Presentazione


Presentazione

Questo spazio è dedicato agli appunti, alle briciole di recensione irrazionali, che colgo, da lettore appassionato e spesso rapsodico, nei miei viaggi verso la lentezza e la riflessione. Briciole di recensione irrazionali dunque.

Briciole perché sono brevi, a-sistemiche, frammentarie, come un certo spirito moderno pretende. Non sono delle vere recensioni. Queste hanno uno schema e una forma ben precisa, mentre i miei sono più che altro appunti colti sul momento, associazioni d’idee, giudizi dettati dalle impressioni di un istante, da una predisposizione d'animo subitaneo, da un fischio di treno... E perciò li definisco irrazionali. Perché sfuggono da un qualsiasi schema predefinito, perché sono intermittenti, perché nella scelta di un libro, per via di una congenita voracità, spesso non seguo linee e percorsi definiti dalle letture precedenti, ma mi lascio trasportare dagli ammiccamenti o dalle smorfie di sfida che un libro sulla mensola della libreria mi lancia.

È un modo insomma di coltivare, di giocare, di prendere vanamente in giro la memoria, per conservare, catalogare e archiviare frammenti di ricordi e suggestioni che un giorno, magari, potranno farmi sorridere e, perché no, commuovere.

1 lug 2026

L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica - Walter Benjamin (Saggio - 1936)

"E cioè: così come nelle età primitive, attraverso il peso assoluto del suo valore cultuale, l'opera d'arte era diventata uno strumento della magia, che in certo modo soltanto più tardi venne riconosciuto quale opera d'arte, oggi, attraverso il peso assoluto assunto dal suo valore di esponibilità, l'opera d'arte diventa una formazione con funzioni completamente nuove, delle quali quella di cui siamo consapevoli, cioè quella artistica, si profila come quella che in futuro potrà venir riconosciuta marginale. Certo è che attualmente la fotografia, e poi il cinema, forniscono gli spunti più fecondi per il riconoscimento di questo dato di fatto"


Che cosa perdiamo quando un'opera d'arte può essere riprodotta all'infinito? E, soprattutto, siamo sicuri che sia solo una perdita? Sono le domande fondamentali che attraversano il saggio, sorprendentemente capace di parlare anche al nostro presente, dominato da immagini digitali, social network e intelligenza artificiale...

Il cuore della riflessione di Benjamin è racchiuso in una parola: l'aura. L'aura è l'unicità dell'opera, il suo essere qui e ora, in un luogo preciso, con una storia irripetibile. È ciò che proviamo davanti a un dipinto originale di Leonardo o di Caravaggio, per esempio. Non stiamo osservando semplicemente un'immagine, ma un oggetto che ha attraversato il tempo e che conserva ancora il segno materiale della mano che lo ha creato. La fotografia e, soprattutto, il cinema incrinano definitivamente questa dimensione; l'opera non è più unica, ma riproducibile, non appartiene più a un luogo, ma può raggiungere chiunque. L'arte perde, così, il suo carattere sacrale e cultuale, e una parte del suo fascino, ma acquista qualcosa che prima non possedeva: diventa accessibile alle masse. Ed è qui che l'autore sorprende. Ci si aspetterebbe quindi una condanna della modernità tecnica (come molti francofortesi hanno sostenuto) e invece il suo giudizio è molto più complesso. La riproducibilità distrugge l'aura, certo, ma democratizza anche l'arte. La tecnica, pertanto, non è soltanto una minaccia, è anche una possibilità.

Il cinema rappresenta il punto più alto di questa trasformazione. Non è semplicemente una nuova forma artistica, è un nuovo modo di percepire il mondo. Attraverso il montaggio, i primi piani, i rallentamenti e il continuo susseguirsi delle immagini, il film educa il nostro sguardo a una realtà fatta di velocità, frammentazione e cambi di prospettiva. Insomma, non si limita a raccontare il mondo moderno, ci insegna a guardarlo o, nella peggiore delle ipotesi, ad assecondarne la dimensione politica di propaganda nei regimi dittatoriali. La storia del cinema, tuttavia, sembra aver seguito un percorso più complesso di quanto Benjamin stesso potesse immaginare. Se è vero che il film nasce come opera tecnica e riproducibile, è allo stesso tempo vero che anche il cinema ha finito per costruire una propria forma di unicità. Alcuni registi, per esempio, hanno imposto uno stile immediatamente riconoscibile, alcune opere sono diventate oggetto di un'autentica venerazione, alcune immagini sono entrate stabilmente nell'immaginario collettivo. Come se l'aura, anziché scomparire del tutto, avesse semplicemente cambiato forma.

Forse è proprio questa la grandezza del saggio di Benjamin. Non tanto l'aver previsto con esattezza il destino dell'arte, quanto l'aver compreso che ogni rivoluzione tecnica modifica il nostro modo di guardare il mondo. La filosofia non serve a conservare nostalgicamente ciò che il tempo porta via, ma a comprendere ciò che il tempo trasforma, ed è forse per questo che il piccolo saggio di Benjamin continua ancora oggi a parlarci con una sorprendente lucidità.


29 mag 2026

Il cosmo in brevi lezioni - Amedeo Balbi (Saggio - 2024)

"Ed è proprio la comparsa degli infiniti a metterci in guardia: ci dice che la fisica che usiamo per spingerci in quei territori è inadatta a descriverli e che dovrà necessariamente essere aggiornata a una versione migliore, che ancora non abbiamo. Di fatto, le idee che i fisici teorici stanno esplorando, in questo senso, presuppongono che il nostro universo sia il risultato di processi precedenti, che per ora non abbiamo gli strumenti concettuali per comprendere. Ex nihilo nihil fit, dicevano i filosofi antichi: nulla viene dal nulla, e la cosmologia moderna, intesa correttamente, non avrebbe niente da eccepire"


Come si sa, le domande più affascinanti sono quelle che riguardano il mondo, l’universo. Da queste, inevitabilmente, si arriva alle domande sulla nostra esistenza, sul senso che ci riguarda, sul posto che occupiamo nel cosmo. E non ci accontentiamo di risposte grossolane, vogliamo capire, vogliamo trovare il significato, anche se siamo consapevoli che alcune di queste domande, probabilmente, non avranno mai una risposta definitiva. È proprio questo gioco della meraviglia a definirci come esseri umani. Senza non potremmo interrogarci sull’universo né provare a comprenderne i meccanismi più profondi... L’astrofisica tenta di dare delle risposte, pur sapendo che una parte del reale resterà forse sempre oltre la nostra piena comprensione. Come ha avuto origine l’universo? Come si è sviluppata la vita sulla Terra? Come nascono le stelle e le galassie? E cosa sono davvero i buchi neri? Domande che accompagnano da sempre la curiosità umana e alle quali il testo cerca di rispondere con un linguaggio chiaro e lineare.

Il libro si presenta in modo accessibile; è apprezzabile soprattutto lo stile, che riesce ad affrontare temi complessi con grande chiarezza, senza appesantire la lettura. Gli articoli sono suddivisi in quattro grandi sezioni: l’universo, la sua origine e la sua espansione osservabile, con uno sguardo alle galassie; le leggi della fisica che ci permettono di interpretare la realtà; l’esplorazione spaziale; e infine la ricerca di mondi lontani e di possibili forme di vita nel cosmo.

Peccato soltanto per l’assenza di immagini e fotografie a corredo degli articoli, che avrebbero reso la lettura ancora più coinvolgente. Ma è un limite che non scalfisce la qualità complessiva...

