Presentazione


Presentazione

Questo spazio è dedicato agli appunti, alle briciole di recensione irrazionali, che colgo, da lettore appassionato e spesso rapsodico, nei miei viaggi verso la lentezza e la riflessione. Briciole di recensione irrazionali dunque.

Briciole perché sono brevi, a-sistemiche, frammentarie, come un certo spirito moderno pretende. Non sono delle vere recensioni. Queste hanno uno schema e una forma ben precisa, mentre i miei sono più che altro appunti colti sul momento, associazioni d’idee, giudizi dettati dalle impressioni di un istante, da una predisposizione d'animo subitaneo, da un fischio di treno... E perciò li definisco irrazionali. Perché sfuggono da un qualsiasi schema predefinito, perché sono intermittenti, perché nella scelta di un libro, per via di una congenita voracità, spesso non seguo linee e percorsi definiti dalle letture precedenti, ma mi lascio trasportare dagli ammiccamenti o dalle smorfie di sfida che un libro sulla mensola della libreria mi lancia.

È un modo insomma di coltivare, di giocare, di prendere vanamente in giro la memoria, per conservare, catalogare e archiviare frammenti di ricordi e suggestioni che un giorno, magari, potranno farmi sorridere e, perché no, commuovere.

14 lug 2023

Benedette guerre - Alessandro Barbero (Saggio - 2009)

"Questa immensa avidità di potere e di guadagno, questo desiderio di conquistare prendere arraffare massacrare, mettendosi però in gioco fisicamente, rischiando la pelle e con la certezza che si sta facendo una cosa benedetta da Dio e che se si muore ne sarà valsa comunque la pena, è l'essenza del fenomeno delle Crociate".


"Crociate e jihad" (come da sottotitolo) rappresentano lo scontro epocale tra due civiltà che erano intrecciate e con radici culturali simili. Ma per comprendere meglio quei movimenti militari (e culturali) così violenti che sono state le crociate, è necessario considerare che l'Europa era in forte espansione demografica ed economica e che la Chiesa di Roma era talmente forte da imporre la sua volontà a re e imperatori.

Con una scrittura senza troppe sofisticherie, agile e non accademico, Barbero non descrive cronologicamente le vicende storiche. Si sofferma maggiormente sugli aspetti culturali, sulle microstorie, per circoscrivere, efficacemente, lo sviluppo dell'idea di guerra nel cristianesimo. Se in origine la guerra era ripudiata, lentamente si trovano eccezioni fino ad arrivare alla definizione di guerra benedetta da Dio durante i secoli delle Crociate. In questa terribile evoluzione concettuale e fattuale si innesta anche l'idea della guerra giusta contro gli ebrei e gli eretici, si formano associazioni di combattenti come i templari e l'intolleranza dilaga in tutta l'Europa (e non solo). Allo stesso tempo è illuminante anche come si sia trasformato il termine jihad in guerra santa, all'interno della cultura islamica e in particolare  in quella turca.

L'ultimo capitolo, forse il più interessante, è dedicato al senso di prospettiva. È raccontato, infatti, come le Crociate (e gli Occidentali) siano viste dai bizantini e dai musulmani. E si nota quanto difficile sia la convivenza fra i tre grandi imperi che si affacciano sul Mediterraneo. Tutti vedono gli altri come diversi, barbari, inferiori e non stupisce che tale percezione sia motivo di guerre lunghissime, di orrori che si sono protratti per secoli.

Guerre che hanno bisogno di essere lette oggi, in un mondo in cui l'incontro spesso diventa scontro. Un libro, insomma, per capire il medioevo, ma anche il presente.

