casa per due settimane, preferisce stare da solo che raccontare delle sue battaglie al fronte. Adesso ha altre battaglie da combattere: contro la normalità, contro la quotidianità, contro la giovinezza che ormai è svanita nella trincea. 

Ci sono opere che segnano profondamente l'animo di chi le scopre. Per questa è così, struggente per il cuore e per la mente. Un capolavoro che in fondo, nelle micidiali descrizioni della guerra, in cui si sentono davvero gli scoppi dei bombardamenti e si vedono davvero i corpi martoriati e senza vita di quei ragazzi affossati nel fango, è un esaltante inno alla pace.

17 feb 2021

Anche Kant amava Arancia meccanica - Giuseppe Pili (Saggio - 2019)

"Come si comprende bene da questa ricostruzione sommaria per temi, la violenza non cessa con la raffinazione dell'intelletto, la brutalità non diminuisce, ma si trasforma con la sofisticazione della mente. Tanto più il potere si accresce, tanto più le forme di violenza possibili diventano sofisticate, incisive e prive di umanità. L'intellettuale, il signor Dolin, e lo scienziato, il dottor Brodsky, indirizzati da una precisa necessità politica sono le due figure che più di qualsiasi altra cosa mostrano che l'essere umano non migliora di per sé con la conoscenza. Essi, piuttosto, sono come Alex, violenti e brutali, ma molto più sofisticati di lui".


I film di Kubrick, tutti capolavori, affascinano sempre per le loro immagini stupefacenti, per le musiche sconvolgenti, per la potente tecnica estetica, ma anche per i loro prepotenti messaggi filosofici. Messaggi profondissimi, totali, fondamentali; sull'uomo e sulla sua natura, sulla società che costruisce per mezzo della storia, sul rapporto tra noi e l'universo.

In questo interessante saggio, l'autore commenta le visioni filosofiche del geniale cineasta americano che aveva trasfigurato in immagini, suoni, dialoghi. Attraverso un'interpretazione organicistica della filmografia kubrickiana, l'uomo, l'oggetto principe della sua riflessione, è un miscuglio di sopraffazione, istinto, sessualità, ma anche di ragione, calcolo, al fine di trovare un monolite che possa un giorno dargli una speranza, una redenzione. Un uomo dunque antinomico, oscillante  tra istinto e ragione, spinto dalla pulsione sessuale, ma anche capace di costruire navicelle spaziali. Una visione antropologica in cui l'uomo si colloca tra Hobbes e Rousseau insomma.

Dal monolite apparso agli ominidi di 2001 ad Alexander DeLarge, passando per Spartacus, Barry Lyndon, la grande guerra, la guerra del Vietnam, la guerra atomica, la storia umana si sviluppa nella violenza della specie, ma con la consapevolezza che sia possibile dell'altro. Di costruire per esempio, in un percorso quasi hegeliano, famiglie, società civili, Stati, diritto internazionale. Ma sempre con un occhio che scorge contraddizioni. Basta pensare alle famiglie di Lolita, di Alex, di Barry Lyndon, alla famiglia di Shining, oppure alla coppia in Eyes Wide Shut. Uomini e donne che vivono in famiglie tutte a loro modo infelici e che si relazionano con una società malata in cui altre famiglie sono in competizione tra loro. 

Dopo questa interessante riflessione antropologica, sociale e storica, l'autore è convinto che se si dovesse accettare il tipo di filosofo che è stato Kubrick si dovrebbe pensarlo come il Kant del cinema, un illuminista che credeva nella ragione umana, nonostante tutti i suoi limiti.

Un saggio su cui riflettere, su cui tornare per provare a sintetizzare un complesso pensiero filosofico tradotto in estetica cinematografica.

9 feb 2021

Sylvie - Gerard de Nerval (Racconto - 1853)

"La melodia terminava a ogni stanza con quei trilli tremolanti cosi bene eseguiti dalle voci giovanili quando imitano con una specie di brivido modulato la tremula voce delle vecchie. E, mentre ella cantava, l'ombra scendeva dai grandi alberi e il chiaro di luna incipiente calava su lei sola, isolata dal nostro cerchio silenzioso e assorto. Poi ella tacque e nessuno osò turbare quel silenzio. Il prato era tutto avvolto di vaghi vapori condensati che deponevano i loro bianchi fiocchi sui fili d'erba. Ci sembrava di essere in paradiso"


Sylvie, Adrienne e Aurélie sono le tre donne che agli occhi del protagonista appaiono amori ideali. Sylvie è l'amica di infanzia, Adrienne è una ragazza che incanta il protagonista con la sua voce, Aurélie è un'attrice che incarna in qualche modo le abilità canore di Adrienne e la grazia di Sylvie. Tutte e tre si trovano sospese tra spazi di realtà e sogno che si intersecano indefinibilmente. Tutto è illusione, come in fondo l'amore ideale. Nel racconto ricordi ed emozioni si intersecano, si sovrappongono, così come si sovrappongono suoni e motivi.

