Fu cento volte più incandescente nel sole del firmamento.
E questa palla di fuoco irradiò milioni di gradi di calore contro la città di Hiroscima.
In un secondo, 86.000 persone arsero vive.
In questo secondo, 72.000 persone subirono gravi ferite.
In questo secondo, 6.820 case furono sbriciolate e scagliate in aria dal risucchio di un vuoto d'aria, per chilometri d'altezza nel cielo, sotto forma di una colossale nube di polvere.
In questo secondo, crollarono 3.750 edifici, le cui macerie si incendiarono".
Ho letto questo libro per la prima volta alle medie. Lo leggevamo in classe, durante l’ora di italiano, con una professoressa particolarmente sensibile a queste tematiche. Fu lei a farci conoscere la storia della piccola Sadako e di suo fratello maggiore Shigeo, due bambini giapponesi sopravvissuti alla bomba atomica sganciata su Hiroshima il 6 agosto 1945.
Il romanzo racconta la tragedia non solo attraverso la distruzione immediata, ma soprattutto attraverso quello che viene prima e dopo, le vite spezzate lentamente, la paura che resta nel corpo e nella memoria. Sadako, anni dopo l’esplosione, si ammala di leucemia e viene ricoverata in ospedale. Lì scopre la leggenda delle mille gru di carta: chi riesce a piegarle tutte può esprimere un desiderio e vederlo esaudito. Sadako comincia così, una per una, a costruire le sue gru, trasformando l’attesa della morte in un atto ostinato di speranza. Attorno a lei si muovono i genitori e il fratello, un giovane compagno di reparto, gli abitanti di una città stremata dalla guerra e dalla fame. E sullo sfondo, quasi come un’eco sinistra, ci sono anche i piloti dell’Enola Gay, inconsapevoli fino all’ultimo di ciò che stanno davvero per fare. Tutti, in modi diversi, finiscono per riflettere sul non senso della guerra e sul valore, direi assoluto, della pace.
È un racconto tenero, doloroso, a tratti straziante. Ma è anche un libro che non invecchia, perché non parla solo di Hiroshima, parla di ogni guerra, di ogni tecnologia usata senza coscienza, di ogni infanzia sacrificata in nome di qualcosa che pretende di chiamarsi necessità. Rileggerlo oggi fa male, un male che serve...
