Presentazione


Presentazione

Questo spazio è dedicato agli appunti, alle briciole di recensione irrazionali, che colgo, da lettore appassionato e spesso rapsodico, nei miei viaggi verso la lentezza e la riflessione. Briciole di recensione irrazionali dunque.

Briciole perché sono brevi, a-sistemiche, frammentarie, come un certo spirito moderno pretende. Non sono delle vere recensioni. Queste hanno uno schema e una forma ben precisa, mentre i miei sono più che altro appunti colti sul momento, associazioni d’idee, giudizi dettati dalle impressioni di un istante, da una predisposizione d'animo subitaneo, da un fischio di treno... E perciò li definisco irrazionali. Perché sfuggono da un qualsiasi schema predefinito, perché sono intermittenti, perché nella scelta di un libro, per via di una congenita voracità, spesso non seguo linee e percorsi definiti dalle letture precedenti, ma mi lascio trasportare dagli ammiccamenti o dalle smorfie di sfida che un libro sulla mensola della libreria mi lancia.

È un modo insomma di coltivare, di giocare, di prendere vanamente in giro la memoria, per conservare, catalogare e archiviare frammenti di ricordi e suggestioni che un giorno, magari, potranno farmi sorridere e, perché no, commuovere.

30 ott 2015

L'amore è un cane che viene dall'inferno - Charles Bukowski (Poesie - 1977)

"non spogliare il mio amore/ potresti trovare un manichino;/ non spogliare il manichino/ potresti trovare/ il mio amore.// lei mi ha dimenticato/ tanto tempo fa"

I versi di Bukowski, liberi, senza artifici retorici, lasciano trasparire l'assoluta sincerità del poeta. In continua lotta contro il mondo, messo ai margini da esso (e per scelta), il suo turbamento è esasperato, quasi parossistico. La sua sofferenza, dunque, nasce da un rapporto sempre distaccato con il mondo, ma al tempo stesso osservato con gli occhi di uno scienziato ubriaco e autocommiserato. Tutto sembra in superficie, a tratti fastidioso, eppure c'è qualcosa tra questi versi che nasconde brandelli di verità...
I personaggi sono sempre gli stessi, prostitute, alcolizzati, giocatori d'azzardo senza un quattrino, se stesso. Sono, in verità, brevissimi racconti, piccoli spaccati di vita quotidiana che puzzano di alcol e di sperma, fatti di erezioni e ossessioni.

25 ott 2015

La tentazione di esistere - Emil Mihai Cioran (Saggio - 1956)

"Coloro che non sanno trarre beneficio dalle loro possibilità di non-essere, restano estranei a se stessi: dei fantocci, degli oggetti provvisti di un io, assopiti in un tempo neutro, né durata né eternità. Esistere significa mettere a profitto la nostra parte d'irrealtà, significa vibrare al contatto del vuoto che è in noi. Al suo vuoto il fantoccio resta insensibile, lo abbandona, lo lascia consumarsi..."