La storia inizia a teatro, a Parigi. Qui il giovane protagonista si innamora di un'attrice, Aurélie, che di notte sogna nel dormiveglia. Qui, in questo sogno che in realtà è più un ricordo, appare Sylvie, l'amica di infanzia già suo primo amore. Inizia a desiderarla e decide di cercarla sempre nei suoi sogni, nei suoi ricordi di infanzia a Valois. Gli appare Adrienne che con la sua voce incanta il giovane e Sylvie piange di gelosia. Dall'affiorare di questo ricordo decide di andare a trovare la povera Sylvie che non vedeva da anni. Con lei ormai non più bambina, bella, tra i vari villaggi, i boschi, le atmosfere di campagna e i ricordi antichi vive momenti di serenità e a tratti anche di euforia, fino a quando non capisce che Sylvie è come una sorella. I giorni passano e i suoi pensieri si distraggono da lei mentre ritornano ad Aurélie e a Parigi. Dopo un viaggio in Germania il giovane rientra nella capitale francese e qui finalmente conosce l'attrice. Tra i due sembra maturare un sentimento d'amore, tanto che il giovane l'accompagna nei suoi tour. Ma anche questo amore è fatto di illusione e si dissolverà quando il ragazzo le racconta di Adrienne e della sua voce. Così, illuso e disilluso, dopo che è ritornato nei suoi amati villaggi, in compagnia di Sylvie che ormai si è sposata, si ricorda di una loro vecchia conversazione in cui realizza che Adrienne era morta qualche anno prima.

Siamo di fronte a un racconto in cui le tre donne sono come dei fantasmi, eteree e sognanti, come il modo di amare del giovane intellettuale parigino. In questa vana ricerca di felicità, solo i ricordi si fanno materiali, corporei, carnali.

Capisco perché Proust e Umberto Eco abbiano ammirato questo racconto.

7 feb 2021

Proust e la filosofia contemporanea - Anne Simon (Saggio - 2004/09)

"Una delle cause più illusorie della cristallizzazione proustiana sta nel fatto che le donne sono desiderate oltre che amate, perché in loro, nella tessitura stessa della loro carne, si tratteggia ora un mondo sognato, ora una regione dove il narratore ha lasciato una parte di sé, oppure un paesaggio proibito. Così queste donne, con lo scorrere dei giorni, fra una rottura e un incontro, finiscono per incarnare temporalità diverse. Il corpo diventa un vasto e globale organo dei sensi, anche un organo del senso temporale".


In questi quattro saggi che affrontano gli affascinanti nodi che legano la creazione letteraria e quella filosofica nell'opera di Proust, la Recherche è letta nei diversi approcci filosofici in cui è stata recepita nel corso del Novecento. In particolare l'autrice raffronta il pensiero di Husserl alle scoperte del soggetto proustiano, si sofferma sulle divergenze interpretative di Ricoeur e quelle post fenomenologiche di Merleau-Ponty, ma guarda anche a Roland Barthes che vede in Proust un suo alter ego, a Sartre che invece ne scova un nemico di famiglia, a Deleuze e all'idea del romanzo come risorsa per la filosofia, oppure a Foucault convinto che la parola proustiana solchi strade e discorsi indefiniti.

Husserl e Proust sono più che lontani nella loro visione del mondo e dell'io. Il primo, infatti, descrive la coscienza come trascendentale, logica, fuori dal tempo. Per il secondo, invece, l'io è incarnato in un corpo di sensi e di temporalità. Eppure le domande che i due si pongono sono simili: il soggetto, il tempo, la coscienza, gli altri. Inoltre in Proust all'io si accede per mezzo di una specie di ascesi in cui il mondo e tutti i desideri sono messi in parentesi, come in qualche modo è in Husserl (e anche in Cartesio ovviamente).

Anche Ricoeur pensa che il racconto sia possibilità di stabilizzazione dell'identità del soggetto. Intravede nella metafore di Proust la conferma della sua idea secondo cui la metafisica è viva ed esprime davvero la realtà nella sua complessità, una realtà che poi dovrà essere concettualizzata dalla filosofia. In modo opposto, però, Proust sostiene che la polimorfica realtà può essere descritta anche e soprattutto in un'opera d'arte.

