Presentazione


Presentazione

Questo spazio è dedicato agli appunti, alle briciole di recensione irrazionali, che colgo, da lettore appassionato e spesso rapsodico, nei miei viaggi verso la lentezza e la riflessione. Briciole di recensione irrazionali dunque.

Briciole perché sono brevi, a-sistemiche, frammentarie, come un certo spirito moderno pretende. Non sono delle vere recensioni. Queste hanno uno schema e una forma ben precisa, mentre i miei sono più che altro appunti colti sul momento, associazioni d’idee, giudizi dettati dalle impressioni di un istante, da una predisposizione d'animo subitaneo, da un fischio di treno... E perciò li definisco irrazionali. Perché sfuggono da un qualsiasi schema predefinito, perché sono intermittenti, perché nella scelta di un libro, per via di una congenita voracità, spesso non seguo linee e percorsi definiti dalle letture precedenti, ma mi lascio trasportare dagli ammiccamenti o dalle smorfie di sfida che un libro sulla mensola della libreria mi lancia.

È un modo insomma di coltivare, di giocare, di prendere vanamente in giro la memoria, per conservare, catalogare e archiviare frammenti di ricordi e suggestioni che un giorno, magari, potranno farmi sorridere e, perché no, commuovere.

6 nov 2022

Viva Gioconda! - Salvatore Fiume (Romanzo - 1943)

"La pioggia cadde per quindici giorni e quel maltempo, tutto d'un tratto, cambiò faccia al paese. Le case divennero scure e gonfie. Le grondaie piansero l'estate perduta, e gl'innamorati avevano paura d'uscire. Nel buio grigio della mia casa stavamo io e mia madre. Mio padre tornava due volte al giorno per mangiare e correva, con l'ombrello sulla testa, in bottega, appena finito. Mia madre rimaneva in cucina e mi guardava, da lì dentro, quando non mi sentiva più muovere io me ne stavo con le ginocchia strette, seduto vicino alla tenda dell'alcova e fissavo la finestra col vetro rotto, pensando alla Gioconda. Mio cugino non girava con suo padre per la posta, perciò da lei non avevo più lettere. Anche lei mi pensava da casa sua, sentendosi rimbalzare la mente in testa, perché io, da casa mia, la chiamavo col fiato, a bruciapelo".


In un'atmosfera crepuscolare, quasi notturna, si dipana il romanzo autobiografico di un pittore che sa bene come pennellare immagini anche con le parole. Il narratore è Totò (lo stesso Salvatore Fiume) che si innamora di Gioconda, una sua coetanea di 11 anni. Ma i veri protagonisti della storia non sono loro e la loro tormentata storia d'amore, ma sono Comiso e gli intrighi, i pettegolezzi, le superstizioni e le beghe dei comisani. C'è, infatti, il calzolaio Don Giovannino che scrive struggenti lettere d'amore alla figlia del sacrestano Maddalena, innamorata anche lei di un amore corrisposto ma vietato dai genitori; c'è il farmacista che si fa accompagnare dalle guardie dopo un alterco con il padre del narratore-fanciullo; c'è l'incompetente avvocato che non riesce a difendere il calzolaio; c'è il cugino di Totò, anche lui dispettoso e monello, che accompagna il padre postino e che ha il compito di recapitare le lettere che i due bambini si scambiavano. C'è, anche, il funerale del nonno del cugino; c'è il clima di fine estate che lentamente lascia spazio ai primi freschi autunnali; ci sono i genitori del ragazzo innamorato, con il racconto della loro storia d'amore e che con la loro saggezza popolare e i loro battibecchi accompagnano il lettore con ironia e tenerezza. Come quando il padre litiga con il farmacista e poi con il prete e per questo è accusato di diffamazione. C'è anche la beneficenza nel periodo natalizio per rinnovare la scuola; ci sono le rocambolesche serenate notturne sotto i balconi delle ragazze del paese; c'è l'arrivo della spagnola; c'è la Pasqua con i suoi misteri e la morte di un anziano ricco. È, dunque, un romanzo corale, in cui è descritta una povera Comiso che non c'è più, una Sicilia che non c'è più. Il romanzo si può leggere come un documento storico sugli usi e i costumi dei siciliani nella prima metà del Novecento, e anche un paio di decenni più in qua. 

