Presentazione


Presentazione

Questo spazio è dedicato agli appunti, alle briciole di recensione irrazionali, che colgo, da lettore appassionato e spesso rapsodico, nei miei viaggi verso la lentezza e la riflessione. Briciole di recensione irrazionali dunque.

Briciole perché sono brevi, a-sistemiche, frammentarie, come un certo spirito moderno pretende. Non sono delle vere recensioni. Queste hanno uno schema e una forma ben precisa, mentre i miei sono più che altro appunti colti sul momento, associazioni d’idee, giudizi dettati dalle impressioni di un istante, da una predisposizione d'animo subitaneo, da un fischio di treno... E perciò li definisco irrazionali. Perché sfuggono da un qualsiasi schema predefinito, perché sono intermittenti, perché nella scelta di un libro, per via di una congenita voracità, spesso non seguo linee e percorsi definiti dalle letture precedenti, ma mi lascio trasportare dagli ammiccamenti o dalle smorfie di sfida che un libro sulla mensola della libreria mi lancia.

È un modo insomma di coltivare, di giocare, di prendere vanamente in giro la memoria, per conservare, catalogare e archiviare frammenti di ricordi e suggestioni che un giorno, magari, potranno farmi sorridere e, perché no, commuovere.

14 gen 2019

Per Poe - Charles Baudelaire (Saggio - 1988)

"Poe analizza ciò che v'è di più evanescente, soppesa l'imponderabile, descrive, secondo una tecnica minuziosa e scientifica dagli effetti paurosi, tutto l'immaginario che avvolge della sua aura l'uomo nervoso e lo porta a perdizione".

Per anni ho cercato vanamente questo libro in ogni libreria che ho incrociato, e alla fine mi è stato regalato da una persona speciale che non posso non ricordare qui.
Raccolti per la prima volta gli scritti di Baudelaire dedicati a Poe, in questo prezioso volume di Sellerio si nota come i due immensi scrittori siano vicinissimi per profondità e sensibilità. Lo stesso Baudelaire lo sostiene più volte nelle sue pagine. Il volume contiene due saggi sulla vita, sulle opere e sulla poetica dello scrittore di Boston, diverse introduzioni ad alcuni racconti, stralci dalle lettere e dalle opere di Baudelaire. Infine, in appendice, Bufalino, lo scrittore comisano che ha curato l'edizione, ha aggiunto due poesie di Mallarmé dedicate a Poe e allo stesso Baudelaire.
Interessante notare come nel raccontare la disordinata e anticonformista vita di Poe, il poeta francese tratteggi, in contrapposizione, il carattere dell'americano medio, immerso nella sua repubblica e nei suoi denari. Emerge un Poe non americano dunque, nella filosofia, nella poetica, nella definizione del bello. Lontanissimo dall'idea che l'utilità debba primeggiare sull'idea di bellezza, Poe sembra più uno scrittore europeo.
Bellissima l'introduzione di Gesualdo Bufalino (e non poteva essere altrimenti). Attraverso le sue parole, quasi continuando l'onda che dagli Stati Uniti si è propagata fino in Francia, ci lascia un ricordo da conservare gelosamente, due fiori del male da annaffiare costantemente.

È un libro da collezionare, da annusare e accarezzare. Certo, il suo contenuto è ripetitivo e non nuovo, ma resta forte il sentimento che Baudelaire mostra nei confronti dello scrittore americano e il suo orgoglio nel ritenersene spiritualmente vicino.
A chi lo sa, grazie!

9 gen 2019

L'ordine libertario - Michel Onfray (Saggio - 2012)

"Rientrato a casa, appoggia il libro sulla tela cerata della tavola in cucina, lo sistema sotto il cerchio di luce della lampada a petrolio, lo apre e comincia a leggere. Mentre intorno il mondo scompare, lui entra direttamente in un universo che lo salva. Il libro raccoglie il mondo degli antimondi.
Quando legge, il bambino si tuffa nelle acque lustrali della cultura. Quando rialza la testa, alla madre mostra uno sguardo strano, stravolto, come quello d'un intossicato che ritorna alla luce, all'aria del mondo, alla vita, alla superficie".


