Presentazione


Presentazione

Questo spazio è dedicato agli appunti, alle briciole di recensione irrazionali, che colgo, da lettore appassionato e spesso rapsodico, nei miei viaggi verso la lentezza e la riflessione. Briciole di recensione irrazionali dunque.

Briciole perché sono brevi, a-sistemiche, frammentarie, come un certo spirito moderno pretende. Non sono delle vere recensioni. Queste hanno uno schema e una forma ben precisa, mentre i miei sono più che altro appunti colti sul momento, associazioni d’idee, giudizi dettati dalle impressioni di un istante, da una predisposizione d'animo subitaneo, da un fischio di treno... E perciò li definisco irrazionali. Perché sfuggono da un qualsiasi schema predefinito, perché sono intermittenti, perché nella scelta di un libro, per via di una congenita voracità, spesso non seguo linee e percorsi definiti dalle letture precedenti, ma mi lascio trasportare dagli ammiccamenti o dalle smorfie di sfida che un libro sulla mensola della libreria mi lancia.

È un modo insomma di coltivare, di giocare, di prendere vanamente in giro la memoria, per conservare, catalogare e archiviare frammenti di ricordi e suggestioni che un giorno, magari, potranno farmi sorridere e, perché no, commuovere.

8 set 2011

Sigmund Freud - Ludwig Marcuse (Saggi - 1956)


"I più celebri irrazionalisti tedeschi, Novalis, Schopenhauer, Nietzsche, Freud, furono soprattutto adoratori della ragione. Non lo si nota, perché gli illuministi classici trascurarono i continenti oscuri; da allora sembra obbligatorio definire l'illuminista come uno che ignora le zone oscure della coscienza e il romantico come uno che ne ignora le zone chiare. Freud vide in quell'oscurità, la descrisse, la misurò, la trovò possente, e fu adoratore del sole, un credente nella ragione".

Ludwig Marcuse (da non confondere con Herbert, altro freudiano) con questo studio cerca di definire un profilo psicoanalitico del padre della psicoanalisi. Il ritratto che ci dà, per ovvi motivi, ormai non ci sorprende. Timido, nevrotico, musone, epicureo, filosofo e scienziato insieme, moderato, Freud è combattuto tra la libertà della libido e il conformismo borghese; tra l'Es e il Super-Io. Molti curiosi aneddoti biografici servono, chiaramente, all’autore per sostenere e definire le sue tesi, allo stesso modo sfrutta la propria notevole cultura - che si evince dalle continue, curiose, appropriate citazioni disseminate nei saggi. Cerca di inquadrare Freud e la psicanalisi in un contesto storico preciso, di accostarlo ad autori e filosofi che prima di lui avevano intuito la possibilità di un inconscio non metafisico, cerca persino di avvicinare il concetto di angoscia di Freud a quello di Kierkegaard.
Molte notizie e interpretazioni, se forziamo un po’ l’analisi, collimano con quelle di Onfray, senza però mai sfociare nella denigrazione. Marcuse è uno studioso che venera Freud, si intuisce senza sforzo, ma che allo stesso tempo si riserva la possibilità di criticarlo.
Commento brillante su Freud, da leggere con gusto, tuttavia oggi non più originale.

7 set 2011

Piccolo testamento - Gabriele Dadati (Romanzo - 2011)


"Io alzavo ogni tanto lo sguardo dai fogli e lo posavo sui tetti del centro storico da una prospettiva vertiginosa di cui non avevo mai fatto esperienza prima. Vittorio aveva l'abitudine di tenere gli occhi socchiusi mentre mi stava a sentire in silenzio. Tutto questo era una liturgia".

Una spocchiosa notte insonne, la ressa dei ricordi di un carissimo amico morto da poco, la passione per la scrittura, l'amore finito per una non dimenticata Marta.
Scrittore a tratti acerbo ma promettente...

6 set 2011

Giocatori - Don DeLillo (Romanzo - 1977)


"Pammy dovette posare il sacchetto di frutta per aprire la porta. Si ricordò di che cosa l'aveva turbata, una vaga presenza. La sua vita. Odiava la sua vita. Era una cosa modesta, però, una piccola seccatura. Tendeva a dimenticarla. Quando cercava di ricordare che cosa le era frullato per la testa, le bastava capire di cosa si trattava ed era contenta che non fosse qualcosa di peggio". 

