Presentazione


Presentazione

Questo spazio è dedicato agli appunti, alle briciole di recensione irrazionali, che colgo, da lettore appassionato e spesso rapsodico, nei miei viaggi verso la lentezza e la riflessione. Briciole di recensione irrazionali dunque.

Briciole perché sono brevi, a-sistemiche, frammentarie, come un certo spirito moderno pretende. Non sono delle vere recensioni. Queste hanno uno schema e una forma ben precisa, mentre i miei sono più che altro appunti colti sul momento, associazioni d’idee, giudizi dettati dalle impressioni di un istante, da una predisposizione d'animo subitaneo, da un fischio di treno... E perciò li definisco irrazionali. Perché sfuggono da un qualsiasi schema predefinito, perché sono intermittenti, perché nella scelta di un libro, per via di una congenita voracità, spesso non seguo linee e percorsi definiti dalle letture precedenti, ma mi lascio trasportare dagli ammiccamenti o dalle smorfie di sfida che un libro sulla mensola della libreria mi lancia.

È un modo insomma di coltivare, di giocare, di prendere vanamente in giro la memoria, per conservare, catalogare e archiviare frammenti di ricordi e suggestioni che un giorno, magari, potranno farmi sorridere e, perché no, commuovere.

22 gen 2012

Storia di Tönle - Mario Rigoni Stern (Romanzo - 1978)


"Ma Tönle Bintarn pascolava le sue pecore fuori da tutto ciò; sovente, nella sua solitudine, gli veniva da pensare a quanto gli aveva raccontato il carbonaio e a quanto gli aveva insegnato la vita; e forse riusciva a vedere le cose e i fatti che stavano accadendo in un vasto panorama storico - la solitudine, la montagna? - che ai più forse sfuggiva perché immersi dentro". 

Primo capitolo della 'Trilogia dell'altipiano', è la storia di Tönle Bintarn, bracconiere e pastore, che, ferito una guardia regia, è costretto a fuggire tra le montagne dell'Altipiano di Asiago. Siamo dunque nel 1866, quando il Veneto fu coinvolto nel terzo conflitto d'indipendenza del Regno d'Italia. Le vicende si susseguono tra viaggi in cerca di lavoro, incontri nascosti con i familiari, gli anni che passano, la neve e il freddo che si fanno coprotagoniste, un'amnistia che arriva solo una quarantina d'anni dopo, una solitudine vissuta nell'anonimato. Gli eventi si accavallano, si addensano velocemente, novecentescamente; non c'è troppa meditazione sugli episodi, sono essi stessi che comandano il racconto. Tönle non disprezza la solitudine, ama il suo gregge (ed è spontaneo che venga in mente il pastore leopardiano), il distacco dalle necessità, e, seppur informato, non ha alcuna intenzione di essere coinvolto dai fatti che la storia umana ci consegna. Vuole essere solo uno spettatore. Però, per futili motivi, è considerato un traditore e la Grande Guerra lo coinvolgerà nella sua stupidità. Ormai anziano è catturato dagli austriaci, ma riesce a ottenere la libertà. Inizia allora il lungo viaggio del ritorno nella sua terra, nella sua casa. Una terra e una casa che troverà distrutte e che, nella rassegnazione, porteranno Tönle, una sera di Natale, a pensare alle tranquillità del passato, mentre la morte improvvisa lo coglie subitanea.

Questa è la storia di un uomo solitario, un uomo che vuole vivere una vita degna di essere ricordata da vecchio, mentre la natura e i suoi cicli gli ricordano il cerchio dell'esistenza umana. Ma la grande Storia si intreccia con la vita di Tönle e la serenità, seppur perseguita con il distacco del filosofo antico, non potrà mai essere totale, perfetta.

12 gen 2012

La tomba e altre storie dell'orrore - Howard Phillips Lovecraft (Racconti - 1917/1929)


"Per la prima volta in vita sua, quella notte conobbe la paura: anche se si divincolava con tutte le sue forze, non riusciva a sganciarsi da quella misteriosa stretta che lo afferrava per i piedi, attanagliandolo senza mollare neanche per un secondo la presa".