Ma nell'intimo della sua bellezza, resta un regalo che l'autore ha donato alla memoria dei suoi genitori e alla sua infanzia ritrovata in queste pagine.

Lo stile, nonostante possa sembrare desueto, rimane fresco e allegro, pieno di saporite immagini e di affascinanti e raffinate metafore. Alcune pagine ricordano Bufalino. Forse un po' prolisso, rimane comunque un romanzo poetico, nostalgico, bellissimo. 

11 ott 2022

L'angelo della notte - Giovanni Macchia (Saggio - 1979)

"Una delle grandi intuizioni di Proust fu quella d'aver messo una realtà che muta di fronte ad un io che anch'esso muta, e che, nella confusione delle forme di un passato che si rivela, soltanto a tratti riesce a raggiungere una sua coscienza: a essere il portatore di verità. E poiché la verità è una cosa sola con l'arte, la scoperta della sua vocazione di scrittore si svolge lentamente, verso uno stadio di meditazione e di coscienza teorica. È il viaggio nell'esperienza di uno scrittore che mano a mano realizza con sempre maggior convinzione la certezza di non farcela, di essere un incapace, e giunge fino a maturare un disgusto sempre maggiore per la letteratura. Eppure il senso del proprio fallimento non gli impedisce di continuare a scrivere, a scrivere un romanzo dove quella coscienza resta aperta, dolorante, divisa".


L'angelo della notte è lo stesso Marcel Proust che come un gufo vive di notte, recluso e solitario nella sua stanza insonorizzata e che riesce a vedere chiaramente il pericolo della morte che incombe dietro l'angolo. Un angelo alleato con la volontà e il pensiero (altri angeli sterminatori). Paradossalmente, però, Proust, che in vita è stato accusato di essere privo di volontà, ha scritto un'opera che è il risultato più straordinario, caparbio e disperato della volontà stessa, di quell'angelo che gli stringeva una mano mentre con l'altra sul suo letto cambiava la storia della letteratura.

Scritto con una penna raffinata, il volume racconta la biografia (e la psicologia) dell'immenso scrittore parigino attraverso le sue opere. E così da I piaceri e i giorni, i racconti della morte, dell'innocenza e dell'adolescenza a Jean Santeuil, dove la stessa innocenza è lontana e i turbamenti che nascono dal conflitto psicologico di Proust nei confronti dell'omosessualità diventano meno estremi, passando dall'epistolario, si possono trovare dei grimaldelli per comprendere meglio la sua opera ultima, il suo capolavoro. Si arriva, quindi, alla Recherche, l'opera sublime di un malato che sa cos'è la morte. Ed è qui che si assiste a una trasformazione: l'amore (anche quello omosessuale, anche quello lontano nel tempo) diventa gelosia, diventa morbosa conoscenza, ricerca di verità e pure i peccati del passato devono essere conosciuti. Dunque, la malattia e la morte sono onnipresenti nella sua opera. Basti pensare a quanto la morte della madre segni un momento decisivo per Proust. Ma anche il tema dell'omosessualità è motivo di malattia. Il giovane Proust, infatti, che lotta contro la sua natura omosessuale è Andromeda, incatenato a uno scoglio in attesa che lo raggiunga la morte. Eppure, improvvisamente, arriva l'improbabile salvezza di Perseo, sotto le spoglie dell'Arte, che si innamora perdutamente di Andromeda-Proust. Così, come Noè nella sua Arca, Proust si è rinchiuso volontariamente nella sua camera-Arca. E allo stesso modo di una nuova Shahrazàd ha trovato la vita e la forza di lottare nell'Arte. 

