Presentazione


Presentazione

Questo spazio è dedicato agli appunti, alle briciole di recensione irrazionali, che colgo, da lettore appassionato e spesso rapsodico, nei miei viaggi verso la lentezza e la riflessione. Briciole di recensione irrazionali dunque.

Briciole perché sono brevi, a-sistemiche, frammentarie, come un certo spirito moderno pretende. Non sono delle vere recensioni. Queste hanno uno schema e una forma ben precisa, mentre i miei sono più che altro appunti colti sul momento, associazioni d’idee, giudizi dettati dalle impressioni di un istante, da una predisposizione d'animo subitaneo, da un fischio di treno... E perciò li definisco irrazionali. Perché sfuggono da un qualsiasi schema predefinito, perché sono intermittenti, perché nella scelta di un libro, per via di una congenita voracità, spesso non seguo linee e percorsi definiti dalle letture precedenti, ma mi lascio trasportare dagli ammiccamenti o dalle smorfie di sfida che un libro sulla mensola della libreria mi lancia.

È un modo insomma di coltivare, di giocare, di prendere vanamente in giro la memoria, per conservare, catalogare e archiviare frammenti di ricordi e suggestioni che un giorno, magari, potranno farmi sorridere e, perché no, commuovere.

10 mar 2020

Le veridiche avventure di Jean Meslier (1664 - 1729) - Thierry Guilabert (Saggio - 2010)

"Ecco Meslier al suo tavolo di lavoro, piuma d'oca e candela, buttar giù righe senza rileggere, senza riguardare, trasportato dal flusso, srotolando in qualche sorta le certezze a lungo conservate dentro di sé. Finalmente parla, finalmente si libera del suo voto del silenzio, si sogna dinanzi ai suoi parrocchiani declamando la sua prosa di demolitore, quasi recitando a memoria venticinque o trent'anni anni di elucubrazioni"

Curato ateo, libertario, comunista e internazionalista ante-litteram, femminista, antispecista, materialista anticartesiano, precursore della Rivoluzione francese, Jean Meslier per quarant'anni è stato il prete di Étrépigny e di Balaives, piccolissimi villaggi di campagna nelle Ardenne. Vivrà tranquillamente. Avrà delle perpetue giovani con le quali avere rapporti carnali e soddisfare senza lussuria il proprio desiderio. Vivrà di letture significative, La Boétie e Montaigne su tutti, di lotta al favore di un popolo ignorante sì, ma oppresso dalle tasse e dal peso della monarchia di Luigi XIV. Ma nel 1716 Meslier si rifiuta di pregare per la famiglia del signore di Cléry, il potente della zona. E, dopo uno scontro di autorità durissimo, la punizione: un mese di seminario a Reims e mandare via la sua domestica. Ecco allora la collera esplodere. Da quel momento la vendetta si consumerà a colpi di penna e inchiostro di notte, a lume di candela. Scrivendo con tutta la sua furia dell'assurdità della religione cattolica, di tutte le religioni, dimostrando il legame forte tra il re, i potenti e i preti, trascorrendo gli ultimi dieci anni della sua vita come dottor Jekyll di giorno e Mr. Hyde di notte, il pastore che segue e accudisce le pecore del suo gregge di giorno, il lupo che azzanna e divora il padrone di notte. Ma il giorno dopo la sua morte, nel giugno del 1729, Meslier lascerà due lettere ai due curati dei paesi vicini e l'annuncio di una memoria consegnata il giorno prima alla cancelleria di giustizia. È il momento della verità insomma. Da allora i testi divennero clandestini, ovviamente; all'epoca l'eresia si pagava con il rogo. Voltaire, potente, riuscì ad avere una copia del testamento: una sfortuna per il prete ateo. Adattando il pensiero di Meslier al suo deismo, Voltaire scrisse pagine insincere e indecenti per un filosofo, lasciando ai posteri un ricordo ambiguo, ingannevole e falso.
Per fortuna è possibile leggere il testo integrale del Testamento (purtroppo introvabile in traduzione italiana, se non nella mutilata e in parte riscritta versione voltairiana) e questo libro ne riassume ottimamente i contenuti. Menzogne, superstizioni, ignoranza: sono queste le sostanze di cui si cibano le religioni che una volta masticate vomitano nauseabonde al popolo. Così si dimostra che Dio non esiste. Che i suoi presunti attributi sono contraddittori. Che anche l'anima spirituale non esiste. Che le Sacre Scritture sono piene di orrori e di falsi storici, di superstizioni mitologiche la cui morale giustifica l'ordine che vede oppressi e oppressori. Scritture che di sacro non hanno nulla, ma raccontano di falsi miracoli, di dogmi che capovolgono la ragione, la giustizia e la natura. Svelato ciò, è giunto il momento che il popolo prenda coscienza di essere una cosa sola e ciò lo porterà sicuramente alla ribellione contro i parassiti e gli oppressori della società, contro il re, il clero e i nobili.