Questi pensieri, più o meno lunghi e articolati, mostrano, e confermano, la lucidissima analisi che Cioran riesce a raggiungere nelle sue speculazioni. L'uomo, e il pensatore lo sa bene, non riesce a rassegnarsi. Naturalmente ha bisogno della rivolta; anche se si accorge che dietro i paraventi della vita c'è l'inutilità, c'è il non senso (e quindi sarebbe meglio rassegnarsi e beatamente dormire), l’uomo lotta e si rivolta, convinto che le proprie idee abbiano un velleitario fine. Siamo prigionieri del Tempo, non siamo capaci di saltare e liberarci, come se vivessimo nel delirio di un'attesa che ci spossa. Ecco che la storia diventa protagonista. Qui, o nel tentativo disperato di esserci dentro, anche gli stati e i loro spiriti nazionali vivono nelle pagine del libro. Francia e Inghilterra da una parte, già seduti nella storia, Russia e Spagna dall'altra, smaniosi di trovarvi posto; per esempio. Anche religioni come quelle cristiana ed ebraica hanno il loro cantuccio nella storia... Non mancano, infatti, le parole da dedicare ai divulgatori del cristianesimo. E se condanna san Paolo con espressioni feroci e schifate, esalta la figura di un Lutero che ha cercato di umanizzare una religione disumana.
Costellato di richiami alla filosofia orientale che predica la stasi e l'annullamento di sé, in questo gioiello di filosofia esistenziale (ma non diciamolo all'autore, magari l'etichetta non gli piace), Cioran sa quanto contraddittorio sia l'uomo. Oscillante tra la lucidità e la rassegnazione, tra la stasi e l'azione, l'uomo è figlio di un pendolo che detta rumorosamente il tempo e ha a disposizione solo un modo per vivere pienamente: nella sofferenza. Soffrire quindi, l'unico mezzo per rimediare al tempo e cogliere l'eterno.
Contro il romanzo e la sua verbosità, affascinato dalla solitudine dei mistici, Cioran si rassegna e scrive... E ci descrive un mondo, il mondo che abbiamo creato, grossolano, mostruoso. Allora le parole per raccontarlo si fanno amare, demolitrici. Ecco lo stile di questo libro.
Nell'esaltazione del nulla, del no, della solitudine, temi tanto cari quanto intimi, troviamo il vissuto del filosofo. Esistere veramente è saper dire di no, è assumersi la responsabilità del nulla, della morte, insomma della terribile ricerca di verità.

20 set 2015

All'ombra delle fanciulle in fiore - Marcel Proust (Romanzo - 1919)

"Avrei sorriso di compassione se un filosofo avesse formulato l'idea che un giorno, sia pur lontano, avrei dovuto morire, che le forze eterne della natura mi sarebbero sopravvissute, le forze di quella natura sotto i cui piedi divini non ero che un granello di polvere; che dopo di me ci sarebbero ancora state quelle scogliere arrotondate e convesse, quel mare, quel chiaro di luna, quel cielo! Ma come sarebbe stato possibile, come il mondo avrebbe potuto durare più di me, dal momento che non ero perduto in lui, poiché era lui ad essere chiuso in me, in me che era ben lontano da riempire, in me dove, sentendo lo spazio per ammassarvi tanti altri tesori, gettavo sdegnosamente in un angolo cielo, mare e scogliere?"