Sebbene per me la monotonia e il suo compagno, l'ordine, siano gli unici rimedi, gli unici strumenti di sopportazione, seppur illusori, al devastante caos della vita, le raffigurazioni della banalità della monotonia mostrati dallo scrittore americano, di origini italiane, possiedono un che di profetico, quasi apocalittico; un che di insopportabile. Il romanzo vuole essere, di fatto, un affresco del disagio e della nevrosi della società contemporanea statunitense. E l’attenzione verso il tema dell'alienazione, del diventare altro, espresso nella dissacrante messa in scena delle quotidianità del mondo moderno, ha di certo un’andatura postmoderna. 
In una confusionaria New York sullo sfondo, Lyle e Pammy, una coppia di sposi, vivono una vita normale, moderna, socialmente accettabile. Ma è una vita dove domina la routine, dove ogni cosa è misurata, e li porta a essere calcolatori, attenti alla precisione e ai numeri; che li porta all'insoddisfazione. Stanchi e annoiati, come in un gioco di disalienazione, Lyle troverà un'amante e, interessato a un attentato terroristico a cui aveva assistito, diverrà agente dell'FBI e, contemporaneamente, di un gruppo terroristico; mentre Pammy deciderà di partire con una coppia di gay diventando l'amante di uno dei due.
Il racconto della consuetudine, della quotidianità dei protagonisti (immagino volutamente) è scialbo, a momenti quasi noioso. La scrittura invece è scorrevole, a tratti nervosa, soprattutto quando l'autore vuole descrivere le nevrosi della velocità cui l'uomo contemporaneo è assillato. I colori delle sensazioni dei protagonisti, specialmente quelle erotiche, sono le parti più intense e gustose del romanzo.

Un altro postdatato grazie.

3 set 2011

Essais - Michel de Montaigne (Saggi - 1595)


"Dipingendomi per gli altri, mi sono dipinto con colori più netti che non fossero i miei primitivi. Non son tanto io che ho fatto il mio libro quanto il mio libro che ha fatto me, libro consustanziale al suo autore, di un'utilità personale, membro della mia vita; non avente per fine l'utilità di terzi ed estranei, come tutti gli altri libri. Ho forse perduto il mio tempo ad essermi reso conto di me tanto continuamente, tanto accuratamente? Di fatto, quelli che si ripassano solo mentalmente e oralmente, di tanto in tanto, non si esaminano né si penetrano così compiutamente come colui che fa di ciò il proprio studio, la propria opera e il proprio mestiere, che si impegna a un'annotazione costante, con tutta la sua fede, con tutta la sua forza".


Alcuni autori, alcune opere sono e resteranno immortali. Montaigne e la sua opera si trovano, senza alcun dubbio, nella schiera di quei classici che tutti dovrebbero conoscere; un classico che difficilmente smetterà di essere attuale. Siamo di fronte a un’opera capitale, a una delle espressioni più autentiche che la filosofia ha potuto concepire. Non è facile scrivere o prendere appunti in poco spazio su un'opera monumentale come questa. Due volumi di circa 800 pagine ciascuno, di saggi densissimi - parecchi sublimi - che discorrono dei temi più disparati: della vita e della morte, delle malformazioni fisiche e di quelle intellettuali e caratteriali, delle virtù e dei vizi… Dalle malattie personali di Montaigne, dalle sue esperienze di vita (dolorose o felici), dai suoi studi, scaturisce l'intimissima introspezione, il ragionamento chiaro e distinto che il francese ha trascritto per innalzare la filosofia su vette di assoluta freschezza e sublimità. 