13 lug 2023

Tolleranza - Maria Laura Lanzillo (Saggio - 2001)

"Dal XIX secolo la riflessione si concentra perciò sul diritto alla libertà religiosa e al riconoscimento del pluralismo sociale, concezioni che sia si ricollegano ad esigenze etiche sia si pongono come limite all'onnipotenza dello Stato e che segnano l'intrecciarsi della vicenda della tolleranza con la moderna storia dell'affermazione dei diritti dell'uomo, determinando conseguentemente il compimento della lotta per la tolleranza"


Dopo l'affermazione muscolare dell'intollerante compelle intrare dei primi secoli della cristianità, con l'Umanesimo dialogante di Cusano, con il pluralismo di Pico della Mirandola e, soprattutto, a seguito della Riforma protestante l'idea della tolleranza diventa rivoluzionaria. Se, però, i riformati rivendicano di essere riconosciuti, allo stesso tempo, con la condanna a morte di Serveto da parte di Calvino, si macchiano di intolleranza e la soluzione del problema si fa politica. I riformati radicali, infatti, pretendono non solo di essere considerati liberi, ma anche che lo Stato e la chiesa siano separati. Si discute, quindi, dei valori della diversità e dell'errore e anche del sistema di rappresentanza. E mentre in Europa infuriano le sanguinosissime guerre di religione, il pensiero filosofico di Bodin si porta avanti nel riconoscimento che la verità unica in campo religioso è solo un mito e che la questione è soltanto di coscienza.

Nella storia della tolleranza e della sua lotta per affermarsi (ripercorsa per sottolineare come sia stata un segnale della crisi politica e sociale da cui si struttura e nasce l'epoca moderna), specialmente dal Seicento in poi, la tolleranza è rivendicata non solo come via di affermazione statuale, ma anche come sentiero che deve portare al riconoscimento dei diritti privati dell'individuo e del cittadino. Questione che diventa centrale nel pensiero del grande Bayle (unico ad ammettere gli atei nel tavolo della discussione), dell'antipapista Locke, dello scettico e antideista Hume e del non sempre coerente Voltaire.

Dalla Rivoluzione francese in poi, la riflessione si sposta sulla libertà religiosa e sul riconoscimento del pluralismo delle opinioni. E se in epoca moderna, dunque, il problema è teologico-politico, dal XIX secolo, con l'affermazione della società civile e delle rivendicazioni democratiche, non si discute più di tolleranza, ma di libertà e di diritti riconosciuti. Nel XX secolo, invece, con la crisi dello Stato costituzionale e della cittadinanza, la tolleranza e la libertà non sono più solo di natura religiosa, ma anche e soprattutto razziale e sessuale. Fino ad arrivare ad autori come Adorno e Marcuse che vedranno nella tolleranza uno strumento repressivo utilizzato dalla borghesia...

Nell'epoca della globalizzazione, conclude l'autrice, la teoria sulla tolleranza si incrocia con quella sulla giustizia. E nelle democrazie dove è in crisi la rappresentanza politica, dove il conflitto non è più religioso ma culturale, si avverte ancora una volta un bisogno di riconoscimento e di tolleranza.

Un manuale veloce, non difficile; per avere un'idea generale di un argomento che ancora oggi non ha esaurito la sua carica riflessiva. 

22 giu 2023

Un altro Proust - Giacomo Debenedetti (Saggio - 1952)

"Nell'antro da incantatore, tra i vapori dei suffumigi contro l'asma, fa rinascere, come quelle figure della lanterna magica che l'avevano affascinato nell'infanzia, tutti gli eventi e gli spettacoli, le figure umane e naturali, che gli erano passati accanto, senza che egli avesse coscienza di cavarne nulla, così come gli pareva, standoli a guardare, di non avere fatto nulla della sua propria vita".


Nel 1952, lo stesso anno in cui fu pubblicato per la prima volta l'incompiuto Jean Saunteil, il grande scrittore, saggista e critico letterario trasmise "Radiorecita su Marcel Proust", un'operetta recitata da una Donna, dal Pubblico e da un Critico. In questo volume, introdotto elegantemente ed efficacemente da Eleonora Marangoni, è trascritto il testo integrale di quella recita sul grande scrittore francese. 