17 mar 2026

La Parigi di Marcel Proust – Henry Raczymow (Saggio - 2005)

"Nel 1901 Proust incontra regolarmente Léon Daudet (e talvolta anche Lucien) al Cafe Weber, dove sostenitori di Dreyfus e nazionalisti siedono ai poli opposti della sala. Lo scrittore si presenta nel locale col suo cappotto foderato di pelliccia a prescindere dalla stagione, pilucca grappoli d'uva e ordina per i suoi amici le cose più costose. Il Café Weber, al 21 di rue Royale, fondato nel 1865 e chiuso nel 1961 (oggi è un pub inglese) era frequentato da Alphonse Daudet, da suo figlio Léon, da François Coppé e Claude Debussy".


L'autore ci accompagna attraverso la Parigi che frequentò Proust, dai quartieri della riva destra della Senna, dal Parc Monceau a Place de la Concorde, passando per il Faubourg Saint-Honoré fino ad Auteuil e il Bois de Boulogne. Sono luoghi di mondanità e vitalità, quelli che ritroviamo poi nei personaggi e nelle ambientazioni della Recherche. Nel romanzo questi spazi vengono trasfigurati, condensati e reinterpretati dalla memoria di Proust, trasformandosi in scenari quasi simbolici in cui si muovono i protagonisti e si svolgono le loro vite. La Parigi della borghesia finanziaria e industriale, dell’aristocrazia decadente del Secondo Impero, viene così ricomposta in modo chiaro e ordinato, fornendo un quadro vivido dei quartieri e dei palazzi frequentati dall’epoca.

Raczymow li racconta con un approccio quasi didascalico, le fotografie e le parole cercano di restituire il gusto malinconico di un’epoca definita “Bella”, ma il testo non aggiunge molto oltre ciò che si può osservare da solo passeggiando per le vie di Parigi o sfogliando un album fotografico. Le immagini sono belle e suggestive, perfette per chi ama visualizzare i luoghi di Proust, ma il libro resta più didascalico che imprescindibile. Un volume pensato soprattutto per gli appassionati proustiani, più che per chi cerca un’analisi originale o profonda...

13 feb 2026

Il gran sole di Hiroscima – Karl Bruckner (Romanzo - 1961)

"In un milionesimo di secondo, un nuovo sole si accese nel cielo, in un bagliore bianco, abbagliante.

Fu cento volte più incandescente nel sole del firmamento. 

E questa palla di fuoco irradiò milioni di gradi di calore contro la città di Hiroscima.

In un secondo, 86.000 persone arsero vive.

In questo secondo, 72.000 persone subirono gravi ferite.

In questo secondo, 6.820 case furono sbriciolate e scagliate in aria dal risucchio di un vuoto d'aria, per chilometri d'altezza nel cielo, sotto forma di una colossale nube di polvere.

In questo secondo, crollarono 3.750 edifici, le cui macerie si incendiarono". 


Ho letto questo libro per la prima volta alle medie. Lo leggevamo in classe, durante l’ora di italiano, con una professoressa particolarmente sensibile a queste tematiche. Fu lei a farci conoscere la storia della piccola Sadako e di suo fratello maggiore Shigeo, due bambini giapponesi sopravvissuti alla bomba atomica sganciata su Hiroshima il 6 agosto 1945.

Il romanzo racconta la tragedia non solo attraverso la distruzione immediata, ma soprattutto attraverso quello che viene prima e dopo, le vite spezzate lentamente, la paura che resta nel corpo e nella memoria. Sadako, anni dopo l’esplosione, si ammala di leucemia e viene ricoverata in ospedale. Lì scopre la leggenda delle mille gru di carta: chi riesce a piegarle tutte può esprimere un desiderio e vederlo esaudito. Sadako comincia così, una per una, a costruire le sue gru, trasformando l’attesa della morte in un atto ostinato di speranza. Attorno a lei si muovono i genitori e il fratello, un giovane compagno di reparto, gli abitanti di una città stremata dalla guerra e dalla fame. E sullo sfondo, quasi come un’eco sinistra, ci sono anche i piloti dell’Enola Gay, inconsapevoli fino all’ultimo di ciò che stanno davvero per fare. Tutti, in modi diversi, finiscono per riflettere sul non senso della guerra e sul valore, direi assoluto, della pace.

È un racconto tenero, doloroso, a tratti straziante. Ma è anche un libro che non invecchia, perché non parla solo di Hiroshima, parla di ogni guerra, di ogni tecnologia usata senza coscienza, di ogni infanzia sacrificata in nome di qualcosa che pretende di chiamarsi necessità. Rileggerlo oggi fa male, un male che serve...

28 gen 2026

A Parigi con Marcel Proust – Luigi La Rosa (Saggio/biografia/racconto di viaggio - 2022)

"Si tratta di amori fioriti sulla carne tenera della dipendenza, che la letteratura finisce col tramutare in ossessione. Amori sensuali, impegnativi, eccezionalmente epici, che sembrano contrastare le leggi precarie del morire.

Proust li innesta alla trama del suo romanzo come se in ciascuno di essi dovesse ritrovare una parte di sé. E soprattutto sono amori travestiti, intersessuali, sotto cui si celano i contorni dell'autobiografia". 


Non siamo di fronte a un saggio nel senso classico. È piuttosto una passeggiata lenta, quasi ipnotica, tra le pieghe di Parigi e della voce di Proust. Si cammina, si guarda, si ricorda. E mentre la città scorre, affiora la Recherche. L'autore attraversa le strade come se fossero frasi, non le descrive soltanto, le ascolta. Ogni luogo diventa una soglia, un punto di passaggio tra la biografia di Proust e qualcosa di più intimo, di più fragile. Non c’è pedanteria, non c’è sfoggio, c’è un tono sommesso, evocativo, che ti prende piano e non ti molla più. Proust, qui, non è un monumento. È una presenza, una voce che accompagna il camminare dell’autore e, in fondo, anche il nostro. E mentre si parla di lui, si parla anche di un amore finito, un amore malinconico, che non fa rumore ma pesa. Come pesano certe stanze quando qualcuno non c’è più.

Parigi diventa allora una geografia interiore, non solo una città reale, ma uno spazio della memoria. I luoghi tengono insieme ciò che è stato e ciò che non torna. La biografia di Proust si intreccia con le vie, con i boulevard, con i caffè, eppure finisce per intrecciarsi anche con chi legge.

Questo libro non pretende di insegnare Proust, ma vuole farlo sentire. Ti fa entrare nel suo tempo lento, nel suo modo di guardare, nel suo modo di soffrire senza esibirlo. Ed è forse questo il suo merito più grande. È un libro delicato. Delicato perché non forza, non spinge, non urla; sta lì, come un ricordo che ti cammina accanto.

7 gen 2026

Classifica: i più belli (e il più deludente) del 2025

Il 2025 è stato un anno insolito, povero di viaggi epocali, di qualche ritorno (Amalfi, la Val d’Orcia, Barcellona, la Val Pusteria, Trieste, Parigi), qualche tensione di troppo... Pieno di stelle, però. È stato anche un anno povero di letture costanti. Non lo dico come giustificazione, ma come semplice constatazione. Il tempo e le energie sono andati altrove, soprattutto nell’astrofotografia, che ha richiesto dedizione, notti insonni e una certa ostinazione, e nella scrittura della tesi su Günther Anders, che ha finito per orientare in modo quasi esclusivo anche le letture. Ne è venuto fuori un anno sbilanciato, con pochi libri letti davvero e in modo continuativo. A fare da compagnia, però, ci sono state presenze meno “quantificabili” ma non meno importanti. Cioran, tornato più volte come voce di fondo, e l’ascolto degli audiolibri della Recherche di Proust, che continuano ad accompagnare le riflessioni, più che a imporsi come letture da archiviare.