Non mancano altri superbi spunti di riflessione. La vicinanza del parigino al sofferente e malato Dostoevskij  (il sadismo e il tema del parricidio presenti in entrambi, sebbene in Proust non sgorga alcuna goccia di sangue); la solitudine del peccatore come nei tragici greci; l'anticipatore di alcune intuizioni poi sviluppate da Freud; la vicinanza a Vermeer e le suggestioni della sua pittura. Curiosa e da approfondire, infine, l'ipotesi sull'ultima polmonite che porterà Proust alla morte, da imputare a un'uscita notturna e a una lunga attesa al freddo per incontrare un domestico a cui era particolarmente affezionato.

Libro necessario, da avere ad ogni costo nella libreria di un proustiano!

19 set 2022

Il monaco - Matthew Gregory Lewis (Romanzo - 1796)

"Colpa, ho detto? Ma in che cosa consiste la nostra, se non nell'opinione di un mondo in malafede? Se lasciamo che quel mondo ignori le nostre gioie, esse diventeranno divine e innocenti! I tuoi voti di celibato sono contro natura; l'uomo non fu creato per essere solo, e se l'amore fosse un delitto, Dio non l'avrebbe creato così bello e irresistibile. Allontana dunque quelle nubi dalla tua fronte, Ambrosio mio... abbandonati liberamente a quei piaceri senza i quali la vita diventa un dono spregevole. Cessa di rimproverarmi perché ti ho insegnato cos'è la felicità, e contraccambia la passione della donna che ti adora!"


Tra i più importanti e rappresentativi romanzi gotici, Il monaco possiede tutte le peculiarità del genere, sebbene sia stato scritto da un ventenne. La trama è abbastanza semplice, nonostante il racconto non sia sempre lineare. Il protagonista, Ambrosio, un orfano divenuto superiore dei Cappuccini di Madrid, vive nella santità, ma quando scopre che Rosario, il novizio che cerca di emularlo e lo segue in ogni passo, tanto da stringere un fortissimo legame di amicizia, in realtà è una ragazza, Matilde, cade nella tentazione e nel peccato della lussuria. Matilde, infatti, è seducente, irresistibile e per mezzo di arti magiche porterà alle più obbrobriosi azioni il giovane Ambrosio. Il monaco, ancora considerato santo da tutti, non più sazio di Matilde si innamora di Antonia, una giovane vergine che riuscirà a violentare, ma solo dopo aver ucciso Elvira, la madre della ragazza. Subito dopo il delitto, un gruppo di soldati scopre il nascondiglio dove si era consumata la violenza carnale e trovano Ambrosio con in mano il pugnale con il quale aveva appena ucciso Antonia. Insieme a Matilde, la sua complice, è consegnato all'Inquisizione, dove è torturato e condannato al rogo. Ambrosio, disperato e impaurito decide, come Matilde, di vendere l'anima al diavolo, così Lucifero lo fa evadere portandolo in volo su un dirupo. E qui gli svela la triste verità della sua storia di orfano e dei suoi edipici delitti commessi, indotti dallo stesso demonio sotto le sembianze di Matilde. Elvira, infatti, era sua madre e Antonia sua sorella...

Romanzo letto la prima volta una ventina di anni fa nella versione di Antonin Artaud, quando questo genere di storie andrebbe letto. Le impressioni, oggi, non sono inevitabilmente più le stesse. Resta comunque un romanzo da leggere per capire come nella storia la letteratura abbia in questo capitolo uno dei suoi momenti più importanti. Sebbene si avvertano in modo primordiale primi cenni psicologici dei personaggi che anticipano il romanzo ottocentesco, le situazioni restano ingenue. Gli amori descritti nascono con estrema semplicità; le storie d'amore negate si risolvono con sotterfugi e menzogne; gli intrighi amorosi sono frivoli e si dilungano per lunghissime pagine. Come la storia di Don Raymond marchese di Las Cisternas e Agnes che, in un modo un po' contorto, alla fine si interseca con quella centrale di Ambrosio, Matilde e Antonia. 