"Vita filosofica di Albert Camus", come recita il sottotitolo, è un racconto che oscilla tra elementi di vita comune e pensieri straordinari, che fanno di Camus un modello perfetto di coerenza. Nietzschiano di sinistra, intollerante verso ogni forma di ingiustizia, edonista, esistenziale più che esistenzialista, libertario, anarchico, ferocemente contrario alla pena di morte, antitotalitario, il Camus di Onfray ci appare in tutta la sua squisita figura. Onfray, lontano da ogni pretesa freudiana, rivive negli eventi biografici il senso del pensatore francese, così legato alla terra e alla vita. Un filosofo che ha tratto la sua filosofia dall'esperienza diretta, praticando il mondo, rimanendo fedele all'infanzia, al padre morto in guerra, alla madre muta, alla miseria in cui ha trascorso la giovinezza. Camus è il pensatore che è, perché del suo essere concreto ne ha tratto insegnamenti filosofici veri.
Nell'analisi della sua vita e delle sue opere, la malattia (del corpo e dello spirito) e l'edonismo stanno a braccetto, si stuzzicano a vicenda in una dialettica felice e creatrice. Deciso e coerente, legato al reale e non all'idea, Camus si configura così come il giusto modello filosofico e politico da contrapporre a Sartre, il filosofo dell'opportunità e dell'ideologia.
In una prospettiva politica postnazionale e internazionalista, con il suo essere dionisiaco, esaltatore del corpo e del mondo, epicureo, mediterraneo, Camus vive con profondo dolore gli anni della guerra, dei lager e dei fascismi, ma allo stesso tempo, e con la stessa forza, odia i gulag sovietici e i massacri dettati dalla penna di Marx. Ecco perché è diventato il nemico di tutti, delle destre e delle sinistre.
In questa poderosa e brillante biografia filosofica, si ripercorre non solo la straordinaria forza di un uomo decisivo per il Novecento, ma anche una storia che ha abbracciato gli anni più tragici e turbolenti del secolo scorso. E dentro questa storia di contraddizioni, di brutture, di tragedie, Camus è riuscito a rimanere coerente con le sue idee e con la sua realtà, e a guardare al futuro proponendo soluzioni umane, concrete, ma purtroppo ancora lontane dall'essere realizzate.

7 gen 2019

Classifica: i più belli e il più deludente del 2018

Tradizione di questo blog vuole che con l'anno nuovo stili una classifica dei libri più belli letti nei dodici mesi passati. Mi ero promesso di leggere qualche libro in più rispetto lo scorso anno, e poco di più ho letto (20, di cui un paio ancora da commentare), ma con la sensazione, però, che si possa migliorare ulteriormente.
È stato un anno, il 2018, di viaggi, di nuove scoperte geografiche e culturali, di una serenità raggiunta e affermata che fa ben sperare.
Ma ecco la mia classifica:

2. Decadenza 

Sebbene sia stato l'anno di diverse letture landolfiane, tra chicche e piccoli gioielli (il racconto La muta su tutti), Proust e la sua ricerca conclusa rappresentano per me il meglio che lo spirito umano possa esprimere. Più che per l'ultimo immenso capitolo della Recherche, ritengo che, per bellezza e grandezza, meriti il primo posto in classifica il romanzo nella sua interezza. Un romanzo che di certo è ai vertici delle classifiche della storia della letteratura mondiale. L'ultimo libro di Onfray, invece, con le sue riflessioni mi ha accompagnato nei miei dialoghi interiori per tutto l'anno e non credo che nei prossimi il suo ricordo svanirà facilmente; ecco perché al secondo posto. Di Roth, lo scrittore statunitense morto proprio nell'anno appena trascorso, ho apprezzato lo spirito colto, letterario e analitico. 
Neanche stavolta ho letto libri da dimenticare, ma, sarà per l’aspettativa cresciuta in me e per la stima che ne ho, mi aspettavo di più da Una giovinezza inventata di Lalla Romano.

