Presentazione


Presentazione

Questo spazio è dedicato agli appunti, alle briciole di recensione irrazionali, che colgo, da lettore appassionato e spesso rapsodico, nei miei viaggi verso la lentezza e la riflessione. Briciole di recensione irrazionali dunque.

Briciole perché sono brevi, a-sistemiche, frammentarie, come un certo spirito moderno pretende. Non sono delle vere recensioni. Queste hanno uno schema e una forma ben precisa, mentre i miei sono più che altro appunti colti sul momento, associazioni d’idee, giudizi dettati dalle impressioni di un istante, da una predisposizione d'animo subitaneo, da un fischio di treno... E perciò li definisco irrazionali. Perché sfuggono da un qualsiasi schema predefinito, perché sono intermittenti, perché nella scelta di un libro, per via di una congenita voracità, spesso non seguo linee e percorsi definiti dalle letture precedenti, ma mi lascio trasportare dagli ammiccamenti o dalle smorfie di sfida che un libro sulla mensola della libreria mi lancia.

È un modo insomma di coltivare, di giocare, di prendere vanamente in giro la memoria, per conservare, catalogare e archiviare frammenti di ricordi e suggestioni che un giorno, magari, potranno farmi sorridere e, perché no, commuovere.

25 giu 2021

Thomas Hobbes - Norberto Bobbio (Saggio - 1989)

"Pur non essendo mai stato un politico militante, Hobbes scrisse di politica partendo dal problema reale e cruciale del suo tempo: il problema dell'unità dello stato, minacciata, un lato, dalle discordie religiose e dal contrasto delle due potestà, dall'altro, dal dissenso tra corona e parlamento e dalla disputa intorno alla divisione dei poteri. Il pensiero politico di tutti i tempi è dominato da due grandi antitesi: oppressione-libertà, anarchia-unità. Hobbes appartiene decisamente alla schiera di coloro il cui pensiero politico è stato sollecitato dalla seconda antitesi".


Il volume dedicato al grande filosofo inglese raccoglie i principali studi che Norberto Bobbio ha scritto tra il 1948 e il 1982. Secondo il grande e rimpianto filosofo e politologo italiano, la tesi di fondo del pensiero hobbesiano è l'unità dello Stato. Tra l'essere il vero padre del giusnaturalismo e l'anticipatore del positivismo giuridico, Hobbes ha descritto un modello politico da vero realista, e non da ideologo (come invece è stato Rousseau). Autoritario, il suo sovrano però non è un anticipatore dello Stato totalitario, come hanno sostenuto in molti, ma il simbolo della pace, dell'obbedienza e del ragionamento deduttivo. Contro il modello aristotelico secondo cui l'uomo è un animale che naturalmente ha una dimensione sociale, Hobbes descrive l'uomo come un essere malvagio che in natura vive in una condizione di perenne tensione e di paura di morire. L'unico modo per uscire da questa condizione è quello di affidare, attraverso un patto, tutti i suoi diritti a una figura terza che così sarà in grado di garantire con la sua potenza assoluta la pace. Un sistema politico, quindi, fondato su un artificio razionale in grado di calcolare danni e utilità all'interno di una visione realista, antropologicamente pessimista e anti-conflittualista. 

I saggi di Bobbio, con uno stile lineare e chiaro, tratteggiano in modo attento e anche appassionato il modello giusnaturalistico e, ovviamente, la teoria di Hobbes esposta sia nel De cive sia nel Leviatano. Un volume prezioso per chi vuole approfondire quella monumentale quanto affascinante teoria politica dell'assolutismo descritta da Hobbes nel XVII secolo.

22 giu 2021

Leviatano - Thomas Hobbes (Saggio - 1651)

"E patti senza la spada non sono che parole, essendo assolutamente privi della forza di dar sicurezza agli uomini. Pertanto, nonostante le leggi di natura (che in tanto ciascuno rispetta, in quanto ha la volontà di rispettarle quando possa farlo senza rischio), se non c'è alcun potere che sia stato eretto, o [ce n'è uno] non abbastanza grande per [garantirci] la sicurezza, allora ciascuno farà - e potrà legittimamente fare - assegnamento sulla propria forza e sulla propria capacità per premunirsi contro tutti gli altri".