Il secondo volume della "Ricerca del tempo perduto" è suddiviso in due lunghi paragrafi: "Intorno alla signora Swann" e "Nomi di paesi: il paese". La prima parte vede come protagonista ancora una volta Odette de Crécy, la moglie di Charles Swann e madre di Gilberte Swann, personaggi già  nel primo volume. Qui, l'arte, o meglio la tensione verso essa, lo porta a scontrarsi con le diverse personalità che incontra nel suo cammino di aspirante scrittore. Così il deludente spettacolo della Berma, tanto osannato da tutti, le insoddisfazioni provocate dagli incontri con l'intellettuale M. de Norpois, sebbene in un primo momento lo avviliscano, saranno importanti per la sua crescita.
L'altro aspetto che campeggia è quello amoroso. Il racconto, infatti, continua la storia adolescenziale, ma non per questo meno preziosa, tra il narratore stesso e Gilberte, la figlia di Swann. Il giovane ottiene di frequentare a suo piacere casa Swann, di stare vicino a Gilberte, di osservare le abitudini di Odette. Conosce lo scrittore Bergotte, ammirato per i suoi romanzi, e assapora il gusto della creazione artistica. Ma è anche il momento della scoperta del dolore per un amore non corrisposto. L'incontro con Bergotte, il seguente stimolo alla scrittura, il distacco doloroso, progressivo ed estenuante da Gilberte, sono motivo per cogliere quanta raffinatezza analitica possiede Proust nello studio delle passioni umane.
Nella seconda parte, ormai quasi guarito dalla sofferenza per la rottura con Gilberte, il giovane decide di visitare, insieme alla nonna, Balbec, il paese tanto immaginato e desiderato nel volume precedente. Qui, però, il luogo dei suoi sogni, la sua cattedrale in particolare, non rispetterà le attese, e la delusione sarà forte. La sera si sposta a Rivebelle con il marchese Saint-Loup e frequenta il barone di Charlus (fratello del duca di Guermantes). Vede e conosce delle bellissime ragazze, diventano quasi un'ossessione. Fa di tutto per incontrarle e per conquistarle, fa di tutto per innamorarsi. Avverte questo bisogno d'amore, bisogno dettato dalla bellezza... Saranno le fanciulle in fiore che distrarranno il narratore dalle sue attenzioni verso l'arte; lo sviano persino dalle gioie intellettuali che il pittore Elstir gli sa procurare con il genio e la sensibilità artistica. Lentamente, con un processo quasi meccanicistico, il protagonista si innamora di Albertine, una ragazza un po' civetta, attenta ai modi e agli abiti degli altri, bella, con un neo sopra il labbro superiore. La quale, almeno per adesso, non lo corrisponde.
Come è facile notare, tra le due parti si apre una frattura e, allo stesso tempo, si coglie una ciclicità dei fatti. Persino nella luce descritta: se nella prima parte ci troviamo impregnati di spazi freddi e isolati, nella seconda, invece, siamo catapultati tra spiagge, caldo e confusione. E poi l'estate finisce.