Il filosofo visse in una Francia devastata dalle guerre di religione, mentre era stata da poco scoperta l'America, e il peso della storia non si può non avvertire. Ecco che allora la grandezza di Montaigne tuona nella sua originalità. Se relativismo e tolleranza diventano principi assoluti, scetticismo, stoicismo, epicureismo diventano i maestri di vita da cui prendere esempio. 
Coltissimo e appassionato di storia (come del resto i suoi non nascosti maestri, Plutarco e Seneca), capace di definire i suoi pensieri attraverso efficaci esempi storici, Montaigne studia se stesso per studiare l'uomo, eppure non è così categorico da assurgersi a modello universale. Sincero, intimo, umile, libero, è un uomo che conosce i propri limiti (e su cui scherza), e non pretende di essere l’'uomo'. 
È naturale che nelle sterminate pagine dei saggi piccole contraddizioni, fulminanti paradossi, compaiano e squarciano in due il nostro pensiero. Rapsodico, frammentario, il filosofo illumina le sue contraddizioni - e quindi quelle dell'uomo - in modi che non mi scandalizzo a definire modernissimi, addirittura postmoderni. Reputo il palesarsi della contraddizione, e il palesarla consapevolmente, sinonimo di piena grandezza. Non è l'uomo una summa di contraddizioni? Non è la vita stessa un paradosso? Sarebbe poco onesto se rispondessimo negativamente.
Anticipatore di idee illuministe - evidenti nel tema del valore del dubbio, nella descrizione dei limiti teoretici dell'uomo, nell’amore per la conoscenza, nel distacco critico dalle assurdità della religione (certo la fede in Dio è forte, ma questo non vuol dire per Montaigne che questa debba necessariamente essere sinonimo di assoluto assoggettamento, anche perché se, oltre l'odio, la guerra, i massacri, il cristianesimo ha conseguito un risultato, di certo lo scorgiamo nello stimolo che ha portato scrittori e filosofi a considerare compiutamente temi quali la tolleranza e il relativismo) -, il capolavoro di Montaigne, con confessioni intime e per nulla presuntuose, nel piacere della lettura ci lascia una sensazione di smarrimento, di placido spavento. Si avverte uno spessore spiazzante, come se ci trovassimo davanti a una miniera di diamanti.
Due parole sullo stile. Se la freschezza della classicità si trova nella straordinaria conoscenza della storia romana, nello stile, nel richiamo esplicito a Plutarco, Seneca, Orazio, Cicerone, Epicuro, la modernità si trova nella struttura, nelle idee, nel profondo relativismo. Le pagine più belle, ovviamente, sono quelle in cui lo stesso filosofo si racconta. Alcune sono da imparare a memoria!

Per fortuna esistono libri di tale spessore.

31 ago 2011

Gesù - Paolo Flores d'Arcais (Saggio - 2011)


"A metà del primo secolo, e fino alla normalizzazione inaugurata dagli imperatori del IV secolo, il caleidoscopio dei cristianesimi è un'autentica Babele, lussureggiante di teologie inconciliabili. A prevalere, oltretutto, non saranno quelle più radicate nelle origini storiche, né le più 'logiche'".

Libro di reazione e di natura divulgativa contro i libri che l'attuale papa Ratzinger ha dedicato alla figura di Gesù, è di reazione anche contro tutta la tradizione cristiana che fa derivare la Verità da un impasto di menzogne e voluti silenzi ormai riconosciuti dalla maggioranza degli storici. 
Certo, questo non è un libro per tutti. Accettare 'L'invenzione del Dio cristiano' (il sottotitolo del pamphlet), dopo millenni di raffinatissime pedagogie improntate su una religione che nascerebbe da falsità e costrizioni, non può che destabilizzare, provocare sgomento e smarrimento. L'indagine del filosofo friulano è soprattutto storica e storiografica, oltre che filologica e logica. Gli argomenti che tratta sono diversi, ma in sintesi si può riassumere il libro nel dire che Gesù, ovviamente (anche se per la maggioranza non è così), non è stato il Messia, bensì solo un profeta apocalittico, i cui discepoli, alla sua morte (senza resurrezione), si scissero in comunità in contrasto tra loro, fino alla definitiva vittoria della dottrina paolina. Nulla di nuovo!
È però bene, per chi cerca la verità nei fatti, divulgare, esprimersi, polemizzare.

30 ago 2011

L'incredibile storia di un cranio - Giuseppe Bonaviri (Romanzo - 2006)


"A guardarla, la luna pareva si stesse gonfiando nel suo interno fiato astrale. Porporina disse: - Jehova, facciamo di noi stessi una sola persona fuori da ogni tempo. Quando i due amanti si unirono e il tempo si sfigurò in tanti punti-eventi, la luna assieme a loro fiottò".