4 dic 2018

Mitologia delle costellazioni – Ian Ridpath (Saggio – 1988)

"Nel mito greco, Perseo era figlio di Danae, figlia del Re Acrisio di Argo. Acrisio aveva rinchiuso Danae in una segreta ben sorvegliata quando un oracolo predisse che sarebbe stato ucciso da suo nipote. Ma Zeus fece visita a Danae sotto le sembianze di un rovescio di pioggia dorata che, attraverso il lucernario della prigione, le cadde in grembo e la ingravidò. Quando Acrisio lo scoprì, rinchiuse Danae e il neonato Perseo in una cassa di legno e li gettò via in mare".

Per ciascuna delle costellazioni che sovrastano i nostri cieli, in questo libro è raccontata la loro storia mitologica. Ottantotto racconti d’altri tempi, che insieme alle stelle in un cielo di plenilunio, ci fanno sognare e ci fanno anche capire quanto bisogno di sicurezza abbiamo di fronte all'infinito e all'inspiegabile...
Le costellazioni, oltre ad essere spiegate da un punto di vista mitologico e astronomico, sono rappresentate nelle bellissime incisioni tratte da Atlas Coelstis del 1729 e da Uranographia del 1801.

2 dic 2018

Una giovinezza inventata – Lalla Romano (Romanzo – 1979)

"Per me il fascismo era un adolescente dalle mani fredde.
Camminava sghembo, a lunghe falcate, in margine ai portici di via Po, mi sorpassava, riappariva dall'altro lato, lanciando lunghe occhiate traverse. Io camminavo chiusa in me, tra lo sgomento e la compassione. Non che avessi paura perché Nino era fascista, ma perché lo sentivo disperato, persecutorio".

Ambientato negli anni Venti del secolo scorso, in una Torino malinconica e struggente, Lalla, giovane studentessa borghese, si iscrive alla facoltà di Lettere e presto avverte il desiderio di approfondire il suo talento per la pittura. Frequenta il maestro naturalista Giovanni Guarlotti e poi la scuola di Felice Caserati. In questo modo, attraverso la passione per l’arte, Lalla scopre la sua essenza e la sua educazione sentimentale. Spaesata, piena di interrogativi e turbamenti (ricorda Musil, oltre che Flaubert), l'autrice ci lascia un ritratto di sé (e della giovinezza) drammatico, attorcigliato, poetico anche, oscillante tra pensieri bui e disperati. Racconta i suoi primi rapporti di amicizia con le altre studentesse, i primi confronti con l’altro sesso, le prime segnanti delusioni d'amore che la portano alla disillusione e alla maturità. È un personaggio che sembra sperduto, che sente però il sogno di realizzarsi. Gli incontri, gli stimoli intellettuali diventano motivo di crescita. Una crescita che non è lineare nel racconto. Ogni episodio, infatti, sembra slegato dagli altri. Leggiamo di una ragazza che sincopaticamente alterna amicizie femminili a quelle maschili, docenti di Lettere a quelli di Filosofia, maestri di pittura ad altri. 
È un malinconico romanzo di formazione, insomma, autobiografico, in cui l’autrice racconta la sua passione per la bellezza, ma anche le sue paure miste alle dolcezza della giovinezza. Una giovinezza che ci consegna alla vita, a un percorso irrimediabilmente infelice. 
Con uno stile sorprendentemente asciutto, scevro da qualsiasi slancio poetico, è un libro autentico, inventato dalla memoria però, in cui la fantasia è invenzione della verità stessa. E la giovinezza diventa vera proprio perché proustianamente ritrovata.