È il grande capitolo della Recherche nel quale si scopre la passione verso l'arte e verso l'altro sesso;  la scoperta della sessualità, dell'erotismo, ma anche della fascinazione artistica, del brivido di fronte alla creazione. Capitolo immenso, dal sapore del meraviglioso, in grado di lasciare a bocca aperta innanzi all'ineffabile capacità di Proust di descrivere il dolore, l'amore e i ricordi.

12 ago 2015

Metamorfosi - Publio Ovidio Nasone (Poesia - 8 d. C.)

"Fuggii così com'ero, senza vesti: le vesti erano rimaste sull'altra sponda. Tanto di più lui mi incalzava e s'infiammava, e poiché ero nuda, gli sembravo più pronta. Così io correvo, così lui mi inseguiva spietato, come le colombe fuggono con ali trepidanti davanti allo sparviero, e come lo sparviero si avventa contro le trepidanti colombe".

Nel suo poema epico mitologico, tra i più belli che siano mai stati scritti, Ovidio ha raccolto quasi enciclopedicamente i racconti mitici dell'antichità greca e romana. I quindici libri dell’opera raccontano di miti che vanno dal Caos primigenio ai tempi di Cesare e Augusto. In questa suggestiva sequenza cronologica tutto è in movimento, tutto si trasforma. L'amore, la rabbia, l’invidia, la paura, la brama di conoscenza sono i motori che spingono dei e uomini all'azione, alla metamorfosi e, spesso, alla tragedia. La concupiscenza, in particolare, è la prima protagonista. È, se vogliamo, un'analisi delle passioni quella che fa Ovidio. Feroci passioni umane che ritroviamo identiche negli dei, e i vertiginosi amori o le furenti battaglie raccontate coinvolgono tutti i personaggi dai nomi di favole antiche. Così Euridice, Dafne, Alfeo, Aretusa, Ciane, Aci si possono senza troppa fatica accostare a Giove, Giunone, Bacco, Apollo, Venere, tutti sconvolti dagli stessi brucianti tormenti.
La forza delle immagini che Ovidio riesce a evocare luccica di luce soffusa, la natura descritta è meravigliosa, rigogliosa, colma di ninfe e di cacciatori. Un luogo incantato, un palcoscenico dove innamoramenti, odi, vendette trovano la loro dimensione metamorfica e mitica. Il mito quindi che spiega la natura, il nome di un fiore, di un fiume, di un albero... Ogni cosa è viva, lussureggiante, bisognosa di raccontare la propria storia, e allo stesso tempo, spesso, vittima della vendetta.