Monumento della filosofia politica, il capolavoro di Hobbes, ritenuto ingiustamente mefistofelico e addirittura precursore dei totalitarismi del Novecento, è semplicemente rivoluzionario. Rispetto alla tradizione politica aristotelica, infatti, il filosofo inglese inserisce l'argomento politico all'interno delle scienze necessarie, non più del possibile. La sua analisi, razionalissima, debitrice del metodo cartesiano, è luminosa, lineare, consequenziale e non c'è molto spazio (se si accettano premesse e metodo) per la confutazione. Il ragionamento è semplice: gli uomini in quanto individui per natura sono egoisti e malvagi, ma allo stesso tempo sono anche razionali e sanno distinguere le leggi della natura, soprattutto quella che li induce a cercare la pace. Quindi per uscire dallo stato naturale di guerra in cui si trovano devono necessariamente rivolgersi a un sovrano che imponga loro la sua autorità e li renda sudditi. Un sovrano che pertanto sarà assoluto, che avrà su di sé ogni potere e sarà superiore a chiunque.  

Il trattato, sulla materia, la forma e il potere di uno Stato ecclesiastico e civile come recita il sottotitolo, è diviso in quattro parti: il primo dedicato all'uomo e sono esposti i principi filosofici (baconiani) e antropologici (pessimisti) che portano alla sua teoria politica. Il secondo, il più celebre, è relativo allo Stato e ai modi in cui deve essere costituito. Nella terza parte, invece, Hobbes analizza e commenta le Sacre Scritture (anticipando in qualche modo Spinoza) individuando la natura e i diritti dello Stato cristiano, che dipendono dalle rivelazioni sovrannaturali della Volontà di Dio. La quarta e ultima parte, infine, è dedicato al regno delle tenebre descritto come una confederazione di ingannatori (leggi Chiesa di Roma) che, per ottenere il dominio, si sforzano, con dottrine oscure ed erronee che risalgono alla tradizione filosofica greca, di oscurare la vera luce della natura e dell'insegnamento biblico.

Opera significativa, sebbene lontana dalla nostra concezione politica, ha un peso storico che non possiamo trascurare. Descrive un modello che realmente è esistito e ci aiuta a capirne meglio la sua natura e il suo successo nei secoli prerivoluzionari.

27 mag 2021

La guerra e le false notizie - Marc Bloch (Saggio - 1914/15 - 1921)

"Una falsa notizia nasce sempre da rappresentazioni collettive che preesistono alla sua nascita; essa solo apparentemente è fortuita o, più precisamente, tutto ciò che in essa vi è di fortuito è l'incidente iniziale, assolutamente insignificante, che fa scattare il lavoro dell'immaginazione; ma questa messa in moto ha luogo soltanto perché le immaginazioni sono già preparate e in silenzioso fermento".


Durante i primi mesi di guerra, il sergente Bloch, poi promosso maresciallo, tiene quasi sempre aggiornato un taccuino: la fonte del suo racconto. Il volume raccoglie quegli appunti rivisti in un momento di convalescenza ne I ricordi di guerra 1914/15 e comprende anche le Riflessioni di uno storico sulle false notizie della guerra. Il primo scritto è il resoconto di un uomo, di un soldato che vive l'esperienza della guerra in prima persona. Un vero e proprio diario di guerra che annota i fatti salienti vissuti sul fronte orientale. La partenza al fronte, le tratte compiute, i villaggi attraversati marciando, le lunghe attese, la prima durissima battaglia sul Marna, il seguente egoistico sentimento di gioia alla notizia della vittoria. Tra ufficiali miopi e tragicamente incapaci e giovani soldati coraggiosi e silenziosi, l'esperienza della trincea segna un punto di svolta per Bloch, sia come uomo, sia come storico. Capisce davvero cosa vuol dire stare a contatto con la morte e con soldati che condividono gli stessi sentimenti, ma capisce anche che la storia è fatta da uomini di tutte le culture, di tutti gli strati sociali; è fatta di psicologia, soprattutto. Scoperta questa che lo proietterà verso quella storia che guarda all'interdisciplinarietà, che è in effetti il suo marchio di fabbrica. 