26 nov 2018

Tre racconti - Tommaso Landolfi (Racconti - 1964)

"Ed era timido, quello sguardo, e al tempo stesso ardito; ardito in modo particolare, come di chi reagisca a un proprio sgomento, o meglio come... come mugolante, non trovo altra parola. Ah che vale? io mi confondo se tento di definirlo... Come muto, ma di qualcosa. Si può essere muti di qualcosa, come si è pieni o parlanti di qualcosa? Ebbene, il suo sguardo sarebbe stato muto di voluttà, di dolcezza, ma anche di pena, di presagio..."

Gli uomini, protagonisti di questi racconti, sono accomunati dall'imbarazzo che hanno nel palesare i loro sentimenti. Trovano sempre il modo di confessare il loro amore consapevole, ma sempre con estrema difficoltà e con esiti mai sorridenti. Come nel dostojevskiano La muta, il racconto più bello, in cui un cinquantenne, prima di essere giustiziato, ricorda in preda a violenti sensi di colpa il suo delitto: dopo che si era innamorato di una bellissima quindicenne muta, dopo averla fatta affezionare, dopo averla portata nella sua camera da letto, una notte, la uccide furiosamente con un rasoio. 
Nella Mano rubata, racconto in terza persona, durante una serata tra amici artisti, Marcello propone una partita a poker in cui i perdenti devono svestirsi o uccidersi. Marcello, alla fine riesce a vincere e tutti decidono di svestirsi, tranne Gisa, la bellissima donna di cui Marcello è innamorato e che desidera ardentemente e ossessivamente vedere nuda. Così, per evitare il suicidio dell’amata decisa a non svestirsi, Marcello propone alla ragazza di spogliarsi anche lui, nonostante sia il vincitore del gioco. 
Ne Gli sguardi, invece, un uomo anziano che ha abbandonato la moglie e i figli scrive un diario in cui confida il suo amore per Rossana, una ventiduenne barista neanche troppo bella. Rossana, nel frattempo, nel suo diario scrive del suo amore per l’uomo anziano suo cliente. Le due storie, in modo parallelo, procedono senza incontrarsi mai, neanche quando l’uomo si accorge dell’interesse nei suoi confronti della giovane Rossana. L’anziano, infatti, ritornerà dalla famiglia.

Nel rispetto dei grandi temi landolfiani che stanno sullo sfondo, questi personaggi sono infelici, costantemente inquieti; provano a ragionare usando una logica sopraffina, ma che di fronte agli impulsi amorosi si perdono nell'inconcludenza. Una logica che tradotta in parole è incapace di esprimere ogni cosa, di possedere la realtà, che non è semplice materia e semplice numero, ma anche emozione, spirito e impulso.

28 ott 2018

La leggenda dei monti naviganti – Paolo Rumiz (Saggio – 2007)

"Non conosco nessuna nazione che assista così passivamente alla morte dei luoghi. Lo si vede già dalla segnaletica, da come i cartelli dei paesi si mescolano a quelli degli ipermercati. Le frazioni, le alture, i ruscelli stanno perdendo il nome, ultimo presidio dell'identità. L'economia ha sostituito la topografia, le pagine gialle la carta geografica".