Un libro da sorseggiare, da assaporare lentamente per sentirne sulla lingua il gusto vellutato di ogni singola storia.

18 lug 2015

La ballata del carcere di Reading - Oscar Wilde (Poesia - 1898)

"Ma il dolore che lo soffocò al punto/ da spingerlo a quel grido così amaro,/ e il folle rimpianto, e i sudori di sangue/ nessuno più di me poteva conoscerli./ Perché chi vive più d'un'esistenza/ dovrà morire di più d'una morte".

Opera di denuncia contro la violenza, specialmente contro la pena di morte, il racconto poetico di Wilde è esempio di equilibrato connubio tra estetica ed etica, tra le parole eleganti dei versi e la riflessione sottile e provocatoria. Wilde, mentre è detenuto nel carcere di Reading, osserva un condannato a morte, reo di aver ucciso la moglie fedifraga, e, dentro le mura che gridano vendetta, si sofferma a pensare all'idea del perdono. In un crescendo che porta al patibolo, si seguono la storia e i tormenti mai eccessivi di un uomo del quale non conosciamo nulla e la seguente meditazione dello scrittore dal nauseante sapore religioso sul male e sul riscatto. E viviamo insieme al poeta-spettatore lo spettacolo atroce della morte.
Un gemito poetico davvero autentico.

14 lug 2015

Dalla parte di Swann - M. Proust (Romanzo - 1913)

“E prima che Swann avesse il tempo di capire e di dirsi: ‘È la piccola frase della sonata di Vinteuil, non devo ascoltarla’ tutti i ricordi del tempo in cui Odette era innamorata di lui, e che era riuscito a non vedere fino a quel giorno tenendoli chiusi nella profondità del suo essere, ingannati da quel brusco raggio del tempo d'amore che credettero ritornato, si erano risvegliati e, in un battito d'ali, erano risaliti a cantargli perdutamente, senza pietà per il suo sfortunato presente, i motivi dimenticati della felicità”.

Il primo capitolo di quell'unico e straordinario romanzo che è Alla ricerca del tempo perduto, con il suo valore introduttivo, ci catapulta in un mondo di ricordi e di emozioni dal valore assoluto. Suddiviso in tre parti, ‘Combray’,’Un amore di Swann’ e ‘Nomi di paesi: il nome’, nelle pagine del romanzo lo stile e la profondità vanno a braccetto; raffinatissimi, sublimi. Lasciano un senso di frustrazione, di incantamento e allo stesso tempo di dolcezza. E allora le immagini descritte durante un'intermittenza delle emozioni, del cuore come direbbe l'autore, brillano di luce abbagliante.
Così, nella prima parte, mentre il narratore, giovane protagonista, si rigira tra le lenzuola, involontariamente i ricordi magici della sua infanzia nel villaggio di Combray riemergono con un velo di malinconia; quindi il ricordo della mamma e del suo bacio della buonanotte, delle sue letture, della nonna, della zia, degli abitanti del villaggio, dei signori Swann, del loro parco. La rievocazione di questi ricordi è il pretesto per narrare la storia della sua famiglia, per raccontare delle passeggiate con Swann dalla parte di Méséglise, verso le proprietà dei Guermantes e il desiderio di poter partecipare a una festa insieme alla duchessa. Pagine straordinarie come le descrizioni dedicate agli odori e la parte in cui il narratore osserva due donne avere un rapporto d'amore misto a sadica necrofilia…
Nella seconda parte, 'Un amore di Swann', romanzo nel romanzo, il racconto si fa più dinamico. Leggiamo, con un flashback rispetto alla narrazione della prima parte, la passione straziante di Charles Swann per Odette de Crécy. Più che una storia d’amore, è la storia di una malattia, di un’ossessione: Odette, approfittatrice, viziata, disponibile verso altri uomini, fa innamorare l’elegante e sensibile Charles tanto da convincerlo, dopo tormenti e ombre, a sposarla. L'amore quindi è straziato, sofferente, in cui la gelosia domina sulle altre passioni. In tutto ciò è prezioso anche il racconto dell'antipatia reciproca tra Swann e Madame Verdurin, l'aristocratica amica di Odette, per sottolineare il contesto snobistico in cui i personaggi sono calati.
Dopo la parentesi della storia d'amore di Swann e Odette, nella terza e ultima parte, 'Nomi di paesi: il nome', il racconto riprende con i viaggi mentali che il giovane narratore sogna. Leggendo gli orari dei treni, l’immaginazione si sposta a Balbec, a Firenze, a Venezia e in altre innumerevoli città dai colori e dai paesaggi che il narratore, incantato, fantastica e brama. Ma, impossibilitato a viaggiare, il racconto si sposta in quei pomeriggi agli Champs-Elysées dove i battiti del cuore del protagonista accelerano: è qui che conoscerà Gilberte Swann, figlia di Charles e Odette, e se ne innamorerà.