Resta in ogni caso un romanzo trasgressivo, violento, sadico, morboso. È, in fondo, un saggio sul bene e sul male, sulla tentazione, l'orgoglio e il peccato. È il romanzo sulla perdita dell'innocenza e la caduta dell'uomo verso gli abissi più bui dello spirito.

18 set 2022

Questa puttana mi farà morire - Louis de Rouvroy Duca de Saint-Simon (Saggio - 1749)

"Luigi XIV fu un uomo eccezionalmente egoista. Considerava gli altri, chiunque essi fossero, solo in rapporto a sé. In ogni sua disposizione, inflessibile. Nessuna delle dame di corte e delle sue amanti poté mai sottrarsi a uno spostamento, a prescindere dalle condizioni in cui si trovava. Che fossero incinte, malate o avessero partorito da un mese, non faceva differenza. Bisognava comunque essere eleganti, ingioiellate e strette nei propri corsetti. Bisognava che fossero sempre gaie, di compagnia, di buon appetito, desiderose di ballare fino a notte fonda, e non temere né caldo né freddo né polvere. La sua carrozza era sempre piena di donne: prima le sue amanti, poi le bastarde, le nipoti e altre se rimaneva posto".


Tratti dalle Memorie, gli aneddoti, gli intrighi, i pettegolezzi, gli scherzi, le disavventure e le facezie di corte raccontate in questo volume sono ambientate alla corte di Luigi XIV, il famigerato Re Sole. Documenti storici fedeli nella cronaca, ma prepotentemente passionali, hanno un altissimo valore letterario, tanto che Saint-Simon è stato fonte d'ispirazione, tra gli altri, anche di Proust.

La corte è il centro del mondo e i protagonisti (dame, principi, duchesse, duchi, conti, fratello e figlio del re, tutti gli intimi del sovrano insomma) e i loro complotti sono raccontati con il piglio dello storico e anche con lo sguardo dello psicologo. Saint-Simon pretende (e ci riesce) di scavare gli eventi, il carattere e la psicologia dei personaggi delle sue storie.

È un libro per farsi un'idea della sterminata opera dello scrittore francese, che offre un panorama illustrativo e a tratti desolante della corte di Luigi XIV.

Edizione colma di fastidiosi refusi.


8 lug 2022

Il bestiario di Proust - Daria Galateria (Saggio - 2022)

"Ecco dunque gli animali che servono a Proust a raccontare la sua vita di scrittore: la stanza notturna in cui è rinchiuso, e il tempo destinato ai suoi quaderni, e a quella specie di sua parziale resurrezione cui sono destinati. Si è identificato con le bestie che hanno gli organi destinati al piacere altrettanto mal congegnati del suo, ma ne ha scritto solo nei quaderni preparatori. A volte sono gli altri, che chiamano Proust col nome di animali".


Ne  Alla ricerca del tempo perduto, secondo l'autrice, non siamo solo di fronte a un'immensa cattedrale gotica, ma anche a un'arca di Noè carica di animali. Messi in salvo da Proust-Noè, sono i suoi animali perduti, vissuti in vita o nelle sue letture, descritti in lettere, poesie, racconti e romanzi. Sono soprattutto bestie che per la loro stessa conformazione fisica non possono amare, che non possono nemmeno baciarsi, come balene, cervi o ricci. Persino lo stesso Proust è un animale, è un gufo per via delle sue abitudini che lo portavano a vivere la notte più che il giorno. 

L'estrema sensibilità lo porta a pensare con orrore alla caccia, all'equitazione. Gli zoo sono motivo di sofferenza, come quello di Parigi che si staglia sullo sfondo dei ricordi con i suoi animali incatenati che hanno perso la loro storia e la loro sfida con il tempo. 