Come sempre, si tratta di una classifica del tutto personale.

Eccola.

  1. L'ultima vittima di Hiroshima

  2. L’uomo sul ponte

  3. Vivere secondo Lucrezio

Le lettere tra Anders ed Eatherly sono un libro necessario. Secco, durissimo, privo di qualsiasi indulgenza morale. Qui la responsabilità non è un concetto astratto, ma una ferita che resta aperta. Probabilmente il testo più forte dell’anno.

Il viaggio in Giappone raccontato da Anders è frammentario, inquieto, a tratti disarmante. Non cerca di sistemare il pensiero, ma lo espone, lo lascia scoperto. Un libro che non consola e proprio per questo convince.

Il Lucrezio di Onfray è stato gradito più che sorprendente. Lineare, divulgativo, senza grandi scarti interpretativi, ma onesto. In un anno come questo ha fatto il suo dovere, senza pretendere di più.

Da ricordare, per citare almeno un libro deludente, Una strana guerra fredda di Sara Lorenzini. Interessante per impostazione e documentazione, ma nel complesso poco incisivo. Più informativo che coinvolgente, più corretto che memorabile. Letto senza fastidio.


17 set 2025

Opinioni di un eretico - Günther Anders (Saggio - 1984)

"Io lamento che gli uomini dopo Auschwitz Hiroshima sono tanto ciechi da credere ancora. Non ho niente da aspettarmi da questo mondo. Non posso aspettarmi che si comporti moralmente. Ma non accetto che sia così com'è e cerco di contribuire a evitare il peggio". 


Günther Anders, in un’intervista del 1979 a Matthias Greffrath, riassume, tra l'altro, il cuore del suo pensiero, l’atteggiamento apocalittico come forma di responsabilità. Anders non è un profeta che annuncia la fine per spaventare le masse, ma un filosofo che invita a non abbassare la guardia. Auschwitz e Hiroshima, i due simboli del XX secolo, hanno mostrato di cosa siamo capaci, e sarebbe da ciechi illudersi che tutto sia tornato normale. Il piccolo volume è una porta d’accesso preziosa al mondo andersiano. Qui il filosofo si racconta; i ricordi dell’infanzia, gli studi con Husserl e Heidegger, il matrimonio con Hannah Arendt, le fughe forzate dal nazismo, le amicizie e le polemiche con Bloch e Brecht. È un libro che unisce biografia e pensiero, restituendo un Anders più intimo e allo stesso tempo più urgente.

L’intervista del 1985 con Fritz J. Raddatz, inclusa nel volume, è forse il momento più interessante. Raddatz incalza Anders, lo provoca, cerca di far emergere le contraddizioni di un pensatore che ha fatto dell’apocalisse il proprio tema centrale. Anders, con la consueta lucidità, difende la sua posizione; non si tratta di predicare il disastro per gusto del catastrofismo, ma di coltivare un senso di allarme etico, per evitare il peggio.

Un libro che ci invita a chiedersi se siamo davvero meno ciechi di allora. La sua voce resta scomoda, disturbante, ma necessaria, ci ricorda che la speranza non è un automatismo, ma un lavoro quotidiano per impedire che il peggio accada davvero...

10 set 2025

Günther Anders - Vincenzo Di Marco (Saggio - 2017)

"Gli esponenti dell'antropologia filosofica del Novecento (Scheler, Gehlen, Plessner) non hanno tenuto conto di questo aspetto basilare: il non aver capito l'inutilità degli interrogativi metafisici significa non solo ignorare la deriva storica delle società umane, ma continuare a nutrire nostalgie per una condizione passata non più esistente è diventato oggi privo di senso".


Nel suo saggio, l'autore affronta uno dei nodi più scottanti del Novecento, ovvero il rapporto tra uomo e tecnica. Prima passa in rassegna le riflessioni di diversi pensatori del secolo (da Musil a Mannheim, da Spengler a Heidegger, da Jünger a Jonas fino a Gehlen), per poi concentrare l’attenzione su Günther Anders, probabilmente il più radicale e visionario tra loro. Al centro della filosofia andersiana c’è quello che lui chiama dislivello prometeico, lo squilibrio tra la potenza delle macchine (che sembrano sempre più perfette e affidabili) e la fragilità dell’uomo, incapace di stare al passo. Da questo squilibrio nasce la vergogna prometeica, ossia il disagio di sentirsi moralmente e praticamente inferiori alle proprie stesse creazioni. È il destino dell’uomo antiquato, che assiste impotente a una lenta disfatta della propria centralità. Anders, però, non si limita alla diagnosi. Per lui l’intellettuale ha il dovere di assumere un ruolo attivo, intervenendo con forza nel dibattito pubblico. Ecco perché scrive al figlio di Eichmann, denunciando l’eredità morale del nazismo, ed esprime solidarietà a Claude Eatherly, il pilota che partecipò ai bombardamenti atomici e che visse tormentato dal senso di colpa. Qui emerge il profilo di un filosofo militante, capace di opporsi al nichilismo e di cercare una forma di resistenza etica. Il saggio mette in evidenza anche la scansione delle tre grandi rivoluzioni della tecnica: dapprima le macchine furono impiegate per la produzione, poi la logica produttiva si estese a ogni sfera sociale, fino ad arrivare alla terza fase, in cui l’uomo stesso viene sostituito dalle macchine e scopre di poter diventare l’artefice della propria distruzione. È qui che la tecnica si impone come vero soggetto della storia, relegando l’uomo in secondo piano. Da questa consapevolezza deriva quello che Anders definisce principio di disperazione: l’uomo contemporaneo, prigioniero delle strutture politiche ed economiche che lo vincolano, non può più immaginare rivoluzioni emancipative, ma soltanto prendere coscienza del rischio apocalittico. L’unica forma di resistenza possibile è imparare ad avere paura; una paura vigile, non paralizzante, che diventa paradossalmente la condizione necessaria per poter sopravvivere al futuro.

È questa la lezione più attuale di Anders, imparare a temere non come segno di debolezza, ma come atto di lucidità. Oggi, la sua voce torna a ricordarci che non c’è progresso tecnico senza responsabilità, e che solo una coscienza vigile può salvarci dal diventare, ancora, antiquati.

Un piccolo volume che è sintesi veloce, ma ben costruita, del pensiero di Günther Anders, capace di mettere in luce con chiarezza i nodi principali della sua filosofia senza perdersi in eccessive complicazioni.