A parte gli snervanti pettegolezzi riferiti dai protagonisti snob, siamo dinanzi a uno di quei libri dal valore universale. La grandezza di riflessione di Proust, indiscussa, si mostra in tutto il suo spessore soprattutto quando si sofferma ad analizzare i rapporti tra gli uomini e le loro diverse sensibilità. E quanta delicata dolcezza nei suoi sentimenti…

1 giu 2015

Sommario di decomposizione - Emil Mihai Cioran (Saggio - 1949)

"L'essere davvero solo non è quello abbandonato dagli uomini, bensì quello che soffre in mezzo a loro, che si porta dietro il suo deserto nelle fiere e sfoggia i suoi talenti di lebbroso sorridente, di commediante dell'irreparabile. I grandi solitari di una volta erano felici, non conoscevano la duplicità, non avevano nulla da nascondere: si intrattenevano soltanto con la propria solitudine..."

Libro travolgente, forse il più bello, quest’altro capolavoro di Cioran è un inno alla pace: alla rassegnazione. Stato da ricercare in modo totalmente differente rispetto a quanto finora quotidianamente e inautenticamente si fa, attraverso il dubbio e la negazione. In effetti, più leggo questo genio della sofferenza e della solitudine e più mi accorgo che il suo pensiero non sia originalissimo (ma a parte i greci chi può esserlo?), eppure le sue parole, il suo nichilismo, il suo spessore nascono dal supplizio, dagli abissi più profondi che un uomo possa provare: dal pensiero che nasce dall'inquietudine di trovarsi da solo di fronte al Nulla. Cioran ha vissuto ciò che scrive, ha bevuto fino all'ultima goccia la verità della realtà, della tristezza e del tormento. E il suo sentire esplode in autentica poesia filosofica, il suo pensiero ha provato la decomposizione, la putrefazione, ha toccato i suoi vermi con le dita. Allora tutto diventa chiaro nel paradosso: abbiamo solo il nostro lutto, la morte a consolarci. Ogni cosa si riduce a vanto, a vanità, l'uomo così diventa un essere infido, da tenere lontano, da emarginare. Il disincanto dovrebbe essere il futuro, l'uomo non merita di essere che spettro e insieme carogna. La soluzione pertanto si trova nella solitudine, nella sua pienezza, nella grevità del silenzio. Diogene è il modello, il cane; altro che la religione nata dalla croce! Tutto si riduce alla negazione dell'esistenza. Il pensiero della possibilità del suicidio si fa idea di salvezza, di stimolo per la vita. È in questa ottica che il nuovo installatore di dubbi elogia la malattia, l'apatia, l’inazione, l’indifferenza; gli strumenti che permettono di cogliere il vero, l'illusione, gli strumenti vitali e di resistenza nell'attesa del Nulla.
Contro i profeti, contro chi crede che la verità sia unica (la loro), è un libro di accuse, che nasconde però un certo tono da predicatore. Ma l'alternativa sarebbe stato il silenzio... Controcorrente, scettico, disincantato, notturno, distruttivo, il pensiero di questo figlio nietzschiano si scaglia contro ogni fanatismo, contro ogni volontà di vanità. L'umanità quindi, vanesia e invasata, è dipinta come bestialità; insostenibile. 
Cioran è un distruttore di certezze, un nuovo maestro del sospetto che analizzando se stesso rischia di essere un Montaigne contemporaneo. Ha scritto poemi in prosa lucidissimi, dove analisi e furia, oggettività e confessione si mescolano e l'universo si dispiega. Un vangelo prezioso, uno di quei libri da recitare a memoria davanti a uno specchio, da respirare lentamente, pagina dopo pagina, da inalare in ogni bacillo e contagiarsi della putrefazione che emana. E in questa devastante bellezza, è interessante notare quanto splendore ci sia nelle parole scritte di chi soffre, di chi vive in profondità la vertigine della tristezza. Quanta potenza nelle parole, nei sensi; anche se mitigate dall'ironia, Cioran sfiora e alle volte sfora le vette più alte della prepotenza.