Saggio tematico che rivaluta la presenza degli animali nell'opera proustiana (fino adesso ritenuta, invece, priva o quasi di riferimenti bestiari) e che li cataloga tutti dalla A di Alcione alla Z di zebra. Per ogni bestia è descritta l'evoluzione simbolica nel Tempo, perché tutti, chi più chi meno, subiscono una metamorfosi che permette all'autrice di analizzare la psicologia, tra simboli e condensazioni, dell'animale notturno Proust che vola solo dopo il crepuscolo. 

26 giu 2022

I piaceri e i giorni - Marcel Proust (Racconti - 1896)

"Le sue mani si agitarono febbrilmente. Ad un tratto udì un piccolo suono argentino, impercettibile e profondo come un battito di cuore. Era il suono delle campane di un villaggio molto lontano che quella sera, grazie all'aria così limpida e al vento propizio, aveva attraversato molte pianure e fiumi prima di essere percepito dal suo orecchio fedele. Era una voce presente e pure antica; adesso udiva il suo cuore battere col suono armonioso, sospeso all'attimo in cui sembravano aspirarlo, morendo poi lungamente e debolmente con esse. In ogni momento della sua vita, quando udiva il suono lontano delle campane, ricordava suo malgrado la loro dolcezza nell'aria della sera, quando, ancor bambino, rientrava al castello dai campi".


Dedicata all'amico prematuramente scomparso Willie Heath, sullo sfondo del mondo dei salotti di Parigi, del quartiere del Fauborug Saint-Germain, del Decadentismo elegante del conte Robert de Montesquieu (il dandy che ha ispirato Proust per il suo pederasta Barone di Charlus) il volume raccoglie poemi in prosa, frammenti, improvvisazioni, poesie dedicate a pittori e musicisti e racconti brevi, che dal titolo rievoca le Opere e i giorni di Esiodo.

Introdotti brevissimamente dalla penna arguta di Anatole France, ci troviamo di fronte al primo tentativo letterario di un giovanissimo Proust che inizia il suo personale colloquio con il Tempo, con la mondanità, con l'abitudine, con la malinconia, con la gelosia, con i sogni futuri (i temi di fondo dell'opera) che in qualche modo anticipa ciò che sarà espresso magnificamente nella Recherche. Certo, sono piccole e raffinate pitture, ingenue se vogliamo, acerbe, languide, anche un po' snob, ma esprimono un sentimento vero e una sensibilità straordinaria già evidenti in alcune sporadiche pagine. Come ne La confessione di una ragazza, quando leggiamo ammaliati di un bacio della buonanotte della madre, quando avvertiamo un sentimento malinconico verso gli anni perduti dell'adolescenza e poi ritrovati nella memoria.

19 giu 2022

Le piccole speranze - Annalisa Trabacchi (Romanzo - 2021)

"Stasera, invece, il suo odore mi porta in un luogo conosciuto e familiare, senza accendermi. Lui mi abbraccia, recupera dalla tasca la mano e circonda le mie spalle con il braccio. Come due fratelli, come due alleati, come due amici.

Non diciamo niente, rimaniamo in piedi, mentre Pietro e Carlina si sono seduti più avanti, dove hanno trovato una larga pietra piatta al riparo dagli spruzzi. Guardiamo insieme i fuochi che stanno iniziando e, come sempre, sono barocchi e bellissimi. Nessuno dei due ha l'impulso di trasformare questo abbraccio in un bacio, in un contatto appassionato. La tenerezza di questo momento è struggente, profondamente intrisa di malinconia".