Rileggere un libro è sempre un rischio. Potremmo trovarci di fronte a una nuova sorpresa, o al contrario a una delusione, oppure alla conferma che la lettura passata e le sensazioni di allora avevano colto nel segno. Rileggere un’antologia di racconti dell’orrore di Lovecraft non è esente da questa, ovvia, legge. Si rischia; ho rischiato. 
Il soprannaturale, l’orrore, la metafisica nella tecnica narrativa di Lovecraft si vestono con gli abiti eleganti della verosimiglianza. Anche se quello che leggiamo non può essere vero, la capacità descrittiva dello scrittore di Providence ci spinge a crederci. La persuasione diventa così il punto fortissimo della sua narrativa. La cura delle atmosfere, ricercate e ovattate, sorprende e abbaglia perfino, e la sensazione di leggere delle storie dell’orrore, e quindi irreali, in un primo momento sparisce del tutto, per poi permettere al terrore di esplodere nelle nostre vene. Il reale, descritto con minuzia scientifica, si fonde alla visionarietà dell'irreale e i due stati, di veglia e di sonno, si liquefanno armonicamente lasciando che la paura, o meglio il terrore, ci conquisti con la sua agghiacciante sinfonia.
I protagonisti sono sempre degli alienati, spesso colti e raziocinanti, emarginati da una società superficiale e abietta, e ci mostrano quanto questi racconti - scritti in prima persona - siano non solo per molti aspetti biografici, ma anche sociologici. Il mondo, le visioni degli universi sterminati e alternativi dell'immaginazione dello scrittore statunitense, descrivono paradossalmente il mondo tangibile che ci circonda, con tutte le sue imperfezioni e i drammi dell’esistenza. Inoltre i luoghi descritti e sognati nei racconti sono le regioni delle nostre paure; così case stregate, abissi marini, tombe chiuse da massicci cancelli, angoscianti vagoni di treni, nascondono gli angoli bui del nostro inconscio dove la paura e il terrore sono sovrani incontrastati.
Su tutti: 'La tomba', 'Nella cripta', 'I cari estinti'.

Il rischio: ne è valsa la pena. Chissà però se la prossima lettura avrà la stessa potenza emotiva.

5 gen 2012

Classifica: i più belli e i più deludenti del 2011


Anche il 2011 è andato. Un anno storico per me, di scuola di vita, a tratti pieno di impegni, di studi, di piacevolissime compagnie. Un anno di letture anche (non moltissime in verità, appena 63 libri letti, ma non piango per questo). E allora è giunto il momento di trovare una sintesi, un senso, se di senso si può parlare, al viaggio rapsodico intrapreso tra gli incanti delle pagine scritte. E se lo scorso anno avevo compilato un elenco delle mie letture preferite e di quelle sdegnate, adesso non posso, né voglio, tirarmi indietro.

Ecco quindi i cinque libri più belli dell’anno appena trascorso:
1. Essais
2. Il processo
3. Diario di scuola
4. I piccoli maestri
5. La caduta nel tempo e La zia Julia e lo scribacchino (ex aequo)

E di seguito i libri più deludenti:
1. Orgoglio e pregiudizio
2. François le Champi
3. La marchesa di O..., Michael Kohlhaas
4. La formazione di uno scrittore. Il caso Bufalino (1981 - 1988)

È stato soprattutto un anno di conferme, Nietzsche, Bufalino, Freud, Bukowski, ma un ‘nuovo’ scrittore si è distinto: Bonaviri. Spero che il 2012 sia l’anno della riprova.

22 dic 2011

Critica della tolleranza - Herbert Marcuse (Saggio - 1967)



"Ma la società non può esser priva di discriminazioni dove la pacificazione dell'esistenza, la libertà e la felicità stesse sono in pericolo: qui, alcune cose non possono venir dette, alcune idee non possono venire espresse, alcune politiche non possono esser proposte, alcuni comportamenti non possono esser permessi senza fare della tolleranza uno strumento per la continuazione della schiavitù". 