Una biografia curata, ben scritta e ricca che recupera la verità storica con un certo e prezioso tasso polemico. Ottima anche la prefazione di Onfray, che non poteva mancare.

28 feb 2020

Triste, solitario y final - Osvaldo Soriano (Romanzo - 1973)

"Ollie non era solo un amico. Era parte di me; nessuno poteva essere nulla senza l'altro. La nostra vita è stata il cinema e l'abbiamo divisa per intero. Non ci vedevamo spesso, ma facevamo la sola cosa che giustificava la nostra vita: facevamo il cinema. Ben presto mi resi conto che eravamo una persona sola. Io non potevo assistere al mio funerale".

Il romanzo inizia raccontando un fatto realmente accaduto: l'arrivo di due giovani amici inglesi negli Stati Uniti, l'arrivo di due comici del calibro di Charlie Chaplin e Stan Laurel. Poi, con un lungo salto temporale, la storia si sposta quando, dopo i successi di una vita, Laurel è ormai vecchio. Stanco e quasi depresso, fa visita a un investigatore privato, Philip Marlowe (lo stesso personaggio dei romanzi di Chandler) e decide di assumerlo per scoprire perché nel mondo del cinema non trova più posto. Il racconto è sincopato, sono presenti intermezzi biografici, tra un capitolo e un altro, dove si intersecano le vite di una vita. In particolare, leggiamo di un Oliver Hardy, ormai vecchio e squattrinato, che cerca un ruolo nell'ultimo film dello spavaldo e rozzo John Wayne. Lo stesso pacchiano Wayne che picchierà a sangue Marlowe durante una indagine a casa sua.
I capitoli sono slegati tra flashback e flashforward, tutto si interseca e si dirama, ma senza che si crei confusione. Fino a quando troviamo Soriano, l'autore del romanzo, che dopo la morte di Laurel conosce il detective Marlowe, davanti alla tomba del comico. Da questo incontro il romanzo prosegue linearmente. I due fanno ricerche su Laurel (Soriano vuole scrivere una biografia sull'attore) e allo stesso tempo lavorano a un caso di infedeltà, tra risse, corse d'auto, pedinamenti, una notte passata in carcere. Tutto sembra molto americano... Poi la svolta: decidono, la notte degli Oscar, di parlare con Charles Chaplin, amico di Laurel, ma protetto da uomini della sicurezza. Maldestramente i due protagonisti riescono a immobilizzare gli uomini di scorta e Soriano intercetta l'ormai anziano Chaplin. Soriano non parla inglese, e tutto finisce in un nulla di fatto. Ma mentre lo spettacolo per gli Oscar è al suo apice, Marlowe, notato John Wayne, lo picchia per vendetta. La scena si fa surreale e intervengono nella rissa Charles Bronson, Dean Martin, James Stewart, lo stesso Soriano con il bastone di Chaplin. Terminata la pantagruelica scazzottata, Marlowe e Soriano sequestrano l'indifeso e scorbutico Chaplin. Durante la fuga, però, vengono intercettati da altri malavitosi che prendono il comico durante una sparatoria. Siamo alla fine, il romanzo si conclude con i due protagonisti che, dopo un ennesimo avventuroso rientro, a casa aspettano l'arrivo della polizia (se mai arriverà...), giocando a scacchi e parlando di Stan Laurel.
La malinconia è strisciante in tutto il racconto, commovente nei personaggi stanchi, nei loro ricordi, nelle parole che rievocano episodi lontani velati da una patina di nostalgia. È un romanzo divertente allo stesso tempo, che si legge velocemente, ricco d'azione, facile e gustoso, sebbene possa sembrare disorientante per via dei contini salti temporali. È pessimista anche, c'è dentro la problematica della ricerca della verità storica e dell'esistenza del singolo. Si può investigare, ci si può scontrare con il mondo alla ricerca di fonti attendibili, ma quasi mai si riuscirà a trovare la verità.