Una Sicilia meravigliosa, magica come le parole usate per descriverla, la presenza costante di un vento sognante che aleggia sulle pagine soffuse d’un odore metafisico, un gruppo di scienziati geniali e malinconici; gli elementi base di un cocktail dal sapore incantato.
Un gruppo internazionale di scienziati lavora in un centro di biologia negli Stati Uniti, sperimentando e fantasticando clonazioni, innesti tra fiori e piante sugli uccelli, manipolazioni di DNA. Tra i personaggi, i principali sono Porporina, catanese, e Jehova, cretese. I due sono innamorati, tra loro, del loro lavoro, della natura. E sentono, insieme agli altri ricercatori, il bisogno di trovare la formula armonica (e mefistofelica) della fusione con cui mondo minerale, vegetale e animale possano essere la perfezione, una cosa sola. Al gruppo si unisce Iside (attenzione ai nomi dei personaggi, rivelano le loro qualità e i loro caratteri), un'altra singolare scienziata che tiene gelosamente nascosto un cranio umano di cui si era innamorata. Il teschio di Toto, così sono chiamate le ossa di un probabile soldato siciliano morto in Africa durante la guerra del '40 - '45, è un'attrazione quasi morbosa per Iside. C'è un che di necrofilo, di orgasmico in questo rapporto. Comunque, i tre amici e tutta l’équipe decidono di clonare Toto e di farlo partorire dal ventre di Iside. Per realizzare l’abominevole parto, sommeranno le loro conoscenze e i loro sogni e dal miscuglio di cellule d’uccelli, di polvere di stelle, di fiori e cellule umane - la somma tra il cielo e la terra - nascerà un mostro. Data alla vita la creatura, la storia si sofferma e si completa su Jehova, sul suo viaggio nel Mediterraneo, sulla sua malinconia e i dubbi sulla sua scoperta scientifica.

I capitoli brevissimi, lo stile classico e trasognato, gli evidenti richiami a Dante, a Boccaccio, alla mitologia, al romanzo epico e picaresco, l’inebriante erotismo, le spiazzanti note autobiografiche dell'autore disseminate su tutto il romanzo, ubriacano felicemente il lettore. E non è un caso che più che la storia, colpiscano le descrizioni dei paesaggi, delle sensazioni dei personaggi, degli amplessi. 
Giuseppe Bonaviri, un altro siciliano da scoprire…

29 ago 2011

Il caro estinto - Evelyn Waugh (Romanzo - 1948)


"Il corpo sembrava molto più piccolo del vero, ora che, per così dire, era liberato dal tenace involucro della mobilità e dell'intelligenza. Ed il volto con gli occhi obliqui e spenti - il volto era proprio orribile; senza età come una tartaruga e così inumano; una caricatura oscena e sghignazzante nella sua stolida truccatura, di fronte alla quale la maschera diabolica che Dennis aveva visto appesa al cappio diventava un giocoso ornamento; qualcosa che uno zio avrebbe potuto mettersi sul viso per la festa di Natale". 

Può una storia semplice, non propriamente geniale, carica di pregiudizi e stereotipi mettere il lettore in condizione di pensare a uno dei tempi più grandi dell’esistenza, come la morte, e al ruolo che può giocare il grado di civiltà di una nazione sui costumi di un popolo? Waugh evidentemente ci riesce. 
Dennis Barlow, un poeta inglese non del tutto affermato, lavora felicemente in un cimitero per animali a Los Angeles. Trovato suicida un amico, il poeta, che fino allora aveva conosciuto la morte indirettamente, scopre i 'Boschi Mormoranti': un'organizzazione funeraria che si occupa dell’estetica dei cadaveri per renderli decorosi agli occhi dei familiari. Nel descrivere l'istituto, Waugh con fine sarcasmo vuole mettere in rilievo quanto ridicola sia l'attenzione dell'uomo civilizzato, specialmente statunitense, per le cerimonie funebri. I dettagli insignificanti riportati e sezionati dal romanziere hanno non solo il fine di fare sorridere, ma anche quello di rendere esorcizzabile la paura della morte. Dennis è affascinato dalle maniacali concentrazioni dell'organizzazione, ma più di tutto a incantarlo è Aimée Thanatogenos (un nome, una garanzia), una truccatrice dei 'Boschi Mormoranti'. Amante del proprio lavoro, Aimée Thanatogenos è infatuata dal signor Joyboy (altro nome spensierato), lo strambo imbalsamatore dal tocco sopraffino che per conquistare la dipendente le manda i visi dei defunti sorridenti. Tra un'imbalsamazione, un trucco e una poesia (copiate dal poeta da un'antologia), Aimée si decide per il giovane inglese. Ma scoperto che Dennis aveva mentito sulle poesie e sul lavoro, si ammazzerà con un’iniezione di cianuro. I due uomini innamorati (non più di tanto in verità) si alleano quindi per evitare lo scandalo, e, poco prima del ritorno in Gran Bretagna di Dennis, decidono di cremare il corpo dell'amata nel forno crematorio del cimitero degli animali.