La tolleranza: ormai da qualche secolo tema sempre attuale. 
Anche Marcuse si è rivolto verso questo argomento, lasciandoci un’opera che a primo sguardo potrebbe apparire sovversiva. Con uno stile asciutto, quanto la logica dietro le osservazioni del filosofo, il punto di vista di Marcuse, però, è da contestualizzare. Le sue considerazioni, le sue critiche, infatti, si reggono solo se il tema fissato si svolge entro un momento storico particolare e definito: l’epoca della società capitalista occidentale. Secondo il tedesco la nostra società industriale non è tollerante, non è pienamente democratica, è una società che sopporta più che tollera: esistono ruoli e statuti che predominano su altri. Per cogliere l'essenza della tolleranza, dunque, dovremmo essere tutti uguali, ma fintantoché sussisteranno differenze non si potrà parlare di ‘tolleranza universale’. E allora sarà possibile, anzi sarà giusto e lecito essere in lotta, essere intolleranti. Specialmente di fronte alla regressione e ai pensieri fascisti - presenti nella nostra società dominata da chi possiede il potere dell'informazione.
Un libretto carico di spunti interessanti su una questione delicatissima, dove l'incontro può, e in alcuni casi deve, essere scontro. Ma è anche un tema in cui, tra le righe, si può cogliere la pericolosità degli estremismi e degli assoluti.

20 dic 2011

Gli ultimi giorni di Immanuel Kant - Thomas de Quincey (Biografia - 1854)


"Parlava di se stesso come di un ginnasta che avesse continuato per quasi ottant'anni a conservare l'equilibrio sulla corda tesa della vita, senza mai oscillare né a destra né a sinistra. E certamente, a dispetto delle varie malattie a cui la sua costituzione lo aveva esposto, egli manteneva ancora trionfalmente la sua posizione nella vita".

Trovo la filosofia kantiana altissima, ma allo stesso tempo povera di coraggio. Un filosofo dalle immense possibilità, figlio di giganti che prima di lui avevano forse scorto realtà troppo grandi, che tuttavia di fronte all’ultima verità ha cercato di nascondersi, rinunciandovi e trovando soluzioni al nulla e all'impossibilità che lasciano il tempo che trovano. Eppure è un mostro filosofico straordinario, dall'immenso fascino, e con esso bisogna confrontarsi. 
De Quincey, grande ammiratore della figura del filosofo di Königsberg, in questo scritto si occupa degli ultimi giorni di vita dell'autore de 'La Critica della Ragion Pura'. Nondimeno, sin dalle primissime battute, appare evidente come sia lo stesso scrittore inglese a mettersi in gioco, a dire la sua. Lo fa con un po' di arroganza (sono indicative a tal proposito le sue chiose), mostrando però un alto intuito e buona preparazione. De Quincey non è un testimone diretto. Trova le fonti per il suo libro dagli amici del filosofo (Wasianski su tutti). Testimonianze preziosissime queste, che però possono essere corrette da supposizioni e brillanti folgorazioni che lo stesso inglese riporta in lunghe e dotte note. 
Naturalmente il racconto è avvincente, i ricchi aneddoti riportati, soprattutto per le abitudini maniacali, sono divertenti e curiosi. Ma come potrebbe far pensare il titolo, il libro non si occupa solo degli ultimi giorni del filosofo. Dopo un breve excursus sulle sue abitudini, infatti, l'argomento principale diventa la vecchiaia, la lenta decadenza fisica e intellettuale che, poi, porterà alla morte uno dei più importanti autori della storia filosofica.

18 dic 2011

La marchesa di O..., Michael Kohlhaas - Heinrich Wilhelm von Kleist (Racconti - 1808/1810)


"Sulle rive della Havel, verso la metà del sedicesimo secolo, viveva un mercante di cavalli di nome Michael Kohlhaas, figlio di un maestro di scuola, uno degli uomini più giusti e insieme più terribili del suo tempo".