Merleau-Ponty sembra il più vicino alle posizioni dello scrittore parigino. Sembrerebbe che secondo loro, dal carattere carnale della produzione di senso del soggetto ne segue l'impossibilità di un pensiero puro. Nelle descrizioni proustiane il filosofo è convinto quanto il romanziere e quanto la filosofia siano in relazione con il mondo. In questa cornice diventa interessante l'analisi che Merleau-Ponty pone tra il paesaggio in generale e il corpo della donna che nello scrittore francese diventa a sua volta paesaggio.

Ciò che più emerge da questa lettura è quanto Proust, nell'osservare la relatività del rapporto con il tempo, con lo spazio, con gli altri, l'inconscio, la sensazione, il corpo, sia un anti idealista per cui la verità non coincide mai con la metafisica. È uno scrittore del soggetto, introspettivo, psicologico, anti spiritualista, post fenomenologico, carnale. Il soggetto per lui è incarnato nel mondo, è vittima di un tempo complesso, non lineare; è uno zimbello del divenire, dell'oblio, ma anche della memoria. Un soggetto quindi che si fa multiplo, labirintico, sfuggente, instabile, che lentamente si costruisce con l'azione, più nello specifico con l'azione della scrittura.

22 gen 2021

Il processo di Shamgorod - Elie Wiesel (Teatro – 1979)

"Io, Berish, taverniere ebreo di Shamgorod, accuso il Signore dell'Universo di ostilità, di crudeltà e di indifferenza; cancellare la menzione inutile, secondo il caso e il luogo. Dico come la penso; perché così la penso: o lui non ama il suo popolo eletto o se ne infischia. Ciò che è certo è che la nostra sorte non sembra preoccuparlo. Allora, perché ci hai scelto? Perché noi, e non un altro popolo, per cambiare? Delle due l'una: o sa ciò che ci accade o non lo sa. In entrambi i casi, ehm, in entrambi i casi è colpevole".


Il 25 febbraio 1649, giorno di Purim (una festa delle maschere ebraica), a Shamgorod, uno sperduto villaggio dell'Europa orientale, tre ebrei attori girovaghi si ritrovano nella locanda di Berish, un taverniere, anche lui ebreo, unico sopravvissuto insieme alla figlia al pogrom di qualche tempo prima. I tre attori bevono per festeggiare il giorno di festa, ma non hanno i soldi per pagare. Così, per saldare il debito, decidono di inscenare uno spettacolo per l’implacabile Berish, il quale avrà il compito di proporre un tema. Tra mille contrasti e battibecchi, l'argomento scelto sarà un processo a Dio. Gli attori saranno i giudici, Berish il durissimo procuratore e Maria, la sua serva cristiana, il popolo. Tuttavia manca l'avvocato difensore e nessuno vuole avere questa parte, fino a quando uno straniero dal nome Sam, ex l'amante di Maria, si deciderà e difenderà in contumacia, in modo raffinato e sofistico, Dio e la sua bontà. Ma il processo presto sarà interrotto: un nuovo pogrom è organizzato per massacrare i soli ebrei rimasti nella locanda. E prima che tutto si compi, un attimo prima che la morte sopraggiunga, Sam, il difensore di Dio, indossa la maschera di Satana.

Testo metateatrale in tre atti (peccato che solo l'ultimo sia dedicato al processo vero e proprio) dal sapore tematico superbo: la memoria per non dimenticare gli orrori della storia, l'odio hobbesiano dell'uomo sugli altri uomini, l’insensatezza di alcune delle loro azioni, l’idea di un Dio crudele e artefice di dolore e lacrime che si nasconde, oppure di un Dio onnipotente ma che non agisce, onnisciente ma che continua a restare in silenzio. Di fronte a tutto ciò, a tutta questa assurdità, il libero arbitrio sembra essere l'arma che Sam usi per difendere il Creatore, lasciando quindi che la responsabilità cada soltanto negli uomini. Eppure una simile mossa non può bastare a giustificare l'indifferenza di Dio, e assolverlo sarebbe complicatissimo. L'unica cosa da fare, se ancora si crede in lui, è ripensare radicalmente la sua stessa natura di essere onnipotente e onnisciente.