3 set 2025

L’uomo è la (sua) fine. Saggi su Günther Anders - AA.VV. (Saggi - 2020)

"L'utilizzo dell'atomica ha costituito un fatto decisivo, più di qualunque conflitto e di qualunque altro eccidio (per quanto suoni abominevole il confronto tra eventi tanto drammatici). Si è trattato di un fatto letteralmente epocale perché ha decretato come concretamente realizzabile la fine ultima dell'uomo e del mondo. Da questo momento, il compito della filosofia diviene, per Anders, la ricerca delle condizioni di possibilità di una siffatta situazione; l'analisi dei motivi che hanno reso possibile lo sgancio di un ordigno di potenza imprecisata (ignota), in grado di produrre - sull'uomo e sul mondo - danni incalcolabili; la messa a fuoco della ineluttabilità di quell'evento, tutt'altro che "accidentale": poiché si tratta di un accaduto che non poteva non accadere"


A cura di Micaela Latini e Aldo Meccariello, questa raccolta di saggi nasce da un convegno tenuto a Frascati nel 2012. È un libro corale, composto da interventi diversi, che però convergono tutti attorno a un punto essenziale: la riflessione sulla fine dell’uomo così come Anders l’ha pensata. Anders è un filosofo poliedrico e ancora attuale, soprattutto per le sue tesi sull’Apocalisse nucleare. Il cuore della sua filosofia è l’idea che la catastrofe non sia una possibilità remota o esterna, ma un esito che l’uomo stesso ha reso possibile. La fine non arriva “da fuori”, è dentro di noi, nella tecnica che abbiamo creato e che ormai ci domina.

Dall’immagine che emerge nei saggi, l’uomo andersiano appare sottomesso, quasi degradato, al dominio della Tecnica. È un uomo antiquato, incapace di reggere il passo con le sue stesse invenzioni, e stordito dalla minaccia del nulla: la bomba atomica come “mostro” creato dalle nostre mani. Ma non è solo la minaccia materiale a colpirlo, Anders denuncia anche una sorta di analfabetismo dell’angoscia, per cui non siamo più in grado di percepire fino in fondo il pericolo che incombe, rifugiandoci in una colpevole indifferenza. La Natura, in questo scenario, diventa quasi una forza che reclama vendetta contro la superbia della tecnica. Ma la raccolta non si limita al cupo scenario apocalittico. Tra le pagine si intravede anche la possibilità di un riscatto. Anders, infatti, non si arresta a un pessimismo sterile; alla sua lucidissima diagnosi del disastro contrappone l’idea che l’uomo possa ancora salvarsi, ritrovando coscienza e responsabilità. È un oscillare continuo tra il pessimismo teorico e un certo ottimismo della volontà, affidato a una nuova coscienza morale.

I saggi spaziano molto, non solo filosofia stretta, ma anche riflessioni estetiche e confronti con autori come Brecht, Kafka e persino Rodin. Ne esce fuori un Anders a più dimensioni, meno riducibile al solo profeta dell’Apocalisse nucleare, e più vicino a un pensatore che ha saputo guardare l’uomo nella sua radicale fragilità.

Un libro che non solo invita a rileggere Anders, ma che ci interroga direttamente, perché la domanda rimane sempre la stessa: sapremo, noi uomini di oggi, riconoscere la minaccia che ci portiamo dentro?


16 lug 2025

L’uomo sul ponte — Günther Anders (Diario - 1959)

“Dall'altro lato del fiume si vedevano migliaia di persone lungo la riva, che guardavano in silenzio, come noi, la processione sull'acqua. Come se quella che passava lentamente sotto i loro occhi, trascinata dalla corrente, non fosse una flottiglia di lampade, ma di anime defunte. Da altri punti della riva il vento portava brani di recitazione, fino a molte cantilene per volta. Messe funebri, probabilmente. Ah, non siamo noi ad aver bisogno di questi accenti! A sentire queste messe non sono mai quelli che ne avrebbero più bisogno. Altri ascoltatori dovrebbero essere qui, e lascerei loro volentieri il mio posto”.


Nel 1958 Anders si reca in Giappone, visitando Hiroshima e Nagasaki, tredici anni dopo la catastrofe. Quel che ne viene fuori non è un semplice reportage, né un diario di viaggio nel senso tradizionale; è un documento filosofico, politico, umano. Uno sguardo che buca la superficie e va dritto al cuore del problema: la nostra incapacità di essere all’altezza del mondo che abbiamo creato. Hiroshima e Nagasaki non sono solo luoghi del disastro, sono simboli permanenti dell’abominio umano, della nostra capacità (tutta contemporanea) di sfruttare la tecnologia non per vivere meglio, ma per annientarci con efficienza. Il libro non è solo riflessione astratta, tutt'altro, è fatto anche di incontri, volti, cerimonie, racconti di sopravvissuti, dialoghi, frammenti di umanità ferita. Il filosofo parla con chi ha vissuto l’orrore, partecipa a commemorazioni, ascolta, domanda, registra, e nel frattempo pensa. Riflette ad alta voce, spesso in modo amaro, ma sempre lucidissimo. A emergere è una proposta filosofica radicale: occorre imparare a immaginare l'inimmaginabile, se vogliamo almeno provare a prevenirlo. Perché il nostro problema, oggi, non è tanto sapere che qualcosa può accadere, ma sentirlo, dargli corpo, farlo diventare parte del nostro mondo affettivo e morale.

A chiudere il volume troviamo le Tesi sull’età atomica (1960), uno scritto breve ma bruciante, improvvisato dopo un dibattito pubblico. Qui Anders condensa i nodi morali e politici della condizione atomica; l'autonomia dell’apparato tecnico, l’obsolescenza dell’essere umano, la sproporzione crescente tra ciò che possiamo fare e ciò che possiamo immaginare. Viviamo in un mondo che può finire, ma facciamo finta di niente. 

Ciò che impressiona è la sua capacità di cogliere, ben prima di tanti altri, il passaggio epocale in cui siamo ancora immersi. Non viviamo più semplicemente in un mondo con la bomba atomica, ma dopo la bomba. In un tempo finale che però non si chiude, un’era sospesa in cui convivono (paradossalmente) la possibilità della fine e l’indifferenza quotidiana.

Un libro per chi vuole pensare a ciò che è stato e a ciò che potrebbe essere, e a chi, soprattutto, non vuole smettere di lottare contro ciò che abbiamo reso possibile e contro l’indifferenza. Un libro che si legge come un pugno nello stomaco, e che rimane lì, a fare male, anche dopo la lettura.

9 lug 2025

L'ultima vittima di Hiroshima - Günther Anders – Claude Eatherly (Lettere – 1961)

“C'è da stupirsi che uomini costretti dal loro conformismo e dalla loro schiavitù morale a sostenere l'irreprensibilità della Sua azione, e a considerare quindi patologico il Suo stato di coscienza, che uomini che muovono da premesse così bugiarde ottengano dalle loro cure risultati così poco brillanti? Posso immaginare (e La prego di correggermi se sbaglio) con quanta incredulità e diffidenza, con quanta repulsione Lei consideri quegli uomini, che prendono sul serio solo la Sua reazione, e non la Sua azione”


Che il filosofo tedesco fosse uno dei pensatori più radicali del Novecento non è una novità. Eppure, in questo volume aggiunge qualcosa di profondamente umano: un carteggio tra il filosofo e Claude Eatherly, il pilota americano che volò sopra Hiroshima pochi minuti prima che la bomba atomica cancellasse tutto. Non si tratta solo di una corrispondenza privata, ma di un documento politico, filosofico ed esistenziale. Lettere che nascono da una sintonia inaspettata, un riconoscimento reciproco: da un lato un uomo devastato dal peso delle sue azioni, dall'altro un filosofo convinto che l'unico modo per contrastare l'orrore sia guardarvi dentro fino in fondo.

