Presentazione


Presentazione

Questo spazio è dedicato agli appunti, alle briciole di recensione irrazionali, che colgo, da lettore appassionato e spesso rapsodico, nei miei viaggi verso la lentezza e la riflessione. Briciole di recensione irrazionali dunque.

Briciole perché sono brevi, a-sistemiche, frammentarie, come un certo spirito moderno pretende. Non sono delle vere recensioni. Queste hanno uno schema e una forma ben precisa, mentre i miei sono più che altro appunti colti sul momento, associazioni d’idee, giudizi dettati dalle impressioni di un istante, da una predisposizione d'animo subitaneo, da un fischio di treno... E perciò li definisco irrazionali. Perché sfuggono da un qualsiasi schema predefinito, perché sono intermittenti, perché nella scelta di un libro, per via di una congenita voracità, spesso non seguo linee e percorsi definiti dalle letture precedenti, ma mi lascio trasportare dagli ammiccamenti o dalle smorfie di sfida che un libro sulla mensola della libreria mi lancia.

È un modo insomma di coltivare, di giocare, di prendere vanamente in giro la memoria, per conservare, catalogare e archiviare frammenti di ricordi e suggestioni che un giorno, magari, potranno farmi sorridere e, perché no, commuovere.

11 set 2012

I filosofi in cucina - Michel Onfray (Saggio - 1989)


"Un sapere ateo è sapienza estetica. La confusione tra una scienza dell'agire e l'arte di vivere invita a questa diet-etica desiderosa d'eudemonismo. Destinata alla putrefazione e all'esplosione in molteplici frammenti, la carne non ha altro destino che quello anteriore della morte. Il cattivo uso del corpo è un errore che ha in sé la propria sanzione: non si recupera il tempo perduto".

Da un gustoso racconto autobiografico, Onfray prende la penna e si lancia nel progetto di una lezione di edonismo. Il bene è il piacere; e il piacere dovrebbe essere la molla che ci spinge a vivere l’unica vita che ci è concessa. Non c’è nulla dopo la morte. È il corpo che pensa, sono i sensi che stimolano la riflessione, che conoscono. Perché quindi mortificare il corpo e privarci del piacere in vita? Da questo presupposto, ateo, materialista, il filosofo si muove e l’elogio del fisico, dei sensi, unici dispensatori di verità e fondamenti della ragione e della logica, si fa propizio, assoluto.
Qui in particolare Onfray prende in esame il piacere della gola e propone una dietetica che si fa estetica, etica, scienza della soggettività. Il pensare e filosofare in cucina, con le sensazioni, con la materia, mettere in rapporto la testa pensante e la pancia istintiva. Anche perché soddisfatta la pancia è più semplice filosofeggiare! 
Convinto del celebre motto feuerbachiano 'l'uomo è ciò che mangia', con uno spassosissimo gioco comparativo, Onfray racconta curiosissimi aneddoti sulle abitudini culinarie di alcuni fra i più grandi filosofi per carpirne il temperamento del loro pensiero. E così leggiamo di un cinico ed estetico Diogene contrario all'artificio dei costumi e delle tradizioni, e che nel cannibalismo scorge coerenza per un ritorno alla semplicità dello stato di natura. Di un oscurantista e reazionario Rousseau che si nutriva di latte e di verdure solo per non morire. Di un critico Kant che nei sensi scova imprecisioni e particolarismi e non si cura di essi, anche se trova nel vino e nella buona cucina il modo per smentirsi. Di un utopista Fourier che desidera dominare ogni piega della natura per creare la società armonica e perfetta, dove il desiderio del buon cibo sarà il fulcro che renderà equilibrata la società. O di un morigerato e inattuale Nietzsche, ghiotto di salumi, che crede che la dieta determini l'etica e che la misura sia un dovere verso il corpo. Oppure di un rivoluzionario ed esaltato Marinetti che vede nella dieta estetica, a base di riso nazionale e fantasia, il futuro. O infine di un platonico Sartre, schifato dai crostacei, dall'igiene, dal corpo, che non ha alcuna cura di sé e dell'alimentazione.