Sotto forma di dialogo, l'autore cerca di definire alcune tesi critiche su Proust, introducendole con varie notizie di ordine generale. È un dialogo, insomma, tra le varie tesi della critica intellettuale (la Donna è Il critico che controbatte il Critico e complica il discorso) e ciò che pensa (o penserebbe) un pubblico che ha solo impressioni estemporanee sulla Recherche. Contro la critica eccessivamente intellettualistica, contro le generalizzazioni semplicistiche di chi critico non è, contro le etichette snervanti che spesso nella storia si fissano, l'esperimento di Debenedetti cerca di fare ordine. L'esperimento radiofonico, quindi, si fa riflessione sul lavoro del critico, oscillante sempre tra il desiderio di essere letto e l'impegno ad essere tecnico e metodico. Ma ciò che emerge con grande forza è, per la prima volta in Italia, la tesi, ormai acclarata, secondo cui il Jean Saunteil sia un laboratorio, incompiuto ma necessario, per arrivare alla Recherche.

12 giu 2023

Al ballo con Marcel Proust - Principessa Marthe Bibesco (Saggio - 1928)

"Fu attraverso le lettere che riuscii per la prima volta a conoscere la geografia della loro amicizia: era come un piccolo paese. In quel tempo Marcel Proust abitava coi suoi genitori al numero 45 della rue de Courcelles, i Bibesco al numero 69; li separavano appena poche case; non c'era nemmeno bisogno di attraversare la strada, di dire: - Se passate davanti alla mia porta... Tutte le sere, tornando dal ballo, dal teatro, o da una cena in città, si era sicuri di trovare Marcel Proust a casa; bastava salire la scala, suonare due volte, e l'incantesimo incominciava. - Era il fuoco d'artificio nella miniera di smeraldi; sapeva tutto, dirà poi Antoine, e il suo spirito illuminava i suoi tesori".


Uno degli amori di Marcel, uno grande, è stato Antoine, fratello di Emmanuel, cugini del marito della principessa Bibesco e vicini di casa dei Proust. Fra i tre e Marcel si instaura una storia d'amicizia in cui Marthe entra, come una cometa, all'interno di un sistema solare dove Marcel è il sole e gli altri della compagnia sono i pianeti che gli orbitano intorno. Un sistema planetario, una storia che si interseca con quella di Bertrand de Salignac Fénelon. Antoine, infatti, lentamente è sostituito da quest'ultimo e anzi ne diventa il confidente del nuovo amore proustiano. E nel racconto di queste orbite ellittiche e non sempre complanari, c'è tutta la profonda e universalmente riconosciuta sensibilità dell'animo di Proust.

La principessa (la stessa dipinta magistralmente da Boldini, sensibile e capace di cogliere in Proust il genio e di sviscerare nella Recherche quegli elementi che risalgono alla loro amicizia), utilizzando le lettere di Antoine in suo possesso, si fa cantrice di una storia vissuta ma che diventa anche un pretesto per essere un saggio sulla poetica proustiana e, sullo sfondo, uno spaccato di quella società aristocratica che sono stati gli anni Venti parigini del secolo scorso. Un libro di ricordi e testimonianze eterogenei, tra le primissime raccolte appena dopo la morte di Proust.

Il ballo, titolo e scena che inaugura il libro, diventa simbolo di un legame, di un sodalizio idiosincratico. Al ballo, infatti, la principessa snobbò Proust dopo che quest'ultimo le aveva inviato una lettera in cui criticava, amabilmente e sottilmente, il resoconto appena pubblicato del viaggio in Persia della principessa. E dallo sforzo di capire chi era davvero quell'uomo, con l'aspetto insolito e con indosso sempre il suo cappotto, nasce questo libro.

Nelle lettere riprodotte, si legge la gelosia morbosa di Proust e il desiderio di imprigionare Antoine nel suo mondo di dominio psicologico. Ci sono anche le effusioni, le allusioni ambigue, i litigi e le ripicche. Tutti materiali e temi che si ritroveranno magistralmente raccontanti nella Recherche

Toccanti e strazianti le lettere che Proust invia in Romania ad Antoine dopo la morte della madre di quest'ultimo, la vera principessa Bibesco. Così come sono bellissime le lettere mandate alla principessa dopo la morte di Emmanuel e della sorella di lei, che moriranno vicini nel tempo e che saranno motivo di straziante dolore per Proust. Missive che per la principessa sono un pretesto per tratteggiare il carattere dello scrittore. Acuto, esasperante, ipersensibile, Marcel Proust ha peculiarità che non lasciano spazio alla logica classica. E per questo motivo la principessa nel suo libro non sente il bisogno di seguire un ordine cronologico. C'è nelle sue pagine, tuttavia, un filo logico che lega impressioni e intuizioni al temperamento dell'amico. E persino l'accusa di snobismo, che molti gli rimproverano, crolla di fronte alle verità riportate nelle sue confidenze... 