Insomma la morte fa paura e per esorcizzarla si trucca con il rossetto e il fondotinta. L’umorismo perciò è pirandellianamente inevitabile e persino i pregiudizi dello scrittore inglese, non del tutto ingiustificati, sui costumi americani divertono e fanno riflettere. Il romanzo è scritto molto bene e la lettura scorre senza stancare. Pure la critica derisoria che l'inglese fa alla cultura americana facilita il lettore. È la storia in sé invece che annoia: i personaggi non hanno spessore psicologico, i fatti accadono nella semplicità del caso e si sfoglia l’ultima pagina con la sensazione che si sarebbe potuto fare di più.

28 ago 2011

Saggi sulla religione - John Stuart Mill (Saggi - 1874)


"L'esistenza di Dio non può infatti venir dimostrata dai miracoli, se non si riconosce già un Dio; ciò che ha l'apparenza di miracolo può sempre venir posto a carico di un'ipotesi più probabile che non l'interferenza di un Essere, della cui effettiva esistenza tale miracolo sia supposto costituire l'unica prova".

Le riflessioni milliane sulla religione sono ancora oggi attuali, specialmente se pensiamo al dibattito contemporaneo sulla bioetica. L’atteggiamento pacato, illuminista, tollerante, quasi stranito – l’atteggiamento di chi non possiede certezze - dovrebbe essere da esempio per tutti quegli attori che in questi anni dibattono accanitamente sui temi religiosi e sulla libertà di scegliere il proprio stile di vita. Certo, non tutti sono dubbiosi, e non tutti possono esserlo… Ma cerchiamo di capire le conclusioni che il pensiero milliano ha originato.
Il primo dei tre saggi è dedicato alla natura, alla sua definizione e al problema morale che ne consegue. Le movenze concettuali del filosofo inglese sono razionali. Dapprima si tenta di definire il concetto ‘natura’, da esso, poi, inizia l'analisi. Ovviamente l'attenzione linguistica è fondamentale quando si cerca di spiegare un termine, e Mill in questo è scrupolosissimo. Definita quindi con tutte le sue sfaccettature la 'natura' - ovviamente nell'accezione positivista - il filosofo britannico si chiede se sia morale per l’uomo intervenire su essa. Il problema irrisolto della religione sul male nella Natura, che inevitabilmente si propone al filosofo nella sua disamina, lo porta a considerare le nozioni ambigue e contraddittorie di onnipotenza e infinita bontà di Dio. Se, alla fine, Dio non può essere onnipotente, secondo Mill è l'uomo che deve agire sulla natura, per cercare di dare un superiore ordine morale al mondo.
Il secondo saggio invece, dedicato all’utilità della religione per l’uomo e per la società, è di matrice prettamente utilitaristica. Mill costata che la religione, la sua dogmatica verità, dopo le scoperte scientifiche e filosofiche del XVIII e XIX secolo, è messa in discussione; e solo da questo momento, dunque, è possibile cercare di capire se sia utile o meno. Il filosofo attua una forma di pulizia della morale cristiana, la morale dettata dall'alto e quindi ritenuta superiore e assoluta, osservando come invece sia anche storicamente determinata e ancora di buon senso (e quindi riconosciuta e vincente). 
L’impressione è che il metodo e le domande siano pertinenti, eppure resiste qualcosa che non mi soddisfa; forse ciò è dovuto all'assenza di coraggio, e di estremismo, che ne esalti le scoperte.
L’ultimo saggio è dedicato al teismo. Qui Mill cerca di mostrare positivamente - ma non dimostrare - come l'idea di un Dio o degli dei possa essere conciliabile con l'esperienza scientifica (dimenticandosi però di mostrare, d’altro canto, come l'idea opposta, ovvero che la scienza possa essere compatibile con l'idea di inesistenza della divinità, sia altrettanto plausibile). Sono riprese senza sottintesi le argomentazioni humeiane, senza però lo stesso sguardo perforante e provocatorio del filosofo scozzese. Ne viene fuori un significato ottimistico della religione: in fondo induce speranza, un propellente positivo per l'uomo e la società. Quasi si scorda che la scienza e la ragione hanno il compito, sebbene spesso senza sorrisi, di smascherare la menzogna e l'illusione.

Benché interessanti e apprezzabilissimi per lo stimolo intellettuale che riescono a produrre anche oggi, i saggi non possiedono la forma persuasiva e combattiva che invece hanno altri scritti di diversi autori sullo stesso tema. Domina un degno sostrato scettico, onestamente agnostico, ma è pavido e indefinito. Resta, alla fine, un respiro di libertà, un riconoscimento della diversità dei caratteri umani, un plauso alla libertà della ricerca della verità, delle verità.