È un libro che ovviamente patteggia per i filosofi burrosi, amanti della cucina opulenta e saporita, che si scaglia contro i filosofi asciutti, ascetici, senza predilezioni per i piaceri della gola. Un libro succulento, fragrante, farcito di piacere.

9 set 2012

L'arte di insultare - Arthur Schopenhauer (Aforismi - 1860)


"Se rivolgiamo lo sguardo indietro ai duemila anni e più trascorsi nell'inutile tentativo di trovare un solido fondamento alla morale, forse ci verrà da pensare che non vi sia nessuna morale naturale, indipendente dalle istituzioni umane, ma che essa sia semplicemente un'invenzione artificiale, un mezzo escogitato per meglio raffrenare l'egoista e malvagia razza umana".

Anche se è preferibile non arrivare mai all'insulto, nella vita è inevitabile trovarsi in circostanze in cui l'offesa è necessaria. Ecco dunque un libro che educa il lettore a quest'arte raffinata, seppur di facile dominio. Ma queste sono le premesse e le intenzioni del filosofo o solo una mossa commerciale della casa editrice? Leggendo il volume le massime scelte non sembrano poi così offensive, ci si accorge invece di quanta finissima intuizione, acutezza e verità ci sia negli strali che Schopenhauer lancia. Cattiveria e rabbia sono solo gli abiti con cui si veste la ragione quando non è ascoltata. Forse è la verità in sé che risulta offensiva? Eppure non tutti gli aforismi mi sembrano depositari di verità. Le considerazioni sull'inferiorità delle donne, ad esempio, se in un primo momento fanno sorridere per la loro ingenuità, alla lunga infastidiscono.
Ma contro chi si scaglia il filosofo tedesco? Facile a dirlo, contro tutti: la società, la Germania, le donne, l'amore, la vita, il maltrattamento degli animali, la barba, Hegel, la storia; in breve contro il mondo intero.
È un libro dilettevole, a tratti fulminante, che abbozza la figura di un filosofo misantropo, misogino, a tratti altezzoso, ma che in fondo ha tutte le ragioni per essere tale. 
Piccolo neo. Dal singolo aforisma, presunto ingiurioso, preso in prestito dalle opere edite e inedite di Schopenhauer, purtroppo, non è possibile risalire all’opera da cui è tratto.

8 set 2012

Le cose dell'amore - Umberto Galimberti (Saggio - 2004)


"Nessuno, infatti, ama l'altro, ma ognuno ama ciò che ha creato con la materia dell'altro. Siamo irriducibilmente racchiusi nella nostra solitudine, e se trascendenza si dà, questa percorre lo spazio che c'è tra la natura e la sua trasfigurazione. Ciò che si ama è dunque la nostra creazione, non la natura, ma ciò che, a partire dalla natura, siamo in grado di creare".