Con la preziosa introduzione di Alberto Beretta Anguissola e nonostante la non sempre attendibilità del documento, resta la testimonianza preziosa e, credo, sentita di una donna che ha avuto modo di toccare con mano il genio inarrivabile di Marcel Proust.

4 giu 2023

Sociologia dei media - Claudio Riva, Giovanni Ciofalo, Piergiorgio Degli Esposti, Renato Stella (Saggio - 2022)

"Alla fine, è la società nel suo insieme a essere dipendente dai media, tanto o più di quanto non lo siano i singoli cittadini che la compongono. Si badi: non solo perché i mezzi di comunicazione informano (sarebbe in questo caso solo un effetto a breve termine), ma perché intrattengono, svagano, offrono modelli di comportamento, veicolano valori, orientano rispetto ad azioni da compiere o a cose a cui pensare".


Manuale molto interessante, ben scritto e organizzato, affronta un tema quanto mai importante oggi: il ruolo dei media (vecchi e nuovi) nella nostra società sempre più contaminata dalla rivoluzione digitale. 

Dopo aver illustrato la storia sociale dei media e della nascita dei mezzi di comunicazione di massa, sono trattate le principali teorie sulla relazione tra media e società e sulla conseguente e attuale platform society (la società delle piattaforme digitali che sì sono motore di progresso economico e tecnologico, ma anche della diffusione del lavoro occasionale e della mancata distinzione tra pubblico e privato). Così, tra apocalittici e integrati, tra effetti a breve e a lungo termine si studia il potere dei media da cui tutti, singoli e società, siamo dipendenti.

La seconda parte è, invece, dedicata agli strumenti e ai contenuti delle industrie creative (che superano quella culturale), alla società digitale e alle teorie connesse, alla comunicazione (anche quella politica che a seguito dell'evoluzione dei media è diventata pop) e agli effetti del digitale sull'economia (dalla pubblicità classica agli influencer). Un capitolo a sé è l'ultimo, dedicato al mondo del Web e al processo di digitalizzazione del mondo e a come tutto ciò ci abbia spinto alla quarta rivoluzione industriale e alla realtà ibrida.

Sebbene sia un manuale pensato per l'università, si legge senza pesantezze terminologiche o concettuali. In effetti è uno strumento utile per capire il mondo che ci circonda e per codificare con maggiore chiarezza le esperienze che viviamo quotidianamente. 

2 giu 2023

Proust era un neuroscienziato - Jonah Lehner (Saggio - 2007)

"Anche se la madeleine non venisse mai mangiata, Combray continuerebbe a essere lì, perduta nel tempo. E solo quando il pasticcino viene inzuppato nel tè, quando la memoria viene richiamata in superficie, che la CPEB ritorna alla vita. Il gusto del dolcetto scatena un flusso di nuovi trasmettitori verso i neuroni che rappresentano Combray e, se si raggiunge il punto di svolta, la CPEB attiva infetta i dendriti vicini. Da questo fremito molecolare nasce il ricordo".

 

Nelle buone intenzioni del libro, le neuroscienze sono messe in relazione con l'arte e la letteratura, cercando di definire, in ambito teoretico, i limiti della scienza e affermando quanto quest'ultima non sia l'unica disciplina in grado di darci risposte dimostrabili. Poeti, scrittori, pittori, musicisti, infatti, hanno descritto funzioni della mente che solo nel XXI secolo saranno scoperte dalla linguistica, dalla chimica, dalle neuroscienze. Con una penna abbastanza chiara e divulgativa, l'autore cerca di spiegare concetti non facili. Trova una sintesi nella tesi secondo cui le due culture, quella scientifica e quella umanistica, debbano collaborare. Arte e scienza devono andare a braccetto perché noi siamo fatti di sogni e atomi, e qualsiasi descrizione della mente umana deve sintetizzare le due culture. Esperimento e calcolo insieme alla poesia e all'immaginazione dunque.