Con ironia (e si sa, l'ironia è sinonimo di intelligenza), con profondità sentimentale, con uno stile scorrevole e coinvolgente, in queste pagine leggiamo di una donna che sente il bisogno di cogliere e conquistare una maggiore consapevolezza di sé. Sembra un percorso dunque, in cui sono i piccoli eventi che smuovono la propria percezione, come il profumo di bagnoschiuma del marito, una scarpa con i tacchi da provare, una caduta. Momenti che portano Teresa, quasi pirandellianamente, a domandarsi del suo senso esistenziale, a vedersi come una donna a un bivio: o donna che continua a vivere nella routine, oppure donna condannata a cercare una libertà e una dimensione che la appaghino. 

L'abitudine, quindi, diventa protagonista in queste pagine; lascia a Teresa un senso di rimpianto, che, inizialmente, si tramuta in progetti e sogni ad occhi aperti. La sua vita galleggia su un fiume di normalità e ingenua insoddisfazione: un marito verso cui nutre un sentimento distaccato, due figli adolescenti, un lavoro che le lascerebbe spazio e tempo per sé, qualche buona amica. Non è solo lei, però, che avverte quel sentimento di mancanza; quasi tutti i personaggi percepiscono che qualcosa nella loro esistenza langue, manca. E tutti hanno piccoli sogni da realizzare, possibile speranze che in fondo sono là, dietro l'angolo, e basterebbe solo avere un pizzico di coraggio per acchiapparle. 

Nella routine di Teresa, però, arriva l'imprevisto, l'ingranaggio che mette in moto un altro motore della vita. Ricompare nella sua vita Caterina, un'amica di liceo e di università che da vent'anni si è dileguata nel silenzio. Insieme all'amica ritrovata c'è Ben, il figlio che vive nel limbo tra l'adolescenza e la maturità, a cui Teresa darà lezioni di italiano e di vita. Il confronto (e anche lo scontro) con Caterina la destabilizza, pone Teresa di fronte a nuove possibili visioni del mondo. Ed è in questa nuova prospettiva che l'insoddisfazione matura, cresce fino ad esplodere alla fine del romanzo (ma già annunciato sin dalle primissime pagine) in un atto di rottura volontario in fondo, cercato, desiderato; ed è così che si trova un nuovo equilibrio; si trovano quelle nuove piccole speranze che ci permettono di sorridere alla vita.

Un romanzo sul coraggio e la voglia di cambiare la propria vita. Piacevolmente scorrevole, da portare dentro di sé e il cui ricordo ci accennerà un sorriso tra le labbra. Brava!

5 giu 2022

I miei paradossi - Emil Mihai Cioran (Saggio - 1974)

"Ebbene, per me è un'esperienza personale. Quando vedo un bambino, o ad esempio un neonato, divento terribilmente triste. Quando i miei amici mi spediscono un annuncio di nascita, non so mai come rispondere. Non posso affatto rispondere. Non potrei assolutamente assumermi la responsabilità di gettare qualcuno in questo mondo. E se la vita, l'uomo, la storia, domani dovessero cessare, non sarei triste".


L'intervista con Leonhard Reinisch, di cui possiamo leggere in appendice un breve saggio del 1982, E. M. Cioran, il maestro della rovina, è centrata soprattutto sul valore del pessimismo, sulla morte (e quindi sulla vita e quindi sul suicidio) e sul valore mistico del paradosso. Cioran, assurdo ed estremo nel suo scetticismo e cinismo, ha sempre vissuto ai margini della vita; una vita inconcepibile, ma a 65 anni si meraviglia di essere vivo, di non essere ancora morto. Ciò lo deve, come sappiamo, all'idea della possibilità del suicidio, un'idea che paradossalmente alimenta la vita, un'esistenza calata dentro un ritmo insensato di eventi. E inevitabilmente il dialogo si sposta sul tema della storia. La tendenza mistica, sebbene non credente, di Cioran osserva distaccata la storia del mondo come processo di rovina, che ha avuto inizio da un essere diabolico. La libertà quindi si ottiene nei momenti della vita in cui si è al di là della storia, momenti fugaci ed unici. È una conseguenza logica, direi quasi divina, pensare che la procreazione sia il male più grande. Cioran confessa la sua asocialità, il suo essere straniero nonostante (e per questo) conosca bene la sofferenza degli altri. Reinisch insiste argutamente nel trovare paradossi e contraddizioni nel pensiero del filosofo rumeno. E quest'ultimo, che non li smentisce, ne esalta il loro significato metafisico. Nessuna speranza quindi, nessun futuro; ciò che ci aspetta è solo una tragedia.