Galimberti, in questo libro, pone domande e analisi sull’amore in un’epoca in cui si ha l’impressione che l’amore, nonostante alcune libertà culturali conquistate, sia inflazionato e totalmente libero da essere quasi privo della libertà stessa. 
Secondo il filosofo, nella relazione con l'amato si cerca se stessi, nel tu si cerca l'io. È l’aspetto più interessante del libro, un amore che non è per l’altro ma è egoistico. Diventa condivisibile l'insistenza dell’autore di descrivere la natura dell'oggetto amato. Di esso non si ama l’intrinseca natura, bensì la creazione, l'immagine idealizzata che il soggetto si costruisce. Eppure questo amore di sé salva l'individuo dalla società e dalle maschere da esse imposte. Purtroppo però l’uomo ha poco coraggio di amare; oscillante tra desiderio, idealizzazione, ricerca di sicurezza, si confonde e si perde in pulsioni contraddittorie e spiazzanti. Ecco perché il libro mette in relazione l’amore con una serie di concetti adiacenti, convergenti e opposti. Si passa dal rapporto con la trascendenza (il Dio dei mistici per intenderci; un Dio che ritroveremo anche a sproposito per tutta la lettura…), al rapporto con l'odio, l'aggressività, e dopo diversi salti fino ad arrivare all’amore che si conserva e allo stesso tempo muta nel matrimonio. Lungo questa corsa di parole, possiamo leggere la definizione dell'amore come un tentativo per spiegare l'uomo.
C’è nel testo però un afflato assolutistico che non mi convince. Tutti amiamo allo stesso modo? Siamo sicuri che tutti scegliamo liberamente il nostro partner o invece siamo solo costretti dal caso, dalla fretta, dall’imprevedibilità degli eventi? Sembra che le determinazioni dell'amore e degli altri termini legati a esso siano assoluti, universali, quando invece credo che si debba essere più attenti a mostrare le differenze. È uno studio che si inserisce lungo la scia delle definizioni dell'amore platonico, romantico, cristiano... L'amore proustiano dell'illusione, l'amore materiale della biologia non sono quasi mai presi in considerazione.
L’argomento, si sa, è complicato, sfuggente. Malgrado ciò Galimberti sviscera il tema con acutezza e scrupolo, mettendo a nudo oggetti e relazioni di una questione che non finirà mai di porre domande, di riproporne, di suggerire ancora una volta le debolezze dell'uomo e della società in cui è claustrofobicamente incastrato.

5 set 2012

Stanley Kubrick. L'arancia meccanica - Giorgio Cremonini (Saggio - 1996)


"Il suo è un linguaggio freddo, razionale, conseguente, che viviseziona spietatamente le contraddizioni, con una messa in scena curata e levigata sin quasi alla perfezione e una costruzione del racconto che toglie spazio alle emozioni per riservarlo alla lucidità della riflessione".

‘Arancia meccanica’ è un film claustrofobico, perfetto nelle simmetrie, dai dettagli spiazzanti, ricercati, volutamente sperimentali, dalle infinite citazioni (ma ogni film di Kubrick è miniera inesauribile di criptocitazioni), dalle geniali scelte dei commenti musicali. È un film che non giudica, che non dà giudizi morali, ma che si limita a descrivere l'uomo, la sua innata contraddizione, il suo oscillare tra la violenza e i vani tentativi di porvi rimedio. È un universo di contrasti, di antinomie, che tratteggia l'individuo, la fragilità del mondo e la società in cui esso è assorbito. 
L’accorto studio di Cremonini non soltanto mette in luce tutto ciò, ma evidenzia le contraddizioni che Kubrick ha analizzato in tutta la sua opera. In particolare, come avevo già rilevato a proposito del romanzo di Burgess, l’autore si concentra sul confronto-scontro tra Natura e Cultura, tra nomos e physis. Il volume inoltre si fa prezioso per i continui richiami alle altre opere kubrickiane (e all’indispensabile libro di Bernardi) e per gli interessantissimi confronti con il capolavoro del 1971. Considerevole la ricostruzione dei fenomeni culturali che negli anni appena precedenti l'uscita di 'Arancia meccanica' suscitarono dibattito e clamore (su tutte la pop art) e che di certo furono di ispirazione per Kubrick.
Cremonini, almeno nelle intenzioni, cerca di essere il più obiettivo possibile nell'analizzare il film. Certo, non mancano esultanze di fronte alla figura di Kubrick, ma è il genio di Kubrick stesso a suggestionarlo. Questo non toglie che le sue interpretazioni siano sottili, condiscendenti, denotino finezza, intuito e ottimo spirito d'osservazione.