Ecco allora Walt Whitman che pensava, contro Cartesio e vicino al trascendentalismo di Emerson, che mente e corpo siano inseparabili. Le neuroscienze oggi affermano che, in effetti, le emozioni sono generate dal corpo. La scrittrice George Eliot aveva intuito che il cervello si adatta alle circostanze, che non è una pura macchina, così come la biologia molecolare spiega quanta indeterminatezza sia provocata dal DNA (c'è ancora spazio, quindi, per la libertà). L'inventore del brodo di vitello August Escoffier, che con il glutammato aveva trovato un gusto in più (l'umami), avrebbe scoperto il ruolo dell'individualità del nostro vissuto. L'idea di memoria legata ai sensi di Marcel Proust è stata dimostrata da uno studio neuropsicologico del 2002. Secondo tale studio, i sensi del gusto e dell'olfatto sono in collegamento diretto con l'ippocampo, quella parte del cervello che ha un ruolo decisivo nella formazione della memoria. Per Cézanne, così come per la scienza, le impressioni sensoriali esigono un passaggio in più, un'interpretazione, uno sguardo che crea ciò che vediamo. Stravinsky, invece, con le dissonanti note della Sagra della primavera aveva colto che il senso dell'udito è in evoluzione, ed era convinto, come per le neuroscienze, che il cervello avrebbe corretto gli errori delle dissonanze e che con il tempo quei suoni sarebbero stati apprezzati. Gertrude Stein, anticipando Chomsky, aveva intuito dai suoi esperimenti di scrittura automatica che linguaggio umano ha una struttura e quest'ultima è costruita nel cervello. Virginia Woolf, infine, pensava, a ragione, che l'io non sia univoco, ma un flusso di coscienza composta da frammenti.

Tutti esempi per cui arte e scienza devono integrarsi, cercando di bilanciarsi, di tenere in equilibrio le scoperte del riduzionismo scientifico e quelle dell'arte sull'esperienza umana.

Il testo, però, non sempre guarda con attento occhio filosofico. Ci sono termini usati dall'autore che si sovrappongono nei loro significati, ma che invece andrebbero specificati, come per esempio libertà, indeterminismo, coscienza, mente, pensiero. Sono presenti quelli che in filosofia si definiscono idola, ovvero quei pregiudizi che dipendono dal nostro bisogno di avere risposte veloci a problemi difficili. L'autore tira le somme molto in fretta, anziché aspettare e sospendere il giudizio, al solo fine di dimostrare che la nostra fallibilità (come se non si sapesse già) dipenda da tutto ciò che non si può ridurre (a favore di una visione olistica).

15 apr 2023

Teorie sociologiche - Randall Collins (Saggio - 1992)

"La sociologia è stata creata da una comunità di teorici e ricercatori, che risale a più di un secolo fa. Nonostante i suoi conflitti e le sue divisioni (e spesso in virtù di esse) è stata una comunità creativa. Noi facciamo parte di quella comunità in questo momento: la teoria è la nostra memoria collettiva, il centro cerebrale in cui immagazziniamo gli elementi essenziali di ciò che abbiamo appreso e le strategie di cui disponiamo per addentrarci nel futuro".


In un corposo e denso manuale accademico, Collins presenta i diversi modelli sulla conoscenza sociologica contemporanea in modo significativo e approfondito e, interessante approccio, ne giudica l'affidabilità e le criticità al fine di mostrare quanto possano essere migliorati. Il sociologo americano prende in esame sia le teorie macro (quelle che si concentrano su lunghi intervalli di tempo, di spazio e di numeri di persone), sia le teorie micro (quelle che privilegiano piccoli segmenti temporali, spaziali e nuclei di persone), sia le teorie meso (quelle che cercano di trovare una sintesi tra i due livelli precedenti). Così sono analizzate le molteplici teorie dell'evoluzione (Comte, Marx, Parsons, Lenski), le teorie dei sistemi (ovvero tutto ciò che è composto di parti in connessione tra loro, come nella teoria funzionalista di Parsons), le teorie dell'economia politica (modello marxiano e i suoi sviluppi, il modello del sistema-mondo di Wallerstein), la teoria del conflitto e del cambiamento sociale (in cui la società è intesa come un sistema di interessi e di lotte, nella versione di Simmel, Coser, Dahrendorf, Weber, Stinchcombe, Moore, Skocpol).