Una parentesi interessante da notare: il giudizio durissimo di Cioran su Sartre, malgrado l'intervistatore lo incalzi più volte a parlare di Camus che, invece, non commenta mai.

4 giu 2022

Perché fidarsi della scienza? - Naomi Oreskes (Saggio - 2019)

"Molti rifiutano la climatologia, per esempio, non tanto perché vi sia qualcosa di sbagliato di per sé, ma perché è in conflitto - o così la percepiscono - con i loro valori, le loro convinzioni religiose, l'ideologia politica e/o gli interessi economici. Sono molte le ragioni per cui la gente può rifiutare una scoperta scientifica o mostrarsi critica nei suoi confronti, ma in genere hanno a che fare con l'impressione che tali scoperte contraddicano i valori in cui si crede o minaccino il proprio modo di vivere".


Partendo da una veloce ma puntuale storia della filosofia della scienza degli ultimi duecento anni (dal positivista Comte ai neoempiristi verificazionisti, dal falsificazionista Popper al collettivo di pensiero di Fleck, dalla sotto determinazione di Duhem all'olismo di Quine, dal paradigmatico Kuhn all'anarchico Feyrabend, dalle femministe Harding e Longino), l'autrice, famosa storica della scienza, rimarca il carattere sociale della conoscenza scientifica che dà origine alla superiore affidabilità delle tesi scientifiche. 

A causa degli errori clamorosi di alcuni individui, dei diversi metodi proposti dalla scienza, delle tesi più assurde (come l'energia limitata di Clark del 1873 secondo cui l'istruzione superiore femminile avrebbe nuociuto alla fertilità delle donne, oppure all'eugenetica prima statunitense e poi nazista, oppure ancora alle tesi antiscientifiche sui vaccini, sui cambiamenti climatici, sulla salute), la scienza è attaccata e screditata, eppure di fronte alle aberrazioni dei singoli scienziati la comunità scientifica si è sempre battuta. La fiducia, quindi, non deve andare ai singoli, ma alla scienza che nel suo essere sociale garantisce le sue idee, perché sono sottoposte a controlli rigorosi e plurali. 

Per far fronte ai pregiudizi di ordine sociale, culturali ed economici che stanno alla base della diffidenza nei confronti della scienza, ammettendo l'evidenza che gli scienziati possano compiere degli errori anche clamorosi, occorrono criteri come consenso, metodo, evidenza, valore e umiltà; ragionevolezze che assicurano un alto grado di certezza scientifica. La scienza è fondamentalmente consensuale, ed è nella sua comunità che si devono trovare risposte e conoscenze attendibile contro la crisi e la sfiducia nella scienza e nei suoi dati tanto di moda oggi. 

Un'apologia, insomma, ma equilibrata e attenta a non sconfinare in un'esaltazione assoluta della figura dello scienziato. Un libro di profonda attualità.

3 giu 2022

Le meraviglie del mondo - Lorraine Daston, Katharine Park (Saggio - 1998)

"Studiare come i naturalisti, nel corso di circa sei secoli, abbiano usato le meraviglie per tracciare i confini più lontani della natura rivela come, in vario modo, essi costruirono il suo nucleo centrale. Naturalisti moderni e medievali fecero appello ad un ordine di consuetudini della natura piuttosto che di leggi naturali, definito da meraviglie e da miracoli. Per quanto estremamente ordinata, questa natura non era né ineccepibilmente uniforme né omogenea nello spazio e nel tempo. Le meraviglie, invece che al centro, tendevano a raggrupparsi ai margini del mondo conosciuto, costituendo una categoria ontologica distinta: il preternaturale, sospeso tra il mondano e il miracoloso".