Anders riconosce in Eatherly non il classico carnefice (come è stato Eichmann), ma un simbolo tragico della nostra epoca, l'epoca in cui l'agire tecnico ha rotto ogni legame con la responsabilità morale. Questo non vuol dire che sia una difesa o un'assoluzione, è piuttosto comprensione. Eatherly non ha mai sganciato la bomba (pilotava un aereo ricognitore in veste di meteorologo) ma ha visto ciò che non si poteva vedere e, da allora, non ha più avuto pace. Inizia a sabotare banche, a farsi arrestare, si autodenuncia per reati minori, come se volesse punirsi. Finisce in un ospedale psichiatrico, bollato come pazzo perché incapace di dimenticare quello che tutti, in patria, hanno fretta di rimuovere. È in quel momento (e qui sta uno degli aspetti più toccanti del libro) che il filosofo non si limita a scrivere, ma si espone in prima persona. Gli invia soldi, lo mette in contatto con avvocati, organizza raccolte fondi, scrive articoli per la stampa internazionale; vuole che Eatherly non venga isolato, che la sua colpa non venga silenziata con la camicia di forza, come accade troppo spesso ai testimoni scomodi. Il cuore del libro è l'invito di Anders a scrivere un'autobiografia. Non come esercizio narcisistico, ma come gesto politico e filosofico, trasformare il turbamento individuale in memoria collettiva per cercare di rompere il muro dell'indifferenza. Eatherly accetta, a fatica, ma lo fa. Le sue lettere sono piene di smarrimento, ma anche di consapevolezza. È come se sapesse che, scrivendo, non potrà redimersi; ma potrà almeno trasmettere un'allerta, una memoria tossica. Anders lo accompagna in questo percorso: a tratti lo scuote, lo incalza; altre volte lo consola, lo comprende. È un dialogo tra due uomini feriti (in modo diverso), ma accomunati dalla stessa intuizione: che l'era atomica è irreversibile, ma non per questo dobbiamo cedere alla disperazione.

Questo carteggio ha l'obiettivo di contrastare ogni tentativo di riarmo nucleare, ogni discorso che riduce la bomba a "arma come le altre", ogni deriva tecnocratica che rimuove le conseguenze umane delle decisioni politiche. Il pacifismo che ne risulta non è ingenuo né utopico, è l'unica forma possibile di lucidità. Il libro, così, si trasforma in un manifesto. Non ideologico, ma radicale nel senso più profondo: nel dolore, nella vergogna, nella solidarietà. Perché se anche Eatherly è una vittima di Hiroshima, allora è nostro compito ascoltare la sua voce prima che venga sommersa dal rumore del tempo e delle guerre.

7 lug 2025

Etica dell'intelligenza artificiale - Luciano Floridi (Saggio - 2022)

"Con un classico esempio che ho usato più volte, un telefono cellulare può battere quasi chiunque a scacchi, pur essendo intelligente come un tostapane. In altre parole, l'IA segna il divorzio senza precedenti tra la capacità di portare a termine compiti o risolvere problemi con successo in vista di un dato obiettivo e il bisogno di essere intelligenti per farlo. Questo riuscito divorzio è diventato possibile solo negli ultimi anni, grazie a gigantesche quantità di dati, strumenti statistici molto sofisticati, enorme potenza di calcolo e alla trasformazione dei nostri contesti di vita in luoghi sempre più adatti all'IA (avvolti intorno all'IA). Quanto più viviamo nell'infosfera e onlife, tanto più condividiamo le nostre realtà quotidiane con forme di agire ingegnerizzate, e tanto più l'IA può affrontare un numero crescente di problemi e compiti. Il limite dell'IA non è il cielo, ma l'ingegno umano".


Che cos’è l’intelligenza artificiale? È davvero “intelligente”? E, soprattutto, che responsabilità abbiamo noi nel modo in cui si sviluppa e si applica? Luciano Floridi, uno dei filosofi italiani più attivi nel campo dell’etica digitale, affronta queste domande in un testo più concettuale che tecnico.

Per il filosofo, l’IA è una forma di azione potentissima, ma non intelligente. E qui arriva subito la provocazione: con l’intelligenza artificiale, si rompe l’antico legame tra la capacità di agire e l’intelligenza che la guida. La macchina agisce, ma non pensa. L’uomo, al contrario, pensa, ma non sempre agisce con la stessa precisione o velocità. La rivoluzione digitale ha reso questa frattura non solo possibile, ma strutturale; oggi costruiamo ambienti (l’infosfera) che sembrano pensati per l’IA, e non più per l’essere umano. Tuttavia, Floridi non si lascia andare a facili allarmismi. Non serve temere l’IA come una minaccia esterna o come una futura Skynet in versione hollywoodiana. Floridi liquida come fantascienza l’idea di macchine superintelligenti che prenderanno il sopravvento sull’umanità. Per lui, il vero rischio non sono le macchine, ma siamo sempre noi. I pericoli nascono non da ciò che l’IA è, ma da come noi scegliamo di usarla. Il nostro obiettivo, quindi, è il dovere di indirizzarla, far sì che il suo sviluppo sia al servizio del bene sociale. E per farlo serve la filosofia, serve l’etica. Il cuore del libro sta tutto qui: l’etica come bussola per orientare una trasformazione epocale. L’approccio proposto è preventivo, che riprende quattro principi della bioetica classica (beneficenza, non maleficenza, autonomia, giustizia) aggiungendone uno nuovo, pensato su misura per il digitale: l’esplicabilità. Un concetto che unisce trasparenza e responsabilità; sapere come funziona un sistema, e chi risponde delle sue azioni. Il saggio tocca anche i rischi pratici legati all’uso distorto dell’IA: dalle frodi finanziarie al traffico illecito, fino ai crimini contro la persona. Eppure l’autore non dimentica l’altro lato della medaglia, le immense potenzialità sociali che l’IA può offrire, se ben progettata, ben normata, ben compresa. 

Un libro necessario, che invita a ripensare il nostro rapporto con la tecnica senza cadere né nel catastrofismo né nel tecnolatrismo. Perché se l’intelligenza artificiale non è davvero “intelligente”, lo siamo noi (o almeno, dovremmo esserlo). Il volume resta comunque un saggio impegnativo, non sempre scorrevole né accattivante, soprattutto per chi non ha dimestichezza con il linguaggio filosofico. Ma vale la fatica, perché obbliga a pensare prima di accettare (o temere) ciò che ci circonda.