21 gen 2021

La presenza degli dèi - Francesco Cattaneo (Saggio - 2019)

"Nietzsche rimane per Otto un punto di riferimento e un interlocutore costante. Ad accomunarli è il tentativo di trovare un accesso consono alla Grecia classica - tentativo che presuppone una messa a fuoco e una messa in discussione dei presupposti fondamentali del cristianesimo e della filosofia moderna".


Nietzsche, filologo passato alla filosofia, ispirato dalla civiltà greca antica, sin dalla sua prima opera ha trovato specialmente in Dioniso una figura determinante sia per la sua costruzione filosofica e sia per la sua fase distruttiva del pensiero moderno. Dioniso è quindi allegoria, impulso che diventa fondamento dell'esistere, del dire di sì alla vita, del divenire, dell'affermazione della volontà di potenza, contro tutte quelle millenarie menzogne che, da Socrate in poi, hanno edificato la civiltà moderna.

Otto, anche lui filologo sui generis, anche lui ispirato dai greci, anche lui critico verso la soggettività e l'individualismo moderno, si colloca però in una prospettiva ermeneutica diametralmente opposta a quella del filosofo di Röcken. Suo presupposto fondamentale diventa la religione e l'idea secondo cui gli dei sono, sono sostanza, in una teofania che abbraccia gli dei e gli uomini, in una stretta che li afferra vicendevolmente e li fonde con il mondo, con la natura. Uomo e mondo discenderebbero dalla stessa manifestazione divina, la realtà più reale entro cui tutto organicisticamente si colloca. La cultura di un popolo, quindi, si coglie dalla sua esperienza del divino; e la religione greca, con il suo politeismo, è quella in cui la teofania si è rivelata in modo sublime.

L'autore, ricercatore di Estetica, nel mostrare dapprima come la figura di Dioniso in Nietzsche si sia evoluta e trasformata (da schopenhaueriana ipotesi metafisica a carne), pone il filosofo tedesco dentro una cornice romantica e moderna che occorre distruggere. In un secondo momento, Cattaneo confronta il pensiero di Walter F. Otto con quello di Nietzsche sempre sul terreno della civiltà greca, sul terreno del mito, su quello della verità e della bellezza. Descritti gli approcci molto simili tra i due particolarissimi filologi, l'attenzione poi si sposta soprattutto nel rimarcare le profonde differenze. Se Nietzsche è il filosofo antimetafisico che guarda alla volontà, la stessa che ritrova nelle tragedie attiche, che grazie ad essa supera il pessimismo con consapevolezza e con vero disprezzo verso le menzogne che da Socrate, passando per il cristianesimo, sono ancora fertili nella cultura occidentale, Otto è il filosofo della sostanzialità degli dei, dell'immanente, un mistico sui generis, che trova nella cultura occidentale, della trascendenza giudaico-cristiana e delle scienze moderne, quelle ragioni soggettivistiche che sorgono dal momento in cui l'uomo si fa volontà e si distacca sempre più dalla natura e quindi dal divino che in essa si colloca. Una cultura in cui lo stesso Nietzsche con la sua volontà di potenza diventa protagonista e che deve essere superato da un ritorno alla sostanzialità degli dei e al riconoscimento della bellezza della forma intrinseca nella natura stessa.

Un libro accademico, di attenta analisi, ma anche di efficace sintesi. Un modo per approfondire ancora l’opera di Nietzsche e per conoscere il pensiero, se pur poco originale, di un nuovo e quasi sconosciuto intellettuale.

7 gen 2021

Proust a Grjazovec - Józef Czapski (Saggio - 1941)

"Noi scorgiamo nella sua opera una ricerca incessante, un ardente desiderio di rendere chiaro e leggibile, di far emergere alla coscienza tutto un universo di impressioni e di concatenazioni quanto mai difficili da cogliere. La forma del romanzo, la costruzione della frase, tutte le metafore e le associazioni rispondono a una necessità interna, che riflette l'essenza della sua visione. Non sono i fatti puri e semplici, ripeto, a ossessionare Proust, bensì le leggi segrete che li governano, la volontà di svelare i meccanismi segreti dell'essere, quelli più indefinibili".


L'autore, pittore e critico polacco, deportato nel gulag sovietico di Grjazovec, nel 1941 decide di tenere una conferenza su Proust ai suoi compagni di prigionia. Senza libri, senza fonti se non la propria memoria, Czapski comunque decide clandestinamente di avventurarsi nell'analisi dell'opera proustiana, per renderla il più vicino possibile ai suoi disperati compagni. Per farlo il polacco accosta più volte il romanzo francese a quelli della letteratura russa, specialmente ai capolavori di Tolstoj. Il tono è perciò antiaccademico, chiaro, lineare e in quel contesto di sofferenza Proust diventa rivoluzionario contro la bestializzazione dell'uomo, la disumanizzazione nei lavori forzati dei condannati. Quasi come un'intermittenza del cuore, l'analisi di Czapski è intuitiva, intelligente e profonda. Anatomizza il contesto letterario e artistico in cui visse il parigino, la sua biografia, la sua visione filosofica, il suo stile, i temi principali della Recherche, i suoi protagonisti.