Le teorie micro trattate, invece, sono quelle del rituale dell'interazione  di Durkheim, di Goffman, di Collins; del Sé, della mente e del ruolo sociale (la teoria dell'interazionismo di Mead, di Goffman); le teorie che definiscono le situazioni e la costruzione sociale della realtà che eliminano l'oggettività del mondo e sostengono che tutto sia il frutto della mente (come per la teoria dell'interazionismo simbolico di Blumer, per la teoria situazionale di Mead o per quella cognitivista di Garfinkel); la teoria dello scambio sociale dei comportamentisti Homans e Blau che studia lo scambio come un processo razionale e che può essere ampliata dalla teoria delle catene dei rituali dell'interazione dello stesso Collins.

Le teorie meso, che connettono il micro con il macro, sono viste nelle lenti microriduzioniste di Homans, di Blumer, Goffman, o in quelle che vedono un continuum tra le due sfere e che sostengono che una teoria del cambiamento sociale deve contenere l'analisi delle forze motivazionali dei singoli, ma che è impossibile nel livello micro evitare di riferirsi a fattori macro; così come le teorie di rete cercano di fornire informazione sui legami che sono trasversali sia per il micro sia per il macro (come nelle teorie strutturaliste di Mauss, Lévi-Strauss, o nella teoria di Blau dell'integrazione tra gruppi, oppure in quella della dipendenza strutturale del potere o in quella delle coalizioni di imposizione coercitiva dell'ordine).

Un testo voluminoso, su cui bisogna tornare più volte; accademico sì, ma comunque ben pensato e ricco di riflessioni che lo stesso autore propone senza superbia o altezzosità. 

27 mar 2023

Marcel Proust e i segni - Gilles Deleuze (Saggio - 1964)

"Vi sono verità del tempo perduto non meno che del tempo ritrovato. Ma, per maggior precisione, occorre distinguere nel tempo quattro strutture, ognuna delle quali ha la sua verità. Infatti il tempo perduto non è soltanto il tempo che passa, alterando ogni essere, annientando ciò che fu; è anche il tempo che perdiamo (il tempo perso: perché perdere tempo, perché essere mondani, innamorarsi, invece di lavorare e di fare opera d'arte?) E il tempo ritrovato è anzitutto un tempo che ritroviamo in seno al tempo perduto e che ci dà un'immagine dell'eternità; ma è anche un tempo originale assoluto, eternità vera che si afferma nell'arte".


Secondo il filosofo francese, la Recherche andrebbe letta come un'opera che guarda i segni (semioticamente parlando) che vivono intorno a noi. Non c'è solo il tema della memoria in Proust e nella sua opera, c'è anche un'ossessione verso la decifrazione dei segni presenti nel mondo. Questi ultimi possono essere volontari (del linguaggio, della famiglia, delle classi sociali, dell'amore), e anche involontari (del corpo, degli oggetti che rimandano a qualcos'altro come le madeleine). I segni da decifrare sono quelli della vacua e frivola mondanità, delle menzogne dolorose dell'amore, delle qualità sensibili, dell'essenziale arte in grado di decodificare e trasformare tutti gli altri. Fulmini violenti, casuali, che costringono solo dopo l'intelligenza a codificarli. La Recherche in fondo è la ricerca della verità, una verità ovviamente condizionata dal tempo. Essa è tale nel tempo e questa si manifesta involontariamente. È lei che ci costringe a pensarla; non può essere un metodo o una decisione volontaria a trovarla. Proust (che ha un dono naturale, la sensibilità, il mezzo con cui si possono cogliere i segni, il mondo come cosa da tradurre in significato, il mondo come geroglifico) pensa ed elabora, secondo Deleuze, perché costretto dai segni che la verità gli lancia violentemente contro, in una madeleine, nell'inciampo di un lastricato, nel rumore di un cucchiaino. 