Un pensiero difficilissimo da capire, perché difficilissimo da sopportare, come quando si fa carico del peso di tutto l'universo e allo stesso tempo si ha dolore alle spalle.

9 mag 2015

Diceria dell'untore - Gesualdo Bufalino (Romanzo - 1981)

"Bevvi, prima che le sue labbra, l'afa e l'odore del suo morbo, l'accolsi dentro i polmoni con un giubilo e un grido taciuto, lo stesso che accompagna, mentre cala, il pugno del matricida. E una volontà di distruggere, empia e allegra, mi formicolava nelle mani, mentre cercavo gli anfratti e le dune magre delle sue membra".

Non sono abituato alla rilettura, ma certi libri, certi autori, sebbene siano sempre in me, sebbene il tempo scorra e c'è un immenso da leggere ancora, devono essere, per forza di cose, riletti, riposseduti. E Bufalino è il primo tra questi; e ogni volta, inevitabilmente, mi regala qualcosa di nuovo. Ricordo la prima volta che lo lessi, il fulmine che mi colpì dietro la fronte e dietro il petto; ricordo il profumo barocco delle sue parole; ricordo il primo libro che lessi, il suo primo romanzo, e tutte le volte che l’ho riletto nelle diverse edizioni… 
Questo romanzo, straordinario, viscerale, vertiginoso, è il racconto di un uomo malato, nel fisico e nell'animo, che cerca l’illusione nell'amore verso una donna, anch'essa malata, dentro e fuori. Il tema dominante è dunque la morte, onnipresente, in ogni singola parola, in ogni singola goccia d'inchiostro. Ma il nero del lutto si contrappone alla luce accecante di una terra, la Sicilia, e di una stagione, l'estate, che nei colpi di sole ama l'enfasi e l'eccesso. Un ossimoro, dunque. Il silenzio della morte e la musica del sole, il lutto e la luce. Persino nel nome della protagonista, Marta, ricco di luce se vogliamo, si cela musicalmente il suo opposto, Morte. In questo gioco di specchi e di rimandi, di doppi e di equivoci, leggiamo parole di sogno, presentati come su un palcoscenico della memoria, in cui finzione e realtà si fondono in un gioco mirabile di parole barocche, senza le quali tutto crollerebbe. È un viaggio dunque, verso le profondità dell'Eros e del Thanatos, da cui nessuno dei personaggi può uscirne indenne.
Il racconto inizia con un sogno, si sviluppa con descrizioni che servono a calare il lettore in un ambiente di malattia e di fiele, che non preannuncia nulla di nuovo, nessuna salvezza. Poi c'è lei, Marta, l'amore e l'illusione del protagonista, la ragazza dai mille segreti. Siamo un anno dopo la seconda guerra mondiale, in un sanatorio siciliano, un'isola lontana e incantata. Qui un malato di tisi, sopravvissuto, infettato però dalla morte, racconta delle velleità della salvezza, le effimere passioni che illudono, contagiando con le sue menzogne e le sue dicerie di lutto gli stessi lettori, con una struttura circolare che non lascia spazio alla vita, semmai al sogno, alla notte e di certo alla morte. In quel luogo di riflessione il narratore e protagonista, sopravvissuto ancora per poco, incontra un medico, un frate, un bambino, un futuro suicida... E poi, come si scriveva, Marta, una nuova Morella, una nuova Fosca. Giovane, ancora bella ma malata di una malattia che le si è radicata nel cuore e nella memoria. Per scelta, per rassegnazione, senza passione, senza slanci emotivi si abbandona a un sogno, a un preludio di morte. E come tutti i sogni, presto finiscono su un letto e su un lenzuolo che diventeranno catafalco e sudario... quindi Eros e Thanatos che s’incontrano in una pagina dal tono antico, forte, intenso che ti entra fin dentro le ossa. Un Totentanz, insomma, una danza della morte, una collezione privata di morti, un museo di corpi inanimati, di fantasmi, di ombre.
Un libro di note, da leggere a voce alta, un poema il cui scopo è la vertigine, con i suoi rimandi e le sue citazioni condensate in frasi magiche dal sapore insieme antico e postmoderno. Un romanzo di formazione scritto da un anziano; un romanzo didascalico che cerca di educare tolstoianamente all’agonia e alla morte; troppo raffinato, eccessivo se vogliamo; una scrittura elegantissima, sublime, ricercata fino all'estremo per costruire una struttura di emozioni; studiato nei minimi dettagli al solo scopo di provare a dare un senso al flusso corrotto della vita; una pietra miliare della letteratura italiana del secondo dopoguerra. Codici e piani di lettura si sovrappongono fino a esplodere nella coerenza dell'antitesi, tra una macchia di sangue su un fazzoletto e i bacilli segnanti le labbra di Adelmo, tra un ballo su un palcoscenico improvvisato e una stanza d'albergo che diventerà luogo di delitto e camera mortuaria. Una partita a scacchi con il lettore, con i personaggi e con una spaventosa vittoria senza onori, dopo un sacrificio di Donna già annunciato sin dalle prime pagine, straziante.

Per molti motivi, se è possibile sceglierne uno, il mio libro preferito, da leggere e rileggere, da imparare a memoria. Una boccata d'ossigeno, uno sciroppo di tristezza dopo tanta inguaribile acqua...

25 apr 2015

Al culmine della disperazione - Emil Mihai Cioran (Saggio - 1934)

"Posso dubitare di tutto, gettare un sorriso sprezzante sul mondo: questo non mi impedirà di mangiare, di fare sonni tranquilli o di sposarmi. Nella disperazione, di cui si afferra la profondità solo a patto di viverla, questi atti sono possibili solo a prezzo di sforzi e sofferenze. Al culmine della disperazione, nessuno ha più diritto al sonno. Così, un autentico disperato non dimentica niente della sua tragedia, giacché conserva nella coscienza l'attualità dolorosa della sua miseria soggettiva".