Il secondo scritto, invece, è dello storico che riflette sul suo mestiere, sulla guerra come fenomeno umano e psicologico, fattori che giustificano la creazione e la diffusione di false notizie circolanti nelle trincee. La storia, si sa, è costellata di falsi racconti creduti veri e la psicologia della testimonianza, però, non soddisfa completamente le richieste dello storico. Nelle testimonianze, naturalmente, si mescolano vero e falso. Lo studioso deve, quindi, essere sempre scettico e poi metodicamente verificare quanto raccolto. Durante la Grande Guerra, quella micidiale e massacrante esperienza di disumanità, i giornali, la censura, la penuria di informazioni, le emozioni, la fatica e soprattutto l'immaginazione degli uomini turbati e quindi ben disposti emotivamente preparano la creazione di false notizie, di leggende. 

I due scritti, nella sostanza, tratteggiano la Prima Guerra Mondiale (emblema di tutte le esperienze belliche) come un esperimento di psicologia sociale che lo storico moderno ha il compito di sviscerare in tutti i suoi aspetti.

3 mag 2021

I quaderni di Malte Laurids Brigge - Rainer Maria Rilke (Romanzo – 1910)

"E non si ha più nulla e nessuno, e si va per il mondo con una valigia e una cassa di libri, in fondo senza curiosità. Che vita è questa, in fondo, senza casa, senza oggetti ereditati, senza cani. Si avessero almeno ricordi. Ma chi li ha? Ci fosse l'infanzia, almeno: ma è come sepolta. Forse bisogna essere vecchi per poter arrivare a tutto questo. Penso sia bello, essere vecchi".


Il ventottenne Malte, in una Parigi alle soglie di quella che sarà la Grande Guerra, scrive il suo quaderno di ricordi, di inquietudini, del suo male di vivere. Parigi è città rumorosa, confusionaria, caotica, brulicante di persone e di autovetture, disorientante come i pensieri e i ricordi del giovane poeta. Tutto sembra contemporaneamente vivo e morto, vitale e decadente e Malte insegue impetuosamente e senza sosta, come spesso segue diversi personaggi nella folla parigina, quei ricordi di infanzia alla ricerca di sé e del suo significato. Nel suo diario di viaggio, di appunti e di riflessione le emozioni sono tradotte in parole che cercano di fissare meglio possibile quei ricordi che con il tempo si stanno scolorendo. Malte, fondamentalmente, riflette sul senso della vita e quindi sul senso della morte e la sua riflessione gli serve per essere vivo. Nel vedere la morte degli altri prova la paura della morte stessa, una fase della vita che cerchiamo sempre di dimenticare e a cui non pensare. Malte invece, tra realtà e surrealtà, ci pensa e così sembra scivolare nella paranoia, sembra dissociato, spaventato dal nulla e dalla mancanza di identità. L'esperienza delle cose, anche delle più insignificanti (dai momenti legati alla madre, alle vacanze in Europa settentrionale, agli oggetti ricordati) è sempre schopenhauerianamente una sua rappresentazione. Non esiste una realtà misurabile, ma questa è una verità solo se siamo noi a dargliela. 

Lo stile è spesso poetico, esistenziale, febbrile, così come febbricitanti sono i ricordi raccontati. È un libro dai tratti autobiografici, ma in fondo lento e noioso. 

20 apr 2021

Uguaglianza - Riccardo Caporali (Saggio - 2012)

"Uguale e disuguale trascorrono il moderno e si sporgono oltre di esso. E allora, forse, passa di qui anche l'attuale longevità di quelle categorie che su questa endiadi hanno costruito la forma e la sostanza politica di un'epoca. Il discorso filosofico sull'uguaglianza (e sulla disuguaglianza) non conclude: non finisce nelle sue dialettiche moderne".