Se guardassimo l'Italia dall'alto, ci potrebbe sembrare che le sue catene montuose, le Alpi e gli Appennini, siano degli enormi massi galleggianti sul mare. Eppure questi massi, queste montagne sembrano essere lontani dai pensieri degli italiani stessi. In questo libro di viaggi, Rumiz racconta gli ottomila chilometri che ha attraversato tra le Alpi e gli Appennini dal 2003 al 2006, per cercare di recuperare un po' la storia di queste montagne e fissarla su carta e nella memoria collettiva, prima che l'incuria degli uomini sfasci ogni ricordo.
Il viaggio comincia nei pressi di Fiume, in Croazia, alla ricerca del punto di inizio delle Alpi. Parte dal mare, da una nuotata nelle acque dell’Adriatico. I cambi di paesaggio, tra una zona e un’altra, sono i protagonisti delle pagine, quasi a sottolineare l’universo molteplice che racchiudono in sé le Alpi. Il racconto si fa storia e microstoria: storia di soldati della Grande Guerra, storie di partigiani, storie di rivolte. È un racconto di incontri anche. Rumiz passeggia con Mauro Corona e, insieme, visitano il Vajont e la frana che ha causato la celebre tragedia del 1963. Poi, in Veneto, si arrampica, tra gli altri con Rigoni Stern sul suo Altopiano di Asiago. Il bellissimo incontro con un anziano Kapuściński a Bolzano, con De Stefani, con Bonatti. Non possono mancare le riflessioni sul paesaggio, sui fiumi, su come il deserto avanza mordendo e inghiottendo ogni cosa; ma anche sull'orgoglio dei bavaresi, sulla xenofobia degli svizzeri.
Gli Appennini poi, attraversati con una Topolino degli anni ’30 del secolo scorso. Un’avventura nell’avventura quindi, tra statali che si perdono tra le innumerevoli valli e gli altisonanti nomi di paesini, tra incontri imprevisti e violenti acquazzoni che si esauriscono in giornate di afa, fino a quando il viaggio finisce, come era iniziato, sul mare.
Due viaggi, lunghi, difficili, alla ricerca di un’Italia diversa, dimenticata, che sta sparendo. Montagne che conservano volti e storie antiche che sono identità e che sarebbe ingiusto dimenticare. Un libro che celebra tanta bellezza, ma che allo stesso tempo denuncia tanta incuria e tanto menefreghismo.

14 ott 2018

La caduta di Roma e la fine della civiltà - Bryan Ward-Perkins (Saggio - 2005)

"L'idea che la maggior parte del territorio romano venisse loro ceduto nel quadro di trattati formali, qual è formulata da certi storici recenti, è un puro e semplice errore. Dovunque si abbiano testimonianze di una certa ampiezza, quali quelle provenienti dalle province del Mediterraneo, la norma era indubbiamente la conquista o la resa alla minaccia della forza, e non un accordo pacifico."

L'idea di fondo dello storico inglese, contro l'idea ormai diffusa che nella tarda antichità sia avvenuta una transizione o un mutamento graduale dal mondo romano a quello medievale, è che con le invasioni barbariche ci sia stata una vera e propria tragica crisi, determinando la fine di una civiltà, di una grandissima civiltà come quella romana. Niente di graduale e pacifico insomma, niente integrazione tra barbari e civilizzati, come una certa tradizione storiografica propone. Il loro arrivo, invece, sotto forma di invasione e sostituzione, ha causato la frantumazione di un impero che non ha eguali nella storia dell'umanità. Invasioni che non sconvolsero solo l'impero d'Occidente, ma anche l'Oriente ne subì inizialmente gravi conseguenze. Con una sostanziale differenza però: Costantinopoli era protetta naturalmente dal mare e da imponenti mura difensive. Cosicché i barbari, senza capacità militari navali, via via e sempre più massicciamente spostarono la loro attenzione verso Occidente. Inondazioni di uomini che hanno causato un'inevitabile crisi economica, ma anche rivolte interne e conseguentemente una feroce crisi militare. Ecco perché schiavi e barbari, molto meno costosi, furono assoldati nell'esercito. L'integrazione dunque non ha avuto alcun ruolo in questa fase storica. Tutto ciò si evince facilmente, secondo Perkins, considerando le caratteristiche successive al crollo dell'impero romano, tra il V e il VII secolo: una drastica flessione demografica, un aumento della povertà, l'abbandono delle città e della cultura, la scomparsa del benessere. Per mezzo di moltissimi esempi ben documentati e descritti, leggiamo anche di come sia mutato l'uso della ceramica, della scomparsa della moneta dall'uso quotidiano, della drastica diminuzione della produzione alimentare; si assiste insomma alla fine di un livello di benessere e di raffinatezza che non si sarebbe più rivisto per molti secoli dopo.