26 ago 2011

Tre croci - Federigo Tozzi (Romanzo - 1920)


"Egli entrò in camera, e ci si chiuse. Sentì che per lui vivere era doventata una cosa del tutto involontaria. Non gli importava più di niente, e le voci di quelli che parlavano nella stanza accanto gli sembrava che si fermassero a una specie d'ostacolo; che non le lasciava passare oltre. Egli, a un certo momento, si voltò perfino per vedere se quell'ostacolo era visibile!"

Ambientato in una Siena che si staglia sullo sfondo con le sue case decadute, metafora se vogliamo di una crisi esistenziale, e non solo, sentita fortissima nei primi decenni del secolo scorso, il romanzo di Tozzi fonde il tema sociale con l’analisi psicologica.
Giulio, Niccolò, Enrico, i fratelli Gambi protagonisti della storia, sono librai che, per far fronte alla loro crisi economica, decidono di falsificare una firma su una cambiale. Sin dalle primissime pagine ci troviamo immersi in un romanzo sociale, realista (e il pensiero a Verga si palesa immediatamente), eppure, adagio, la storia inizia a superare il verismo verghiano e assume connotazioni più sfumate verso l’esame psicologico. Le difficoltà economiche, infatti, mostrano il lato peggiore dei protagonisti, i quali anche tra loro avvertono un senso di repulsione. Si avverte in tutto questo la costante pressione che quella firma falsa esercita sui tre fratelli. Così gli scontri, i dissapori anche animati, ne mettono in risalto i diversi caratteri. Tozzi sembra interessarsi molto a questo aspetto tanto da dedicare agli alterchi molto spazio. Tra tutti spicca la figura di Giulio, il personaggio che sembra psicologicamente meglio trattato. Più profondo, più audace, meno sprovveduto, sembra lui il fratello che è destinato a salvare la famiglia e la libreria. Ma alla seconda firma falsa la truffa è smascherata e il disastro esplode. Rapidamente la collera si tramuta in disperazione, manifestandosi nella tragedia finale. Giulio, in pagine straordinarie, si uccide impiccandosi, e una volta morto, scagionati nel processo, Niccolò con la moglie Modesta si separeranno da Enrico, che fino a quel momento aveva vissuto con loro. Resteranno senza nulla, fino a quando Niccolò morirà di apoplessia reumatica, mentre Enrico si spegnerà in miseria e solitudine in un Ospizio di Mendicità.

Racconto di decadenza, il romanzo è lento, piatto, fino a quando negli ultimi capitoli è scoperta la truffa. Allora la storia diviene appassionante e pure lo stile ne risente positivamente. Lo stile, in generale, per la ricerca naturalistica che vi sta dietro, non spicca per grazia, ma alcune pagine, come quelle della morte dei fratelli, brillano per intensità e colore.

24 ago 2011

La formazione di uno scrittore. Il caso Bufalino (1981 - 1988) - Vittoria Bosco (Saggio - 2008)


"Un mondo senza aggettivi, quello verso cui anelano gli scrittori asciutti e realistici, è un luogo dove le cose sole esistono e non le loro qualità; l'aggettivo, viceversa, toglie l'ossificazione agli oggetti e li rende vivi; se poi lo si applica ad un sentimento, a un uomo o ad un'azione esso può aprire infiniti campi metaforici contigui, arricchendo in modo inesauribile l'universo della scrittura".

Pubblicato nel 2008, ma presumibilmente scritto alla fine degli anni ’80 del secolo scorso, lo scritto della prof.ssa Bosco non brilla in quanto a originalità. Dedica il suo studio alla figura dell’immenso Bufalino, scrivendone una biografia che si interrompe ai primi anni ’80, descrivendone la poetica – ma solo le riflessioni sul perché scrivere, sulla memoria, sulla vita e quindi sulla malattia e sulla morte - e analizzandone genericamente l’opera narrativa fino a ‘Le menzogne della notte’. Ricorre spessissimo alle parole del comisano (e questo è un bene), rischiando però di essere scontata. L’excursus è frettoloso (nulla di nuovo sulle righe), ma pertinente per le intenzioni divulgative (anche se credo che le vere intenzioni siano più accademiche). 
Si distingue però un’intervista inedita della stessa studiosa a Bufalino. Sebbene siano ripresi argomenti più volte trattati, è pur sempre un colloquio prezioso. 

Insopportabili gli innumerevoli refusi.

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