3 set 2012

Il giudice beffato - Donatien-Alphonse-Francois de Sade (Racconto - 1787)


"Per cinque volte di seguito è coronato dall'amore, finché al mattino le finestre aperte lasciano penetrare un raggio di luce nella stanza, e agli occhi del vincitore si offre la vista della vittima che ha immolato... Giusto cielo, che scena, quando scorge una vecchia negra in luogo di sua moglie, quando vede un volto nero e orrendo rimpiazzare le grazie delicate che aveva creduto di possedere!"

L’odio del ‘divin marchese’ verso la magistratura lo indusse a scrivere un racconto rabbioso, spietato, disperato se vogliamo, senz’altro vendicativo, senza un briciolo di ironia nonostante la banalità del comico che ci mostra e ci anticipa sin dal titolo. Il protagonista del racconto, il signore di Fontanis, magistrato e presidente del parlamento di Aix, non è un eroe; è la vittima predestinata di Sade. Il signore di Fontanis è l’emblema della magistratura cui Sade scaglia i suoi crudeli strali. 
La trama è semplice. Il vecchio e immorale magistrato è scelto dal barone de Téroze per darle in sposa sua figlia, una bellissima diciottenne già innamorata del giovane conte d'Elbène. Senza troppi preamboli, il vecchio e la giovane si sposano, ma questa, con l'aiuto dell'amato, della sorella e del cognato, si fa beffe del marito. Lo avvelenano la prima notte di nozze; lo lasciano cadere dal letto mentre è confuso dal sonno; lo inducono a copulare involontariamente con anziane e asini; lo costringono a passare alcuni giorni in un castello infestato da fantasmi violenti; gli fanno credere che improbabili palloni aerostatici sfreccianti sulle costellazioni che mostrano due giovani congiungersi sessualmente siano rari fenomeni astronomici. Ovviamente non possono mancare le torture sadiche e quindi una notte il povero magistrato è vittima di flagellazioni e crudo terrore psicologico. Le beffe, come si vede, sono decisamente ridicole. Però la ripetizione continua e sfrenata di esse porteranno il giudice allo sconvolgimento e finirà per ammattirsi  e scappare dalla moglie e dalla famiglia. 
Un racconto noioso, ripetitivo, traboccante di vicende, senza molti momenti da dedicare alla riflessione. Un racconto contro i pregiudizi, anche se di pregiudizi è fondato. Ma quale messaggio il marchese de Sade ha voluto lasciare? Il messaggio della Natura, e non poteva essere altrimenti: se gli uomini sono diversi tra loro, allora è ingiusto pretendere che esistano leggi uguali per tutti. Di conseguenza devono essere legittimati persino i delitti più orrendi. In fondo chi sono i giudici che si permettono di giudicare contro natura? Piuttosto dovrebbero pensare di più a godere!

1 set 2012

Horror pleni - Gillo Dorfles (Saggio - 2008)


"Il tempo di un Paese e dei suoi abitanti, dunque - nonostante la presunta globalizzazione e gli scambi incessanti tra i popoli - rimane ancora ancorato a quello che è lo stadio evolutivo, piuttosto che alla sua peculiarità etnica. Per cui la concezione temporale non potrà uniformarsi a quella dominante sul pianeta se anche il linguaggio non avrà compiuto una sua lenta, ma inesorabile, evoluzione (o involuzione)".