Il concetto di uguaglianza (con il suo corrispettivo dialettico di disuguaglianza) è sempre stato centrale nelle speculazioni filosofiche dell'occidente. Così, dall'antichità a oggi, la definizione stessa di uguaglianza si è accompagnata imprescindibilmente a quella di libertà (e di schiavitù), di diritto (e di esclusione), di morale e di giustizia. Il saggio, ben scritto e fluente, non fa altro che raccontare cronologicamente la storia di un'idea, cercando di coglierne il carattere problematico attraverso cui ha proceduto lungo tutta la nostra cultura. Così l'autore inizia ad analizzare il concetto di uguaglianza nel mondo greco e romano, quello gerarchico, in cui naturalmente si riconoscono i liberi dagli schiavi. Segue il mondo cristiano-medievale, quello della fratellanza universale ma anche della subordinazione, dei sensi di colpa e dell'innocenza perduta. Contraddizioni che, sebbene siano senza riferimenti teologici, contraddistinguono il mondo moderno, in cui sono l'artificio e il superamento di precarie condizioni naturali a tradursi in diritto e uguaglianza politica. Si scrivono quindi dichiarazioni e costituzioni dal forte sapore universalistico, ma che, di fatto, si concretizzano in aperte contraddizioni contro le donne, gli schiavi, gli ultimi. Ulteriore prova della difficoltà a raggiungere una sostanziale e non solo formale uguaglianza tra tutti i diversi si osserva nelle continue oscillazioni del Novecento, tra dittature e democrazie, e infine nell'attuale crisi della modernità dettata dalla globalizzazione che sfonda gli spazi e le culture e sfida continuamente l'idea stessa di uguaglianza.

Da sottolineare l'attenzione che è rivolta all'emancipazione femminile e al ruolo della donna in questa continua lotta dialettica che ancora oggi, dopo duemila e cinquecento anni di riflessioni e di lotte, non è completa.


6 apr 2021

La letteratura e il male - George Albert Maurice Victor Bataille (Saggio - 1957)

"Il vero odio della menzogna ammette, non senza il superamento dell'orrore, che si corra il rischio di una data menzogna. L'indifferenza di fronte al rischio ne mette in evidenza la leggerezza. È l'opposto dell'erotismo, che accetta la condanna, senza la quale sarebbe insipido. Il concetto d'intangibilità delle leggi sottrae forza alla verità morale cui noi dobbiamo aderire senza legarci. Nell'eccesso erotico, invece, noi veneriamo proprio la regola che infrangiamo. Un gioco di opposizioni rimbalzanti si trova alla base di un moto alternato di fedeltà e di rivolta, che costituisce l'essenza dell'uomo. Fuori di questo gioco, noi soffochiamo nella logica delle leggi".


La letteratura più autentica, secondo Bataille (e credo che sia difficile dargli torto), è quella che mette in discussione le regole, le norme della prudenza assodate dalla società e sedimentate nel senso comune. Ne consegue che il vero scrittore è colui il quale, consapevolmente, sa di essere colpevole, di essersi macchiato di un peccato, ma allo stesso tempo non prova un vero pentimento verso la sua colpa, in quanto coglie una verità che è tale solo dentro quelle volute peccaminose. Perciò la letteratura, quella più pura, è intrinsecamente legata al male, al senso di colpa, alla trasgressione che si manifesta come parziale riprovazione verso di sé. E tutto ciò equivale al coraggio, alla forza che induce a trasvalutare i vecchi valori morali. La letteratura, dunque, non è innocente, ma di certo è creazione, è ricerca di una verità più profonda e abissale che si nasconde dietro le pieghe del Male. Per dimostrare la sua tesi, il filosofo francese analizza la poetica di otto autori che del male hanno avuto una vera esperienza. 