Un libro, con tutte le dovute differenze storiche, per riflettere sul nostro presente, sulla fine della nostra civiltà...

23 set 2018

Alla ricerca del tempo perduto - Marcel Proust (Romanzo - 1927)

Molti anni fa, nell'arco di un mese e mezzo, divorai i sette volumi della Recherche colto dalla frenesia e dalla voracità di chi non si nausea facilmente delle parole raffinatissime di questa cattedrale di scrittura. Ricordo quelle settimane come quando si ha la febbre, una smania mista a brividi, uno stato di esaltazione. Ma quella frenesia non mi permise di trattenere il ricordo della storia narrata. Una valanga di parole, di personaggi, di emozioni si riversarono in me; questo mi rimase di quella febbre e poco altro. Non potevo non riprende la ricerca, anni dopo.
Anche se Proust è scrittore del noi, dell'universale, e io, invece, amo i pensatori dell'io, del singolare, le sue analisi brillano e danzano vertiginosamente. E in quel suo essere universale mi ritrovo. La gelosia, la sofferenza, la sessualità sono analizzate in modo viscerale, ma più di ogni cosa è il tempo, il tempo perduto, (quello passato e anche quello sprecato), l'assillo dell'autore e di Marcel, narratore e protagonista.
Romanzo che potrebbe essere definito di formazione, psicologico, sociologico, filosofico, in un continuo sviluppo che alla fine si dimostra perfettamente circolare, si dipana in un universo pessimistico costellato di illusioni e delusioni, ma che conserva un assaggio di verità e speranza. Se i nostri occhi si illuminano perché possiedono quella luce proiettata dalla fiducia, prima o poi si annebbieranno dalle lacrime di dolore bagnate dalla realtà. Eppure, solo alla fine, si può cogliere il vero, quando improvvisamente tutto ritorna all'origine del romanzo stesso, solo quando i sogni, gli amori, tutto quanto può far sentire felice un uomo sarà disatteso dalla verità e dal non-senso, solo allora si coglie un attimo di miraggio... In effetti (se nei primi due volumi è descritta l'infanzia e l'adolescenza del narratore, nei successivi due sono narrate le sue esperienze mondane, mentre nel terzo dittico l'amore drammatico per una donna), soltanto nell'ultimo volume è definita tutta la storia e il suo significato più profondo: il tempo distrugge ogni cosa, l'infanzia, le gioie, provoca morte e lutti, ma è grazie alla memoria, soprattutto la memoria involontaria, che si possono aprire i cancelli di una possibile salvezza. Memoria che deve essere spiegata attraverso l'arte, la letteratura, e così rendere il passato perduto ancora presente, ancora vivo, ancora carico di ulteriore senso.
La vocazione letteraria, la seduzione dell'aristocrazia, l'omosessualità, il ricordo dei primi anni, le descrizioni di una donna, di un paesaggio o di una chiesa talmente raffinate e deliziose da lasciare senza fiato, quelle sublimi pagine legate ai palpiti del cuore quando da un profumo, da un'immagine, ad un tratto, si risveglia un ricordo lontano e lo si recupera sono alcuni degli elementi che fanno di questo romanzo una sinfonia monumentale, in cui l'amore, la gelosia, la memoria e il lutto sono i suoi movimenti. Una simmetria perfetta, come una sinfonia con i suoi temi principali incorniciati tra contrappunti e variazioni. Proust con occhi da pittore dimostra quanto, attraverso una sensibilità fuori dal comune, si possano scavare e illuminare le ragioni del cuore e del dolore, diventando così maestro dell'analisi della natura dell'animo umano. In un connubio perfetto tra analisi scientifica, psicologica e parola poetica, la Recherche ci regala la metamorfosi che l'esistenza e il mondo subiscono nel tempo. Un tempo che non è affatto lineare, bensì circolare, che si avviluppa e ritorna. Le sue parole, nella loro malinconica dolcezza, mi ricordano l'adagietto di Mahler.
Bisogna sapere cosa sia la sofferenza per capire fino in fondo Proust, così come bisogna possedere una certa quota di sensibilità. Proust è un gigante, figlio di secoli che nel tempo hanno limato lo spirito umano e l'hanno educato alla sensibilità e all'eleganza. Noi non possiamo non essere, a nostra volta, figli di questo gigante e, con tutti i nostri limiti, della sua ricerca di perfezione.
Se sette volumi per un romanzo possono sembrare eccessivi, se possono sembrare verbosi ed economicamente superflui, non si può capire cosa vuol dire cogliere e perdersi nell'odore sublime del fiore della perfezione. E sono felice, perché so che tra qualche anno potrò ancora rivivere vecchie e nuove emozioni rileggendo uno dei libri più importanti della storia, uno dei più belli.