Non esiste uno spazio vuoto. Etere, muri di città, strade: nulla respira. Nella nostra società del consumismo siamo saturi di messaggi, siamo bersagliati da informazioni che spesso non hanno consapevolezza in noi. È un bene tutto ciò? Ecco una delle domande che si pone l’autore di questa raccolta di articoli rielaborati e già pubblicati dal 'Corriere della Sera'. Viviamo in una società in cui 'la (in)civiltà del rumore', come recita il sottotitolo, è pregnante, assuefacente. Politica, letteratura, arte, moda, siamo assuefatti dalle novità, dall'originalità a tutti i costi e non c'è più spazio per lo stupore. Una pioggia battente e costante che scivola sulla nostra pelle di plastica. L’inquinamento prodotto da notizie-proiettili che non riusciamo a schivare e che ormai ci vedono impermeabili, il rumore fastidioso quanto orripilante che coinvolge tutti i nostri sensi, ecco cosa ci resta di questo bombardamento. 
Altra domanda dunque: presa coscienza di tale inammissibile bombardamento, siamo costretti a subirne inevitabilmente il rumore o possiamo ritagliare uno spazio per reagire? Per Dorfles innanzitutto serve avere consapevolezza del mondo che ci circonda, solo dopo possiamo pensare di affrontarlo. Occorre pertanto affinare le proprie capacità critiche, carpire il senso del tempo libero, recuperare autonomia, individualità. Gli strumenti per agire in tale senso ci sono: l’estetica come promotrice di differenziazione, ad esempio, prestare attenzione al linguaggio, all'educazione, al buon gusto; tutte armi per attraversare la guerra contro l'appiattimento e il rumore.

Alcune considerazioni del filosofo e critico d’arte possono apparire ovvie, in alcuni casi persino banali, tuttavia celano sempre qualcosa di ben più profondo e attento. È una raccolta intelligente, per lo più condivisibile; un libro di critica, ma che non si limita solo a ciò e cerca di trovarne rimedio.

31 ago 2012

I neoplatonici - Luigi Settembrini (Racconto - 1859)


"Unsero bene e la chiave e la toppa, e così Doro senza molta fatica sua e senza molta noia di Callicle entrò vittorioso: a lo stesso modo entrò Callicle ed ebbe una simile vittoria; e così furono contenti tutti e due e goderono il primo frutto del loro amore".

Siamo nell'Antica Grecia e Settembrini si nasconde dietro il resoconto di un fantomatico Aristeo di Megara, l’autore di una storia scabrosa quanto scandalosa. Callicle e Doro, amici sin dall'infanzia, sono inseparabili. Belli, invidiati e pretesi, presto si innamorano e scoprono i piaceri del sesso. Sono due giovani innamorati, capaci di ragionare, di riflettere sulle emozioni, senza gelosie e invidie, in grado di decidere e di vivere il piacere comune e personale, di restare fedeli tra loro nonostante il pensiero platonico li inviti a non perseguire l’idea della famiglia... Accortosi di questo innamoramento squisito e serafico, Codro, allievo di Platone e maestro di filosofia ad Atene, invita i due bellissimi efebi, scopritori e sperimentatori arditi, forti del loro pensiero dedito alla conoscenza, a imparare l'arte dell'eros. E a casa del filosofo vivono e imparano (compreso il maestro stesso) l'ebbrezza divina di un ménage à trois. Le avventure continuano. Durante una festa i due amanti si dividono e Callicle si perde per la prima volta nell'estasi inebriante di un rapporto eterosessuale; con Innide, una bellissima ragazza ateniese. Raccontata l'esaltante avventura a Doro, Callicle lo invita a unirsi con la disinibita fanciulla - figura corposa e non secondaria nell’economia morale del racconto - e i due giovani hanno nuovi argomenti filosofici su cui discutere abbracciati di notte. Dopo altre avventure, militari anche, i due ragazzi resteranno legati per sempre, sebbene si innamoreranno di due donne con cui avranno dei figli e formeranno due bellissime famiglie.
Piccolo gioiello, con divertenti doppi sensi e ironiche metafore che si velano dietro colte citazioni e con un finale emozionante per stile e significato, ci mostra come l'arte fa bella anche l'oscenità. Un racconto erotico, omosessuale addirittura, scandaloso per la memoria storica e per molti moralisti; il rigoroso e austero patriota Settembrini ci lascia un’opera dinamica, dalla narrazione leggera e gustosa, un libro morale.

Il volumetto si chiude con una nota di Beppe Benvenuto che tratteggia le contraddizioni tra la figura pulita dell'autore e l’apparente dissolutezza del racconto.