5 lug 2025

Noi figli di Eichmann - Günther Anders (Saggio - 1964)

"Lei sa che nelle carni delle vittime di Suo padre, non appena entrati nel lager, a mo' di marchio del mostruoso venivano incisi dei numeri. Anche Lei si porta con sé - per il fatto che ciò che ha dovuto subire è troppo grande per Lei e supera ogni possibile immaginazione - un simile marchio del mostruoso: il numero SEIMILIONEUNO. E anche se questo numero resta invisibile e non è stato inciso nella Sua carne ma soltanto nel Suo destino; tuttavia il Suo numero non vale meno dei numeri dei sei milioni che sono stati bruciati, né vale meno di quelli che ancora oggi si possono vedere sul braccio degli scampati"


Ci sono libri che non cercano lettori: cercano testimoni. È il caso di questa lettera, che non è stata scritta per informare o commuovere, ma per svegliare. Il filosofo lo fa rivolgendosi a Klaus Eichmann, figlio del gerarca nazista Adolf Eichmann (uno dei principali responsabili dello sterminio degli ebrei, il burocrate che organizzò la “soluzione finale”) ma in realtà parla a noi: figli e nipoti di un’epoca che non ha ancora fatto davvero i conti con se stessa. Il messaggio è chiaro e scomodo: non basta essere nati dopo quella mostruosità per sentirsi assolti. Se Eichmann ha obbedito senza pensare, noi rischiamo ogni giorno di fare lo stesso. In modo più silenzioso, più sofisticato, ma non per questo meno pericoloso. Viviamo in un mondo in cui le decisioni si eseguono premendo un pulsante, senza vedere il volto dell’altro. È la tecnica che ci deresponsabilizza; è l’efficienza che ci disumanizza. Non serve essere mostri per partecipare al male: basta essere ingranaggi. Obbedienti, funzionali, automatici. È questo che rende Eichmann spaventoso: la sua normalità. La sua banalità, come dirà Hannah Arendt. Ma Anders non accusa: chiama alla responsabilità. Denuncia la neutralità morale di chi si limita a dissociarsi, senza mai interrogarsi. Essere, anche noi, figli di Eichmann significa vivere in un mondo che può ancora produrre Eichmann. Ma significa anche avere la possibilità e il dovere di fare diversamente.

Il volume si chiude con una seconda lettera, scritta venticinque anni dopo la prima, che non aveva mai ricevuto risposta. Stavolta, Anders esprime una preoccupazione ancora più profonda: il riemergere del negazionismo e dell’antisemitismo, figli di quella stessa indifferenza che caratterizza i figli di Eichmann.

Un testo breve, spietato, urgente.

4 mag 2025

Una strana guerra fredda - Sara Lorenzini (Saggio - 2017)

“Tutta la storia dello sviluppo è immersa nell'imperativo del coordinamento. La parola d'ordine era cooperazione. Cooperazione fra alleati, cooperazione nelle organizzazioni internazionali, cooperazione solidale fra Nord e Sud e fra Sud e Sud. Questa visione armonica era forse un desiderio, ma non certo la realtà. Nella storia parallela dello sviluppo durante la guerra fredda, il coordinamento fra alleati fu tentato da entrambe le parti con ostinazione, ma non fu mai semplice e soprattutto non fu mai completo”.


Nel panorama ormai vastissimo della storiografia sulla Guerra Fredda, questo volume rappresenta un contributo originale e necessario. Si sposta lo sguardo, infatti, dai consueti protagonisti – Stati Uniti e Unione Sovietica – per concentrarsi sul ruolo cruciale del Sud globale, ovvero i paesi dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina emersi dallo sconvolgimento della decolonizzazione. La Guerra Fredda, pur essendo nata come confronto ideologico e geopolitico tra due superpotenze, si è giocata anche al di fuori dell’Occidente, in contesti dove i problemi non erano solo l’equilibrio militare o il contenimento reciproco, ma piuttosto lo sviluppo economico, la lotta alla povertà, l’accesso all’istruzione e alla salute. In questi scenari, la competizione tra USA e URSS assumeva un volto nuovo: si trattava di conquistare cuori e menti attraverso modelli alternativi di modernizzazione.

L’autrice insiste in particolare sulla difficoltà di costruire un approccio davvero globale al tema dello sviluppo, che fu invece spesso trattato secondo logiche regionalistiche, frammentarie e influenzate dalle singole agende delle potenze. Questo limite ha inciso profondamente sulla reale efficacia delle politiche di cooperazione internazionale, contribuendo a mantenere o addirittura ad accentuare le disuguaglianze tra Nord e Sud.

Il libro mostra come la corsa allo sviluppo non sia stata solo una retorica di facciata, ma una vera arena di scontro, in cui le élite dei paesi postcoloniali hanno avuto un margine di autonomia ben maggiore di quanto si possa pensare. Ne emerge una storia ricca di ambiguità, in cui le potenze cercavano di guadagnarsi l’appoggio del Sud globale anche a costo di adattare i propri modelli ideologici.

Scritto con chiarezza e sobrietà, il libro è utile sia per chi vuole comprendere meglio la complessità del secondo Novecento, sia per chi cerca strumenti per leggere le persistenti disuguaglianze Nord-Sud nella loro genealogia storica.

28 mar 2025

Lorenzo Respighi – Michele Cifalinò, Ippolito Negri (Saggio - 2024)

"Il lavoro di Respighi, in quanto fisico e astronomo, si inserisce in un contesto storico che lo vede protagonista nella nascita e nello sviluppo dell'astrofisica in Italia. Come già accennato, si interessò di astronomia di posizione, astronomia geodetica, osservazioni solari e astronomia strumentale, ma la sua attenzione fu rivolta principalmente all'astronomia fisica, tanto da essere considerato uno dei pionieri di tale disciplina in Italia."


Su Lorenzo Respighi (Cortemaggiore, 1824 - Roma, 1889) le informazioni sono scarse, limitate a pochi cenni biografici online, a qualche articolo pubblicato su riviste locali e nulla più. Eppure, siamo di fronte a un eminente scienziato che ha tracciato sentieri di notevole valore scientifico. Astronomo tra i più insigni del suo tempo, Respighi è stato una figura di fondamentale importanza che oggi meriterebbe di essere rivalutata. Nonostante la sua poca notorietà, oscurato dalla fama di celebri contemporanei come Padre Angelo Secchi, Giovanni Schiaparelli, Pietro Tacchini — alcuni dei più celebri astronomi italiani della seconda metà dell'Ottocento — l'astronomo piacentino ha lasciato un segno indelebile nella storia dell'astronomia, e non è solo giusto, ma anche doveroso ricordarlo.

Meticoloso nella raccolta e nell'elaborazione dei dati, Respighi è ricordato soprattutto per i suoi studi sulla declinazione (che gli permisero di compilare due cataloghi stellari con la posizione media di oltre 2500 stelle), per l'invenzione del prisma obiettivo (probabilmente la sua invenzione più importante, uno strumento che segnò storicamente il successo degli studi spettroscopici), per le sue scoperte cometarie e per gli studi sulla cromosfera del Sole durante l'osservazione di un'eclissi totale in India nel 1871.

Scienziato poliedrico, non si dedicò solo all'astronomia, ma anche alla matematica, alla geodetica, alla fisiologia e alla meteorologia, contribuendo significativamente alla storia della scienza. Tuttavia, fu anche un uomo che in qualche modo subì gli eventi storici del suo tempo, in particolare quelli del Risorgimento. Basti pensare che nel 1864, per non aver giurato fedeltà al re Vittorio Emanuele II e allo Statuto del Regno d'Italia (avendo già giurato fedeltà al papa Pio IX, e da uomo d'onore quale era, un secondo giuramento gli sembrava disonesto), fu allontanato dalla direzione dell'osservatorio di Bologna, dopo l'annessione della città pontificia al Regno d'Italia.

Lorenzo Respighi visse anche dolorosi lutti: la morte dei genitori in tenera età, la perdita del fratello maggiore durante gli anni da liceale a Parma e la morte della prima moglie, Carolina, dopo pochi anni dal matrimonio. Eppure, da quanto emerge dal prezioso volume proposto dagli autori, sembra che fosse un uomo dal forte senso della famiglia, onesto, nobile d'animo e con un forte desiderio di stabilità. Le sue scoperte, unite all'accuratezza del suo metodo (che traspare facilmente leggendo i suoi articoli scientifici spesso citati nel volume), sono ragioni più che sufficienti per auspicare una maggiore attenzione da parte degli storici della scienza sulla figura di Lorenzo Respighi, sottolineandone l'importanza storica al pari di Secchi, Lorenzoni, Tacchini e Schiaparelli.