Iniziamo col dire che quest’ultima è stata una lettura lagnosa, quasi irritante direi. Del romantico tedesco, e in particolare del romanticismo tedesco in generale - filosofico e letterario -, non ho molta stima. La mia ammirazione nei loro riguardi è pressoché trascurabile. E questi racconti, di certo, non hanno contribuito ad aumentarla. 
Il primo racconto, ‘La marchesa di O…’, ha un solo pregio: un 'montaggio' narrativo pregevole, con flashback e incastri di una certa levatura. Ma la storia tende al ridicolo. Già dall’incipit, non male a dire il vero, ci catapultiamo in un mondo grottesco. La marchesa di O. pubblica sui giornali il suo desiderio di conoscere l’artefice della sua impossibile gravidanza. Il racconto diventa via via però tragico. Una tragicità che tuttavia presto muta e ritorna comica: coinvolta in uno scontro militare e salvata da un conte russo che presto si innamora di lei, la scoperta di essere incinta, il successivo ripudio da parte del padre, l’assurda verità sullo stato di gravidanza (mentre beatamente dormiva, la giovane donna era stata inavvertitamente posseduta da un cacciatore!), il ritorno agli affetti della famiglia e infine il matrimonio con il conte russo. Come si vede, il racconto appare buffissimo, inoltre è straripante di lacrime mielose e svenimenti avvilenti. Un tipico racconto romantico, ma di certo non la descrizione di emozioni e sentimenti che si avvicinano al vero. Altro che realismo kleistiano, qui si sfiorano le vette più alte dell'assurdo!
Con il secondo racconto, invece, i momenti di potenza espressiva e meditazione non mancano. Specialmente nella prima metà della storia. Siamo nel '500, Michael Kohlhaas, un onesto e giusto mercante di cavalli, per un estremo senso della giustizia diventa un rivoltoso e persino un assassino. Un’ingiustizia subita (uno scherzo maligno più che altro), una giustizia formale che non funziona, una catena di altri eventi nefasti e il desiderio estremo di ottenere verità e imparzialità, porteranno il mercante di cavalli a vendicarsi dei torti subiti. Diventa così un ribelle, assolda addirittura altri uomini, e al comando di un piccolo esercito mette a soqquadro una regione tedesca e cerca vendetta. Poi, prima di ottenere soddisfazione, la calma. Si inseriscono nella storia altri personaggi minori (persino Lutero) e il racconto diventa un lungo e noioso preparativo al processo che alla fine vedrà il protagonista condannato a morte.
Solo un rigo sullo stile: la sintassi è verbosa, ricolma di incisi non sempre equilibrati; anche questo ha contribuito…

14 dic 2011

Il partigiano Johnny - Beppe Fenoglio (Romanzo - 1968)


"Le case borghesi erano sigillate come sepolcri, l'ingresso vi era rigidamente e tacitamente precluso dal terrore medesimo degli occupanti, e Némega approvava la separatezza dei borghesi, per non indurre nei suoi uomini nostalgie, reminescenze, comodità... E fuori, fischiava eternamente un vento nero, come originatesi dalla radice stessa del cuore folle dell'umanità".