29 ago 2012

Papini, Vailati e la "Cultura dell'anima" - AA. VV. (2009/10)


"Questo modo di fare cultura attraverso il libro, con il libro e per il libro mi sembra agli antipodi di certe distopie, figlie di innegabili politiche depauperatrici, che sono rappresentate, per esempio, in 'Fahrenheit 451'; laddove i personaggi di Bradbury riducono la cultura in cenere, le edizioni Carabba tentano di togliere la polvere che vi si è depositata sopra: se, come già detto, il primo caso è distopico, nel secondo abbiamo la felice trasformazione di un'utopia in realtà".

Questa notevole raccolta di saggi traccia un percorso e definisce alcuni importantissimi momenti della vicenda dell’editoria italiana. Il volume, infatti, è la storia della nascita della pregiatissima collana 'Cultura dell'anima', la storia della splendida collaborazione tra Papini e Vailati e le idee editoriali del coraggioso e sagace Rocco Carabba, ed è anche il racconto del contesto storico e culturale che si respirava nei primi decenni del '900 in Italia e in Europa. 
Il volume (che potete acquistare qui:  http://editricecarabba.it/?p=552  -) è diviso in due parti. La prima è dedicata sostanzialmente alla figura di Giovanni Papini. Si racconta dello storico dissidio con Prezzolini; dell’amicizia con l'editore Rocco Carabba; la fiducia che gli fu concessa; l’evoluzione - o per alcuni involuzione - intellettuale e filosofica di Papini, oscillante tra pragmatismo, scetticismo e cristianesimo, che lo portò alla conversione religiosa, causa di fratture non solo intime. In questa prima parte si scrive anche di chi in quegli anni era tra le personalità di spicco dell’intellighenzia italiana. Quindi ecco Benedetto Croce, descritto nella sua espressione ambigua: antifascista che ha dato impulso vitale al fascismo, antimarxista che in gioventù era marxista. Ma non si dimenticano, anche se solo citati, un Rensi, un Pirandello…
La seconda parte, invece, abbozza un ritratto dell’altro protagonista della collana: il filosofo e matematico Giovanni Vailati. Si scrive molto del suo interesse per la scienza e la filosofia del linguaggio, per Aristotele, per il pragmatismo. Oltre a ciò sono davvero interessanti i saggi rivolti ai professori abruzzesi di storia della filosofia che tra la fine dell'Ottocento e i primi del Novecento hanno animato il dibattito culturale non solo italiano.
Nella sostanza, in questi atti del convegno è messo a nudo lo scontro senza compromessi tra la corrente pragmatista e positivista da una parte, e l’imperante, almeno in Italia (in Europa il dibattito si era esaurito da decenni…) idealismo, l’antimaterialismo, l’antisensismo: i due fronti opposti che si contendevano il primato culturale in un'Italia che cercava di ritrovare un ruolo di primaria importanza nel contesto europeo, ma che non riusciva a produrre idee originali. Ma sono anche saggi divertenti, benché linguaggio e forma siano accademici, dove i legami, gli scontri tra i molti e vitali intellettuali (non mancano gossip e aneddoti curiosi, difficili da trovare nei soliti manuali) fanno di questo volume un libro pregevole.

Insomma, un omaggio all'Abruzzo, ai suoi intellettuali del primo Novecento, a Papini e Vailati, alla preziosissima collana 'Cultura dell'Anima' della Casa editrice Rocco Carabba che di questo fermento intellettuale è stata complice e promotrice; un omaggio e una speranza per il ritorno della casa editrice di nuovo impegnata a ritagliarsi un ruolo elegante in un mondo che oggi di elegante ha ben poco.

25 ago 2012

La volontà di essere felici - Thomas Mann (Racconti - 1896/1905)


"Credere, poter credere al dolore... Ma egli credeva al dolore, così intimamente che, qualsiasi cosa gli accadesse nel dolore, non poteva ritenerla né dannosa né cattiva. Il suo sguardo si posò sul manoscritto e strinse ancora di più le braccia al petto. Il talento stesso non era forse sofferenza?"