24 feb 2020

Nietzsche e la filosofia del Novecento - Maurizio Ferraris (Saggio - 1989)

"Nietzsche ripete con Lou e con Paul Rée lo schema affettivo di Dioniso, Arianna e Teseo; progetta di fondare una sorta di cenobio laico con Lou e Rée. Questi complicati propositi naufragano anche per l'intervento di madre e sorella. Verso fine anno, Nietzsche cade in una profonda depressione, ha progetti suicidi, abusa di sonniferi, mentre la salute ha un ulteriore tracollo".


Dopo aver ripercorso con arguzia e scioltezza la biografia e il pensiero filosofico di Nietzsche, Ferraris racconta la sua altalenante fortuna. Un pensatore difficile che ha espresso un messaggio straordinario che, già prima e dopo la sua morte, influenzerà tutto il secolo scorso, e non solo. Dalle prime interpretazioni sul ruolo del filosofo-artista, passando per gli sviluppi morali alle mistificazioni fasciste e naziste del pensiero superomistico, fino alla Rinascita e alla fortuna nella Francia esistenzialista degli anni Sessanta del '900, Nietzsche ha rappresentato il ruolo del filosofo imprescindibile, necessario. Pensiero che diventa fondamento per intellettuali del calibro di Löwith, Jaspers, Bataille e Heidegger, ma anche per Deleuze, Vattimo, Ricoeur.
Il libro si conclude con un breve saggio dello stesso Ferraris dal tono quasi confessionale, in cui spiega il rapporto conflittuale che da sempre ha avuto con il pensiero del grande filosofo tedesco. 
Un saggio di storia della pensiero, chiaro, generale, che racconta la fortuna di una dottrina che, tra alti e bassi, ha segnato indubbiamente e prepotentemente il secolo breve.

30 gen 2020

Proust: guida alla Recherche- Alberto Beretta Anguissola (Saggio - 2018 )

"Lì oggi i proustofili possono visitare la casa di Elisabeth Amiot, cioè di Tante Léonie; possono vedere la modesta chiesetta romanica col suo campanile corpulento e al tempo stesso slanciato; possono passeggiare lungo il fiume Loir (la Vivonne); possono, nei primi giorni di maggio, commuoversi risalendo per il sentiero fiancheggiato da grandi alberi di biancospino, sia bianco sia rosa. Possono, se hanno un'automobile, andare a visitare il castello di Villebon, modello di quello di Guermantes".


La guida che Anguissola, uno dei maggiori studiosi proustiani, ci regala è preziosa. Preziosa perché permette di orientarsi dentro quella cattedrale gotica, quella sinfonia romantica, che è la Recherche. Dopo aver accennato alla vita di Proust, alle sue opere minori e alla storia editoriale della Recherche, e dopo aver riassunto dettagliatamente il capolavoro proustiano, lo studioso si sofferma magistralmente sui temi più filosofici e difficili da esplorare. Dalle intermittenze del cuore al criptotesto, dalla definizione di uomo proustiano all'omosessualità, dal tempo alla memoria, dall'erotismo alla crisi del romanzo moderno. Il volume si conclude con una sequela di appunti sulle maggiori interpretazioni globali della poetica proustiana sciorinate nel Novecento.
Un piccolo manuale da consultare di tanto in tanto, per gustare velocemente significati sempiterni e, perché no, per rinfrescare la memoria.