Johnny, studente piemontese appassionato di letteratura inglese, decide di raggiungere le Langhe per arruolarsi tra i partigiani. Dopo alcune azioni con i garibaldini, Johnny decide di unirsi ai badogliani. Tra numerosi racconti di operazioni partigiane - tutte dal sapore amaro, con le vittorie e le sconfitte raccontate senza esaltazione o eccessiva delusione - il partigiano, l'antifascista, il fautore della libertà si mette a nudo nella sua complessità di uomo. E la vitalità dei giovani, il senso dell'avventura, la riproduzione tersa della disumanità umana e al contempo della condivisione, emergono dalla narrazione delle vicende del protagonista. Attributi questi che, così sembrerebbe (il romanzo è incompiuto), lo porteranno alla morte. Un romanzo, dunque, antiretorico e antiepico, di formazione, di crescita – una crescita non compiuta evidentemente - nel quale alcuni valori si scoprono raggiungibili solo per mezzo del male. 
Seppur scritto in terza persona (scelta che in un romanzo del genere non riesce a coinvolgermi), l'analisi introspettiva del protagonista è notevole. Tra un’indecisione e l’altra, tra una decisione e un'altra che ne smentisce la precedente, Johnny appare luminoso nel suo conflitto interiore. Alla ricerca del senso della guerra, della libertà, il giovane non trova che opposte emozioni, contraddittori pensieri altalenanti. Tuttavia la scelta della terza persona, se da un lato ci permette di cogliere più distintamente le difficoltà psicologiche, dall’altro non permette di assaggiare appieno i sentimenti del personaggio principale. In Meneghello, ad esempio, si ‘sente’ l’anima del protagonista; qui, invece, si guarda (e spesso non si osserva) un personaggio in balìa degli eventi che sì lo fanno maturare, ma senza che la progressione del sentimento sia descritta, sviscerata.
Probabilmente per via dello stile, a tratti surreale, a tratti asciutto, a tratti ancora sovrabbondante di fastidiose quanto sconcertanti espressioni inglesi sparpagliate sulle pagine come superflue macchie nere su un dipinto realistico (espressioni che nella seconda parte del romanzo, per fortuna, diventano sporadiche, meno invadenti, meno sconvenienti), non è stata una lettura appassionante. A parte, però, per i continui neologismi e per l’impiego di verbi con uso metaforico: sorprendenti, disorientanti, utili.
Anche la costruzione narrativa delle azioni militari è poco trascinante. Manca di pathos, del calore delle emozioni. 

3 dic 2011

Stanley Kubrick Barry Lyndon - Philippe Pilard (Saggio – 1990)


"'Barry Lyndon' ha richiesto 250 giorni di lavorazione in Irlanda, Gran Bretagna e in quella che all'epoca era ancora la Repubblica Democratica Tedesca. Il costo totale, previsto in partenza in 2 milioni e mezzo di dollari, arriverà a toccare gli 11 milioni. Il film vince il British Academy Award per la miglior regia nel 1975 e, l'anno successivo, quattro Oscar per la fotografia, la scenografia, i costumi e la miglior colonna sonora non originale. Accolto tiepidamente in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, 'Barry Lyndon' riscuote buoni successi di pubblico in Francia, in Italia e in altri paesi, anche se, complessivamente, non riesce a recuperare l'investimento iniziale".

Saggio per certi versi più analitico, seppur più discorsivo, del precedente su 'Shining', prova a mostrare come un film, oltre che assumere con il tempo la connotazione di 'classico', possa rappresentare la Storia in immagini e come essa possa rivivere nelle violente essenze dell'uomo. Descrivere l'uomo medio, perseguitato dal fascino del potere ma che è destinato alla sconfitta (un uomo non necessariamente del XVIII secolo), è lo scopo dell’immenso regista. Però, fa notare il critico cinematografico con inevitabili e robusti richiami, che non sono tanto i dialoghi a tratteggiare la psicologia e il tormento dei personaggi, quanto la scelta dei commenti musicali, delle magnifiche scenografie e delle pittoriche scelte fotografiche. Nell'analisi, il saggio si sofferma spesso a confrontare il film del 1975 con le altre pellicole del geniale cineasta, mettendone così in luce la ricerca morbosa dei dettagli. Ed è ovvio che il film non sia facile, di certo non commerciale, eppure è grazie a ciò che ha lo spessore dell'opera indistruttibile, duratura.

Un film vigoroso secondo Pilard, che è grande perché possiede perfino le qualità espressive del cinema muto.

28 nov 2011

Bluff di parole - Gesualdo Bufalino (Aforismi - 1994)


"Per malconcia che fosse, sentivo la vita nel pugno come uno scettro, un talismano, una rosa... Ora è acqua, fra le dita malchiuse, che scivola via”.
"Più m'incaponisco a capirle, più vita e letteratura mi paiono le due facce d'un medesimo abrakadabra".