L'illustre scienziato piacentino è ottimamente raccontato in questo prezioso libro, che colma, finalmente, una lacuna importante. In copertina, inoltre, appare anche una mia foto.

Grazie!

23 feb 2025

Il nulla per tutti – Emil Mihai Cioran (Lettere - 2024)

"Il Nulla ha inghiottito la mia vita, non faccio più niente, ho smesso di scrivere, sono diventato qualcuno di cui si parla sui giornali e sulle riviste, un simulacro di essere umano. La mia unica consolazione è la musica: ascolto Brahms tutti i giorni, sprofondo ancora di più nella malinconia, un sentimento completamente opposto alla salvezza, poiché esercita la sua minaccia proprio su quelli che si credono salvati. Devo ammettere che la ammiro: com'è possibile che lei non ne sia toccato?"


Uno scrittore instancabile di lettere, ma non di speranze, Emil Cioran, con la sua penna tagliente e rassegnata, scruta la storia e la cultura del Novecento senza concedere sconti. Il verdetto è noto: tutto è precario, tutto è condannato. Un secolo che si crede al culmine della civiltà ma che, agli occhi del filosofo romeno, è solo il teatro della sua disfatta.

Nella corrispondenza con Beckett, Jünger, Marcel, Wiesel, Yourcenar, Zambrano (e non solo), Cioran non smette di aggiornarsi sulle attività editoriali dei suoi interlocutori. Eppure, qui il suo stile muta: niente aforismi fulminanti, niente crudele ironia. Le lettere sono rapide, a volte puramente di cortesia. Allo stesso tempo Cioran, anche nell'epistolario, resta fedele a se stesso: scettico, contraddittorio, inevitabilmente segnato dalla vergogna di esistere. Se il Novecento è la grande illusione del progresso, Cioran ne è il più feroce disilluso. La sua scrittura è una lotta contro la speranza, vista come l'ultima illusione di un'umanità incapace di accettare il nulla. La malinconia non è un difetto dell'anima, ma una lucida consapevolezza della fragilità dell'esistenza. Il filosofo non offre vie di fuga: la sua filosofia non promette salvezza, ma uno sguardo radicale sul vuoto. Eppure, proprio in questa assenza di speranza si cela una strana forma di liberazione. Accettare il nulla significa, paradossalmente, liberarsi dall'ossessione del senso e dalla tirannia delle certezze. La vita, spogliata di significati imposti, diventa un esercizio di pura presenza.

Il suo pensiero non è una semplice negazione, ma un invito a guardare l'abisso con occhi aperti. Non per vincerlo, ma per riconoscerlo come parte di noi. In questo, Cioran è il poeta dell'inutile, il filosofo del disincanto, un maestro di un'esistenza vissuta senza illusioni, ma con una consapevolezza acuta della bellezza effimera del vivere.

15 feb 2025

Vivere secondo Lucrezio - Michel Onfray (Saggio - 2021)

"Il sostenitore della teoria del progresso aderisce a una filosofia della storia emiplegica, nel senso che le manca la metà capace di dare un senso alla prima parte! Scrive la propria narrazione finzionale su una linea retta, quella del tempo giudaico-cristiano, e orienta la propria freccia verso l'alto, cioè verso il cielo delle idee platoniche che ormai i cristiani hanno trasformato nel luogo del soggiorno di Dio, convinti che quel tratto di senso ascendente raggiungerà, sul principio della parusia cattolica, uno stato di beatitudine assimilabile al paradiso! Il progressismo è un cristianesimo per ritardati"



Michel Onfray offre una riflessione critica sulla modernità, denunciando i veleni della società contemporanea, iniettati dal platonismo e dal cristianesimo. Secondo il filosofo francese, nietzschianamente, queste tradizioni filosofiche e religiose hanno instillato sensi di colpa e illusioni metafisiche che soffocano la ricerca della felicità autentica. Esiste un antidoto? L'epicureismo, nella sua versione più gioiosa e vitale: quella di Lucrezio.

Onfray, come ci ha abituato, intreccia la riflessione filosofica con elementi autobiografici: racconta il suo percorso verso l'ateismo, l'incontro con Nietzsche, la "conversione" esistenziale e la scoperta di Lucrezio durante gli anni universitari. Secondo lui, Lucrezio non è solo un discepolo romano di Epicuro, ma un pensatore originale, più gioioso e vitale, meno monastico del maestro greco.

Utilizzando le armi filosofiche dell’edonismo, Onfray attacca frontalmente la filosofia del progresso incapace di comprendere la realtà nella sua interezza. Contro questa visione lineare e cristiana, Onfray propone il De rerum natura di Lucrezio come un manuale di felicità per l'epoca della decadenza. Il poema didascalico ci ricorda che il mondo è materia, che noi siamo materia, e che non esiste un aldilà. La sessualità, lontana da tabù e sensi di colpa, diventa un potente farmaco per il benessere, mentre il piacere calcolato è sinonimo di saggezza. Il primo passo verso la saggezza è scientifico: comprendere che il mondo è composto da atomi e retto da leggi fisiche, prive di qualsiasi dimensione metafisica. Distrutta l'idea di un oltremondo, si apre la strada a un'etica del sorriso e del piacere. Superata la paura degli dèi e delle superstizioni religiose, diventa possibile una vita di consapevolezza ed edonismo. In questa prospettiva, l'amore non è un incontro di anime ma un'esperienza fisica, corporea, da vivere senza il peso della procreazione, per evitare turbamenti. Lucrezio demistifica religione, amore, morte e aldilà: la morte, in particolare, non è altro che la disgregazione degli atomi, che continuano il loro ciclo vitale generando nuove forme. E così, in un universo ciclico e infinito, non esiste un "progresso" lineare della storia. Tutto nasce, si sviluppa e muore, in un eterno ritorno che rifiuta la visione cristiana della storia come cammino verso una redenzione finale. Le civiltà sorgono per necessità, crescono in conoscenza e tecnologia, ma sono destinate a perire.

Onfray vuole anche rivalutare Lucrezio come filosofo, non solo come poeta che ha tradotto in versi il pensiero di Epicuro. Se il maestro greco è il teorico dei piaceri calcolati e moderati, Lucrezio appare più turbolento e passionale, un pensatore che reinventa e amplia la filosofia epicurea.

Un saggio dal tono polemico e illuministico, che invita a riscoprire Lucrezio come guida per una vita libera da illusioni metafisiche e paure religiose, fondata sulla consapevolezza della nostra natura materiale e sull'abbraccio sereno del piacere e della finitudine.

29 gen 2025

Il tempo della contraddizione – Gennaro Imbriano (Saggio – 2019)

“Quella marxiana è cioè una critica progressiva della modernità, in quanto ne assume pienamente le lacerazioni per ricomporle. Al contrario, la sovrapposizione heideggeriana negli scritti giovanili di estraniazione e oggettivazione, cioè l'idea che la deiezione sia in quanto tale dovuta al rapporto stesso con l'oggetto, ma anche la subordinazione, nel Brief, del fenomeno marxiano dell'alienazione alla sottrazione ontologica, ha come effetto immediato quello di disconoscere le cause reali dell'alienazione, di disconnettere la critica dell'alienazione dalla critica sociale, e, con ciò, di considerare illusoria la possibilità della sua ricomposizione”.