Quattro racconti in cui l’Italia, la bellezza, la malattia, lo scetticismo sembrano sfondo comune che si interseca con i temi dell’arte come etica, sacrificio, fatica, sudore.

La volontà di essere felice
Paolo, compagno di scuola del narratore, di salute cagionevole, dalle velleità artistiche, dopo aver ricevuto un rifiuto alla sua proposta di matrimonio da parte del padre della ragazza che amava, senza avvisare nessuno scappa da tutti. Per cinque anni viaggia per il mondo e continua a vivere in bilico tra la vita e la morte. Poi una lettera, il padre dell'amata che dà il consenso alle nozze, il matrimonio, la morte di Paolo la notte stessa della festa nuziale. Ormai non aveva più motivo di combattere contro la morte. Ormai era felice, trionfante.

La delusione
Il protagonista di questo racconto, solitario e stravagante, si sfoga con uno sconosciuto, descrivendo il suo malessere e lo scetticismo che lo permea fino alle ossa.

L'armadio
Un uomo, distinto ma strambo, si abbandona a un estremo scetticismo e lascia che il tempo e gli eventi lo sopraffacciano. E nonostante ciò si sente libero. Incontra una donna fantasma dentro un armadio e ogni cosa diventa sospesa, come il finale... Un racconto decadente.

Un'ora difficile
Un artista, un uomo malato, riflette sull'arte, sulla scrittura, sul talento, sulla fatica e sul dolore che si deve provare quando si crea un'opera d'arte.

Si ha l’impressione che Mann, nei suoi personaggi così malati nel fisico e nell’animo, abbia cercato di ordinare il mondo, la sua catastrofe. Si avverte molto la presenza di Nietzsche. Racconti molto interessanti, profondi.

18 ago 2012

L'amante - Marguerite Duras (Romanzo - 1984)


"E la ragazza si era alzata come per andare a uccidersi a sua volta, a buttarsi a sua volta in mare e poi aveva pianto, perché aveva pensato all'uomo di Cholen e tutto a un tratto non era più sicura di non averlo amato, solo che quell'amore non l'aveva visto perché si era perso nella storia come acqua nella sabbia e lei lo ritrovava soltanto ora, nell'istante della musica sul mare".

Romanzo autobiografico, un romanzo di ricordi, una pennellata amara dell’Indocina francese degli anni Trenta. Racconta la passione di un intenso rapporto erotico e d’amore che rivelerà, alla quindicenne protagonista, un distacco dalla famiglia quasi connaturato, dalla madre soprattutto e le consentirà di capire quanto amore e soprattutto quanto odio covava in lei. 
Tutto ha inizio con un viaggio su un traghetto per Saigon, sul Mekong. Da qui comincia una relazione lunga un anno e mezzo, in cui la scrittrice francese scopre le gioie e i dolori dell'eros con un ricco ventisettenne cinese. Lui innamorato, quasi adolescente; lei fredda, distaccata, ma mai insincera, quasi donna matura. La ricerca di indipendenza, il sacrificio della povertà, quest’amore vissuto senza troppi pensieri peccaminosi e immorali sono la cornice del confronto-scontro della narratrice con la famiglia. Conflitto anche sconfinato con la madre; ribellione e ricordi diventeranno centrali nel racconto. 
Un romanzo breve che si dilunga su dettagli che nell'economia della storia potevano essere risparmiati, ma molto interessante per la frammentarietà della storia, con i continui rimandi a eventi e periodi diversi, per i salti temporali, per i discorsi diretti che si alternano agli indiretti. È, in sostanza, la storia di un viaggio, fisico, pedagogico, morale, così come è un viaggio verso un certo sperimentalismo che non disturba.
Il finale, forse un po’ troppo romantico, è davvero incantevole.

Archivio blog