Nell'opera di Emily Brontë, donna maledetta, infelice conoscitrice del male, la trasgressione delle leggi, la perfidia, l'erotismo distruttivo, il sadismo velato, la violenza sono le vere caratteristiche. C'è nei suoi personaggi una sincera rivolta dei maledetti contro il bene. In Charles Baudelaire, il poeta della rivolta, del male, della follia, di Satana (Bataille più volte si scaglia e correggere la lettura che ne dà Sartre), sarebbe l'eterna insoddisfazione il motore della ribellione. Lo storico Jules Michelet, invece, smarrito nell'abisso del male, vede quest'ultimo come volontà di libertà anche contro il proprio interesse, e si esprime nelle messe nere e nelle streghe. Il visionario William Blake, descrivendo la violenza del caos e il mondo del sogno, non fa altro che parlare del male puro, quello vicino al limitare della follia. Non potevano mancare le pagine dedicate al mostruoso e distruttivo marchese de Sade, furioso e appassionato di una libertà impossibile; lui che ha trascorso metà della sua vita in carcere, che ha cercato di autodistruggersi e che ha stilato morbosamente e freneticamente elenchi sulle infinite possibilità di distruzione dell'essere umano. Poi è la volta del sadico Marcel Proust. Con il suo profondissimo senso di giustizia e di amore per la verità è costretto a trasgredire le leggi morali e a mentire per vivere, trasvalutando così ciò che è bene e ciò che è male. Il capriccioso Franz Kafka, invece, con il suo voler essere dannatamente infantile contro il mondo degli adulti, del padre, della società, si rifugia nell'infelicità e nell'angoscia alla ricerca di una felicità quasi erotica e in attesa della morte. Il ladro Jean Genet, infine, con la sua spiccata antisocialità è scrittore che ha ricercato e rivendicato il male, l’amico di Sartre in cui l'omoerotismo è espresso in personaggi violenti votati al male.

Autori e personaggi, dunque, che rivendicano il male per affermare la loro volontà e la loro libertà. Perché mentre il bene è sottomissione, obbedienza, il male si rivela nella libertà, nella ricerca spasmodica di essa che dialetticamente consiste nella rivolta, nella prevaricazione. E tale coraggio, tale sovversione è più consapevole nella letteratura che in qualsiasi altra forma di ricerca. Credo che lo stesso Bataille, con i suoi romanzi, possa benissimo avere un capitolo intero dedicato nella storia che collega la letteratura con il male.

29 mar 2021

Contro la memoria - Alessandro Piperno (Saggio - 2012)

"Queste parole testimoniano una visione del mondo disperata: neanche il dolore, neanche le opere degli uomini hanno una loro dignità solenne; tutto si sperde nella più assoluta indifferenza del divenire. Proust distrugge qualsiasi concezione antropocentrica: gli uomini sono piccoli esseri insignificanti e l'umanità potrebbe essere da un momento all'altro spazzata via da un non nulla, senza che della sua storia e della sua letteratura rimanga alcuna traccia visibile. Il cielo è vuoto di stelle come in una costellazione pascoliana".


Sebbene il titolo sembri condannare in modo estremo la memoria, l'autore invece provoca il lettore e cerca di salvarla da tutti quei fattori naturali che la distorcono. I limiti cognitivi umani, il tempo che scorre, la retorica celebrativa tanto in voga oggi sono fattori che inevitabilmente tendono allo sfacelo della memoria stessa. È l'inesauribile lotta sullo sfondo del tempo, tra la memoria e l'oblio, quella che cerca di analizzare l'autore. In questo scontro è innegabile quanta fatica faccia la memoria stessa a sopravvivere, sia quella personale sia quella collettiva. Nel tempo e con il tempo scivola inesorabilmente verso l'oblio. Per dimostrare la sua tesi, Piperno utilizza le pagine di grandi scrittori del Novecento (Primo Levi, Nabokov, Beckett e soprattutto Proust che sul tema ha costruito una delle opere più belle mai scritte), che hanno definito quanto il ricordo sia gravido di un Oblio che ha come scopo quello della sopravvivenza.

Il saggio inizia con una riflessione sulla Shoah e sulla sua centralità nella coscienza letteraria del Novecento. Un episodio epocale della nostra storia umana che lentamente tende, anche per colpa della retorica, a perdere consistenza nei nostri pensieri. Un evento, però, che in qualche modo, secondo l’autore, è stato profetizzato dai grandi della letteratura di fine Ottocento e dei primi del Novecento. Proust, per esempio, è per metà ebreo, ma ripudia la sua origine (così come la sua omosessualità) alla ricerca di un'autenticità che lo avvicinasse alla società. E tutta la Recherche è costellata di ebrei e omosessuali che cercano di nascondersi, di mimetizzarsi. Swann, celebre personaggio proustiano, è un ebreo che si sforza tutta la vita di dimenticarsene, anche se in punto di morte non può rinnegare la sua origine. Per Piperno, in Proust è l'oblio il sinonimo di vita di felicità, mentre il ricordo è sempre fonte di dolore. Nietzsche e Leopardi sono dietro l'angolo…