9 gen 2020

Classifica: i più belli e i più deludenti del 2019

Eccomi all'inizio del nuovo decennio a commentare, come d'abitudine, l'anno ormai vecchio. Scivolato via velocemente, il 2019 è stato un anno senza scossoni particolari: lavoro, viaggi, qualche lettura in più, ritrovata e confermata serenità, uno sbandamento a la Stendhal vissuto a Berlino di fronte ai miei quadri preferiti; tutto come dovrebbe essere. Sì, è vero, qualche lettura in più rispetto agli ultimi anni scorsi, ho letto 27 libri, ma devo dire però senza scoperte particolari. Le letture belle ci sono state, penso ai testi su Proust, a Delitto e castigo, a Camus, eppure non sono state letture nuove. Mi è mancato il brivido della novità, l'eccitazione dell'inaspettato, dell'autore da approfondire, del racconto imprevisto e spiazzante. Speriamo nell'anno appena iniziato. Intanto, qui di seguito, l'elenco dei più belli che ho letto nel 2019:


Continuano le letture proustiane e inaspettatamente emozionante è stato il racconto degli ultimi anni di vita di Proust nei toccanti ricordi della sua governante Albaret. Dostoevskij e la sua profondità rappresentano il vertice dell'analisi psicologica dei personaggi, di quelli che toccano il fondo dell'infelicità e che con uno sforzo sovrumano tentano di risalire e di non soffocare. Ancora una volta devo citare in classifica Onfray e il suo libro dedicato allo scrittore e pensatore Camus. Con la sua penna e le sue posizioni, Onfray tratteggia un autore gigantesco. Immenso come La caduta, il romanzo sull'assurdo e sulla assurdità della vita, in cui Camus ci rivela un uomo senza scampo...

Non ci sono stati scritti veramente pessimi quest'anno da menzionare, anche se ho trovato un po' ripetitivi i saggi di Bressanini, nonostante lo ammiri molto come divulgatore scientifico. Una lettura lenta e a tratti noiosa, sebbene ne condivida il pensiero, è stata quella di Benatar, Meglio non essere mai nati, così come Morti favolose degli antichi di Baldi, malgrado la bellissima idea di fondo.

Ma il 2019 segna anche dieci anni di blog. E non posso non spendere qualche parola sul decennio passato. Sono stati anni di cambiamenti radicali, di rivoluzioni, di crepuscoli e di aurore, di atrofie, di scoperte anche. E in tutto questo tempo, oltre ai soliti Bufalino, Nietzsche, Onfray, sono due gli autori che mi hanno tenuto per mano, costantemente, caparbiamente. Devo molto a loro, a Proust, a Cioran, due fratelli spirituali che mi hanno permesso di decifrare il senso del dolore, il senso del non senso. Due autori che di certo anche per il 2020 frequenterò.

17 dic 2019

Cioran - Bernd Mattheus (Saggio - 2007)

"A partire dal 1989 i ritratti di Cioran mostrano un netto cambiamento, già prima del compimento dell'ottantesimo compleanno. Non sono tanto i segni dell'età impressi sul suo volto, quanto piuttosto l'espressione di una abissale e al contempo rigida tristezza. A mostrarsi all'obiettivo è un estraneo con l'identità di Cioran".