12 set 2018

La filosofia del marchese de Sade - a cura di Natale Sansone (Saggio - 2014)

"La sua filosofia è un invito a pensare l'essere umano senza reticenze, a ciò che è stato finora e a quel che potrebbe divenire. Per la nostra epoca Sade è quasi un monito, oppure uno sprone verso soluzioni diverse di quei problemi che egli aveva posto in rilievo. Cosicché mantiene ancora tutta la sua attualità l'esortazione di Blanchot a non sottovalutare e a non trascurare il pensiero di Sade, il quale, seppur originatosi da un personaggio camaleontico, imprevedibile e insopportabile, rappresenta pur sempre un vertice del pensiero moderno".


Il volume, che raccoglie diversi saggi di autori italiani sulla figura e sull'opera tanto controverse del marchese de Sade, cerca di dare, ancora una volta, dignità filosofica al pensiero del filosofo francese. L'opera dello scrittore e dell'illuminista è spesso considerata come mera pornografia, una bizzarria pseudoartistica figlia di un tempo in cui l'originale e la perversione erano sinonimi di moda. Ma, in verità, non è così. E questa raccolta cerca di dare una dimensione filosofica e di spessore a un autore che si è trovato di fronte a temi di assoluta profondità esistenziale. Ripercorrendo attentamente la sfortuna e la fortuna delle interpretazioni sul divin marchese, emerge un Sade estremo che ha portato ai limiti l'esaltazione della natura, la polemica antireligiosa e il sovvertimento politico. In queste pagine si cerca di capirne la filosofia prescindendo dalla biografia, per evitare di cadere negli stessi errori interpretativi che hanno segnato la disgrazia del senso filosofico del marchese.
Autore di un catechismo ribaltato, di una pedagogia mascherata, in cui la materia non lascia spazio allo spirito, in cui il vizio è inevitabilmente più attento alla felicità che all'infelicità  della virtù, in cui non esiste alcun Dio, Sade si propone dunque come un antesignano dell'opera nietzscheiana. Un filosofo esistenziale pessimista ante litteram (anticipatore di Heidegger) nonostante l'ottimismo illuministico, che oscilla tra contraddizioni e verità. Ma in questa dimensione nichilista, che cerca di distruggere con lo strumento più estremo che possiede, la ragione, ogni valore che mortifica il corpo e il piacere, Sade cerca anche di costruire un nuovo modello in grado di capovolgere i vecchi schemi morali e facendo professione di fede di immoralità.

Un libro che restituisce dignità al pensiero sadiano, nonostante alcune contraddizioni, alcuni paradossi, molte sue pagine sgradevoli e noiose, ma anche estreme nella loro dimensione esistenziale.

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