Il saggio è spiazzante e allo stesso tempo originale soprattutto quando cerca nel carattere dei vari personaggi della Recherche le tracce della memoria e dell'oblio. Chi tradisce, chi dimentica è vuoto, ma vive serenamente, si veda il caso di Odette, di Madame Verdurin, di Oriane Germantes o quello, un esempio su tutti, di Gilberte e del suo tradimento nei confronti del padre e del suo cognome. Mimetizzarsi dunque per conformarsi agli altri, alla società, peccando così di autenticità, di decisione. È ciò che fanno i personaggi ebrei in Proust (e Proust stesso). Piccole mutazioni epidermiche per difendersi dagli attacchi di antisemiti e belve feroci in una società contraddittoria come quella della Belle Époque. Per sopravvivere in società, insomma, bisogna mascherarsi e ciò coincide nei personaggi proustiani con la dimenticanza di chi si è realmente. Ecco perché la Recherche e la questione ebraica in essa trattata profetizzano, secondo l'autore, quello che sarà l'antisemitismo novecentesco culminato con la Shoah e con Auschwitz.

Sebbene a tratti disorientante, un bel libro, un'interessante interpretazione.

17 mar 2021

Vita di Edgar Allan Poe - Julio Cortázar (Saggio - 1963)

"Morì alla fine di gennaio del 1847. Gli amici ricordavano come Poe seguisse il feretro avvolto nel suo vecchio mantello da cadetto, che per mesi e mesi era stato l'unica coperta sul letto di Virginia. Dopo settimane di semincoscienza e di delirio, tornò a destarsi di fronte a quel mondo in cui Virginia era venuta a mancare. E la sua condotta da allora è quella di chi ha perduto il suo scudo e si lancia all'attacco, disperato, per compensare in qualche modo la propria nudità, la propria misteriosa vulnerabilità".


Questa celebre biografia su Edgar Allan Poe è piena di rispetto da parte di Cortázar, segnata da un gioco di specchi tra la reverenza verso la vita dello scrittore americano e il debito formativo dello scrittore argentino. La vita di Poe, di questo gigante maestro assoluto dell'arte del racconto (e non solo), è attraversata seguendone le tracce sin da quando era un bambino. Infanzia segnata dalla precoce morte dei genitori e dai primi anni vissuti a Richmond, tra riviste letterarie europee, racconti di marinai negli uffici del padre affidatario e un viaggio in Scozia e in Inghilterra. Serenità che ben presto fu superata da un'adolescenza che vede negli amori ideali e nel crescente sentimento anarchico e bellicoso la sua cifra più alta. In questa età di rivolta, mentre studia brillantemente all'università (che non finirà), Poe conosce l'alcool che lo segnerà per tutta la vita. Poi il litigio con il tutore, la fuga a Boston, le prime infruttuose pubblicazioni, la miseria, l'arruolamento, l'inizio dell'età adulta, l'Accademia di West Point e la sua espulsione. Seguono anni di ribellione, di miseria, fino alla rassegnazione quando il suo tutore morì. Da lì si inserisce diacronicamente il matrimonio con Virginia Clemm, l'ancora adolescente cugina di primo grado. Gli anni successivi sono difficili, ma la sua fama di critico e scrittore comincia a farsi strada, mentre l'alcool inizia a essere suo compagno di assidue frequentazioni... Con la maturità e con la pubblicazione dei racconti più celebri, la vita di Poe sembra in qualche modo stabilizzarsi. Tuttavia la tubercolosi di Virginia lo sconquasserà irrimediabilmente. E nonostante la fama raggiunta, la miseria e il dolore per la malattia e la morte della moglie continueranno a perseguitarlo. Poi il suo vagabondare tra città americane, amiche varie incontrate più volte, depressione, un tentativo di suicidio e infine quella morte ancora avvolta nel mistero. Cortázar ci lascia una biografia viva, attenta alle fonti (meticolosità dimostrata soprattutto nei commenti ai racconti che corredano il volume), dal forte sapore intimista, ma senza mai essere ossequiosa. Un omaggio sentito, quasi un dovere da parte dello scrittore argentino che dei racconti di Poe è stato fortemente influenzato.