Mattheus, anche traduttore di Cioran in tedesco, che lo ha conosciuto ed è diventato suo amico, qui tratteggia un ritratto intellettuale del filosofo rumeno. Una bella biografia per capire l'opera del grande pensatore estremo; un pensatore che non ama i sistemi filosofici, che odia l'uomo, il mondo, Dio, che considera la vita una malattia la cui unica guarigione è l'estinzione.
È ripercorsa l’intera vita di Cioran. Dalle montagne che circondano il suo paese natio Rasinari, alle visite ai cimiteri, ai giochi con i teschi e le ossa, l'infanzia di Cioran è stata felice. Poi il passaggio dalla natura alla cultura nella città di Sibiu, dove frequenta il liceo e conosce la filosofia tedesca e la letteratura francese. E da quel momento la vita cambia, il pensiero della morte e del suicidio diventano un’ossessione, l'insonnia diventa insostenibile e scrive a soli 22 anni il suo primo libro, un capolavoro, Al culmine della disperazione. Dopo l'unica esperienza di lavoro, terribile, come insegnante liceale, hanno inizio gli anni Trenta e la sua vicinanza agli ideali nazisti, poi disconosciuti. Il suo trasferimento a Parigi, le sue lunghe pedalata in Francia, Italia, Inghilterra nella sempre crescente disperazione d'esistere. La storia di una vita con Simone Boué, quella con Friedgard Thoma, i suoi primi successi letterali, le sue idiosincrasie, le amicizie, la malattia, la morte.
Mattheus usa Cioran stesso come fonte, dai suoi libri e soprattutto dalla sua corrispondenza, di conseguenza il racconto si fa ricco di spunti riflessivi. Un lavoro rigoroso, e anche se mancano gli aneddoti curiosi, le chicche, la lettura è stimolante. Emerge il ritratto di uno scettico estremo, come recita il sottotitolo, un misantropo, ironico, nichilista, apocalittico. Cioran è un pensatore per disperati, per coloro i quali toccano la miseria umana con i propri polpastrelli, per quelli che raggiungono il culmine della disperazione e lo sentono nelle viscere.

30 nov 2019

Omeopatia - Roberto Burioni (Saggio - 2019)

"In fondo la prescrizione di una terapia omeopatica è più simile a un oroscopo che a una ricetta medica, e chi vende un preparato omeopatico - anche se ha preso una laurea in Farmacia - non è poi tanto diverso da chi vende un filtro d'amore per recuperare gli affetti perduti. In entrambi i casi quello che vi viene fornito è qualcosa che non ha alcuna dimostrata utilità e il massimo che potrà darvi è serenità e ottimismo dovuti alla suggestione". 

In un mondo sempre più confuso per via delle innumerevoli balle che circolano e in un mondo in cui sembra che lo spirito critico sia sempre meno forte, sono tanti gli argomenti su cui si è costruito un sistema che è poi diventato verità. È il caso dell'omeopatia. Ormai è certo che l'omeopatia sia una bufala, che sia una menzogna costruita nel tempo. Gli studi scientifici lo dimostrano senza ombra di dubbio, eppure ancora si avverte la presenza assillante di quei prodotti miracolosi. Nove milioni di italiani fanno uso di preparati omeopatici, lasciano che i loro portafogli si svuotino senza un perché. Ci sono persino medici che prescrivono tali preparati. Burioni non è nuovo alle battaglia contro l'ignoranza. Bugie, leggende, verità, come recita il sottotitolo, è un libro appassionato e appassionante, è una costellazione di storie e di personaggi. Come quella di Roy, un medico francese che maldestramente ha osservato delle bolle d'aria al microscopio e si è convinto che fossero oscillococchi (batteri inesistenti che però sarebbero nei granuli omeopatici che si usano come cura e profilassi). O come quella di Samuel Hahnemann, il padre dell'omeopatia che guariva senza niente di concreto, in un'epoca in cui curarsi con la medicina ufficiale (quella degli umori e dei salassi) era davvero rischioso. Coinvolgente il capitolo sulla memoria dell'acqua. Sembra che l'acqua abbia una memoria, ci sono studi che lo provano. Il lettore quasi si convince, e poi ecco arrivare la verità: era tutta una menzogna, frutto di manipolazioni e artifici, e l'acqua non possiede alcuna memoria. Il capitolo sui preparati che contengono (non è vero, ma così dicono) diluizioni di raggi solari (generici, d'Inghilterra, d'Australia), lunari, della nota FA, del vuoto cosmico, di luce di Saturno, di acqua diluita in acqua è davvero straordinario. Ma se è davvero tutta magia, si chiede Burioni, perché molti pazienti sostengono di stare bene quando utilizzano i medicinali omeopatici? È quello che si chiama effetto placebo, fenomeno conosciuto sin dalla seconda guerra mondiale, quando ai soldati si faceva credere che una sterile soluzione salina fosse morfina. Una suggestione insomma. 
Ma la scienza non è suggestione, e così il libro è anche un pretesto per parlare di chimica, in modo semplice però, e in questo modo capiamo cosa sia la legge di Avogadro e quindi di quanto la prolungata diluizione di un prodotto, come nei preparati omeopatici, dopo un po' non abbia più alcun effetto.
Eppure possono imparare qualcosa i medici seri dai medici che invece seri non sono? Sì, sostiene Burioni. I medici e i farmacisti che prescrivono medicinali alternativi e pozioni omeopatiche ascoltano i loro pazienti, dedicano loro del tempo, fanno in modo che si instauri un rapporto di simpatia e di empatia. Questo dovrebbero imparare i medici seri, quegli stessi medici che si rimbalzano i loro pazienti, che vanno sempre di fretta e non ascoltano le paure altrui.
In fondo quest'ultimo lavoro di Burioni è un libro di storia della società e della cultura, e quindi un libro sulla nostra società, su come lasciamo che ci ingannino, su come lo spirito critico non sia così presente. Parole che la dicono lunga sulla nostra inclinazione alla superstizione e alle pozioni magiche insomma, ma anche una lezione per ricordarci che, nonostante il progresso e le vittorie della scienza, siamo ancora lontani da un progresso in quanto specie umana.