Per Deleuze, quindi, il capolavoro proustiano è un romanzo che guarda al futuro attraverso un'evoluzione che lo stesso Proust vive e racconta. Il narratore-detective, infatti, cresce, apprende, decodifica il mondo al fine di diventare quello che è, ovvero uno scrittore che sa cogliere nell'arte il significato più profondo dell'esistenza e della verità. È lui a scoprire che i segni della mondanità che tanto lo hanno affascinato sono vacui, così come quelli dell'amore sono illusorie. Se l'essenza dell'amore è nella serie che porta le leggi della menzogna ai segreti di Sodoma e Gomorra; il vuoto, la stupidità e l'oblio sono l'essenza della mondanità. Solo i segni dell'arte portano al di là dell'illusione, all'essenza del tempo. Nell'arte, la verità si manifesta con violenza e sfugge alle codifiche spazio-temporali e causali dell'intelligenza. L'arte, schopenhauerianamente, è il coltello che squarcia il velo di Maya, il muro dell'illusione, della rappresentazione sensibile. I segni dell'arte sono superiore agli altri perché sono immateriali, rimandano a una dimensione platonicamente più profonda e spirituale, all'Unità e all'Essenza. E così la stessa Recherche, opera d'arte anch'essa ricolma di segni, produce effetti sul lettore, il quale, come il narratore, può cogliere le manifestazioni della verità nel libro, ma anche dentro di sé.

La seconda parte, meno organica e coerente della prima, ci mostra il Proust ebraico che si contrappone al filosofo ebreo; Gerusalemme contro Atene. Uno scontro in cui sensibilità e intelligenza, pathos e logos, sono nemiche (ma sarà vero che nella Recherche la coppia sia antinomica e non di alleanza o tutt'al più un movimento dialettico?). Interessante notare che la complessità dell'opera proustiana dipenda dalla molteplicità dei livelli, dalla frammentarietà dell'universo che non è possibile unificare con la logica, ma solo con l'arte. La Recherche, quindi, diviene uno strumento in grado di decifrare i segni e la complessità del mondo. Ma è anche una macchina, un meccanismo complesso che produce verità. Nel processo di analogia, infatti, tipico della descrizione proustiana, si passa dall'impressione involontaria di un segno a un'interpretazione da cui si produce un altro senso, una legge.

In un saggio imprescindibile per conoscere l'opera di Proust e fonte di ispirazione per molti studiosi, l'analisi di Deleuze rimane ancorata, secondo me, a una visione eccessivamente platonizzata, eccessivamente metafisica che non riesce a comprendere fino in fondo la molteplicità degli sguardi dello scrittore francese che, spesso, sconfinano in atteggiamenti che si riducono alla semplice realtà materiale.

18 mar 2023

Il proustografo - Nicholas Ragonneau (Saggio - 2021)

"Quanto tempo ci vuole per leggere questo gigantesco romanzo che ha per argomento il tempo? Su Internet si possono trovare le risposte più strampalate a questa domanda, tutte ben lontane dalla realtà. Poiché la lettura a voce alta della Recherche ha una durata non molto diversa da quella della lettura silenziosa, la lettura integrale, fatta da attori, dell'audio francese ci dà un'indicazione significativa: 127 ore e 47 minuti, cui vanno senz'altro aggiunte, per un lettore non professionista, dalle tre alle cinque ore. Sono dunque necessari un po' più di due mesi, a una media di due ore de lettura al giorno, per arrivare alla fine del romanzo".


Se amate le curiosità, le facezie, gli aneddoti bizzarri (anche inutili) e se amate Proust e il suo universo questo è il libro che fa per voi. Diviso in tre sezioni, troviamo i dati biografici, quelli sulla Recherche e quelli su tutto ciò che il cosmo proustiano ha ispirato. Proust e la Recherche in infografica, come da sottotitolo, infatti, ripercorre la biografia e l'opera dell'immenso scrittore francese utilizzando grafici curatissimi e raffinati nei colori del bianco, del nero e dell'oro. Tra le sue pagine si possono conoscere i piccoli dettagli della vita di Proust, e non solo. Ci sono persino il suo oroscopo e la ricetta delle Madeleine, che, diciamolo pure, lasciano il tempo che trova. Tanti i numeri, gli spazi, i record, i tempi che, schematicamente e imponendosi visivamente, sono in grado di dare una visione di insieme. Ed è qui il grande merito del libro.