16 mar 2021

Mendel dei libri - Stefan Zweig (Racconto - 1929)

"Come un astronomo, tutto solo nella propria specola, scruta notte dopo notte attraverso il minuscolo obiettivo del telescopio le miriadi di stelle, le loro misteriose orbite, i loro intrecci errabondi, il loro spegnersi e riaccendersi, così da quel tavolino quadrato Jakob Mendel, attraverso le sue lenti, immergeva lo sguardo nell'altro universo, quello dei libri, anch'esso in eterna rotazione e in un continuo rigenerarsi, in quel mondo sovrastante il nostro mondo".


Dopo la fine del primo conflitto mondiale, mentre un acquazzone sorprende la città, il narratore si rifugia in un bar e qui lentamente si ricorda di esserci già stato e di avervi conosciuto vent'anni prima Jacob Mendel, l'uomo dei libri. Spinto dal ricordo, chiede al nuovo proprietario che fine avesse fatto quell'uomo tanto famoso quanto ora dimenticato e scopre quanto assurda fosse stata la sua fine.

Jacob Mendel era un bibliomane ebreo che viveva a Vienna, in un caffè (il caffè Gluck) pieno di libri. Siamo agli inizi del Novecento e tutti gli appassionati di libri, studiosi e ricercatori, lo conoscono. Mendel ha una memoria infallibile, un catalogo vivente di tutti i libri scritti nella storia. Vive unicamente di libri, ne è ossessionato. È come se vivesse solo in un universo di parole, di inchiostro, di carta, di pagine. Nella vita reale, però, Mendel è davvero solo, un inetto. Al suo quartier generale accetta le visite degli studiosi che hanno bisogno della sua memoria per le loro ricerche fino a quando scoppia la grande guerra. Mendel, di origini ebraiche e russe, senza passaporto, che si sente cittadino del mondo, che persino durante la guerra intrattiene scambi epistolari con uomini che per l'Austria sono nemici, è catturato e internato dall'esercito austriaco. Solo nel 1917 è scarcerato, su intercessione di potenti estimatori della sua memoria. Tuttavia l'uomo dalla memoria straordinaria ha perso le sue doti mnemoniche. Così, incapace di aiutare gli studiosi e incapace di fare altro nella vita, vive della compassione del proprietario del Gluck, fino a quando questo non è costretto a vendere e il nuovo proprietario caccia Mendel dal suo regno di libri e parole.

È un racconto che, oltre al tema della memoria, fa emergere tutto lo sconforto dello scrittore austriaco per lo scoppio della grande guerra. Mendel in qualche modo può essere paragonato all'Europa, magnifica e lucente, ma anche distante dai suoi problemi, come è stata durante la Belle Epoque. Adesso che la guerra è finita, Mendel non è più lo stesso, mentre il suo corpo e la sua memoria decadono, è vecchio come la stessa Austria e la stessa Europa.

14 mar 2021

Tradire la propria lingua - Emil Mihai Cioran (Saggio - 1985)

"Occorre avere una visione tragica della storia, altrimenti non si comprende niente. Non vale la pena farsi molte illusioni, la storia è spietata. Uno storico che non ha il senso tragico del divenire non comprende nulla degli avvenimenti".


In questa brillante intervista rilasciata a Philippe Dracodaïdis, Cioran riflette con un certo grado di serenità su molti aspetti del pensiero: dall'importanza del riso per la vita all'odio di sé, dal taoismo che ha amato ma che adesso detesta all'idea che l'uomo è destinato alla catastrofe così come la civiltà alla decadenza, al valore stesso della filosofia che trova insopportabile. Ma la riflessione più interessante che spicca da questo dialogo è certamente quella sulla lingua francese, sulla lingua di Cartesio, di Pascal (di cui è appassionato), di Montaigne (che invece non lo appassiona più di Pascal), sui moralisti e sulla loro brevità. Considerazioni di massimo rispetto su una lingua che, come sappiamo, è stata cruciale per la ricaduta che ha avuto nel suo stile e nel suo pensiero di grande tragico contemporaneo. 

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