19 nov 2019

Una vita con Cioran - Simone Boué (Saggio -1996)

"C'era una casa dove si poteva mangiare aperta a tutti gli studenti. Ed è lì che incontrai Cioran. Ricordo benissimo, era il 18 novembre 1942. L'avevo già notato, essendo molto diverso dagli altri, e poi era più vecchio della media degli studenti, aveva 31 anni. Ero in coda per andare a pranzo. Occorreva riempire un buono-pasto, segnare la data, il proprio nome e, quando si passava alla cassa, si doveva esibirlo. Lui, invece di attendere, è venuto accanto a me, chiedendomi quale fosse la data. Per questo la ricordo: era il giorno del mio compleanno. Mia madre aveva spedito una torta. Gli dissi il giorno, e poi dopo..."


Simone Boué, compagna di Cioran dal 1942 al 1995, anno di morte del grande filosofo tragico, in questa brevissima intervista rilasciata a Norbert Dodille ripercorre la sua vita insieme all'apolide metafisico. Ecco raccontata la dimensione domestica, concreta di un uomo che ha fatto a pugni con la vita, dello stesso teorico del suicidio come possibilità esistenziale. Scopriamo un Cioran che elogia il riposino pomeridiano, che segue una dieta biologica, che si cimenta in lavori di bricolage in casa, ma lo seguiamo anche nelle sue ossessioni quasi nevrotiche.
Ma in tutto questo emerge anche la figura di Simone, la donna della vita di Cioran, la donna che lo ha sopportato e supportato nelle sue quotidiane discese negli inferi dell'esistenza, che gli è restato vicino in quell'abisso chiamato Alzheimer e che lo ha visto morire. Una bella chicca che per chi in Cioran vede un nuovo Diogene che cerca la morte in un cimitero. 

17 nov 2019

La condizione umana - André Malraux (Romanzo - 1933)

"Sentiva tremare in sé la sofferenza fondamentale, non quella che scaturisce dagli esseri o dalle cose, ma quella che sorge dall'uomo stesso e a cui la vita si sforza di strapparci. Egli poteva sfuggirle, ma solo cessando di pensarla; e vi si tuffava sempre più, come se questa contemplazione atterrita fosse la sola voce che la morte potesse sentire, come se la sofferenza di essere uomo, di cui si impegnava fino in fondo al cuore, fosse la sola preghiera che potesse ascoltare il cadavere del figlio ucciso". 