In questo saggio accademico, dal sottotitolo “Storia, lavoro e soggettività in Marx e Heidegger”, i due grandi filosofi sono messi a confronto, partendo proprio dal bisogno di Heidegger di trovare un dialogo produttivo con il marxismo. Un dialogo, però, interrotto, anzi quasi mai intrapreso, perché, come sostiene l’autore del saggio, i due filosofi sono troppo distanti tra loro. È vero, esistono molti aspetti nel loro pensiero sulla modernità che potrebbero avvicinarli, ma è pur vero che già nelle premesse (e nelle soluzioni alle contraddizioni del tempo presente) i due filosofi appaiono inconciliabili. Un confronto sarebbe possibile e convergente solo se, nel loro pensiero, si osserva la modernità sotto la luce della contraddizione. La modernità, per Marx e Heidegger, è, infatti, tempo di crisi; è determinata da una struttura dinamica e si caratterizza con la tecnica, il motore che spinge verso antinomie e incongruenze.

La prospettiva marxista è logica conseguenza della dialettica hegeliana (sebbene ribaltata) e il presente, l’epoca del capitale che ha prodotto l'alienazione dell’operaio, ha necessariamente una soluzione che trova una sintesi nella rivoluzione comunista. La contraddizione è immanente all’epoca presente, all’epoca dell'accumulazione capitalistica, tuttavia con la prassi si può favorire e accelerare la rivoluzione che porterà al comunismo e all'abolizione delle contraddizioni della storia.

Heidegger, invece, non parte da premesse materialistiche, ma ontologiche e studiando la storia dell’essere fino ad oggi, passando per il pensiero nietzschiano, la modernità gli appare come l’epoca del massimo oscuramento dell’essere, della spaesatezza, che non può trovare nessuna soluzione in quanto costitutivo all’essere stesso. Solo quando il nichilismo sarà compiuto e totale (è lo stesso Heidegger che considera Marx un rappresentante di quel nichilismo che ha obliato del tutto l’essere) con l’epoca della tecnica in cui l’essere è diventato uno strumento per accumulare, allora sarà possibile pensare al suo superamento, all’evento (il nazismo antisemita e antisovietico) che potrà riabilitare l’essere e la metafisica. Un evento che è possibilità immanente all’essere stesso in quanto storia.

Due autori, quindi, incompatibili nelle premesse e nelle conclusioni, ma che trovano un approdo comune unicamente nella critica alla contemporaneità. Un libro utile solo per rileggere il pensiero di due filosofi eccezionali e per confrontarsi con un presente perennemente contraddittorio.

10 gen 2025

Classifica: i più belli e i più deludenti del 2024

Sì, è vero, ho letto pochissimi libri nel 2024, ma questo non vuol dire che non mi sia dedicato allo studio e all’approfondimento. Tanta astrofotografia ovviamente, filosofia e storia per l'università, tanti confronti. Il 2024 è stato l’anno soprattutto delle foto astronomiche, dell’aurora boreale, di nottate trascorse sotto cieli stellati, di stizza per tutte quelle invece senza stelle. È stato un anno di viaggi: a Roma, a Caprera, ancora in Germania e a Praga (a rivedere luoghi per me non nuovi ma per lei sì), a trovare e a rendere omaggio a Bach e a Nietzsche, alle Cinquantadue gallerie attraversate in piacevole compagnia, a Orvieto, a Civita di Bagnoregio.

Come scrivevo prima, pochi libri però, poco meno di venti, non particolarmente entusiasmanti, tuttavia di questi ne voglio ricordare tre: 

1. Anima - Michel Onfray

2. La filosofia della composizione - Edgar Allan Poe

3. Il dottor Zivago - Boris Pasternak

Il volume di Onfray, un inno all'antimetafisica, sebbene ormai sia ripetitivo nei concetti, è scritto molto bene, la lettura è piacevolissima e insieme coltissima. La lettura del breve saggio di Poe, al di là della sua intrinseca importanza e raffinatezza, è stato per me un ritorno agli anni della giovinezza, quando i suoi scritti notturni illuminavano le mie giornate. Il romanzo di Pasternak, invece, con a tratti una certa pesante prolissità, è stato un'immersione in un tempo e in uno spazio lontani, terrificanti e affascinanti al contempo.

Tra i meno interessanti e noiosi, invece, segnalo: Ermeneutica di Proust di Maurizio Ferraris (troppo platonico e deleuziano per i miei gusti) e Le orecchie lunghe di Alessandro Magno di Federicomaria Muccioli, libro potenzialmente interessante e curioso, eppure retorico e barboso. Anche i libri dedicati all’astronomia hanno i loro demeriti (e altri meriti però).

Da ricordare sempre Proust, lo scrittore più importante per me di cui ho ascoltato i primi tre volumi della Recherche in audio libro; il Somnium, sive astronomia lunaris di Kepler, più per il suo valore storico che letterario; la Storia greca di Bettalli, D’Agata e Magnetto, un manuale accademico molto ben articolato e scritto.

27 dic 2024

Fotografia astronomica - Luca Fornaciari (Saggio - 2024)

"Rimasi folgorato guardando lo schermo della reflex e intravedendo forme e colori di un oggetto cosmico distante centinaia di anni luce nello spazio, ma era lì e lo avevo fotografato dal giardino di casa. L'astrofotografia di profondo cielo divenne la mia più grande passione, una disciplina che negli anni è stata in grado di cambiare tutta la mia vita. È un genere fotografico che va ben oltre qualsiasi immagine e che ci offre infinite possibilità di crescita e di condivisione. Da quella prima immagine della Grande nebulosa di Orione lo stupore e la magia di ogni notte passata al telescopio non sono mai diminuiti e giorno dopo giorno proseguo un incredibile viaggio di scoperta"



L’astrofotografia non è solo strumenti costosi e condizioni meteo favorevoli, è fatica, è conoscenza, è passione; una forza che spinge ad affrontare ostacoli strumentali, condizioni climatiche non sempre facili da gestire, infinite variabili non sempre riscontrabili. E questo volume aiuta non solo a comprendere la bellezza di uno scatto astronomico, ma anche l’impegno che vi sta dietro.

Con un approccio semplice e decisamente divulgativo, in "tecniche e strumenti per ritrarre le meraviglie del Cosmo", come recita il sottotitolo, troviamo tutti gli aspetti dell'astrofotografia di base che possono di certo aiutare i principianti che iniziano a muoversi in quello sterminato quanto affascinante mondo che è la fotografia del cielo notturno, ma anche incuriosire chi è già più esperto. Leggiamo di tutto: dagli strumenti più economici a quelli più sofisticati e costosi per la fotografia astronomica, consigli per ritrarre i paesaggi notturni, i pianeti, gli oggetti del profondo cielo. C’è spazio persino per lo sviluppo e la post-produzione degli scatti raccolti durante le sessioni fotografiche. 

Sebbene sia un libro scritto per tutti, ciò non vuol dire che sia superficiale e poco curato; tutt’altro. L’analisi dei contenuti è attenta e ben sviluppata, pur mantenendo uno stile e un punto di vista agevole e comprensibilissimo. Tanti spunti insomma, tante bellissime immagini, impaginate con cura. Si percepisce quanta passione e quanta competenza ci siano dietro le pagine di questo volume.

Archivio blog