Mostri, prodigi e fatti strani dal Medioevo all'Illuminismo, come da sottotitolo, definiscono l'ordine della natura delimitandone i limiti entro cui muoversi. La meraviglia è, infatti, una passione conoscitiva in grado di registrare i confini della realtà ed è chiaro quindi il motivo per cui nel Medioevo si distingueranno la scienza naturale, quella preternaturale (che studia ciò che non è conforme all'ordine naturale delle cose) e quella sovrannaturale (divina). Distinzione che, però, non sempre è rimasta fissata entro rigidi schemi, ma che alla fine si è evoluta e, in qualche modo, si è dissolta tanto da iniziare a svanire dal Settecento in poi. Dall'Alto Medioevo, le aberrazioni della natura (mostri, comete, gemelli siamesi, pietre rare e magneti), hanno sempre avuto un significato morale. Sono prodigi mandati da Dio per punire gli uomini dai loro peccati, oppure semplici scherzi di una natura autonoma e giocosa, oppure ancora difetti dell'universo stesso che, in realtà, non è così uniforme. Con l'Illuminismo però, con l'esaltazione della ragione e dell'ordine, con la convinzione che la meraviglia sia solo un sentimento scaturito dall'ignoranza della leggi naturali, si registra un approccio diverso e il meraviglioso diventa superstizione, una malattia dell'immaginazione, una passione disonorevole.

In modo non sempre lineare e limpido, il volume descrive come nella letteratura di viaggi, nella topografia, nelle cronache e nelle enciclopedie medievali i fenomeni naturali straordinari siano ai margini del mondo (dell'Europa). Meraviglie, soprattutto testuali e materiali, che saranno usati come serbatoi di potere per fini religiosi e rituali di corte. Nella cultura filosofica che va dal XII al XV secolo, tuttavia, in autori come Adelardo di Bath, Ruggero Bacone, Alberto Magno, Tommaso D'Aquino, la passione della meraviglia è rifiutata quale parte integrante dello studio dell'ordine naturale. Eppure dal 1370 al 1590 vari gruppi di intellettuali (Dondi, Ficino, Cardano, per esempio) riabilitano le meraviglie sia per la contemplazione filosofico-naturale, sia per l'investigazione empirica. Nella cultura europea del XV e XVI secolo le meraviglie migrano dai margini del mondo al Mediterraneo e all'Europa e quindi diventa più facile analizzare casi specifici sulle nascite mostruose, interpretabili alla luce di tre emozioni correlate e sovrapponibili: orrore, piacere e ripugnanza. 

Il culmine dello studio del meraviglioso si ha nel XVII secolo, quando il preternaturale diventa elemento centrale nella riforma della storia e della filosofia naturale nelle società scientifiche, dove si studiano i mostri con una intensità senza precedenti. Boyle, Cartesio, Bacone dedicano molto spazio nelle loro opere alle meraviglie. Non è un caso che le wunderkammer, le camere delle meraviglie, non più solo di potenti e regnanti, ma anche di studiosi e intellettuali, ispirano Bacone e Cartesio nell'unire arte e natura e rappresentare un microcosmo raro e bizzarro. La relazione tra le passioni cognitive della meraviglia con la curiosità, nel XVII secolo, invece, se prima appare compatibile, con il tempo si separerà fino ad arrivare all'Illuminismo in cui le meraviglie diventeranno volgari e metafisicamente implausibili, politicamente sospette ed esteticamente ripugnanti. 

Sebbene l'argomento sia incontestabilmente interessante, di fascino e di impatto, la scrittura accademica delle autrici, la stessa impaginazione e soprattutto la non linearità dello sviluppo ne fanno un testo noioso, pedante e pesante.

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