Cina, marzo-aprile 1927. Alcuni rivoluzionari, operai guidati da comunisti, organizzano una rivolta a Shanghai prima che arrivi Chiang Kai-Shek del partito del Kuomintag, ancora alleato con i comunisti. Seguiamo quindi le vicende di questi ragazzi nella notte e nelle ore seguenti in cui organizzano la rivolta. Seguiamo specialmente le emozioni estreme di Kio fino al suo suicidio; di Cen e della sua tenerezza di fronte alla morte; di Ferral e della sua idea di donna oggetto; l'indifferenza di Clappique; la sensibilità e la trasformazione di Emmerlich; del russo Katov che offre, in uno slancio di umanità, il suo cianuro a due compagni prima di essere giustiziato. Una situazione storica che si fa esistenziale; la rivolta, la lotta, la morte. Quest'ultima in particolare è vissuta nella sua dimensione più attiva, nella sua ricerca attraverso la ribellione. Morire non vuol dire solo accettare la fine come rassegnazione, significa anche cercarla nella sua essenza, dando significato alla vita stessa. Ne è un esempio Katov che sarà ucciso, ma dopo che aveva dato la sua parte di cianuro a due amici terrorizzati perché era stato detto loro che sarebbero stati bruciati vivi.
È dunque il romanzo in cui l'impossibilità della comunicazione con l'altro diventa condizione esistenziale, di ribellione, che non può che avere un solo esito, la morte. Una tragedia, quella dell'uomo, che si consuma nella storia, come conseguenza dell'incomunicabilità. Anche volendo la semplificazione, anche desiderando la semplicità ogni cosa diventa complessa e complicata. Si ha l'impressione che tutto avvenga, nonostante la volontà di alcuni uomini che desiderano cambiare ciò che è. Non c'è spazio per il dover essere, l'essere è tragicità. Semplificare vorrebbe dire vivere meglio, realizzare un mondo di giustizia, ma realizzare quella semplificazione e quel mondo è impossibile. Tutto è necessariamente complicato e non può che essere così. E in questa condizione, anche se alcuni uomini lottano per il cambiamento, questi stessi uomini non sono in grado di trovare una sintesi che abbia il valore dell’universale, non sono capaci di capirsi...

16 nov 2019

Contro natura - Dario Bressanini, Beatrice Mautino (Saggio - 2015)

"L'intervento umano, che sia di semplice selezione, che sia invece volto a produrre le mutazioni o che, ancora, consiste nel prendere geni e spostarli artificialmente non si discosta poi molto da quello che avviene regolarmente in natura. Non stiamo cercando di dimostrare che questi prodotti siano innocui a prescindere, ma ci piacerebbe che venisse concesso loro il beneficio del dubbio, e che non fossero considerati colpevoli senza un regolare processo". 

I due autori, ormai famosissimi sui social, con questo lavoro sottolineano ancora una volta la discrepanza che c'è tra la scienza e la pseudoscienza, tra la cautela dello scienziato che si pone dubbi e non si esprime categoricamente se non ha prove e il marketing che, invece, senza dati e certezze spinge verso un indirizzo piuttosto che un altro. Come il caso dell'intolleranza al glutine su cui la scienza non si è espressa completamente, mentre c'è chi propone senza distinzione diete gluten-free; oppure il caso del grano Creso che, senza studi scientifici, è diventato il nemico numero uno dei sostenitori di diete naturali e biologiche. Su questa scia leggiamo anche della sciocca e fuorviante distinzione tra grani antichi e grani moderni. Il capitolo sulle carote viola, credute OGM, poi è spassosissimo. Così come il capitolo sulle mele e sui pregiudizi che si hanno sugli organismi geneticamente modificati è esemplare.
In una società in cui è passata l'equazione assoluta secondo cui ciò che è modificato dall'uomo è dannoso per la natura e per l'uomo stesso, un libro come questo offre una prospettiva differente, dell'analisi, dell'approfondimento, della ricerca caso per caso. Ed è solo in questo modo che possiamo districarci tra i semplici e sensazionalistici titoli giornalistici e le descrizioni scientifiche. Una volta si dibatteva tra verità di fede e verità di ragione, oggi si dibatte tra fake news e realtà di fatto. È il solito scontro tra emotività e razionalità.

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