È una commovente raccolta di ricordi, un aiuto per sopravvivere contro lo sconforto e la morte del gulag; è la prova che un libro, un autore, la letteratura, la bellezza possono salvare davvero il mondo.

6 gen 2021

Ecce Homo - Alessandro Malinverni (Saggio - 2020)

"In occasione della breve permanenza dell'opera in Palazzo Galli, sede espositiva della Banca di Piacenza, questa pubblicazione intende offrire una sintesi del complesso e avvincente percorso di studi riguardante il capolavoro antonellesco, proponendosi come strumento divulgativo a disposizione dei visitatori, spesso in difficoltà nell'accedere a contributi sparsi su riviste specializzate o su cataloghi non sempre reperibili".


Il commovente e straordinario Ecce Homo di Antonello da Messina, conservato al Collegio Alberoni di Piacenza, è indubbiamente un capolavoro rinascimentale e non solo. Dopo essere stato quasi dimenticato dagli studiosi, dagli inizi del secolo scorso ha attirato la loro attenzione e da quel momento l'opera del messinese ha continuato ad affascinare e commuovere i suoi spettatori.

In questa preziosa sintesi degli studi finora fatti sulla meraviglia del pittore messinese, si ripercorre pure la sua storia, quella del suo autore e il ricordo del cardinale Giulio Alberoni, il proprietario dell'opera. Il tutto è corredato da belle e dettagliate foto che analizzano l'Ecce Homo, ma anche altre opere di paragone citate.

Uno studio, insomma, che dimostra quanto forte sia ancora il sentimento di affezione che gli amanti dell'arte hanno verso questo sublime Cristo sofferente, umano troppo umano, legato con una corda a una colonna.

5 gen 2021

Classifica: i più belli e i più deludenti del 2020

Il 2020, l'anno orribile com'è giustamente definito, sarà ricordato da tutti. È stato vissuto come un anno terribilmente segnato dalla paura: del contagio, della malattia, della morte, della solitudine, della distanza. Dodici mesi epocali, che sono già nei libri di storia, il cui peso si rifletterà ancora per gli anni a venire, che condizionerà le nostre coscienze e le nostre conoscenze. Eppure, per cercare di trovare una qualche forma di serenità, di attenzione verso se stessi, proprio quest’anno per me è stato possibile ritrovare un po' di quel tempo che la frenesia della normalità solitamente ci preclude. E così il mio 2020 sarà ricordato anche, tra le luttuose ombre e una forma di stoica rassegnazione esistenziale, per la Neowise, per un viaggio tra le sempre impressionanti Dolomiti, per il centenario della nascita di Bufalino, per un ritorno più costante ai libri e quindi verso la ricerca di sé.

Qui di seguito, tra i 41 libri letti (di due devo ancora scrivere un commento), i più belli del 2020:

1. In culo al mondo 

2. Il libro dell'inquietudine 

3. Una donna 

4. Il mondo di Sofia

5. Il piacere della lettura; Come Proust può cambiarvi la vita; Il vento attraversa le nostre anime

 Ancora una volta Antunes, con la sua sensibilità e la sua letterarietà, mi ha sorpreso. Una ricchezza di profonda intimità che ho trovato pure nel libro-confessione del capolavoro di Pessoa. Affascinante e al contempo cruda la vicenda autobiografica di Sibilla Aleramo nel suo libro dal forte sapore femminista. Una piacevolissima scoperta, poi, la divertente e filosofica storia di Sofia raccontata da Gaarder. Infine, per evidenziare quanto Proust mi sia sempre presente e vivo, non posso non citare insieme in classifica alcuni dei testi che lo riguardano e il suo saggio sul piacere della lettura e, quindi, della solitudine.

Cioran, Onfray, Bufalino, come sempre ormai, sono autori che mi hanno accompagnato direttamente o indirettamente per tutto l'anno; ed è sempre bene ricordarli perché indispensabili per me.

I libri più noiosi sono stati quelli relativi al debate nelle scuole, ma sono state letture più per il dovere che per il piacere della lettura in sé.

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