"Fin da principio intendevamo bensì tentare di fare gli attivisti, reagire con la guerra e l'azione; ma anche ritirarci dalla comunità, andare in disparte. C'erano insomma due aspetti contraddittori nel nostro implicito concetto della banda: uno era che volevamo combattere il mondo, agguerrirci in qualche modo contro di esso; l'altro che volevamo sfuggirlo, ritirarci da esso come in preghiera".
Romanzo rivisto nel 1976, frutto di una decantazione della memoria e dunque di una riflessione scevra da eccessive pulsioni emotive, è il racconto disincantato di un gruppo di amici, con le idee dietro la nuca e l’arditezza sotto il cuore, che si organizzano e si improvvisano agguerriti combattenti per affrontare e resistere al fascismo e ai tedeschi occupanti. L’io narrante, lo stesso autore, incantato dalle suadenze della memoria e al contempo disincantato dal tempo trascorso, ricorda quasi con malinconia i fatti di guerra successivi all'8 settembre fino alla liberazione. È dunque un romanzo resistenziale, tuttavia senza quella patina abietta di eroismo e retorica che in qualche modo ha falsato verità e riflessioni. Le riflessioni dell'io narrante, sebbene di un giovane (è evidente dalle continue citazioni la formazione filosofica dello scrittore di Malo), sono profonde perché disilluse, amare perché hanno scavato fino in fondo la terra dell’opposizione. I continui accenni ai ricordi, fulminee intermittenze del cuore, danno un ritmo incalzante e tracotante. La rievocazione in questo modo è quasi sempre amara, spesso malinconica.
I protagonisti, per lo più giovani studenti universitari e di vita, sono ragazzi improvvisati eroi (perché la storia così l'ha definiti) ma che di guerra, guerriglia e imboscate sapevano solo dai libri di storia e da brevi e inadeguati corsi addestrativi. Sono sbandati alla ricerca di una nuova strada, però attenti a snidare, tra le insidie di una coscienza che si trova di fronte gli orrori dell’odio e della guerra, la costruzione di una nuova Italia. È un romanzo di formazione se vogliamo; il racconto dell’evoluzione delle coscienze, ma, come si scriveva, senza retorica, senza esaltazione. Nulla, infatti, è solenne in questi ragazzi, anzi molto sembra impacciato. E siccome non si nasce imparati, come si dice dalle mie parti, si impara anche ad adattarsi alla guerra, all’armonia romantica con boschi, alla resistenza, all’idea del nuovo.
Se non c’è retorica nel racconto delle azioni di battaglia, l’elogio invece è vivo nel desiderio di una libertà che alla fine si rivelerà momentanea, un periodo sospeso in cui trova tregua un’anima intrappolata tra le fauci della guerra e le illusioni di un futuro da progettare. Anche per questo, il romanzo mi sembra una piccola summa di ricercate contraddizioni, di sublimi opposizioni. Tra poesia e ironia (nonostante la grevità dell'argomento non manca la raggiante ironia meneghelliana), tra l'umiltà dei personaggi e la superbia delle parole, tra l’antiretorica dei fatti e le figure retoriche, tra l’antieroismo e il desiderio di un futuro migliore, il romanzo si spande brillantemente tra opposti che coincidono.
Un libro educativo, superbo.