Cioran aveva appena ventidue anni quando scrisse questo gioiello di profondità, affrontando già i temi esistenziali che caratterizzeranno la sua maturità: l’agonia, la solitudine, la lotta, la morte, l’insonnia, la disperazione, l'eternità, l'infinito come limite indefinito del non senso dell’esistenza. Scritto per evitare il suicidio, per far fronte all'insonnia che gli rendeva insopportabile la vita stessa, Cioran appare in tutto il suo anti conformismo, il suo nichilismo, la sua passione, il suo nervosismo, la sua crudezza. Qui, nella disperazione, al suo culmine, si può trovare lo stato d'animo che meglio si confà alla verità. E il non senso è il vero senso, l'esistenza come prova dell'insensatezza dell'universo. Il mondo, gli altri appaiono come ricettacolo di mediocrità e ogni cosa, la vita stessa, è irrazionalità, caos multiforme.
Un libro lirico che descrive l'uomo di fronte ai suoi parossismi, ai suoi limiti, alla sua solitudine. Nella profondità di un ragazzo dal pensiero così raffinato e allo stesso tempo così tragico è raccontata la sofferenza, quella filosofica, quella assoluta, quella abissale; in un libro che racchiude tutta la rabbia verso l’assurdità e che fa dell’elogio della melanconia e la fenomenologia della tristezza i capisaldi per una comprensione della sua e della nostra insensatezza. 
Un libro profondamente straordinario, una confessione sincera, abissale, una poesia sulla disperazione e sulla follia; anche se non mancano alcune generalizzazioni, come quelle sulla donna, opinabili e che fanno storcere un po' il naso.

Consigli utili: si astengano dalla lettura i possessori della vanità, i sani, chi cerca nella menzogna l'immediatezza del piacere, chi non vuole assumersi la responsabilità del proprio stare al mondo, i mediocri, i creduloni, chi crede che nella superficie risieda la verità, la cui esistenza si sviluppa priva di drammaticità, appagata dall’esteriorità.

5 apr 2015

Melchiorre Gioia - Nicola Pionetti (Saggio - 2015)

"Mentre Gioia era ancora in carcere arrivò l'importante duplice notizia: la sua dissertazione aveva vinto il concorso prevalendo su altre 52, e il filosofo poteva tornare libero: era il novembre 1797 e aveva trascorso in carcere 8 mesi. Con grande fretta riparò a Milano, dove fu accolto dalla Municipalità locale con tutti gli onori".


Melchiorre Gioia, precursore e fautore di un'Italia veramente moderna, è pensatore ai più sconosciuto. Il lavoro di Pionetti, il cui sottotitolo recita "Il progetto politico del 1796 per un'Italia unita e repubblicana”, ci offre la preziosa possibilità di conoscere la figura di un intellettuale ingiustamente trascurato. Un uomo dedito alla conoscenza, curioso, analitico, attento a non cadere nella rete dei dogmi, un estremista per l'epoca, polemista, eclettico; un uomo per il quale la filosofia deve avere un fine: l'impegno civile.
Nel libro non leggiamo solo dei fatti storici che hanno coinvolto la persona Gioia, leggiamo soprattutto il suo pensiero politico sviscerato nella Dissertazione che vinse il primo premio al concorso, bandito dall’Amministrazione Generale della Lombardia, che chiedeva “Quale dei Governi Liberi meglio convenga alla felicità d'Italia”. Fortemente influenzato dalle idee illuminate dei vicini francesi (interessanti i capitoli che mettono a confronto il piacentino con l’inglese Locke e il francese Montesquieu), secondo il radicalissimo Gioia, la Repubblica è l'unica forma di governo in grado di assicurare l'uguaglianza tra tutti i cittadini. L’Italia, inoltre, frammentata e debole, dovrà essere unita, ispirandosi alla Costituzione francese del 1795.
Il libro è ben scritto, ordinato e ben strutturato. Seguiamo il Gioia nella sua biografia e l'analisi della sua Dissertazione, testo appassionato, carico di ambizione e fervore giovanile, è attenta e chiarificatrice. Sullo sfondo si può cogliere l’occasione, anche, per scoprire la variegata Italia giacobina che si confrontava dopo le speranze seguenti la discesa di Napoleone (1796) con tutto il suo carico di idee rivoluzionarie che avevano già incendiato la Francia.

È un modo per ripercorrere i fermenti che ribollivano nell'Italia colta negli anni precedenti il Risorgimento, ma anche la Piacenza viva e letterata che dava possibilità culturali di notevole importanza. Insomma, un tentativo prezioso di far riemergere dall'oblio un pensatore già avanti per il suo tempo, ma oggi quanto mai moderno e attuale.

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