Insomma, un libro per gli idolatri proustiani e i cercatori di aneddoti.

1 mar 2023

Io, Franca Florio - Gesualdo Bufalino (Sceneggiatura - 1994)

"Viaggiavo molto, facevo collezione di celebrità. A Parigi mi presentarono un poeta, il barone di Montesquieu, che compose per me una poesia. Incontrai Proust, Debussy. Rividi Caruso, che mi chiamava la Madonna Immacolata, rividi D'Annunzio che mi chiamava la dea Venere... Anadiomene. Conobbi a Zurigo una principessa polacca, di nome Ghika, che s'innamorò di me e mi scriveva parole di fiamma a cui non risposi... A Viareggio, un'estate, indossai un costume da bagno che ingelosì tutte le donne del mondo, quando lo videro stampato su una rivista..."



Pensato per il grande schermo da uno scrittore imbevuto di letteratura e di cinema, la sceneggiatura dimostra, ancora una volta, quanta profonda fosse la passione e la conoscenza del linguaggio cinematografico di Gesualdo Bufalino. Il progetto di sceneggiatura per un film sulla famiglia Florio, e in particolare su Franca Florio, fu commissionato dal produttore americano Edward R. Pressman. Qui, al centro di tutto, c'è lei, Franca Florio. Donna bellissima ed estremamente elegante, moglie di Ignazio Florio, ai vertici della mondanità europea, ha vissuto dolorosi eventi come la morte precoce dei figli, il tracollo economico della famiglia e la decadenza fisica vissuta in un mondo, in una società, non più interessata al suo nome. Nelle parole dello scrittore comisano, la sua figura si anima in uno scenario storico, e intorno a lei la Sicilia è evocata, come per magia, in un gioco di specchi in cui Franca è la Sicilia e l'isola è la stessa donna. 

La prima scena è nel 1929. Franca Florio è vicina ai 60 anni e la cinepresa insiste sulla desolazione del salone che viene sgomberato da un operaio. Poi, con un flashback, ci troviamo catapultati nel 1883, quando i Florio erano la luce di Palermo e Franca era solo una bambina. Immaginando montaggi raffinati, Bufalino proietta subito dopo la scena a qualche anno dopo, nel 1891. Franca e Ignazio Florio, in pagine raffinate e nostalgiche, si innamorano, ballano insieme, si sposano. Ecco, tra analessi e prolessi, gli incontri di affare di Ignazio; la nascita della prima figlia; quella di Ignazio III; la visita a Villa Palagonia con D'Annunzio ed Eleonora Duse; i tradimenti di lui; l'amore e insieme le ripicche di lei; la morte della primogenita; la successiva morte dell'unico figlio maschio. Sono i decenni d'oro della Belle epoque siciliana, gli anni in cui a Palermo arrivano Lina Cavalieri, Oscar Wilde, in cui Vincenzo Florio (cognato di Franca) organizza la targa Florio, la corsa automobilistica famosa in tutto il mondo. Così si chiude il primo tempo. 

Il secondo tempo inizia ed è il 1904. Franca non è più la stessa. Seguono gli anni dei ricatti mafiosi, dell'arrivo del poliziotto italo-americano Joe Petrosino e del suo assassinio, del terremoto di Messina, delle sfortune finanziarie di Ignazio, dei continui tradimenti, della decadenza e del ritorno alla prima scena velata di nostalgia nel salone desolato.

In queste pagine ci sono malinconia, memoria, corteggiamento, amore; i temi tanto cari allo scrittore comisano. E il rammarico per il lettore bufaliniano, come anche per il critico Massimo Onofri che introduce il volume, è che Bufalino non ne abbia scritto un romanzo, anticipandone, e forse così evitandone, altri...

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