Vicino e ammiccante a 'Il malpensante' (1987), in uno stretto discorso non interrotto per argomenti, struttura e stile, questo libro si può considerare quale summa del pensiero del professore comisano. I titoli della prima e dell’ultima sezione - 'Lunario dell'anno che viene' e 'Lunario dell'anno che va' - manifestano la continuità con il primo libro di aforismi il cui sottotitolo recitava, per l’appunto, 'Lunario dell'anno che fu'. Una trilogia del pensiero, un bisogno urgente di mettere in contatto i libri scritti per sé al fine di erigere un’unica grande architettura fatta di pagine vergate di parole e riflessioni barocche.
Solitudine come vizio per rodersi dentro; la vita come lenta e inutile consunzione verso la morte; Dio con la sua imperfezione e la sua paura di mostrarsi; i libri ricolmi di menzogne e di verità; il peso della vecchiaia e la sua malinconica memoria; il tempo e la mancanza di curiosità come metro della morte: i soliti incommensurabili temi bufaliniani. Ma la brevità dell’aforisma e l’arguzia della parola, rendono le sue riflessioni gustose, sì, ma dal sapore aspro, a tratti violento, quasi velenoso.
Traboccanti di citazioni preziose di autori affini per gusto e per sentimento, disseminati di raggelanti aculei ironici, gli aforismi dell’immenso scrittore siciliano raccontano il pensiero di un vecchietto di provincia, dall'animo cosmopolita, che non ha più nulla da chiedere alla vita. Le parole sono balocchi per giocare alla vita, per smascherarla anche, ma con un che di provvisorio, di velleitario che alla fine lascia il posto alla sconfitta, al silenzio, alla rassegnazione della morte.

27 nov 2011

Stanley Kubrick Shining - Giorgio Cremonini (Saggio - 1999)


"L'ironia è un modo per deridere l'uomo, la presunzione e l'insufficienza dei suoi sogni e ordini sociali, ma anche per negare la verità e affermare di conseguenza il mistero, in tutte le sue forme: prima fra le quali quella che avvolge l'uomo, nel tentativo di mascherare la sua inadeguatezza, ovvero l'inadeguatezza del mondo che si è costruito attorno e dentro e che fa acqua - o sangue - da tutte le parti".

Dedicato interamente a uno dei capolavori dell'opera kubrickiana, e a uno dei capolavori del cinema horror, questo è un saggio attento e semplice - nell'accezione migliore del termine -; un libro, è ovvio, per chi ha almeno un'idea della filmografia del regista statunitense. 
Nell'analizzare il film del 1980 (anche descrivendo dettagliatamente singole sequenze), l'autore intende mostrare quanto in fondo sia il tema della contraddizione dell'uomo - sia essa del singolo uomo, come nel caso di Jack Torrance, sia essa collettiva, come nel caso, ad esempio, de 'Il dottor Stranamore' o di 'Full Metal Jacket' - la linea di sostegno dell'intero cinema di Kubrick. È un conflitto, quello umano, che nasce dal contrasto tra i limiti della ragione e l'infinita stupidità umana. Contraddizione che può avere uno sbocco: la follia. Il film, infatti, altro non è che un viaggio, una discesa verso gli intrecci oscuri della labirintica mente umana. 'Shinig', dunque, come labirinto della psiche (non a caso il labirinto, sia esso l'hotel sia il dedalo innevato, è uno dei protagonisti del film). Così la dimensione orrorifica di quest’odissea si fa interiore, intima. La follia, l'assenza di una spiegazione logica che si rivela negli sguardi di Jack o nella fotografia degli anni ’20 che chiude il film, infatti, definisce il lungometraggio come un’eccellente opera d’arte sull'inconscio, sul dubbio e sulle sterminate possibilità dell'opera aperta.

Su un regista che non lascia nulla al caso, il libro si sofferma molto non solo sugli aspetti tecnici della pellicola, ma anche sulla sua portata filosofica, sociologica, oltre che psicologica. Un film sfuggente, fantastico, spiazzante: tutti i requisiti per ottenere un cinema capolavoro.

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